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TERRE DI MEZZO di MATTEO GARRONE

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I GRANDI FILM - Il Critico

 

TERRE DI MEZZO di MATTEO GARRONE
Terre di mezzo è un'opera tutt'altro che disprezzabile. S'inserisce autorevolmente nella tendenza assai diffusa al docu-drama, con una delicatezza e una semplicità di stile che la rendono attuale e interessante. Si tratta di tre episodi molto significativi che descrivono con dolorosa partecipazione la condizione di sfruttamento sub-umano, di cui alcune categorie di immigrati sono vittime. Nei confronti dei soggetti-protagonisti, Garrone ha un atteggiamento di profondo rispetto a volte ed altre volte di laica compassione, nel senso che Asor Rosa ha voluto dare a questo termine, in conclusione di un suo noto libello sulla apocalisse prossima ventura. Garrone lega significativamente le modalità di quello sfruttamento alle condizioni sociali e lavorative degli «indigeni», che entrano in contatto con quegli stranieri.
Le due prostitute del primo episodio svolgono un ruolo sociale di rilievo, soddisfano i bisogni ancora vivi di anziani abitanti laziali, non senza una dose di ironica superiorità e con una etica del «giusto prezzo» sotto il quale non può esserci trippa per gatti.
Garrone intelligentemente, inserisce una terza prostituta che si differenzia dalle prime due innanzi tutto per un misto di «bellezza ideale» e malinconia, che la rendono più misteriosa e appetibile agli occhi dei clienti, ma soprattutto per il suo svendersi a poche lire, il che la trasforma in una figura maledetta, tale da contraddire quell'etica del «giusto prezzo» impossibile e disumana ancorché aberrante nella sua assurda normalità.
Nel secondo episodio, pur discontinuo e indeciso rispetto al primo, il regista riesce a sondare con una certa arguzia la riduzione a pura merce svalutata del lavoro svolto dai giovani romeni che, come «prostitute», stanno sulla strada ad aspettare che qualche «indigeno» passi, li carichi, dia loro un lavoretto e magari alla fine li paghi addirittura. In questo episodio, il regista inserisce figure di furbastri, sfruttatori, qualcuno persino sinistroide come un architetto dinanzi al quale i quaccheri di Ladri di biciclette meriterebbero una positiva riconsiderazione. Queste figure vogliono rappresentare in maniera generalizzata l'opulenza e la piccineria della nostra società. E fin qui il regista ha usato uno stile di ripresa sporco, una fotografia sciatta e sgranata, eppure appropriata.
Nel terzo episodio, troppo ben fotografato e ben girato, un egiziano che lavora da dodici anni al self-service notturno di via Castro Pretorio, con il suo spontaneo e vitale buon senso, mette in discussione le aberrazioni di quella variegata fauna notturna che popola la capitale. Gli elementi drammatizzati, già presenti nei primi due episodi, divengono assai rilevanti e vanno a configurarsi come una analisi comparata che il regista propone allo spettatore: la cultura del saggio e buono egiziano messa al confronto con la incultura degli automobilisti notturni romani. Tra questi ultimi torna anche l'architetto che ha cambiato macchina,
non ha più la scassata 126, ma ha una automobile lussuosa e trasporta due donne con le quali discute animatamente del «nulla», mentre l'egiziano rischia le botte da parte di teppistelli con la puzza sotto il naso, per guadagnare le sue misere mille lire. I limiti formali e culturali del film si evidenziano proprio laddove il regista inserisce elementi di riflessione attraverso il lavoro di sceneggiatura. Cioè nel tentativo di superare il descrittivismo del documentario attraverso la costruzione di un racconto interpretante, lì il film perde forza, tentenna, cade. Perché?
Forse ci troviamo di fronte a una delle tante nuove forme di naturalismo, una forma che necessita, per apparire credibile, di essere in fondo fattografica. Non c'è dubbio che la ripresa del «fatto» significhi innazitutto ciò che semplicemente appare o vuole apparire; la cosa dubbia è che possa significare in maniera «generale», che possa cioè rappresentare criticamente una determinata situazione che ha complesse implicazioni sociali, politiche, economiche, storiche. È forse questo il limite che Garrone ha avvertito e che, attraverso la costruzione drammaturgica, ha voluto superare. Ma non si può dire che il tentativo sia riuscito pienamente. La morale «povero e buono», oppure il suo contrario «ricco e disumano» non riesce a spiegare molto dell'atteggiamento che gli «indigeni» hanno nei confronti degli immigrati. Infatti questo tipo di rappresentazione funziona molto bene proprio nel primo episodio, dove i pensionati che cercano conforti sessuali non sono «qualitativamente» forti rispetto alle prostitute, anzi quelle donne, seppur sfruttate sessualmente, riescono a dominarli con ironia, ciò che mette in discussione una serie di luoghi comuni sulla prostituzione e umanizza i personaggi, rendendoli veramente credibili. È qui che la presenza della figura enigmatica della terza prostituta pone una domanda inquietante a chi guarda il film: «noi siamo proprio così come tu ci vedi?», ed è qui che Garrone ha dato il meglio di sé.
Negli altri due episodi, il tentativo che il regista intraprende, cercando di spiegare sociologicamente, psicologicamente e culturalmente la condizione dell'immigrato e quella dell'«indigeno sfruttatore», si scontra almeno con due limiti assai evidenti: il primo è proprio quello della nostra civiltà, che al massimo si pone quel problema, del tutto discutibile e tipico delle culture dominanti, che viene definito attraverso i termini «tolleranza» e «integrazione». Il secondo è evidentemente, con tutto il rispetto, un limite dell'autore che, se si esclude il primo episodio, non sapendo problematizzare il tema che tratta, si ferma a considerazioni in merito alla immoralità e vuotezza degli sfruttatori. Una banalizzazione che non serve a molto e che lascia spazio solo ai buoni propositi, dei quali non possiamo certamente accontentarci. Lo stesso limite, mi sembra, dell'idea insita nel patire-con, cioè della compassione. Mai soffrirò quanto soffri tu e soprattutto come soffri tu, principalmente perché all'origine della tua sofferenza c'è una responsabilità in parte anche mia. E mai un cineasta, un intellettuale realmente cosmopolita farebbe una simile operazione, penso per esempio agli intellettuali arabi e mediorientali, in genere, che ben conoscono la loro e la nostra cultura, e operano senza confondere le acque, con la pratica di una pari dignità, quella necessitante di una piena cittadinanza mondiale, fuori dai ridicoli piagnistei sull'apocalisse, le catastrofi e la fine della storia. Infatti, quei cineasti stanno elaborando una nuova drammaturgia. Noi no.

(d.vic.)

da CINEMASESSANTA n.3/1996

 

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