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I grandi film
Film capolavori da Rivedere
Il Pinocchio di Comencini
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Il Pinocchio di Comencini
| I GRANDI FILM - DA RIVEDERE |
Il Pinocchio di mio padre? Un ribelle, tosto e anarchico
Era un ribelle, quel burattino. Venuto da una terra dura, contadina, in cui la pietà e la libertà andavano conquistate pezzo per pezzo. Oggi, forse, più che un burattino è un pupazzo. Guardando il nuovo Pinocchio che domenica sera è stato visto su Rai1 da quasi otto milioni di spettatori, diventa impossibile sottrarsi al confronto con Le avventure di Pinocchio firmate Luigi Comencini nel 1972. Ne parliamo con la figlia di quel grande regista, notevole cineasta lei stessa. «Una cosa la vorrei dire subito. Mi pare di capire che in questa nuova produzione sia stata messa al centro un’idea che in Collodi non c’era affatto, ma era un’invenzione presente nella sceneggiatura di mio padre e di Suso Cecchi D’Amico: è l’idea che Pinocchio tornasse burattino ogni volta che aveva commesso qualche maracella. Va benissimo, ma almeno potevano informarci, perché è molto caratterizzante: l’intenzione era di sottolineare, in qualche modo, l’atteggiamento ricattatorio della Fata Turchina nei confronti di Pinocchio».
Ah, però. Il contrario dello stereotipo, secondo cui Pinocchio sarebbe la parabola della retta via. «Mio padre aveva amato il libro di Collodi. Per lui aveva un significato molto forte. Nella versione sua e di Suso la bontà della Fatina era vista - me lo ripeteva sempre - com una specie di ricatto educativo. Il Pinocchio di papà è molto anarchico, molto ribelle. Era sinonimo di libertà, si rivolgeva alle giovani generazioni di allora, e non è un caso se la musica della colonna sonora per anni è stata suonata alle manifestazioni». In più, nel Pinocchio di Comencini c’è una devozione quasi commovente al personaggio... Ne era consapevole? «Lui era innamorato di quel bimbo che interpretava Pinocchio, Andrea Balestri. Come sa, mio padre non ha avuto figli maschi, e anche da lì nasce questa tenerezza che si percepisce in maniera molto forte. Mentre tra la Lollo e Andrea non c’era troppa simpatia, e infatti si facevano continui dispetti, mio padre e il ragazzo si piacevano molto, e c’era una grandisisma identificazione con Manfredi-Geppetto. Mio padre era ostile all’autobiografismo, però per lui - che fu orfano molto presto - quest’idea del padre che arriva a costruirsi il bambino era molto significativa: non a caso mise in piedi un racconto molto poco sdolcinato, un Pinocchio molto tosto. Lui ci teneva a raccontare questa infanzia un po’ selvaggia: per la parte di Lucignolo prese uno dei bambini che aveva intervistato nella periferia romana, bruno, bellissimo e ribelle».
Certo, la serie non aveva quel sapore televisivo che hanno le produzioni dei nostri giorni... «Le riprese si erano fatte soprattutto nel Lazio settentrionale, in un paesaggio molto povero e duro, in cui la favola conosciuta da tutti diventava una favola contadina, aspra. Piero Gherardi, il grande scenografo e costumista, aveva fatto un lavoro strepitoso». Era un’altra epoca per la tv... Comencini, Manfredi, Lollobrigida, Cecchi D’Amico, Gherardi... «Forse era un’altre epoca per la tv, ma era una bella epoca. Non c’era distanza tra qualità cinematografica e qualità televisiva. Mio padre non faceva differenza, girava sempre allo stesso modo. Sapeva che da Pinocchio si possono realizzare mille film: è un testo così simbolico della condizione del bambino e dell’essere che un regista la propria strada la può trovare, se vuole».
di Roberto Brunelli per www.unita.it
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