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Le Chiese di Milano sono Grandi

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ALTRE ARTI - Letteratura

Le Chiese di Milano echeggiano come otri vuote. I fedeli sono rari. Il
prete ci passeggia gobbo per sentire almeno i suoi passi.

Mi inginocchio nell’ultimo banco, prima di andare a scuola. Credo che mi
aiuti.

Le Chiese di Milano sono grandi e buie. Penso sia per via della nebbia
che c’era una volta. Una Chiesa con vetrate a colori luminosi non sarebbe
servita a nulla. Avrebbe intristito ancora di più i fedeli.

Io mi inginocchio e giungo le mani: è così che mi hanno insegnato a fare,
ma mi fanno male le rotule. Mi hanno detto che è un piccolo sacrificio
che posso benissimo sopportare per amore di Gesù.

Penso che Gesù mi abbia fatta brutta per uno scopo, ma non posso
occuparmene troppo mentre sono in ginocchio, perché è meglio che ripassi
a mente la grammatica greca, e quando non c’è la grammatica greca da
ripassare devo ricordarmi l’equazione degli asintoti e le derivate e la
battaglia di Hastings e tutta quella roba lì.

Mentre sono in ginocchio sento un odore che sale dal legno. Generazioni
di gomiti che ci si sono sfregati. O forse sono io che mando cattivo
odore: non mi meraviglierebbe. Chi è brutto manda sempre cattivo odore:
ne sono convinta.

Ce la farò? La domanda mi si aggira sempre per la testa.

 

L’ho vista anche stamattina nell’ascensore. Può essere che se ne sia
accorta che faccio apposta a incontrarla. In fondo sono maldestra, oltre
che brutta. “Quella grassottella” dicono di me quando non si ricordano il
mio nome. Lei ha sempre un tailleur pantalone, spesso nero, e non porta
la camicetta. Se uno si sporge un po’, sul davanti, nella scollatura, si
vede il bordo bianco del reggiseno con lo smerlo. Chissà che marca è.


Mi viene da domandarle come si è fatta quella cicatrice tonda sulla
guancia. E’ da un pezzo che vorrei chiederglielo. Non è una gran
cicatrice, e non la deturpa. Niente a che fare con i miei disgustosi
rotoli di adipe sui fianchi. Ma tant’è… una cicatrice è sempre una
cicatrice.

 

Lei si vede che è una decisa che sa quello che vuole: una donna manager,
tipo, che comanda a bacchetta e gli altri eseguono. Ha uno sguardo
invernale, lontano. Secondo me quando ti dice cosa devi fare pensa ad
altro.

 

Me, non mi degna di uno sguardo.

Sarei io che dovrei salutarla, lo so, ma mi muore la voce in gola quando
la vedo, così entriamo nell’ascensore, prima lei e poi io, e sento il suo
profumo di magnolia e sono convinta che lei pensi che io puzzo
anche  se mi sono appena fatta la doccia. Lei pensa ai fatti suoi e
io guardo il bordo del suo reggiseno con lo smerlo che non so di che
marca sia e poi lei se ne va e io vado a scuola. Ogni mattina è
così.

 

La Candida, che è poi l’unica amica che ho, se si può dire che è
un’amica, mi fa: “Ma perché ti ci sei fissata con quella?”. E poi
aggiunge: “Ti ci sarai mica innnamorata?”. A me mi si impaonazza tutta la
faccia quando dice così, perché mi sa che è vero che mi ci sono un po’
innamorata anche se alla Candida le dico: “Ma va… Ma che cazzo dici?”
però mentre glielo dico abbasso la faccia rapida che mi vadano giù i
capelli di lato sulle guance così che la Candida non veda che ci ho la
faccia rossa come i suoi capelli e forse anche di più, più cremisi
tipo.

 

E’ sempre stato così, che qualunque cosa mi dice mia madre o mio padre o
mia sorella Titti, io lo so che mi si impaonazza la faccia. Anche una
cosa banale, tipo: “Ma come cacchio ti sei pettinata stamattina?” e io ci
ho già le guance come la fascia di un cardinale, quella che porta in vita
sul vestito nero. “Sembri un gatto che è caduto nel Naviglio” mi dice la
Titti guardandomi i capelli ricci appiccicati al cranio con l’acqua per
farli sembrare meno ricci. Come apre bocca io sono già diventata porpora
in faccia.

 

“Hai dei bei coscioni” mi ha detto l’altro ieri il Camillo mentre ero
seduta da sola sul muretto, durante la ricreazione. Avevo il vestito di
cotonina leggera che per la verità è vecchio di due anni così che ci
scoppio dentro perché io sono “quella grassottella” e da seduta il
vestito mi era salito molto fin sopra le ginocchia e a dire la verità
quando mi siedo le stringo, le ginocchia, perché così mi ha detto di fare
mamma e anche la Titti, ma poi faccio fatica a tenerle strette, le
ginocchia,  e così ho paura che il Camillo mi abbia visto le mutande
e forse non me le ha viste solo lui.

Ho paura che succeda di nuovo, ecco di che cosa ho paura, che mi portano
in uno dei gabinetti della scuola e io non dico di no perché è
un’occasione unica per stare con i ragazzi perché sennò tutte stanno con
i ragazzi e io sono l’unica che resta sola, però, dopo che gli ho fatto
quello che vogliono a quattro o cinque, loro se ne vanno e a me mi rimane
quel vuoto allo stomaco che non ti dico, così non vorrei che succedesse
di nuovo.

 

Sono vergine. D’altra parte ho solo quattordici anni. Non sarebbe un po’
presto per non essere vergine?

Mi piace la strada che faccio tutte le mattine, il Corso di Porta Romana,
con le rotaie del tram che chissà quanti anni hanno e le facciate delle
case con i colori pastello e i pietroni della pavimentazione e la gente
che va e pensa ai fatti suoi e te nemmeno sa se ci sei.

Non so come si sta quando non si è più vergine. Forse lo stesso che a
essere vergini, soltanto che quando i ragazzi ti portano nel gabinetto
della scuola forse ti diverti un po’ anche tu.

 

Penso che dovrei farcela in fondo, che quelle grassottelle e con i
coscioni partono un po’ svantaggiate ma che alla fin fine possono farcela
benissimo anche loro. Non saranno mai delle veline di Striscia la Notizia
ma potrebbero diventare delle donne manager come la tipa che faccio in
modo tutte le mattine di incontrare in ascensore.

Delle volte ho pensato a lei quando mi sono toccata la sera nel letto, lo
ammetto, e forse allora ha ragione la Candida quando dice che mi ci sono
innamorata ed è da allora che non mi confesso più perché ho vergogna di
confessarlo, lo ammetto, così per penitenza mi inginocchio tutte le
matttine nel banco puzzolente di vecchi che mi fanno male le rotule nella
chiesa grande e buia che in pratica ci sono solo io e il prete che va
avanti e indietro gobbo con le mani dietro la schiena.

Penso che Gesù dovrebbe perdonarmi lo stesso, in fin dei conti, anche se
non confesso il mio peccato.

 

Ma lo so, diobuono se lo so: lo so che la tipa una di queste mattine “Mi
hai aspettato!” mi dirà sorridendo mentre la lascio passare per entrare
nell’ascensore e avrà un sorriso bellissimo con quegli occhi da gatto e
il profumo di magnolia mi andrà alla testa perché saprò che un giorno o
due dopo troverà il modo di portarmi fuori da qualche parte o in casa
sua, sì: come ho fatto a non pensarci? “Vieni a casa mia” mi dirà e io
potrò mettere finalmente la faccia nel solco del suo seno liberato dagli
smerli e candido e dolce e profumato e mi verrà da piangere, diobuono:
eccome se piangerò finalmente, come una fontana, e riuscirò a dimenticare
che ho i coscioni e che devo bagnarmi i capelli per tenerli piatti sul
cranio e non avrò più bisogno di farmi portare dai maschi nei cessi della
scuola per sentirmi come le altre perché ci penserà lei a farmi sentire
una regina.

Tutto finito.

E ho anche deciso: non le chiederò mai come si è procurata quella piccola
cicatrice tonda che ha sulla guancia. Gliela leccherò soltanto.

 

Ringrazio Fabrizo M. Pedroni per l’editing del racconto. Dice
Fabrizio: “E' evidente quanto ti affascini esser artigiano dell'universo
degli adolescenti e delle loro vite appena abbozzate, con tutto per
possibilità; E come sia emozionante vedere in qualcuno di loro l'ombra di
un'opera del Michelangiolo, pronta ad essere liberata dal suo carcere di
marmo, in altri la pupa di fragili farfalle e in altri ancora la larva
strisciante di un insetto del buio. Ma nessuno ancora corrotto, pur se
ognuno di loro, segretamente, aspira ad esserlo per sembrare più grande e
forte, per trovare quelle certezze che pensa esistano e quel senso,
oggettivo e grandioso, per cui si sente venuto al mondo, prima di
scoprire che non vi sono né certezze, né senso, tantomeno oggettivi e
ancor meno grandiosi.”
 
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