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Monicelli regista

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I GRANDI FILM - ALTRE INFO

Quanti film ha firmato come regista?
«Sessantacinque, compresi quelli a passo ridotto».

E come sceneggiatore?
«Con Gentilomo, regista ebreo negli anni Trenta. Ero anche suo assistente».

Che genere di film?
«Un giallo con Umberto Melnati e Maria Mercader, spagnola, seconda moglie di De Sica».

Rivede i suoi film, almeno i più famosi: I soliti ignoti, Guardie e ladri, Un borghese piccolo piccolo, L’armata Brancaleone, La grande guerra?
«A volte sì; a volte no. M’infastidiscono gli stacchi pubblicitari».

Conserva i copioni dei suoi film ?
«Non conservo niente. Nemmeno le foto».

Deve il successo più alla critica o al pubblico?
«Per l’ottanta per cento al pubblico; per il venti, alla critica. All’inizio, gli autori della commedia all’italiana furono ignorati. Solo dopo gli elogi e gli applausi dei francesi spopolarono nei cinema».

I suoi maestri, se ne ha avuti?
«Oltre a Gentilomo, Camerini e Blasetti».

I suoi allievi?
«Non sono così presuntuoso da rivendicare un magistero».

Cos’è stato per il cinema di Fellini?
«Stranamente, pur non essendo neorealista, la critica lo ha sempre celebrato. Ma che immaginazione».

E Rossellini?
«È diventato un’icona. Grande successo però lo ebbe solo con Roma città aperta».

E De Sica?
«Che attore, che autore, che regista. Sciuscià, il suo primo film del dopoguerra, furoreggiò negli Stati Uniti».

E Visconti?
«Nessuno, forse, ha dato più rigore al nostro cinema e teatro. Era l’antitesi della trasandatezza e dell’improvvisazione. Aveva un grande rispetto per il lavoro ed era di un perfezionismo implacabile».

E che cosa è stato per il cinema italiano?
«Sono stato autore, sceneggiatore, regista della commedia italiana, così diversa da quella americana e da quella francese. Ho sempre cercato di raccontare storie tragiche con toni ironici. Il macabro, la vista di un cimitero, in certe situazioni, fanno sorridere. O, addirittura, ridere».

Il cinema è stato più talento o mestiere?
«Un po’ questo, un po’ quello. Sono come la forma e la sostanza. Diceva D’Annunzio “Se la forma è perfetta, lo è anche il contenuto”».

Il cinema deve lanciare messaggi?
«Mai. E nemmeno la letteratura. Le risulta che nell’Iliade e nell’Odissea Omero abbia lanciato messaggi?».

Cosa rende un film di culto?
«Nell’immaginario collettivo, il film che dopo anni continua ad esercitare sul pubblico l’appeal del debutto. Quando diventa un classico».

Cosa è stata la commedia all’italiana?
«Un grande momento che mostrò un’importante realtà».

Quale realtà?
«Quella di un’Italia drammatica, squallida, corrotta, raccontata ed evidenziata dalla commedia all’italiana».

Che cosa resta di questa povera Italia?
«Quella buona, quella onesta».

Quale Italia lei ha voluto rappresentare nei suoi film?
«Un popolo di arruffoni, d’intrallazzatori, di pressappochisti, di menefreghisti, di gente che tira a campare pensando solo a fare ciccia per sé e per i propri cari. Un popolo che accomoda tutto, si accontenta di tutto, senza principi, senza morale, senza carattere».

La più dramamtica delle sue commedie all’italiana?
«La grande guerra».

Perché?
«Per i due protagonisti. Due vigliacchi che muoiono coraggiosamente. Gassman perché offeso dai nemici. Sordi perché vuole emularlo».

Da cosa nasce la risata?
«Da un contrasto improvviso, dalla soluzione inaspettata di un fatto che sembrava senza via di scampo».

La risata è sempre aggressiva?
«La risata sa di dileggio, soprattutto se intrisa di sarcasmo. Ed è anche vile».

Perché?
«Perché infierisce sul vinto».

E da cosa nasce il sorriso?
«Dall’ironia. Sempre ispirata da un sentimento gentile».

Jules Renard, nel suo stupendo Diario, la definì il ”pudore della verità”
«Bella».

Perché tanto turpiloquio nel cinema d’oggi?
«Perché fa successo».

Solo per questo?
«Direi proprio di sì. Come la pornografia».

E’ sempre stato soddisfatto dei suoi film?
«Sempre, forse no. Qualcuno talvolta mi ha lasciato perplesso».

La fase più difficile nella confezione di un film?
«Per quanto mi riguarda, il tono».

Cioè?
«Quello che Verdi chiamava la tinta del Rigoletto, della Traviata, dell’Aida. Io lo chiamo il pedale giusto da pigiare. Se lo sbagli o lo pigi male (troppo o troppo poco) non ottieni il risultato voluto».

Le doti di un regista?
«Innanzitutto, la capacità di fantasticare, di immaginare».

Altre doti?
«La capacità di tenere in mano la situazione e la troupe. Il regista è come il comandante di una nave che deve saper sfidare i tifoni».

Quando un regista diventa un grande regista?
«Quando raggiunge meglio degli altri questa coralità».

Si può fare un buon film con un mediocre regista?
«No. Come non lo si può fare senza un buon sceneggiatore».

E si può fare un mediocre film con un ottimo regista?
«Sì. E sempre con un buon sceneggiatore».

Era più libero il regista ai suoi tempi o è più libero oggi?
«Certamente, ai miei tempi. Allora il cinema tirava, come si dice, molto. In Italia se ne producevano circa duecento all’anno».

I maestri del cinema americano del Novecento?
«Buster Keaton, Wilder, Chaplin, Capra e Ford (con che ironia e con che pacatezza di toni descriveva i grandi spazi e vi ambientava le sue storie».

Il produttore ideale?
«Quello che ama il cinema, che legge, capisce ciò che gli proponi…».

E che ti fa anche buone offerte economiche?
«Badando non solo al successo di cassetta, al profitto, ma anche al valore artistico del film in cui ha investito il proprio denaro».

L’attore ideale?
«Chi ama trasformarsi. Al vero attore piace diventare un altro e immedesimarsi nel ruolo. Il vero attore non recita».

L’attore deve essere necessariamente intelligente?
«Penso di sì. Perché è un truffatore, un ingannatore, senz’anima. Lo sa che nel Settecento gli attori venivano sepolti in terra sconsacrata?».

Come si lavorava con Totò?
«Era un grande professionista. Ma c’era in lui un’anima sotterranea. Era una specie di Pulcinella inquietante».

Com’era Sordi sul set?
«Amava diventare un altro e lo diventava dentro. Senza bisogno di parrucche e parrucchini. Con pochissimi tratti si trasformava».

Hollywood non l’ha mai tentata?
«No. Pur se era, ed è, una grande vetrina, anche economica. Quanti registi italiani hanno accettato proposte dai produttori hollywoodiani? Le parlo di registi, non di attori. E sa perché?»

Perché?
«Perché i nostri registi, quelli bravi, fanno solo ciò che conoscono e sanno fare al meglio».

Com’è arrivato a novantaquattro anni?
«Vivendo solo»

Ma la solitudine non sempre è una buona compagnia
«Nel mio caso, lo è stata, e lo è. Ti tiene sempre in esercizio».

In che senso?
«Nel senso che devi fare tutto da te: tenere in ordine la casa, fare la spesa, cucinare. Sa cosa si rischia se si vive in famiglia?»

Di essere seguito e, in caso di necessità, accudito
«No: si rischia il rincoglionimento su una sedia a rotelle. La famiglia, mi creda, accorcia la vita».

Solo i vent’anni hanno le ali?
«No, le puoi mettere anche a settanta. Certo, a vent’anni, è più facile spiccare i grandi voli».

Meglio vivere bene o vivere a lungo?
«Vivere bene».

Con che animo guarda al passato?
«Sono soddisfatto del mio passato, anche se non mi sono state risparmiate sofferenze e lutti. Non mi scambierei con nessuno».

Come vive il presente?
«Abbastanza bene perché il mondo, l’Europa, l’Italia, viste da casa mia, m’interessano ancora molto».

Il futuro la sgomenta?
«No. Non credo all’aldilà, alla vita eterna. Vorrei essere politeista».

Come passa la giornata?
«La mattina mi alzo piuttosto tardi e sempre malvolentieri. Potrei stare a letto anche ventiquattro ore, ascoltando musica e leggendo libri che m’interessano».

Il suo più adorabile difetto?
«Il narcisismo, temperato dall’ironia. Quel che faccio e dico, lo faccio e lo dico a mio vantaggio».

La sua più insopportabile virtù?
«Riconoscere, sempre per narcisismo, i miei torti. Una forma, se vuole, di ostentazione».

Le persone che più ha amato e che ama?
«Mio padre e due, tre donne».

Vale più l’entusiasmo dei giovani o l’esperienza degli adulti?
«Ma i giovani non hanno più entusiasmi. Non vogliono soffrire e faticare e cercano rifugio nella droga».

Perché tanto conformismo fra i giovani?
«I giovani sono sempre stati conformisti. Preferiscono appartenere al loro gregge che ubbidire ai genitori e seguirne i buoni consigli».

Le piace questa Italia?
«E come potrebbe? È quella di sempre. Quella di Metternich che la definì “espressione geografica”. Quella di Dante nel Purgatorio: “Ahi serva Italia di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincia, ma bordello”».

Lei è sempre stato di sinistra. Si riconosce in quella attuale?
«Sono sempre stato di sinistra, ma in questa non mi riconosco. È tutto un camuffamento dell’Idea per esibirsi nei vari talk-show. Tutti sono sempre in campagna elettorale, litigano nel salotto di questo o di quel conduttore, poi, a telecamere spente, tutti insieme in trattoria».

Cosa non le piace di questa destra?
«La sua illusione che l’Italia sia ormai pronta per essere governata in modo intelligente da un gruppo di benpensanti».

Cosa rimprovera alle femministe?
«Di avere tradito».

Tradito che cosa?
«Nel 1968 finalmente si liberarono dell’antica, anacronistica sudditanza al maschio. Poi, quando si andò a votare, votarono per i vecchi partiti».

Una sua vecchia amica, Luciana Castellina, ha detto che lei è “cattivissimo”.
«L’ha detto in modo affettuoso»

Cosa intendeva?
«Inflessibile e intransigente, non solo sul set, ma anche nella vita privata».

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