L'Italia che vale
| CONCORSI Cortometraggi - RISULTATI |
Appunti di una signora poco diplomatica
Per una serie di circostanze mi sono ritrovata il 25 aprile alla serata conclusiva del concorso “Corto in Stabia” Festival della Creatività a Castellammare di Stabia, città campana in provincia di Napoli.
Di questa città e del suo Festival della Creatività, ormai alla quarta edizione, vorrei appuntare qualche nota personale, solo alcune impressioni sul nostro Sud rimasto intrappolato in un destino infame, sullo stato attuale della cultura in generale e sulla scuola, la vituperata scuola italiana, stremata dalla demagogia, dall’incompetenza e dall’arroganza di ministri come Brunetta, Bondi, Gelmini e Maroni.
Teniamo dunque bene a mente questi quattro nomi al fine di valutare, e di far pesare, a tempo debito, i risultati delle loro scellerate azioni:
- il primo ha mortificato la professionalità docente assimilandola al ceto impiegatizio e inquadrandola nello schema preconcetto della pubblica-amministrazione-fannullona;
- il secondo ha sferrato colpi mortali alla cultura, interessandosi più allo smantellamento che all’affermazione di un’idea di Stato promotore e garante dello sviluppo culturale in tutti i suoi linguaggi espressivi;
- la terza è riuscita magistralmente a far decadere la scuola pubblica al ruolo di azienda in dismissione, attivandosi con ogni mezzo alla demolizione;
- il quarto ha avuto la capacità di estendere la normativa xenofoba e razzista proprio a quel luogo – la scuola - deputato da sempre all’educazione, all’inclusione e all’integrazione, non solo proclamando l’apartheid delle classi speciali per gli immigrati, ma anche conferendo ai presidi il mandato della delazione per escludere dall’istruzione gli immigrati clandestini.
Castellammare di Stabia mi appare subito come l’emblema delle contraddizioni che ci attanagliano: un grumo fatiscente di cemento dentro un paesaggio da mozzare il fiato, una città che potrebbe essere una perla deposta tra la montagna e il mare e che, invece, ha esasperato i tratti del fascino perverso e decadente di ogni fine impero.
Qui l’essere umano sperimenta, quotidianamente, la lotta per la sopravvivenza: strappare terra alla Terra per costruirsi un tetto, affermare necessariamente la legge del più forte, del più dritto, del più veloce per non rimanere intrappolato tra le scatole di latta a quattro ruote.
Per questo, forse, resto impressionata dal gran numero di ciclomotori di svariate cilindrate che ronzano nel traffico con irruenza. Corrono veloci zigzagando, sfrecciano con veemenza ignorando i pedoni, sorpassano da destra e da sinistra, s’infilano senza alcuna delicatezza tra le auto incolonnate. Ogni moto trasporta da uno a quattro passeggeri: intere famigliole: maschio al volante, figlioletti in fila sul sellino, femmina in coda a chiudere il trenino. Tutti, rigorosamente, senza casco. L’unica regola, comune e condivisa, è la trasgressione delle regole. Specchio di un’Italia in cui l’illegalità sta diventando norma. Nell’Italia della legge ad personam, come il politico si fa la sua autoproclamandosi immune, così il cittadino sancisce la propria per non esser da meno.
Colpisce la giovane età dei genitori in motoretta: poco più che ragazzi, adolescenti precocemente assurti al ruolo genitoriale. Viaggiano veloci sulle moto, con l’espressione della faccia quasi assente. Il maschio dirige con maestria ed abilità consumata. La femmina appare alquanto annoiata. I bambini sul sellino hanno lo sguardo serio e stralunato. Se si stanno cagando sotto mentre il padre azzarda un sorpasso a rischio schianto contro un palo, non lo danno a vedere. Siamo nella giungla e deve compiersi il rito: di qui a poco questi bimbi avranno un ciclomotore vero.
Per adesso, i più fortunati, ne hanno uno a batteria, di plastica, rosa per le femminucce, azzurrino per i maschietti. Sono i figli di coppie benestanti dai gusti più tradizionali. Queste famigliole raggiungono in auto il lungomare, parcheggiano nei pressi della stazione, scaricano il giocattolo a batteria, piazzano il bimbetto sul sellino e via. Il piccolo centauro avanza, attenzione!
Assisto stravolta alla routine stabiese del giorno di festa, provando l’impulso di fuggire. Ma dove? Da qualche parte dovrebbe pur esserci il mare, sicuramente c’è, oltre il labirinto di strade dissestate e di palazzi affastellati in barba ad ogni piano regolatore.
Seguo la corrente, mi abbandono al flusso scalmanato di auto e moto che pare dirigersi verso un’unica meta. E finalmente eccolo, il mare! Ma cosa vedo? Una specie di discarica si distende lungo tutto il litorale…
Il cine-teatro Montil, dove si terrà la manifestazione, è vicino al porto, all’altro capo del Lungomare. Mi tuffo dunque nella bolgia infernale e vado... Qua e là cartelli con divieto di balneazione e un mix micidiale di odori: da quello forte e pungente del mare a quello acre di frittura. Si frigge a tutto spiano presso i chioschetti sul Lungomare: patatine, crepes, crocchette, popcorn, zucchero filato… Un’oasi mangereccia si dipana tra la ringhiera e il palmeto, dove la gente passeggia creando capannelli intorno alle bancarelle degli extracomunitari che offrono splendide borse prada-fendy-yvessanlaurent a venti euro, occhiali carrera a euro cinque e cinture dolce-e-gabbana a soli dieci. Il tutto perfettamente griffato, con marchio interno e dettagli ben curati.
Sulle panchine gli Stabiesi consumano patatine fritte e gelati, lasciando che il vento porti via piatti di plastica, forchettine e tovaglioli unti. Penso a Milano, alla proibizione di mangiare in strada e penso ai sindaci leghisti che hanno decretato la fine del kebab destinando al fallimento le friggitorie. Penso all'Italia emblema degli eccessi. Alla difficoltà di trovare un punto di equilibrio tra la repressione e questa forma di libertà totale e primitiva, sprezzante dell'ambiente e di ogni norma di buona educazione.
Tutto mi sembra troppo. Qui tutto è troppo. E infattii, oltre il marciapiede, il traffico è bloccato. Si circola su una sola corsia; l’altra è transennata per lavori di rifacimento stradale. Un pullman gran turismo non ce la fa a svoltare. Un cittadino sposta le transenne per agevolare la marcia del pullman, ma i veicoli ne approfittano per sorpassare. Il pullman resta paralizzato in mezzo alla strada e non c’è un vigile neanche a pagarlo a peso d’oro. Ma dov’è l’esercito di La Russa che dovrebbe garantire l’ordine e la sicurezza nelle strade?
Qui un ruolo sociale determinante lo assolvono i gestori dei parcheggi. Al porto ce n’è uno grande, vicino al Montil. Ma il cartello all’ingresso è un poco inquietante: la direzione declina ogni responsabilità per eventuali furti e danni.
Al cine-teatro arrivo stravolta. Sospettosa. Diffidente. Invece alla reception vi è una giovane, splendida donna, che accoglie gli ospiti con un sorriso gioioso e rassicurante. Scoprirò poi che è la dottoressa Maria Rosaria Di Maio, direttore organizzativo del Concorso Internazionale di cortometraggi “Corto in Stabia”.
Alle 21,30 ha inizio la manifestazione: un bell’esempio dell’Italia che vale e del Sud che non vuole lasciarsi sopraffare dalla bolgia infernale dell’incultura. Il teatro è stracolmo di gente arrivata da ogni parte d’Italia: genitori, insegnanti, studenti. Tutti, rigorosamente, arrivati a proprie spese. Saranno premiati i cortometraggi realizzati dalle scuole: un campionario eccellente della scuola italiana che funziona e che, a dispetto della Gelmini, si regge e non vuole mollare; la scuola che riforma la didattica davvero, sperimentando linguaggi nuovi, magari con mezzi di fortuna, amatoriali, il più delle volte con le videocamere messe a disposizione dagli stessi professori. La scuola degli insegnanti che stimolano nei loro allievi interessi e passioni, promuovendo la ricerca del bello, l’affinamento del gusto estetico, l’interesse per la ricerca, la definizione dell’immagine che trasmette il messaggio, la creazione dell’intreccio di una storia, la costruzione di un personaggio, a dispetto di Bondi che affossa il teatro e la cinematografia. La scuola che, nonostante Maroni, realizza l’inclusione, l’integrazione, l’intercultura, le pari opportunità, la solidarietà.
La manifestazione si apre con la proiezione di un filmato sull’Abruzzo ed è un bel modo per ricordare a tutti, in un momento di festa, che altrove, invece, la ferita è aperta e ci riguarda tutti. Musica e immagini soltanto, senza alcun commento. Diversamente dalla frenesia parolaia rovesciata in questi giorni dai mezzi di informazione e dallo show dei politicanti in passerella.
La premiazione si svolge sobriamente: bravi ed affabili i due conduttori, Alfonso Senatore e Tiziana Adolescente; competente ed eclettica la Di Maio che, adesso in abito da sera, fa un po’ di tutto: presentatrice, valletta, commentatrice; perfetta la regia di Onofrio Brancaccio.
257 i cortometraggi in concorso, 12 i riconoscimenti assegnati e tantissime le menzioni. Sul palcoscenico sfilano i rappresentanti delle scuole premiate: studenti ed insegnanti ritirano la targa o la statuetta “Scugnizzo in azione”, scolpita nella pietra lavica dallo scultore Antonio Carotenuto.
Qualche intervento da parte dei protagonisti, qualche battuta, ma è uno studente che ci fa tremare, uno degli attori del cortometraggio in digitale “5.8” realizzato dai ragazzi del progetto “Ciak a Scuola” che hanno lavorato sotto la guida del regista Renato Francisci. Dal palco, seduto in carrozzella, con voce ferma e decisa, chiede a noi adulti e alla società intera di abbattere le barriere mentali, quelle che ancor oggi impediscono ai diversamente abili di diventare attori e di portare sulle scene l’abilità nella recitazione ripulita da ogni pregiudizio e ristrettezza mentale.
La premiazione si conclude alle 23,30, ma la serata non è finita. Gli ospiti vengono invitati in galleria, dove è stato predisposto un buffet. Nel mormorio sommesso gli ospiti si dirigono al piano inferiore del cine-teatro multisala. Flebili fiammelle, disposte sui tavolini tondi con i vassoi, illuminano soffusamente l’ambiente. In fondo si spalanca una terrazza sul mare. Nella notte esplodono i tremuli riflessi delle luci sulle onde appena increspate. Sulla costa opposta si stagliano imponenti i contorni del Vesuvio. Dal piano bar giungono le note di “Figli delle stelle” e non poteva esser scelta musica migliore per rendere la magia della serata.
Accendo una sigaretta e, insieme al fumo (purtroppo), inspiro, dopo mesi e mesi di dolore interno e di senso della fine, aria di libertà, profumo di mare, speranza… Attraverso la porta-finestra osservo i ragazzi felici: si sono messi in cerchio e ballano, dapprima timidamente, poi sempre più sicuri. Vengono dall’estremo sud, dal centro e dal nord dell’Italia, non si conoscono, ma sono amici da sempre. Nessun politico ottuso potrà far credere loro il contrario, deturpare il ricordo di quest’esperienza insinuando iil germe del pregiudizio e della discriminazione. Penso che forse questa è l’unica strada e bisogna continuare. Bisogna continuare a lavorare, non lasciarsi distruggere, non lasciarsi logorare, non arrendersi, non smettere di credere che le cose possano cambiare. Lavorare e resistere… Attendere.
da: http://diario_estemporaneo.ilcannocchiale.it/
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