Home Eventi e Notizie NOTIZIE Trent'anni senza Sergio Leone, ecco come "un romano de Roma" reinventò il genere western

Trent'anni senza Sergio Leone, ecco come "un romano de Roma" reinventò il genere western

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Sergio Leone con ClintTrent'anni senza il grande regista, che moriva il 30 aprile 1989, capace di rivoluzionare il modo di usare la cinepresa e di traghettarci nel cinema moderno. Chi lo avrebbe mai detto? Chi avrebbe potuto immaginare che il western, "il cinema americano per eccellenza" (parole di John Ford), sarebbe stato reinventato, ridisegnato, dinamitato addirittura da "un romano de Roma"? Come sostiene Alex de la Iglesia, il western è il più astratto dei generi cinematografici, il più lontano dalla realtà: quello, in un certo senso, che ha "creato" il cinema.

E Sergio Leone, allora, cresciuto in pieno clima neorealista italiano e perfino figurante – a meno di vent'anni – in Ladri di biciclette? Certo, Sergio era nato al centro stesso del mondo cinematografico romano: figlio di Roberto Roberti (pseudonimo di Vincenzo Leone, regista di una quarantina di film) e dell’attrice romana Bice Waleran. Ma quello, appunto, era il tempo dei film-opera, dei peplum, delle fantasie salgariane; mentre i western se ne stavano rigorosamente dall’altra parte dell’Oceano. E infatti Leone cominciò come sceneggiatore (Nel segno di Roma), assistente alla regia (Sodoma e Gomorra), o anche direttore della seconda unità (non accreditato) per i blockbuster della Hollywood sul Tevere: Quo vadis?, Elena di Troia, Ben Hur.

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per un pugno di dollari-copiaLeone fu, se non il primo, uno dei primi a convertirsi allo spaghetti-western, di cui colse e distillò l’essenza diventando subito il più celebre regista del genere; che, grazie a lui, avrebbe foraggiato l’industria cinematografica italiana per più di un decennio. Sergio, del resto, non poteva sbagliare, unendo l’amore per i classici di Ford, Zinnemann, Aldrich con una inclinazione per la cultura giapponese che ritroveremo sia nei soggetti, sia nelle “maschere” impenetrabili di alcuni cowboy. Nel 1964 il suo primo western, Per un pugno di dollari (che uscì firmato Bob Robertson, in onore allo pseudonimo paterno), stupì e conquistò il pubblico, col suo eroe dalla faccia di pietra (il semisconosciuto Clint Eastwood, dopo che il poco lungimirante Rory Calhoun, già protagonista del Colosso di Rodi, aveva disdegnato il ruolo), con le musiche orecchiabilissime di Ennio Morricone e con una nuova, esibita amoralità, consona ai tempi che si andavano profilando. È noto che il film procurò a Leone parecchie grane: largamente basato sulla Sfida del samurai di Akira Kurosawa, suscitò le ire del maestro giapponese; che intentò una causa al collega italiano, vincendola.

sergio leone con felliniTuttavia Per un pugno di dollari non era un colpo di fortuna, o un mero frutto del caso. L’universo che, in un sol colpo, aveva creato, esigeva di essere ripreso e valorizzato. Lo fu doppiamente: con Per qualche dollaro in più e Il buono, il brutto, il cattivo; che, assieme al prototipo, andarono a comporre la famosa "trilogia del dollaro". Poi Leone, circonfuso di fama e riconoscimenti internazionali, volle ampliare ulteriormente le proporzioni delle sue opere e – come dire? – l'angolo visuale del suo acuto occhio registico. Lo fece con un blockbuster come C'era una volta il West, fitto di star che aveva amato da spettatore seduto il platea (Henry Fonda, Charles Bronson); col suo film "rivoluzionario" Giù la testa; con la maxi-saga gangsteristica C'era una volta in America, dalla visione troppo europea per piacere al pubblico americano. E c'è da giurare che l'avrebbe fatto all’ennesima potenza con L'assedio di Leningrado, che si preparava ad andare a girare on location in Russia, pochi giorni prima di morire per un attacco cardiaco a soli sessant'anni.

Che Sergio Leone abbia contribuito in modo decisivo a cambiare il modo di usare la cinepresa, inaugurando un suo (e molto imitato) stile di "cinema moderno", lo hanno detto voci autorevoli del mestiere, da Clint Eastwood a Quentin Tarantino, cui sarebbe troppo facile accodarsi. Piace, invece, ricordare un episodio che dimostra come il regista non fosse narcisisticamente innamorato dei propri film, ma riflessivo e sempre pronto a migliorarsi. Lo ha raccontato così, per i suoi novant’anni, il complice e collaboratore di una vita, Ennio Morricone: "un anno dopo l’uscita Per un pugno di dollari era ancora nelle sale e con Sergio andammo a vederlo al Cinema Quirinale. Uscendo, ci guardammo e, nello stesso istante, esclamammo: che brutto film abbiamo fatto!".

dall'articolo di 

'C'era una volta Sergio Leone', dopo Parigi la mostra a dicembre a Roma

 

Ultimo aggiornamento (Lunedì 06 Maggio 2019 11:21)

 

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