MARATONA RADICI MURO a 1000

Nel “grande” cinema accade che il regista spiega, illustra all’attore professionista ciò che vuole che si esprima con una determinata battuta, chiede,  e l’attore esegue, magari  interpretando a modo suo, sempre però coerente con la richiesta del regista, e il risultato funziona. Altrimenti si ripete. Perché un attore è in grado di modificare le sue performance. Regista-attore, un’interazione creativa. Come con gli altri artisti del set: fotografo, scenografo, costumista.

Nel cinema “povero” – tranne ovviamente quando un regista fortunato possa contare su un attore professionista –  è stimolante gestire il set, sempre da un punto di vista della recitazione, per motivi opposti e per un regista impegnato a creare i personaggi, flessibile nel modificarne la personalità nei limiti del consentito dalla storia che si narra, per un regista sensibile alle sfumature interpretative. A una persona per la prima volta davanti alla telecamera, che non ha mai interpretato un ruolo a teatro, e che si trova nelle condizioni di dover esprimere emozioni e sentimenti che non sono suoi, cosa può dire il regista del cinema povero? Non gli può chiedere nulla. E allora?

Visconti era un mago o sapeva come fare? Con  La terra trema ( 1948 ), ispirato  ai Malavoglia, dove dei veri pescatori diventano interpreti di un dramma sociale, Visconti si è imposto nel panorama del Neorealismo italiano. Il film narra la storia di una famiglia di pescatori che non accetta che altri controllino il mercato del pesce. Il grande regista  affida a interpreti non professionisti le espressioni di personaggi all’interno di un  tema che tratta di ribellione, gente che lavora contro gente che non lavora e pure detta legge e si impone. Un capolavoro, ma non un caso unico. Molti altri registi hanno provato e ci sono riusciti. Sono convinto che non è questione di magia e chi riesce sa come fare. Col cinema povero intanto il doversi “accontentare” di attori non professionisti può essere una necessità. E nel cinema povero di rado i registi “tirano fuori” l’interprete da una persona che non ha alcuna esperienza di recitazione. E’ forse il più grave limite di questo cinema e di questi registi.

Quale via si può seguire, anche se resta disseminata di difficoltà?

Per prima cosa il regista del cinema povero deve essere “sensibile” alla recitazione. Se il regista è un filmaker troppo attento alla telecamera che non molla a nessuno, oppure se elegge come interlocutori soltanto il direttore della fotografia e l’operatore, il suo corto avrà cattivi attori. Essere “sensibili” alla recitazione vuol dire avere le conoscenze per individuare il buon risultato nella interpretazione, sapere cosa significa essere un interprete che esprime in modo convincente il personaggio, che ne comunica gli stati emotivi; vuol dire anche avere il gusto della interpretazione, del mettersi nei panni di un altro.  Un tale regista si preoccupa sin dall’inizio che nella sceneggiatura si utilizzi il dialogo con parsimonia, solo frasi essenziali,  e che si faccia più affidamento alla recitazione “muta”, che può essere più facilmente controllata dal regista. Questo stesso regista dedica del tempo alla preparazione degli interpreti con incontri finalizzati a studiare i personaggi del film.

Inoltre il regista del cinema povero, che dirige interpreti inesperti, deve “studiarsi” queste persone, proprio come persone, nel senso che deve apprendere quali possibilità offrono le loro espressioni facciali, le posture, i gesti. Per prendere, anche a loro insaputa, ciò di cui ha bisogno. Questa si può definire recitazione muta e inconsapevole.

Un esempio concreto per spiegare cosa intendo con recitazione muta e inconsapevole.

Per un mio cortometraggio a un certo punto della storia il ”mio” interprete, non attore, doveva esprimere sconcerto. Lo sconcerto è difficile già per un attore, figurarsi per una persona che non ha mai provato a “recitare”. Mettetevi davanti allo specchio e cercate di esprimere ciò che dovreste provate di fronte a qualcosa che vi sconcerta, che vi spiazza. Sarete poco convincenti. Così il fotografo ed io avevamo questo problema.

Dopo vari tentativi ho pensato che se il “mio” attore  fosse stato  “ripreso in primo piano”, avrebbe mostrato inequivocabilmente che la sua espressione non era consona con ciò che avrebbe dovuto provare, e quindi non avrebbe comunicato agli spettatori lo sconcerto del personaggio. Così ho proposto una soluzione drastica: riprendere un primo piano, ma di profilo. Immaginate la guancia del personaggio che sta vedendo insieme allo spettatore l’evento che lo sconcerta. In questo modo lo spettatore non  vede la sua espressione, ma la immagina.   E il direttore della fotografia subito dal canto suo ha pensato di creare un’ombra che incupisse. Il risultato era accettabile. Meglio ancora se dopo qualche secondo il personaggio gira un po’ la testa, rivela interamente il profilo e lentamente si allontana. La sua scarsa reazione espressiva può essere scambiata per “un restare perplesso” di fronte all’evento. Il risultato è migliorato. Insieme al fotografo ho costruito lo sconcerto del protagonista a insaputa, in un certo senso, dell’interprete.

Con questo non voglio dire che sono bravo e che so come fare. Semplicemente che ho meditato su questo problema del cinema povero. Credo di sapere quali competenze bisogna avere. E nell'esperienza che ho riferito, in qualche modo sono riuscito a realizzare il mio intento con l'aiuto del fotografo.

Maurizio Mazzotta www.essereuomo.it

Fare cinema

di Maurizio Mazzotta

La recitazione  nel cinema povero

 

 

 

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