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Rugby cinematografico

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Il rugby diventa poesia del sacrificio

di Salvatore Maria Righi da L'Unità

 

Il progetto cinematografico "Per fiducia" ha arruolato nella stessa squadra tre grandi della regia: Ermanno Olmi, Gabriele Salvatores e Paolo Sorrentino. Nell'iniziativa patrocinata da Intesa San Paolo, questi maestri hanno firmato altrettanti cortometraggi della durata di dieci minuti ciascuno. L’obiettivo è quello di raccontare – coma spiega il sito www.perfiducia.com – "le forze positive e vitali che animano il nostro Paese". Il cielo sa quanto ce ne sia bisogno oggi, in Italia. 

Le tre storie raccontate hanno titoli necessariamente emblematici: “Il premio” di Olmi, “Stella” di Salvatores e “La partita lenta” di Sorrentino. Quest’ultima, metafora sportiva che si affida alla nobile e fiera palla ovale, racconta l’attesa precedente, e poi una fase di una partita di rugby. In bianco e nero e con pochi rumori in sottofondo, il regista ci convince che la fatica, la sofferenza dello scontro fisico, la durezza dell’impatto non hanno senso senza il sostegno (o meglio la complicità) dei compagni di gioco e della squadra. E' la sublimazione dell'unione che fa la forza, e che per il nostro paese suona sempre più spesso come l'ultimo salvagente prima del naufragio.

Il messaggio è focalizzato nelle fasi finali dell'opera, quando a essere inquadrato è il pacchetto di mischia, quella specie di testuggine in movimento che è un cozzare di ginocchia, spalle e braccia. A prima vista sembra una fase statica di gioco. Niente di più sbagliato. E’ un duro lavoro dei piloni, del tallonatore e degli altri cinque compagni legati assieme. C’è l’impatto che fa scricchiolare le ossa e poi allacciamenti, torsioni, spinte che spellano le orecchie e la fronte.

Tutto si traduce in una battaglia dura, senza pietà, dove bisogna strappare l’ovale all’avversario, domarlo, per poi trasmetterlo indietro (se ci riesci) al mediano di mischia. E’ da lì che il gioco poi si libera, lievita in passaggi rapidi, in corse velocissime, in placcaggi devastanti. Infine viene la meta che non sarebbe possibile ed immaginabile senza il concorso ed il respiro, dal primo all’ultimo istante, dei compagni che nel cortometraggio sembrano gli angeli custodi del portatore dell’ovale. Senza di loro non si andrebbe da nessuna parte. Figurarsi in meta.

Allora vengono in mente una serie di modi di dire, tramandati, corretti, adattati ma sempre attuali. Quello che "il rugby è aggressività, è guerra. Ma dopo viene la pace più bella del mondo" come ha detto Marco Bollesan, già capitano e ct azzurro. Oppure, l’altro del pilone azzurro Andrea Lo Cicero: "Il rugby è la poesia del sacrificio". Ci viene in mente, parafrasando, anche quello che dicono gli All Blacks: "Chi non dona al rugby le stesse attenzioni che pretende dai propri compagni e chi non offre il meglio di sé, con orgoglio, deve cambiare sport”.

Si respira in questo cortometraggio di Sorrentino l’odore forte del rugby non ancora del tutto professionistico. Quello che ancora con le parole di Marco Bollesan “ti consegnava una buona formazione fisica, un’unità d’intenti, il piacere di comunicare, lo spirito di coraggio: altro dai riscontri economici tanto che c’era la cultura dello scontro e insieme quella dei rapporti umani che si portavano avanti per tutta una vita”. Certo, oggi anche nel rugby girano più soldi, televisioni, spot e pressioni. Sul fango e sul sudore si sono accese le luci dei riflettori. Un dato su tutti: fino a qualche decennio fa si facevamo tre allenamenti la settimana, ora si suda con due sedute al giorno.

30 aprile 2009
 
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