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11 MILIONI DI FOTO SONO CUSTODITE NEL CUORE DI UNA MONTAGNA IN PENNSYLVANIA AD UNA TEMPERATURA SOTTO LO ZERO - A CHI DOBBIAMO QUESTA LUNGIMIRANTE FOLLIA? A BILL GATES CHE HA CHE HA MESSO AL RIPARO UNO DEGLI ARCHIVI PIÙ IMPORTANTI DEL MONDO…
Raffaele Oriani per ""Wired"
La didascalia lo chiama ancora cassius clay 'immagine lo proietta già tra le icone del nostro tempo. È immenso e terribile, piantato a gambe larghe sopra il povero Sonny Liston che è crollato al primo minuto del primo round. L'abbiamo visto mille volte, stampato e duplicato in formati mignon o extralarge.
Ma il negativo è uno solo, è datato 25/5/1965, e per tenerlo tra le dita non resta che andare fino a Pittsburgh, prendere l'Interstate 79 e perdersi tra i boschi della Pennsylvania. Perché qui, nel silenzio della contea di Butler, a 60 metri sottoterra, in un caveau naturale imbottito di roccia calcarea, riposa il primo secolo di cronaca diventato storia grazie alla fotografia: gli eroi della boxe, i primi aeroplani, la lingua di Einstein, il cranio glabro di Gandhi.
Oppure il Vietnam: c'è una ragazzina a braccia spalancate. Abbiamo visto mille volte anche lei, in quasi quarant'anni di repliche è diventata il simbolo dello schifo della guerra, di nuovo e diverso c'è solo la punzonatura sul margine inferiore della pellicola. Conoscevamo le stampe, teniamo in mano il negativo col buco. Era lì quando cadevano le bombe, sempre lì quando l'ufficio di Saigon decideva su che inquadratura puntare. Ora è qui, a temperatura, umidità e sorveglianza costanti. Mentre ce lo rigiriamo tra le dita pensiamo all'androide di Blade Runnere alla sua malinconia per quelle immagini destinate a pe«come lacrime nella pioggia».
Nella contea di Butler hanno deciso di conservare tutto. Compresi l'orrore della guerra e la memoria dei buchi. Cent'anni di storia in quasi otto milioni di scatti. Quanto vale il ricordo delle minuzie e delle altezze del Novecento? Per qualità e varietà delle immagini la collezione Bettmann è un monumento a quello che sembrava il primo ed è stato l'ultimo secolo della fotografia analogica.
Nasce europea, diventa americana quando Otto Bettmann è costretto ad abbandonare Berlino con due bauli zeppi di immagini («Ma che si porta dietro l'ebreo?», commentano i doganieri del Reich), è patrimonio dell'umanità da quando basta un clic per richiamare sullo schermo il sigaro di Fidel Castro o le due dita di Winston Churchill.
Fino a qualche anno fa riceveva al terzo piano di 902 Broadway. Poi ci si è resi conto che il caldo e l'umidità di New York ne stavano spappolando i negativi e sbiadendo le diapositive: «Si sentiva puzza d'aceto, come sempre quando stai per perdere delle pellicole d'annata», ricorda ora Henry Wilhelm, il guru della conservazione fotografica che con una relazione di 21 pagine negli ultimi anni '90 spiega perché è ora di mettere tutto al sicuro sottoterra.
Fortuna vuole che dal '95 la collezione Bettmann sia entrata in pancia a Corbis, l'agenzia di Bill Gates che in pochi anni si è accaparrata i migliori giacimenti fotografici su piazza: dai diritti di riproduzione dell'Ermitage di San Pietroburgo alla collezione di Lynn Goldsmith sulle stelle del rock, ai milioni di scatti dell'agenzia francese Sygma.
Come sempre quando si tratta di proprietà intellettuale, a tanti acquisti seguono altrettante polemiche ma per la fragile collezione sulla Broadway un padrone di nome Bill Gates vuol dire soprattutto volontà e mezzi per traslocare milioni di foto. Detto, fatto. Ecco perché invece che a Manhattan ora siamo tra vacche e scoiattoli, davanti a un'ex miniera che l'ossessione americana per la sicurezza ha trasformato in rifugio a prova di Armageddon nucleare.
L'ingresso è una voragine improvvisa, i controlli sono ferrei e prima di entrare dobbiamo consegnare il passaporto e ritirare un estintore d'emergenza. La contea di Butler è una delle aree meno sismiche degli Stati Uniti, e il suo sottosuolo offre garanzie di cui approfittano in tanti: con l'auto elettrica passiamo davanti ai magazzini blindati di Sony, Cbs, Paramount e altre decine senza nome protetti da portoni senza insegna. È un immenso labirinto di cinque metri d'altezza sigillato da uno strato di roccia immobile da 300 milioni di anni.
Quando si tratta di allestire l'eterno gli americani fanno le cose per bene: i 2300 clienti di Iron Mountain - colosso dell'archiviazione da 20mila dipendenti che dal '98 è proprietario della miniera - sanno che la sorveglianza armata è attiva 24 ore su 24, che il fire department può intervenire ovunque entro due minuti, e che se domani il mondo là fuori sparisse, qui sotto sarebbe business as usual per almeno una settimana.
Lo spazio a disposizione è stato conquistato da centinaia di minatori che per decenni si sono fatti largo a colpi di dinamite: «Per capire la solidità della struttura bisogna pensare che ha resistito a mezzo secolo di esplosioni», spiega Charles J. Doughty, manager che frequenta questi cunicoli da quasi quarant'anni.
Il consumo di energia è ridotto al minimo anche per la presenza di un lago sotterraneo che a breve sarà inserito nel ciclo di raffreddamento degli impianti elettrici e informatici: generatori, deumidificatori e l'enorme data center che assicura il back up di due milioni di computer sparsi in tutti gli States. Negli anni '60 queste cavità venivano pubblicizzate come il luogo ideale dove trascorrere l'inverno nucleare, oggi si sono specializzate in informazioni senza data di scadenza.
«Il 95 per cento dei dati di aziende ed enti federali ha una vita di 3-7 anni», precisa Doughty. «Noi ci occupiamo del resto». Inutile chiedergli chi e per quanto tempo qui conservi che cosa: oltre il 90 per cento dei clienti pretende l'anonimato, approfittando della coltre di discrezione che avvolge questo luogo. Siamo fortunati, le nostre foto rappresentano una squillante eccezione: di fronte a tanto riserbo fa quasi tenerezza superare l'ultimo pilastro di roccia e trovarci di fronte a due palmette e un'insegna che recita semplicemente "Corbis".
Ann Hartmann, che dal 2002 dirige la Corbis film preservation facility, ci accoglie con caffelatte, cheesecake e la solidarietà istintiva che scatta tra umani reduci da paesaggi estremi. Fuori è una notte di pietra, dentro potremmo essere a Manhattan. No, non c'è più puzza d'aceto. E ci vuole poco a capire che le miniere fanno bene alle foto: «La vinegar syndrome è una vecchia conoscenza degli archivi fotografici», spiega Ann.
«All'inizio la si sentiva anche qui, ora è praticamente sparita». Ma non si tratta solo di aroma. Sottoterra ci raggiunge Henry Wilhelm: «A New York sarebbe bastato un corto circuito per fare danni enormi». Tutta acqua passata. Nel bunker cent'anni di immagini sono rocciosamente al riparo dagli sbalzi di temperatura e dai picchi di umidità che per decenni si sono acsui residui organici di stampe e negativi. «In Siberia hanno trovato un mammut», continua Wilhelm, «risaliva a 20mila anni prima, ma il ghiaccio l'aveva preservato talmente bene che i cani avrebbero voluto azzannarlo».
Come i vecchi medici condotti che a qualsiasi patologia consigliavano brodino e riposo, così Henry Wilhelm non ha mai smesso di insistere sulle virtù salvifiche del freddo secco: «Non c'è differenza tra una fotografia e un mammut: al gelo, stampe e negativi possono resistere anche per cinquemila anni».
Nella relazione che diede il via a quest'esperimento di geologia hi-tech Henry Wilhelm dichiarava di puntare alla "permanent preservation" della collezione Bettmann. E la permanenza in questo caso è pura questione di temperatura: secondo i calcoli di Wilhelm un reportage dal Vietnam su diapositive ektachrome ha cominciato a impallidire dopo 15 anni se conservato a 24 gradi, ma può durarne 6250 se portato a -20.
Le stesse immagini su negativo sono rimaste intatte per 12 anni scarsi a 24 gradi, ma raggiungerebbero i cinque millenni a -20. È legittimo chiedersi se la caduta di Saigon interesserà a qualcuno nell'A.D. 6975, ma per darci un'idea della posta in gioco Henry Wilhelm estrae dalla sua custodia un vecchio negativo. L'immagine è un grumo indistinto, e se non fosse per la didascalia originale sarebbe impossibile riconoscere quella che nel lontano 1937 è stata "la folla attorno a Manuel Comacho a Lowell, Massachusetts".
Ci importa davvero qualcosa di Manuel Comacho? È giusto salvare la vita di tutti i giorni di settant'anni fa? Altezze e minuzie: il sottosuolo del Novecento custodisce un milione di scatti dal Vietnam, un'enorme parete di "personalities", migliaiadi scene che devono il proprio valore solo al tempo che passa: «Il dieci per cento della collezione si è perso prima che potessimo intervenire», dice Wilhelm.
Il problema dei negativi d'annata non è tanto l'emulsione, ossia la sostanza che reagisce alla luce e trattiene l'immagine, quanto il supporto di acetato di cellulosa che con il tempo si altera irrimediabilmente. Ma c'è dell'altro: «Nel dopoguerra l'industria fotografica spingeva per il passaggio al colore», spiega Wilhelm.
«E inondò il mercato di pellicole molto instabili. Per anni i dati sulla permanenza del colore sono stati secretati come quelli sui rischi del tabacco». Con il risultato che nel '79, al momento di inaugurare la Kennedy Library di Boston, ci si accorse che sedici anni erano bastati per togliere ogni brillantezza ai ricordi di JFK. Come rimediare a questo destino di fragilità? Con freddo, freddo, e ancora freddo.
Henry Wilhelm è un distinto signore sulla sessantina che con abilità tutta yankee sa miscelare estrema competenza e disarmante pragmatismo: «Mi dicevano che il freddo costa. Rispondevo che gli hamburger di McDonald's sono trattati meglio di queste fotografie inestimabili».
Per spiegare l'effetto benefico delle basse temperature, oltre al memorandum che convinse Bill Gates, Henry Wilhelm ha scritto ""The Permanence and Care of Color Photographs", un tomo di 745 pagine che dagli addetti ai lavori è riverito come un testo sacro. Dubitando della nostra tempra di lettori, l'autore ce ne regala una copia accompagnandola con una vecchia edizione del New York Times. È il giorno delle Torri, il Timestitola "U.S. attacked".
Sono passati otto anni, ma nell'inquietante versione di Wilhelm il tempo si è fermato a un eterno 11 settembre 2001: sembra il giornale di oggi, i colori sono brillanti, la carta è nitida come può esserlo solo chi abbia passato le due presidenze Bush dietro una barriera protettiva a -16. Freddo, anzi gelo. Wilhelm indica il giornale ma intende questa grotta di foto: «Capisce perché insisto sull'importanza della temperatura?».
Il ragionamento fila, l'esperimento convince. Se non fosse per un piccolo particolare: qui sotto si esaminano immagini, si scannerizzano negativi, si valutano vecchie stampe. Insomma, si lavora. Come conciliare tutela eterna e attività quotidiana? Per fortuna dello staff sotterraneo di Corbis i picchi polari di cui sogna Henry Wilhelm sono riservati al freezer che custodisce i 25.700 Vip, ovvero le Very important photographs che si è deciso di ibernare a -16.
L'arca del Novecento è sistemata con grande disinvoltura accanto al frigo della caffetteria, ma si schiude solo seguendo procedure puntigliose: in andata i negativi vanno scongelati per tre ore prima di poterli maneggiare a temperatura ambiente, al ritorno sono invece gli involucri a subire cinque minuti di sterilizzazione a 350 gradi prima di essere restituiti al loro gelo perenne.
Se il freezer si prepara così ad affrontare i millenni, l'archivio vero e proprio punta più modestamente a durare nei secoli: quando Ann Hartmann ci fa strada nella grotta della memoria, lo sbalzo è sopportabile e una stretta di spalle basta a neutralizzare i 6 gradi al 35 per cento di umidità. Sente caldo Mister Wilhelm? «Non è ancora l'ideale», ammette il nostro studioso.
Entriamo: tutt'attorno ci avvolge un guscio di roccia, di fronte abbiamo migliaia di folder per milioni di immagini. C'è di tutto, tutto splendidamente reale: con i suoi scaffali di legno, le pellicole a rischio e le stampe vecchie di un secolo, la caverna di Corbis è un omaggio alla tenacia degli atomi al tempo della memoria di byte.
Tra pezzi unici e duplicati dovrebbero essere oltre 11 milioni di immagini. Hanno tutto il peso del mondo di ieri, ma per capire che è solo grazie ai pixel che hanno potuto lasciare Manhattan basta un'occhiata alle tante stampe di uno scatto di Gandhi del '31: sul retro di ogni copia si intima al cliente che "l'immagine va restituita a Corbis 902 Broadway NY". Nella preistoria analogica ogni foto aveva un codazzo di repliche, mentre oggi il lavoro è del tutto immateriale e Corbis ha 160 persone a New York, 250 a Seattle, ma solo tre ad accudire quest'immenso archivio sotterraneo.
Nel mondo degli alias, gli originali possono andare serenamente in pensione: «All'inizio temevo che Bill Gates avrebbe curato solo il business digitale», confida Wilhelm. «Ma è successo il contrario: la digitalizzazione ha permesso di mettere al sicuro gli originali». Tanti, tutti: dagli scatti di guerra ai grandi di Hollywood, dall'Apollo 11 alle marce dei neri.
Seguendo Ann Hartmann ripercorriamo a ritroso la storia della fotografia, abbandoniamo le diapositive, arriviamo dove gli atomi acquistano ancora più peso e alla duttilità della pellicola si sostituisce la compattezza del vetro.
Le lastre smerigliate sono più fragili ma meno deperibili dei negativi acetati, gradiscono l'umidità controllata ma approfittano soprattutto dell'immobilità del sottosuolo di Butler. Sono migliaia di immagini straordinarie: oggi siamo tutti reporter con una videocamera da 16 giga, ma cent'anni fa c'era chi catturava i furori dell'attualità con un paio di fragili lastre in saccoccia.
E' così che la grande guerra ha avuto i suoi James Nachtwey: il mondo traballa, l'Europa è in fiamme e loro ritraggono "lo zar che passa in rassegna le truppe" o "un fante nelle trincee di Gallipoli". Wilhelm sveste i panni dello studioso e indossa quelli dell'appassionato: «Questi negativi sono unici perché erano là, in quell'istante, accanto ai soggetti che ritraggono».
Nel prossimo millennio Bill Gates sarà ricordato come il salvatore di questo patrimonio, Wilhelm ne è sicuro. Forse non è proprio così, forse anche per Wikipedia versione IV millennio la contea di Butler conterà meno dell'ms-dos. Ma di sicuro la caverna delle meraviglie mantiene più di quanto promette: si presenta con il ghigno di Cassius Clay, poi svela tutto l'osso del Novecento fino a radici che scavano parecchi anni più in là.
Tra i milioni di foto che la circondano, Ann Hartmann preferisce il ritratto del paffuto tredicenne Johnny Clem che nella sua bella divisa sembra pronto per giocare agli indiani. In realtà siamo nel 1860 e stiamo fissando il soldato più giovane della guerra civile americana. Fa una certa impressione. Come tutte le icone che non si perdono nella pioggia del tempo.
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