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Su Festival dei Popoli 09

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Note di plauso per i primi tre cortometraggi in concorso al Festival dei Popoli.

Il primo, Trace(s) è stato presentato dallo stesso regista, Yakup Girpan, cineasta di origine turca giunto alla terza opera documentaria. Il film segue un’impronta fortemente poetica per presentare la vita del popolo turco lungo le strade di Istanbul e alle pendici del sacro Monte Ararat.

Filo conduttore di questo viaggio ammantato di leggenda è l’immagine simbolica del gatto di Van, con il manto candido come il latte ed incantevoli occhi di diverso colore.

In origine, si racconta, erano i gatti a dominare nel mondo, “poi è arrivato l’uomo e i gatti hanno smesso di parlare”. All’interno di una cornice mozzafiato di cime immacolate e solenni altipiani, Girpan costruisce immagini di suggestiva bellezza, avvalorate da una fotografia particolarmente nitida e luminosa.

E’ in questi luoghi che il regista riscopre il divino, nell’incontro con la quotidianità degli abitanti e nello sguardo limpido e profondo dei bambini. Ma, soprattutto, nella silente sacralità del paesaggio dove la terra, priva di alberi, tocca direttamente il cielo e dove la luce del sole è sempre luce di Dio. Appunto, la terra e il cielo. L’una dorata e sporcata di verde, l’altro un azzurro sfumato nel bianco. Proprio come gli occhi del gatto di Van.

Tutt’altro registro per Tam Gdzie Sconce Sie Nie Spieszy di Matej Bobrik, giovane cineasta cosmopolita alle prese con il quarto film. Il suo documentario ricostruisce la placida vita di un villaggio polacco attraverso un consapevole senso del ritmo e una vena di ammicante umorismo. Gli abitanti del luogo sono ripresi in silenzio, intenti alle consuete mansioni quotidiane.

Il ticchettio implacabile di una macchina o il cigolio indolente di una banderuola scandiscono gesti automatici e ripetuti, calandoli in una dimensione di sostanziale immobilità. Il movimento, quando c’è, è soltanto apparente, se non circolare. Unica voce, peraltro stonata, è quella metallica degli altoparlanti che, inesorabilmente, si insinua nelle case per annunciare i fatti della comunità. I luoghi e le persone. Scorci caratteristici di un’esistenza quieta.

Terzo film in concorso, l’enigmatico Notes on the Other, per molti versi il più maturo di questo primo gruppo. Il regista, Sergio Oksman, dirige dal 2002 la casa di produzione Documenta Films.

Il corto racconta la storia di un’identità rubata, una soggettività tramandata ai posteri dall’arte e dalla tradizione, fino a divenire l’artefatto seriale e romanzato della sua stessa falsificazione.

L’identità in questione è quella dell’uomo travolto dai tori durante la festa di San Firmino del 1924. Un uomo che ha destato l’interesse di Hemingway al punto da indurlo ad un vero e proprio transfert. Da semplice spettatore della vicenda, lo scrittore si cala nei panni del protagonista e si appropria dell’esperienza in “The Sun Also Rises”. Questo è il primo furto, offerta sacrificale all’espediente letterario.

Il romanzo ha il successo che sappiamo e, ancora oggi, decine di sosia del celebre autore si ritrovano a Pamplona per vincere un apposito concorso a tema e poter dire, almeno per un anno, “I am him”. Secondo furto di identità nel nome di un mito degno di clonazione.

Nel frattempo, però, la vera vittima della corsa dei tori ha avuto un figlio che ora è cresciuto e lavora tutt’ora nel negozio di famiglia, davanti al quale il toro ha atterrato il padre molti anni prima. Non solo. L’uomo in questione si è fatto anche furbo e, da quella vetrina, fotografa ogni anno i volti impauriti degli uomini in fuga. Lui, come il padre, partecipa al brivido della corsa e, seppur al sicuro, dallo stesso punto di vista. Lui, come Hemingway, affascinato spettatore. Terzo furto di identità.

Già, ma di chi stiamo allora parlando? Del padre, del figlio o dello scrittore? Forse di tutti e di nessuno, di chiunque, almeno per un giorno, si presti a calarsi nei panni di un altro e affermare, nel pieno di se stesso, “I am him”. E, tutto sommato, dire il vero.

da http://www.persinsala.it

 

 
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