Parte Science+fiction festival
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Al via il Science+fiction festival di Trieste. Inagura Roger Corman, a seguire i primi film della sezione Neon (concorso) e quella dei cortometraggi, in lizza per un premio per il miglior corto di genere fantastico europeo
Il cinema di genere (in tutte le sue sfumature: dalla fantascienza all'horror, al fantastico) è quello che più di tutti riesce a penetrare nelle viscere della contemporaneità, svelandone orrori e paure, materializzandone i sogni e le speranze, denunciandone storture e paradossi. I generi sono la pancia della Storia, un cinema che non ha paura di immergersi nell'intimo dell'uomo, sondando quell'inspiegabile che alberga le nostre esistenze individuali e sociali. Il science+fiction - Festival internazionale della fantascienza di Trieste, giunto alla sua nona edizione, è uno dei maggiori riferimenti internazionali del settore e anche quest'anno propone un programma ricchissimo, tra ospiti, retrospettive, incontri e novità. Ad aprire le danze è Roger Corman, regista e produttore statunitense, che con i suoi oltre cinquanta film diretti e i suoi oltre trecento prodotti ha attraversato la storia del cinema americano e mondiale fino ad oggi, imponendosi come uno degli interpreti maggiori del cinema di genere e indipendente dagli anni '60 a oggi. Mestierante e autore, regista commerciale e sperimentatore radicale, Corman è stato (ed è) un grande scopritore di talenti, lanciando a suo tempo quei registi che sarebbero stati alla base del new cinema americano e che oggi sono tra i più importanti registi viventi: si va da Coppola a Scorsese, da Cameroon a Bogdanovich. Non stupisce, allora, che sia proprio lui ad aprire il Science+fiction di quest'anno, dedicando moltissimo spazio al pubblico (due incontri col pubblico e una masterclass agli universitari, oltre che una tavola rotonda sulle trasposizioni cinematografiche di Edgar Allan Poe, di cui è stato pioniere) e al suo cinema (cinque i film presentati in retrospettiva, di cui quattro tratti e ispirati dai racconti di Poe).
Corman, tanto con la stampa, quanto durante la sua lectio all'università, non si risparmia mai, soffermandosi sugli argomenti più disparati; si inizia dal suo ruolo nel cinema negli anni '60: "Gli anni '60 sono stati un decennio molto tumultuoso per l'America: la contestazione per la guerra in Vietnam, finì per coincidere con la contestazione giovanile, aprendo un conflitto generazionale. All'epoca mi sentivo un membro della controcultura, così, terminato di girare i film tratti da Poe, inizia ad andare a girare per le strade, alla ricerca di ambientazioni realistiche. I primi due film della trilogia (Wild Angels e The Trip) - ora la chiamo così, ma ai tempi li consideravo solo una alla volta - ebbero un grosso successo di pubblico e giudizi critici contrastanti - ma entrambi furono selezionati a Venezia, mentre il terzo, Gas-s-s, che coincise con un mia delusione per il movimento della controcultura e che quindi ne denunciava le mancanze, non ebbe lo stesso successo". Poi Corman allarga il campo, andando a parlare di cinema indipendente e di low budget: "Negli anni '60 per qualche inspiegabile ragione i film prodotti dalle major hoolywoodiane erano percepiti come film per gli anziani, o comunque per gli adulti, mentre quello indipendente finì per coincidere con l'idea di "film per i giovani": i più giovani si identificavano con quel tipo di cinema, facendolo loro. Ironia della sorte, gli autori che uscirono da quel tipo di cinema finirono per essere di fatto Lo studio system negli anni ‘70" e ancora " Il low budget per me - e ai mie tempi, non era più di centomila dollari, mentre ora si parla di low budget anche per film sui quattro milioni di dollari; in ogni caso, rapportando le condizioni odierne, potrei definire low budget i film prodotti sotto il milione di dollari" e quindi a proposito della crisi del cinema americano: " è una tendenza naturale di una certa età quella di beatificare gli anni in cui si è vissuta la propria giovinezza e di demonizzare l'epoca attuale. Però c'è anche una parte di verità in questa affermazione. Sotto un profilo tecnico il cinema americano è andato solo migliorando. Mai si sono visti dei film così tecnicamente perfetti e curati. Questa perfezione tecnica è andata a discapito della parte narrativa, sempre più fredda e impersonale. Negli anni '60 si potevano prendere posizioni controverse e rischiose. Oggi i film costano così tanto che non più possibile permettersi di scontentare qualcuno"; il discorso finisce allora, inevitabilmente su Michael Moore: "Moore è un grande cineasta proprio perché ha il coraggio di portare avanti un proprio punto di vista. È uno dei pochissimi registi realmente indipendenti, non solo produttivamente, ma anche ideologicamente: non solo prende posizioni controverse, ma si compiace di prenderle e in più ha anche successo" Sperimentazione e commerciabilità, due aspetti da sempre cari a Corman: il messaggio sociopolitico ci può stare, ma non deve mai essere il centro del plot, ma solo il sottofondo. Avendo sempre messo i soldi di tasca mia ho sempre dovuto tener conto del fattore commerciale, tenendo conto del fatto che un film deve soprattutto, e in primo luogo, intrattenere", specificando però che ad avere la maggiore attenzione è sempre la soluzione narrativa: " Mi piace raccontare storie, ne sono sempre attratto. In fase di scrittura la drammaturgia ha sempre un posto predominante. Non ha senso che io scriva scene con grandi effetti speciali se so di avere un budget inferiore: quindi già dallo script devo ingegnarmi nel trovare delle soluzioni narrative che suppliscano queste mancanze". Corman è un fiume in piena e ne ha per tutti: per il new horror (lo trovo un modo troppo facile per attirare l'attenzione dello spettatore: si inizia un processo che non ha fine; se scopro che far vedere una mano che viene staccata dal braccio funziona, la prossima volta taglierò la spalla, poi il corpo e via dicendo"), per i remake ("sono una facile soluzione commerciale. Certo è sempre più difficile essere originali: io stesso spesso ricorro a situazioni prese altrove") e perfino per Quentin Tarantino ("non ho apprezzato molto l'operazione di Grindhouse, non capisco il senso di dover riproporre l'atmosfera produttiva degli anni '60: Tarantino è molto più bravo quando fa quello che deve fare, facendo il cinema a aprtire dagli anni che ha vissuto e sta vivendo, come Pulp Fiction, Le iene e Bastardi senza gloria"). Infine, Corman getta un occhio sull'era del digitale: "Senz'altro la tecnologia può aiutare i giovani cineasti, grazie al fatto che ha reso i mezzi di ripresa più flessibili e maneggevoli, abbattendo allo stesso i tempi i costi e migliorando la qualità complessiva; inoltre c'è la possibilità di poter girare direttamente all'esterno e al di fuori dagli studi, usando set reali" e sul fenomeno crescente del No budget: "Sono favorevole a questo movimento, perché consente al maggior numero di persone possibile di sperimentare nella produzione di un film. Certo, la Maggior parte dei film girati in questo modo non sono all'altezza e solo pochissimi di loro potranno divenire dei cineasti" La lunga lezione di Corman non risparmia gli aneddoti e le situazioni più o meno divertenti, rivelando perfino qualche trucco del mestiere - come quando, per non dover pagare una piazza per usarla come set, nascose la camera sul sedile posteriore della sua auto e facendo camminare tra la folla i suoi attori, ottenendo centinaia di comparse gratis - facendo della sua masterclass una vera e propria chicca per gli appassionati del genere, o anche solo per chiunque ami il cinema.
Non solo Roger Corman. In contemporanea con la retrospettiva dedicata ai suoi film tratti da Poe, inizia anche il concorso vero e proprio, tanto per i lungometraggi, tanto per i corti. Ad aprire le danze è il documentario fantascientifico - ma neanche troppo - The Age of stupid di Franny Armstrong, che vede Pete Postlethwaite interpretare il custode solitario di un archivio mondiale dell'umanità, costruito in seguito alle catasrofi naturali e ambientali dovute all'aggravamento dell'effetto serra. Qui il custode, sfogliando un archivio digitalizzato della storia dei cambiamenti climatici fino al 2050, anno in cui è ambientato il film, rimonterà a suo piacimento quattro documentari della nostra epoca, dimostrandoci come la nostra sia un'epoca della stupidità dove il problema del clima e dell'ambiente viene semplicemente ignorato, sperando - ingenuamente - che tutto così si risolva. Il film - che ha un'ottima idea di partenza e una potenzialità cinematografica non indifferente (il custode è di fatto regista dei quattro documentari che vengono montati con ritmo e logica narrativa - fino, parzialmente, a collegare i protagonisti di tutti e quattro i doc in un'unica vicenda, per quanto non vera e finzionale essa sia), ma paga lo scotto di fare del cinema di servizio - in fondo è un doc ce è stato perfino mostrato all'ONU, rischiando in diversi e ampli tratti l'allarmismo sensazionalista, aggravato da altri documentari di raccordo infilati qua e là che finiscono solo per allungare il brodo, laddove l'intreccio dei quattro documentari sarebbe bastato e avanzato. Documentari, che, nello specifico, sono molto interessanti, dedicandosi ognuno ad un uomo o una donna provenienti da diverse parti del mondo (Stati Uniti, India, Regno Unito, Nigeria), alle prese ognuno con i suoi problemi, diversi, ma ugualmente importanti per la vita del singolo nel suo contesto specifico: l'intreccio di montaggio delle varie vicende restituisce le complessità tanto dell'essere umano in generale quanto delle varie società in cui ci troviamo, facendo emergere paradossi e affinità dell'umanità intera.
Il secondo film presentato per la sezione Neon e il film d'animazione Metropia dello svedese Tarik Saleh, già coautore di alcuni documentari politici con il noi ormai noto Erik Gandini (Videocracy). Il film, ambientato in un'Europa sconvolta dal clima e dalla crisi, in mano economicamente ed economicamente da un unico gruppo commerciale che ha collegato l'intera Europa in un un'unica, immensa, rete metropolitana, sfrutta una animazione particolare basta sull'alterazione digitale tramite un programma creato appositamente per il film di immagini fotografate, restituendo sia visivamente che per l'animazione (a scatti e accennata) l'impressione di assistere a delle marionette simili a quelle leggendarie di Thunderbolt. Nonostante le premesse interessanti, il film pecca tanto per la qualità della storia (dovrebbero leggere i nostri pensieri attraverso...uno shampoo?), tanto per il ritmo inesistente del film, un continuo vagare senza senso da una parte dell'Europa in metro, il tutto appesantito da un eccessivamente plumbea atmosfera alla lunga insostenibile.
Ultimi, ma non ultimi, sono stati presentati, durante un'unica tranche monster, tutti i cortometraggi in concorso (14, più alcuni fuori concorso). I film, di durate variabili e girati in diversi supporti (dalla pellicola al digitale, dall'animazione 2D a quella Flash), si sono contraddistinti per la varietà dei temi affrontati (con alcune significative ricorrenze come la diffusione di epidemie di ogni sorta con esiti devastanti, tema di partenza di moltissimi dei film presentati) e per la sicurezza formale dimostrata - a prescindere dal valore dei singoli film - dalla maggior parte dei cineasti in concorso.
Ad imporsi su tutti è Else, del giovane regista francese Thibault Emin, cortometraggio che fa della sua forza l'idea di partenza, una riflessione - che è anche metafora dell'accettazione delle proprie paure e del diverso come nel recente Lasciami entrare - sulla contaminazione e fusione del corpo con altri corpi e con gli altri oggetti propria di cineasti come Cronenberg e Tsukamoto, non sempre sostenuta però da una realizzazione davvero all'altezza (mancanza perdonabile visto i mezzi a disposizione: il corto è stato realizzato in una scuola di cinema francese).
Ben giocati su uno degli stilemi narrativi propri della fantascienza e dell'horror, ovvero il ribaltamento, sono i corti In Chambers, Mauvaise error e Vespers (apprezzabile di questi ultimi la semplice ma efficace ironia macabra), rispettivamente del norvegese Aleksander Leines Nordaas, del belga Xavier Hibon e dei britannici David lilley e Stephen Gray.
Formalmente interessanti, ma narrativamente poco efficaci, incomprensibili o monchi sono Danse Macabre - che a tratti pare uno spot di un qualche profumo - del Canadese Pedro Pires e Konvex dello svedese Johan Lundh, che pur avendo qualche bello spunto, sembra non avere alcuno sbocco, risultando monco e inutilmente enigmatico.
Ugualmente ben realizzato - manierista, ma bella animazione in 2D in stile anime del genere steampunk - è La Main de Maitres dei Francesi Clèment Delatre e Looky, anche se narrativamente povero.
Il piccolo The traveller, dell'inglese Uisdean Murray, è un grazioso divertissement che gira intorno al più classico dei paradossi temporali, mentre Plague di Matt Simpson e Joseph Avery - sempre britannici - è la solita tiritera sull'unico sopravvissuto all'invasione degli zombie: il corto se non altro regala qualche perla di ilarità involontaria (come gli zombie che inutilmente cercano di acchiappare il nostro eroe...in bicicletta!).
Appartengono invece alla sempreverde categoria dell'inutile Cìclope, dello spagnolo Carlos Morett - che punta tutto sugli effetti e l'ambientazioni simil ibrido tra Blade Runner e Guerre stellari - e il bosniaco Man Still Goes to the Moon di Dregan Rokvic - che punta tutto su un irritante finto cut-out sketchato animato in flash. A entrambi stiamo ancora cercando un senso.
Ugualmente inutile, ma per di più citazionista e pretenzioso è lo spagnolo Breed, di Antonio Trashorras, una accozzaglia di effetti riciclati dal cinema horror nostrano dei settanta e ottanta, senza né capo né coda.
Punta tutto sul parodistico e sull'(auto)ironico (con qualche soluzione divertente) il serbo A Star Called Three, di Nebojsa Nenadic, su una improbabile missione serba per distruggere un stella che, dice la leggenda offusca il destino aureo della gloriosa Serba: confezionato come se fosse una serie, il corto si fa piacere se non altro per i simpatici e scalcagnati personaggi dell'equipaggio.
Ugualmente divertente e ironico è il corto sexy-fantastico della francese Katia Olivier, Virtual Dating, dove la nostra è alle prese con l'uomo programmabile dei suoi sogni, ma si sa, un uomo è per sempre un uomo e i guai inizieranno presto con tutte le conseguenze del caso.
Sul fronte Italia (anticipazione della piccola sezione di corti dedicata al bel paese, che si terrà oggi), invece, il corto H5N1 di Roberto Defeo, arriva fuori tempo massimo (si incentra su alcune conseguenze del virus Aviaria), realizzando un cortometraggio formalmente non becero, ma inutile sul piano narrativo, senza alcun capo né coda e ulteriormente aggravato da una terribile recitazione all'italiana. Va leggermente meglio a Corporate di Valentina Bertuzzi, dove a sostenere il breve film c'è un'idea divertente e potenzialmente interessante - nel futuro avremo tutti una specie di navigatore satellitare all'orecchio che ci dirà il meglio da farsi in qualsiasi situazione -, ma ad affossare il tutto è la solita recitazione da soap e l'orripilante e piatta regia da fiction tipica del cinema italiano contemporaneo.
da www.zabriskiepoint.net
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Ultimo aggiornamento (Venerdì 27 Novembre 2009 17:53)




