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La verità sui film nazisti sul ghetto di Varsavia
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“Questo è uno dei più grandi misteri mai sciolti degli archivi nazisti”, racconta in un'intervista al Jewish Forward la regista, la cui nonna, morta quattro anni fa, era una dei pochissimi sopravvissuti del Ghetto di Varsavia. “Pochi sanno che quelle immagini sono propagandistiche e non affatto documentaristiche.
I nazisti scelsero deliberatamente chi doveva comparire nel documentario, manipolandone i comportamenti, ad esempio obbligando i protagonisti ad ignorare le persone che stavano morendo accanto a loro ai margini delle strade. "Quando si vedono ebrei ben vestiti a cene sfarzose, o che rientrano da teatro ignorando i moribondi per strada, o donne che praticano il bagno rituale ebraico, bisogna immaginare intorno a loro soldati nazisti con fucili e telecamere puntate”, spiega la regista.
E’ noto che i nazisti erano ossessionati dai documentari. "La Seconda Guerra Mondiale ha segnato l’inizio della documentazione sistematica delle atrocità nei conflitti armati”, spiega ancora la Hersonski al settimanale ebraico americano. Tuttavia, quando Berlino fu bombardata, il 90% della documentazione andò distrutta.
E’ attraverso il restante 10% che ci viene tramandata gran parte della storia di quel periodo. Ma è necessario un cambio di prospettiva: "dobbiamo capire che quelle immagini sono filtrate attraverso l’occhio di una troupe nazista”.
E infatti ad uno spettatore attento non sfugge quello che i nazisti non hanno potuto controllare: “le espressioni di panico e di terrore negli occhi della gente costretta a quella tragica pantomima sotto il tiro di un'arma da fuoco”, spiega la Hersonski “ed è proprio qui che si può vedere la realtà che si insinua nelle immagini della propaganda”.
La Hersonski è riuscita a ricostruire la metodologia usata dai nazisti attraverso interviste con i cameraman nazisti e alcuni sopravvissuti del ghetto che osservarono le troupe dai loro nascondigli. E grazie ai diari nascosti sotto terra dagli ebrei del ghetto e ritrovati dagli alleati dopo la fine del conflitto.
Scritto da: Alessandra Farkas per corriere.it
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