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I grandi film
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Mezzo secolo di Dolce vita
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Mezzo secolo di Dolce vita
| I GRANDI FILM - ALTRE INFO |
Il “rivoluzionario” capolavoro di Fellini alla prima accolto al grido di “Vergogna”
A Milano, la sera della prima al cinema Capitol, 5 febbraio 1960, succede un parapiglia: l’elegante pubblico di invitati accompagna il film con fischi, proteste, casino crescente, urla di «Basta! Schifo! Vergogna!». All’uscita uno grida a Mastroianni «Vigliacco, vagabondo, comunista», un altro sputa addosso al regista. Ma il successo del film è poi enorme, sorprendente: anche se Rossellini è rimasto scontento e i cineasti in genere sono contrari, La dolce vita ha il primato degli incassi in Europa (in Olanda viene censurato, con tagli alla sequenza pre-finale dell’orgia e a quella della seduta spiritica alla festa dei nobili); anche se gli attacchi del quotidiano vaticano L’Osservatore Romano sono furibondi e i sostenitori gesuiti del film passano guai seri; anche se il produttore Angelo Rizzoli rivendica l’opportunità della sua inapplicata idea, colorare di rosa le scene di sogno perché il pubblico possa riconoscerle con sicurezza. Oltre le polemiche, restano nel vocabolario italiano «paparazzi», ossia fotografi, e «dolcevita», un tipo di pullover. A Roma, da marzo a settembre 1959 (Fellini ha 38 anni, i suoi sceneggiatori sono Ennio Flaiano, Tullio Pinelli, Brunello Rondi), non si parlava che de La dolce vita: si fa, non si fa, quale produttore ha il coraggio di farlo? E’ vero che prendono un divo americano, che ci saranno orge, travestiti, prostitute, fotografi, un balenottero che fa innamorare di sé una minorenne, Celentano-rock, sei principesse romane, Maurice Chevalier, Lili Palmer? Ma davvero il titolo porta male? La lavorazione del film, specie a Fontana di Trevi, con la forza di una calamita attirava le folle del dopocena e del dopo teatro, che restavano per ore immobili nell’umidità notturna, a guardare. Le fotografie della lavorazione, su tutti i giornali, stimolavano ogni curiosità. Il critico Tullio Kezich diventava l’esemplare cronista del film: il suo bellissimo diario ripubblicato ora da Sellerio in una edizione arricchita e completata, Noi che abbiamo fatto La dolce vita, è la fonte migliore di ogni informazione e ha la caratteristica di raccontare (molto bene) la verità, il che succede raramente quando si parla di una leggenda.
La dolce vita risulterà alla fine simile a un viaggio con tante tappe del protagonista, un giornalista di mondanità e pettegolezzi in movimento nella cosiddetta café society, nel carnevale perenne che nasconde un vuoto drammatico. Dura tre ore. All’inizio (primo ciak, 16 marzo 1959) una statua di Cristo Lavoratore volteggia nel cielo, i piloti dell’elicottero che la trasportano a San Pietro si abbassano per salutare le ragazze. Si passa in un locale notturno: ballerini asiatici, insulti a Mastroianni, poi l’attore uscendo segue Anouk Aimée, una giovane donna elegante. Caricano in auto una prostituta, vanno a casa di lei dove fanno l’amore. Tornando nella propria casa, Marcello trova l’amante avvelenata dai barbiturici, la porta all’ospedale, la cura.
L’indomani il giornalista assiste all’arrivo della star Anita Ekberg, alla relativa conferenza stampa, alla visita in abito e cappello talare alla cupola di San Pietro; la accompagna in un locale notturno dove Celentano e la sua band suonano rock, è testimone di una sua danza e di un suo litigio col marito, la accompagna a Fontana di Trevi dove lei entra nell’acqua. Un altro giorno Marcello vede in chiesa, intento a suonare l’organo, il suo amico Steiner, che più tardi ucciderà i propri figli bambini e si ucciderà. In campagna, vicino a Roma, in mezzo alla grande folla della credulità popolare aspetta l’apparizione della Madonna a due bambini bugiardi. Riceve poi tra molti rimorsi una visita del padre. Partecipa a una festa di nobili nel castello di Bassano di Sutri. Litiga con l’amante. Assiste a Fregene a un’orgia con spogliarello della padrona di casa Nadia Gray al ritmo di «Patricia». All’alba esce sulla spiaggia dove è stato portato in secco un misterioso, grosso, gelatinoso pesce bianco; saluta con commozione una ragazzina.
Per la sua carica liberatoria, la sua assenza di moralismo, la sua struttura narrativa, il suo splendore figurativo, la sua linea antimetafisica, La dolce vita è nel cinema una rivoluzione. Sembrava che, dopo, non si potessero più fare i film consueti. Non è andata così: come càpita a tutti i maestri davvero grandi, il regista non ha allievi, non ha fatto scuola. Solo, non c’è più, come tanti altri. Sono morti Marcello Mastroianni, Laura Betti, Nino Rota, la bellissima Nico Otzak. E’ morto Fellini al Policlinico di Roma, il 31 ottobre 1993. Da La dolce vita è passato mezzo secolo.
10/5/2009 (8:3) - ANNIVERSARIO PER IL FILM CULTO DEL BOOM http://www.lastampa.it
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