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Gabriele Salvatores: voglio un cinema d'effetto

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Santa Sofia Street. Brusìo di voci arabe in lontananza, anziani venditori di tappeti Kilim ai lati delle strade, intorno un dolce profumo di menta. Una misteriosa ragazzina bionda, inseguita da un manipolo di minacciosi avventori, fugge impaurita lungo i vicoli della medina infilandosi in un tunnel che conduce alle catacombe di San Paolo, dove la leggenda vuole che l'apostolo arrivó casualmente intorno al 60 dopo Cristo, in seguito a un naufragio. Il regista batte silenziosamente le mani, immaginando di accompagnare la scena con il ritmo delle percussioni berbere. «Ottima» dice soddisfatto. «Facciamo l'ultima». Il direttore della fotografia, suo compagno di baldorie dai tempi di Marrakesh Express, primo episodio della cosiddetta trilogia della fuga, si avvicina e, sorridendo, gli chiede: «Questa atmosfera che film ti ricorda?». Il tempo di memorizzare qualche fotogramma e arriva la risposta: «Certo, l'Otello di Shakespeare, girato in Marocco! Che genio Orson Welles, non aveva i costumi e li fece girare nudi nel bagno turco».

Siamo a Malta, che fu città araba prima di trasformarsi in una roccaforte della cristianità, ma è come se fossimo a Rabat, dove Gabriele Salvatores ha ambientato la scena iniziale dell'atteso sequel di Il ragazzo invisibile, il film (prodotto da Indigo e Rai Cinema) che racconta le avventure "speciali" dell'adolescente Michele Lorenzi, il primo supereroe della storia cinematografica italiana. Che nell'autunno del 2017, più grande di tre anni e più consapevole dei propri poteri, tornerà sugli schermi per una nuova puntata della saga.

«Mi intrigava la possibilità di fare una sorta di Boyhood ma su un supereroe» racconta il regista durante una pausa dell'ultimo giorno di riprese. «È nel dna dei film su questi personaggi l'idea che la storia non finisce. Poi devo confessare che mi sono molto affezionato al personaggio del ragazzo invisibile che possiede un superpotere ma non sa bene come usarlo. D'altronde quale adolescente non ha mai desiderato almeno per un momento di esserlo?».

Per raccontare il film senza spoilerare, Salvatores utilizza una frase presa in prestito da Freud: «Se veramente vuoi possedere quello che i tuoi genitori ti hanno lasciato devi riconquistartelo». Ma rivela che l'esistenza del protagonista sarà messa a dura prova dall'entrata in scena di due nuovi personaggi, la sorella Natasha, anche lei dotata di potenti superpoteri, e la madre naturale, Yelena. «È un film più maturo, più dark, più spettacolare e per certi aspetti più bello del precedente», che gioca con il fantasy e fa il verso al mondo dei supereroi «per parlare di scelte di vita e trattare in maniera diversa un tema centrale come quello dell'adolescenza».

Costato circa 8 milioni di euro, il film prova a spostare in avanti il rapporto del cinema italiano con i visual effects, elevando il livello di complessità. Per la prima volta in Italia è stata infatti realizzata un'inquadratura totalmente generata al computer, grazie a una tecnica chiamata full computer graphics, molto utilizzata in America per budget che superano i 100 milioni di euro ma assolutamente inedita per produzioni low cost.

«Tutto sarà digitale, gli attori, il contorno, gli oggetti, i veicoli, ma sembrerà foto-reale, nel senso che in mezzo a una sequenza non si noterà l'inquadratura virtuale» racconta Victor Perez, digital compositor e supervisore degli effetti speciali, arrivato a Malta direttamente da Copenaghen dove sta lavorando, segregato, al nuovo Stars Wars. «La cosa più difficile» aggiunge «è far sembrare reale qualcosa fatta al pc, perché i computer sono ottimi per realizzare cose perfette ma meno bravi a ricreare l'imperfezione della natura».

L'inquadratura totale, che vedrà impegnato un personaggio di nome Roccia intento a fermare un furgone a tutta velocità, durerà 20 secondi e per realizzarla sono stati impiegati 25 specialisti. C'è chi modella gli attori scannerizzati in 3D, chi lavora sull'animazione, chi si occupa di espressioni facciali e chi è specializzato nella cosiddetta cloth simulation, la fisica dei vestiti. Victor coordina tutta la baracca, una sorta di regista degli effetti speciali.

«Miles Davis chiamò Coltrane per il suo quartetto dicendo: non cercavo un sassofonista, ma qualcuno che cambiasse la musica. Ecco, è quello che voglio fare con Victor» dice sorridendo Salvatores, un regista che ha iniziato a lavorare con gli effetti speciali già ai tempi delle atmosfere cyberpunk di Nirvana, nell'oramai lontano 1997. Un azzardo che allora molti non compresero del tutto. «Mi ricordo che un incredulo Cecchi Gori, il produttore del film, andava in giro dicendo: "Questo è pazzo, ma come si fa a dire di no a uno che ha vinto l'Oscar?"». Invece fu uno dei film di fantascienza italiani di maggior successo e, secondo Quentin Tarantino, uno che sull'intreccio di generi ha costruito una carriera: «Il miglior film italiano di fantascienza di sempre».

Del resto non è certo una novità l'atteggiamento claustrofobico del cinema italiano, quando si tratta di sperimentare e rischiare più del consueto. «Diffidenza e resistenze ci sono sempre, basterebbe vedere quanti anni ha impiegato Gabriele Mainetti per trovare i fondi per realizzare Lo chiamavano Jeeg Robot» dice il regista. «D'altronde per lungo tempo abbiamo scelto di non frequentare i famosi generi – western, giallo, fantasy – perché considerati di serie B, un po' come accadeva una volta in letteratura per i polizieschi. C'era questa fissazione dell'autore che deve raccontare la sua visione del mondo, senza però ragionare sul fatto che quella stessa visione poteva essere raccontata anche attraverso una storia diversa. Possiamo dire di essere stati stati in parte frenati, cinematograficamente parlando, da due genitori fantastici ma ingombranti come il neorealismo e la commedia all'italiana».

Da tempo invece il regista di Mediterraneo ha scelto la strada di una personale contaminazione tra generi cinematografici. Per sfida, curiosità e forse per non rischiare di rimanere imbrigliato dentro qualche stereotipo autoriale. «Non voglio fare le cose che so già fare, ma cercare nuovi territori. In tal senso l'Oscar è stato un gran colpo di fortuna, perché mi ha permesso di rischiare. Tra l'altro in quell'edizione, l'ho sempre detto, avrebbe dovuto vincere Lanterne rosse, che era il film più bello».

I temi del suo cinema però, seppur declinati differentemente, rimangono gli stessi di sempre: la fuga, il viaggio, l'amicizia, il senso ultimo dell'esistenza. «Questa volta abbiamo provato a fare qualcosa di nuovo per il cinema italiano, ricreando personaggi in carne e ossa totalmente in 3D. La creatività oggi è nella post-produzione. In fondo il gioco che abbiamo fatto tra super eroi e effetti speciali è quello di rendere esterni sentimenti interni. Bisognerebbe anche ricordare che gli effettispeciali sono solo dei colori su una tavolozza, se non sai cosa disegnare non ti basteranno i colori del mondo. La magia vera, nel cinema, è ancora in quella zona libera che uno lascia all'immaginazione dello spettatore».

di   (9 dicembre 2016)

 

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