MARATONA RADICI MURO a 1000

“Manuale d’amore”, “Italians” e “Ex” sono esempi recenti di un trend destinato a crescere: i produttori italiani, e a giudicare dai risultati al botteghino anche il pubblico, preferiscono i film a episodi

I registi, ma soprattutto i produttori italiani, sembrano prediligere negli ultimi tempi i film a episodi, mosaici composti da vicende parallele o intrecciate tra loro ed unite da un tema comune, affidati a cast numerosissimi e a volte leggermente sovraffollati, spesso (non sempre) a discapito della consistenza delle storie raccontate e  della solidità della sceneggiatura. Ripercorriamo in breve l’evoluzione di una tendenza che promette di crescere ancora.
 
Dalla grande commedia al cinepanettone

Il film a episodi è una prerogativa del cinema italiano sin dagli anni d’oro della commedia, con molti degli attori e registi che hanno reso grande questo genere: Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Nino Manfredi, Dino Risi, Vittorio De Sica (che con “Ieri, oggi, domani” vinse l’Oscar per il miglior film straniero nel ‘64), solo per citarne alcuni. La struttura a episodi ricorre anche nella commedia all’italiana degli anni ’70, i cosiddetti b-movies: film di calibro completamente diverso, ma come comun denominatore c’è l’intenzione di fotografare l’italiano medio, di metterne in risalto e spesso in ridicolo vizi e manie, offrendo spaccati quanto più variegati per quanto riguarda ceto e provenienza geografica. Questo linguaggio cinematografico ha poi trovato terreno fertile con un altro grande della commedia tricolore, Carlo Verdone: si è rivelato infatti ottimale per dare sfoggio della sua comicità in tutte le possibili forme, in film come “Un sacco bello” e “Bianco, rosso e Verdone”, che ci hanno regalato personaggi e macchiette memorabili. Poi sono arrivati i Vanzina e i cinepanettoni, filone che dopo un quarto di secolo ancora non conosce declino e che ogni Natale puntualmente esibisce un’umanità quantomai varia e sgangherata, basandosi sull’intreccio delle vicende di personaggi che rappresentano stereotipi, spesso opposti, dell’italianità (il romano cafone, il milanese snob). Solo negli ultimi due anni si è deciso di optare per la struttura a episodi separati, in cui i protagonisti delle diverse storie non hanno nessun contatto tra di loro, probabilmente per consentire alle varie star, ormai sempre più televisive, di avere un proprio spazio.

Fotografie di una generazione

Sembrava un modo di fare cinema relegato ad un’altra epoca, invece  negli ultimi anni molti registi hanno scelto di realizzare film corali che si reggono su varie storie legate tra loro attraverso i fili più disparati, o spesso completamente staccate l’una dall’altra. Questo soprattutto da quando si è affermato un filone che ha portato alla ribalta molti giovani registi: l’affresco generazionale. A fare da iniziatore è stato l’imitatissimo Gabriele Muccino, ormai adottato da Hollywood, che con “L’ultimo bacio”, spaccato sui trentenni di oggi, confusi e spaventati dalla vita e dall’amore, ottenne un successo tale da ispirare anche un remake americano. Molti dopo di lui hanno cercato di percorrere la stessa strada: l’ultimo in ordine di tempo è Luca Lucini, uno dei nuovi alfieri della commedia sentimentale made in Italy, con “Amore, bugie e calcetto”, girotondo sentimentale con un buon cast, tra cui Claudio Bisio, Filippo Nigro, Angela Finocchiaro e Claudia Pandolfi, in cui un gruppo di amici di tutte le età condivide la passione per il calcetto e i problemi con  le donne. Ancora storie parallele, ancora l’amore in raccontato in tutte le salse e attraverso ogni combinazione possibile, ma Lucini sembra un po’ indeciso se stare dalla parte di Muccino o da quella del totale disimpegno. Il risultato è un divertissment a tratti anche piacevole, ma che non riesce a lasciare il segno.

Da “Manuale d’amore” a “Ex”

Chi rimpiange le grandi storie e non apprezza questo tipo di cinema, che rischia di risultare un po’ frammentato e dal sapore televisivo, dovrà rassegnarsi: i produttori italiani sembrano voler andare sempre più verso questa direzione, specialmente di fronte all’evidenza che per ottenere un grande successo non servono necessariamente una grande idea o una sceneggiatura fortissima, ma può bastare un manipolo di star, possibilmente ben diretto.
Uno dei successi più eclatanti in quest’ambito è stato “Manuale d’amore” di Giovanni Veronesi: quattro episodi per raccontare tutte le fasi di una relazione, dall’innamoramento all’abbandono. Silvio Muccino, Jasmine Trinca, Luciana Littizzetto, Sergio Rubini, Margherita Buy e Carlo Verdone sono solo alcuni degli attori schierati. Un film a episodi  ha bisogno di un’idea di fondo che leghi le varie storie e renda l’insieme credibile e non troppo eterogeneo. Se questo elemento, unito ad ottime prove recitative, era presente nel primo “manuale”, non si può dire lo stesso del secondo capitolo, parata di attori un po’ fine a se stessa che, nonostante qualche momento riuscito, nel complesso risulta poco più di una serie slegata di macchiette condita con qualche trovata furba, come la chiacchieratissima scena di sesso Bellucci-Scamarcio. Insomma, un’operazione commerciale più che un film con qualcosa da dire. Veronesi deve averci preso gusto, perché la sua ultima fatica, “Italians”, è un altro film a episodi: due, stavolta, affidati all’accoppiata inedita Castellitto-Scamarcio e all’istrionico Carlo Verdone, per raccontare gli italiani all’estero. Anche in questo caso tutte le fasce di pubblico sono accontentate ed è subito trionfo al botteghino. É proprio questa la recente tendenza delle grandi produzioni italiane, il voler giocare sicuro a tutti costi, dal momento che correre un rischio paga molto meno. Ed ecco che ai recenti successi della Filmauro rispondono i Lucisano con “Ex”: un regista quotato come Fausto Brizzi ed un cast straripante di grandi nomi sono i perfetti ingredienti per un altro successo annunciato. La commedia funziona (quasi sempre), la sceneggiatura c’è e questo è già un merito, ma la sensazione di pre-confezionato alla fine della visione è inevitabile, come se tutto fosse stato orchestrato (bene, va detto) per piacere ad un pubblico il più vasto possibile, prima che per raccontare una storia. Gli attori sono validi, ma troppi, e se alcuni sono ben collocati nella storia, altri sembrano presi appositamente per avere quel nome sulla locandina. Forse però, per il momento, è il massimo a cui la commedia italiana può aspirare.

 16.02.2009 - di Emanuele Lisi da: http://www.meltinpotonweb.com