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Home I grandi film Film di oggi A SINGLE MAN di Tom Ford

A SINGLE MAN di Tom Ford

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I GRANDI FILM - FILM DI OGGI
A Single Man è tratto dal romanzo di Christopher Isherwood, edito in Italia da Adelphi. Lo stilista Tom Ford ne ha sceneggiato la storia per poi esordire nella regia. L’attore protagonista Colin Firth ha vinto la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile all’ultima Mostra cinematografica di Venezia.

La città di Los Angeles e l’anno 1962 sono l’ambiente e il momento storico che fanno da sfondo alla vicenda che si narra. Momento storico, critico per gli Stati Uniti, dei missili nucleari a Cuba. Questo evento della guerra fredda, che preoccupò non poco l’America e il mondo, tocca il protagonista, George Falconer, professore di Letteratura all’università, non più di tanto e si comprende, perché egli vive una tragedia personale: la morte, per un incidente d’auto, del suo compagno, col quale ha avuto per sedici anni  una relazione felice. Un dolore insopportabile, al punto che progetta, sembra proprio, inizialmente, con lucida determinazione, il suicidio. In questo senso il professore Falconer è un uomo solo: per il dolore, e per la volontà di spegnere definitivamente questo dolore. Perché a rigore proprio solo non è, in quanto saranno proprio gli altri a distoglierlo dal suo proposito: un’amica storica, Charley, che continua a frequentare e presso la quale si rifugia e chiede conforto e sostegno;  e Kenny, un suo studente che lo segue con grande attenzione e che gli manifesta questa attenzione anche, o forse soprattutto, con quegli stimoli ai quali  George è sensibile: gli sguardi intensi, il corpo nudo. Lui che quando ha l’occasione precisa appunto “mi piacciono le donne, ma m’innamoro degli uomini”.

Un artista, qualunque sia il linguaggio espressivo che predilige e sceglie, si costruisce un’idea sua, originale, di cosa è e di come si manifesta tale linguaggio. Così nasce lo stile personale. Ma questa ricerca del proprio stile  non deve avvenire solo sulla base di slanci ed esigenze, suggestionati forse anche da chi ci ispira e ha messo in noi il seme che ha fatto germogliare la nostra creatività. E’ necessario arricchire la ricerca della propria via con la riflessione, con il confronto, con l’analisi di autori che magari reputiamo lontani dalla nostra sensibilità. E questa riflessione mira per prima cosa a individuare i fattori di rischio, quei condizionamenti che fanno rischiare l’ovvio, il banale, il luogo comune, oppure la metafora scontata, attesa. Questi sono elementi che uccidono la creatività.  Sono elementi che rendono il prodotto artistico un qualcosa di già visto, ascoltato, letto oppure grossolano o al contrario stucchevole. Qualcosa in sostanza che lascia freddo il lettore o spettatore che non si lascia andare ma che è attento e valuta.

A parte la perplessità di fronte a un regista di oggi che non ha una storia sua ed esordisce con rifacimenti di romanzi ( l’ho scritto più volte e continuerò, quando è il caso ), colpisce negativamente in un racconto ( film o romanzo che sia ) il poco  spazio che viene dato all’ambientazione, soprattutto se si sceglie di inserire l’evento narrato in un momento storico denso di incertezze e drammaticità. In A Single Man lo sfondo è la guerra fredda in giorni di grave crisi e, anche se il personaggio vive una sua tragedia personale, appaiono veramente poca cosa le notizie orecchiate di sfuggita e persino il discorso sulla paura - molto bello e opportuno per altri versi - in cui si può intendere, ma non chiaramente, l’accenno alla situazione politica.

In questo film si vede anche che il neoregista, forse anche neosceneggiatore, non si è soffermato sui fattori di rischio, non li ha valutati, e ha caricato la storia di luoghi comuni: l’amica - relazione sessuale da ragazzi -  ancora innamorata di lui, che, pur avendo avuto altre storie naufragate, non riesce a dimenticarlo; lo studente, che insiste ad avvicinarlo finché il professore non cede alle lusinghe, e quindi il richiamo alla vita da parte di un corpo giovane.

Ancora: la determinazione a morire rivelata dall’ordine ossessivo di oggetti e documenti ben disposti. Non sono gli oggetti in sé ad essere soluzione banale; si poteva con essi accentuare un significato  di autorappresentazione, di identità: oggetto-professore Falconer, senza la sottolineatura di comportamenti maniacali: è questa tendenza maniacale, che prelude al suicidio, ad essere scontata in quanto spesso utilizzata da scrittori e registi.

E consideriamo “ l’uomo solo che ha deciso il suicidio”. Tranne che all’inizio, proprio quando mette nella borsa la pistola, in seguito il professore Falconer, la cui solitudine già convince poco, ci lascia perplessi sulla sua determinazione a porre fine ai suoi giorni. Chi vuole veramente suicidarsi è un depresso, ha subito dalla vita una tale frustrazione che non ha voglia di continuare. Le pulsioni libidiche crollano; e invece il protagonista si lascia distrarre dai consueti stimoli erotici al punto che indugia se un giovane attraente gli fa la corte. E ancora le prove ( o i tentativi?) sul letto e le posizioni scomode che lo distolgono dal tirare il grilletto, fanno sorridere. Questo effetto è voluto? Allora è un gioco. E se non è voluto, questa scena è sbagliata.

C’è una cosa molto bella nel film, sempre a proposito del suicidio: è un’espressione originale per dare significato alla presenza del ragazzo, al suo delicato, tenue invito al suo insegnante di non suicidarsi. Il ragazzo ha trovato la pistola, ha ovviamente compreso tutto, e l’ha nascosta sotto la coperta, sotto il suo fianco nudo, sul divano e si è addormentato.

Se analizziamo il linguaggio delle immagini, sia quelle che vogliono definire sentimenti e relazioni, sia quelle metaforiche, che per trasposizione esprimono ugualmente le emozioni del protagonista, allora si rivela un’ insistenza ( il bacio, immaginato, all’amico morto, e quello dell’amico morto che va incontro a lui morente) che cade nella leziosità, nel compiacimento, nel manierismo ( un esempio: la metafora del corpo nell’acqua… dolcezza, passione?!… ). E il film risulta stucchevole. Un’occasione mancata, perduta, questa di raccontare una storia che ha pure una sua sostanza, una storia che poteva restare a lungo nella mente dello spettatore a farlo meditare. Eppure lo stilista Tom Ford avrebbe potuto confrontare la sua storia col film Brokenback Mountain, stupenda storia d’amore peraltro omosessuale e ambientata ugualmente nei difficili, per i gay, anni Sessanta, film asciutto eppure denso, delicato e forte.

Sento a questo punto di voler concludere con una nota su alcuni critici che recensiscono film di questo tipo. Personalmente rimango colpito dalla “facilità” con cui si scrive. E mi domando: sono i film appena sul mercato che rendono i critici così benevoli? O è il bisogno del critico di esprimere se stesso, interpretando il film al di là di ogni misura, facendo esplodere il proprio linguaggio per cui una recensione risulta comunque osannante? Questi critici sono come il partner maschio di una coppia che balla il tango, quando il ballerino balla per esibire se stesso e la sua bravura e non, come dovrebbe, per mostrare al mondo la grazia di lei. Ecco l’impressione è che questi critici scrivano per mostrarsi anziché per mostrare e presentare, analizzandolo con serietà,  il film  di cui parlano. E il risultato è che il lettore viene in qualche modo invitato a vedere il film in questione. Dato il risultato si può concludere che è più probabile che sia “benevolenza” da parte di questi critici verso il produttore e verso il regista.

di Maurizio Mazzotta  www.essereuomo.it

    

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