Questi nostri film così privi di anima

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Da molti anni stiamo esercitando una vera autocensura: per scarsa fiducia in noi stessi e nelle storie che più amiamo. Ci s'interroga, ormai da tempo, sui motivi della crisi che ha investito il nostro cinema. Molto si è detto a proposito dei fattori esterni: invasione e strapotere del cinema americano, assenza di una nuova legge, inosservanza delle norme CEE sulla programmazione obbligatoria. Ma molto meno si è detto o si è voluto dire riguardo ai fattori interni.
Con puerile vittimismo, il nostro cinema preferisce tacere sulla propria parte di responsabilità; soprattutto per quanto riguarda il vuoto e le assenze estetico-creative che hanno progressivamente disamorato e allontanato il pubblico dalle sale dove si programmano film italiani. E non per diseducazione o esterofilia: questo cinema proprio non piace. Non piacciono la monotonia tematica, l'inconsistenza e l'improponibilità delle storie che i nostri film raccontano. Non piacciono i linguaggi usati, così poveri e consueti. Non piacciono i continui ammiccamenti a cliché rassicuranti e stucchevoli, non piacciono il didascalismo, l'appiattimento, l'omologazione a codici e stereotipi serial-televisivi. Non piaccono le sentimental-melensaggini che, elargite in "punta di penna" ma in quantità industriale in qualsiasi storia, hanno dato vita alla categoria più prodotta e - purtroppo - celebrata dell'ultimo decennio: quella dei film carini.
Paradossalmente, anche a chi il cinema italiano lo scrive e lo realizza, non piacciono i film italiani. E proprio per gli stessi motivi per i quali essi non piacciono al pubblico. Questa apparente schizofrenia può avere una spiegazione. Capita infatti che molti dei soggetti e delle idee non realizzate, le "storie nel cassetto", siano spesso più affa-scinanti, originali e belle dei film prodotti. Perché?

"Perché non le capiscono..."
"Perché non vendono..."
"Perché non abbiamo gli attori adatti..."
"Perché costano troppo..."
Sono queste le risposte che ci diamo. E sono questi i motivi per i quali molti, troppi bei progetti vengono accantonati, trascurati e dimenticati proprio dagli stessi autori, a favore di altri. Ed è questa, io credo, la nostra colpa più grave: la scarsa fiducia che riponiamo in noi stessi, il poco amore per le idee e le storie che ci sono più care e affini, la poca voglia di batterci e faticare per esse. E la conseguente, automatica e cronicizzante autocensura con cui pian piano estirpiamo da noi, preventivamente, ogni sprazzo che devii da tracciati noti e accettabili. Per timore di non riuscire a realizzare un film , ci siamo allontanati dalle nostre storie, abbiamo disimparato ad ascoltarle, conoscerle e narrarle in modo originale. Abbiamo imparato a vergognarcene e a privilegiare invece a tal punto le presunte esigenze di pubblico, mercato e produzione, da smarrire del tutto le nostre peculiarità espressive.
Ed eccoci qua, oggi, noi e i nostri film, privi di anima. Quell'anima va ritrovata. Intendo l'anima creativa, quella che ha a che fare con l'atmosfera interiore, con l'entusiasmo e le ispirazioni. Invece di affannarci nella ricerca di nuove e più giuste regole; invece di dibatterci nelle pastoie di annosi dilemmi (Sarà meglio il cinema d'Autore o quello di genere? Quello europeo o quello americano?), perché non cerchiamo di ridar voce ai nuclei narrativi e alle zone espressive che più ci appartengono? Lasciamo pure che esse s'impossessino di noi, lasciamo che divengano la nostra ossessione, che ci assorbano in modo totalizzante; facciamone il nostro progetto, la causa da raggiungere; e concediamoci il faticoso lusso dell'irrazionalità, mettendo in secondo piano i prevedibili e innumerevoli ostacoli esterni. Quest' anno (1994), alla Mostra del Cinema di Venezia, è stato assegnato il Premio Speciale della Giuria a "Bad Boy Bubby", un film australiano la cui storia, bellissima e terribile, di un uomo emarginato intellettualmente e socialmente, e del suo "viaggio nella normalità", aveva sulla carta poche o nessuna chance non dico di essere premiata, ma addirittura di essere prodotta. Ma l'autore, Rold de Heer, voleva raccontare proprio e solo quella storia. Per farlo, ha rinunciato per anni a progetti più facili e ai relativi guadagni; e per non essere, assieme al suo protagonista, "corrotto dalla spinta di uniformarsi", si è obbligato per lungo tempo a non guardare la televisione e a non andare al cinema. Rolf de Heer è riuscito a realizzare il suo film - che è costato meno di un miliardo - grazie alla sua ostinata volontà di non tradirsi e al coraggio, cosa che dovrebbe farci riflettere, di un produttore italiano, Domenico Procacci.
Purtroppo la convinzione e la tenacia possono essere confusi con l'egocentrismo e la presunzione. Ed è per questo che non pochi autori italiani, vittime di questo equivoco, hanno sviluppato una sindrome da onnipotenza, perdendo il senso di sé e della realtà: invece di cercare di superare i propri limiti concentrando la propria ricerca al di dentro, e in profondità, essi oggi si spingono ancor più in fuori, per affrancarsi da argini e controlli.
Accade così che gli sceneggiatori divengano registi e produttori, i registi attori, sceneggiatori e produttori... I ruoli, invece di definirsi, si confondono; l'improvvisazione prende il posto della specializzazione, il pressapochismo della precisione. E il vuoto invece di colmarsi si amplifica, si cristallizza. Non sarebbe più costruttivo difendere e rafforzare identità e autonomia nella dialettica? Pensiamo a Tornatore e al suo incontro con Cristaldi. I riconoscimenti di Cannes e l'Oscar, non sono forse il risultato della capacità di coniugare il talento, l'ostinatezza e la determinazione di un regista con la sensibilità, la sapienza e l'accortezza di un produttore? Non possiamo continuare a barcamenarci ancora per molto nelle incertezze e nei quesiti, e a fare dello smarrimento e del dubbio un manifesto. Oggi che anche lo scenario politico è così radicalmente cambiato, è assai ridicolo pensare di rivendicare il diritto alla libertà di espressione, se quest'espressione ancora non sappiano quale sia.


Articolo di CHIARA TOZZI da Le opinioni in VIVI IL CINEMA Aprile-maggio 1994