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Le spine delle “ficurinie” non pungono
Le spine delle “ficurinie” non pungono
| I CORTI - ALTRO |
Le spine delle “ficurinie” non pungono, se sfiorate dall’ingenuità di un bambino
di Sergio Molino
Solarino - E’ rientrato per le vacanze nella sua terra, a Solarino, ed ha completato il suo cortometraggio. Poi, dopo aver ottenuto un importante riconoscimento, questa estate, ad Acquedolci, in provincia di Messina, è rientrato negli states per continuare a studiare e a perfezionare tecnica e arte cinematografica che spera di poter spendere bene al rientro in Italia. Ma, anche in sua assenza, il cortometraggio di Marco Gozzo, “Ficurinie”, continua a ricevere consensi da più parti della critica specializzata. Ha avuto un grande plauso alla festa del cinema di Roma, dove è stato proiettato nella sezione specializzata dei corti, ed è di alcuni giorni fa la notizia di un altro importante premio ricevuto a Positano, dove si è classificato al primo posto nella manifestazione: “Lo sbarco dei corti”.
Il tipico frutto mediterraneo, ricco di vitamina C, originario del Messico e giunto sino a noi con le caravelle di Cristoforo Colombo, è stato l’elemento utilizzato dal giovane regista solarinese Marco Gozzo, per rappresentare la metafora della vita.
L’idea gli aveva fruttato un importante successo ad Acquedolci, dove, a metà Settembre, aveva vinto il premio AIFF Sicilia, al termine della seconda edizione del concorso internazionale di cinema indipendente.![]()
Il film è stato girato per le stradine di Buscemi e, in parte, anche a Solarino. In bella evidenza i suggestivi luoghi della provincia di Siracusa con la riuscita esaltazione dei colori, dei panorami e delle bellezze architettoniche di cui è ricchissima la nostra terra, sottolineate dalle scenografie di Nanni Ragusa. Quindici minuti per offrire una bella sintesi della Sicilia rurale e dello splendido mare che circonda l’isola. Non soltanto immagini campestri, anche i rumori tipici dell’estate, il gracchiante verso delle cicale che i siciliani percepiscono come preludio alle giornate di afa. La bianca pietra irradiata dal sole illumina il sul volto del bambino e i suoi occhi trascinano le piccole gambe in una corsa verso la scoperta, la conoscenza, sospinte da un’istintiva curiosità.
Il vecchio, interpretato da Michele Bisicchia, vive all’interno di un casolare di campagna intento a coltivare le sue passioni che mette in mostra realizzando moderne sculture e che gli costano l’emarginazione della società perché ritenuto diverso, strano, “u pazzu”. Ma è uno dei possibili canali di comunicazione che l’uomo mette in azione per esprimere disagio ed emozioni. Il bambino lo avverte e ne viene affascinato perché riconosce nelle stranezze del vecchio una straordinaria occasione per sopire la sete di sapere che tanto lo anima.
Gozzo ha affidato al bambino, al secolo Alessandro Chiofalo, il compito di esplorare l’adulto utilizzando un’ottica priva di strutture mentali e pregiudizi che spesso vincolano i grandi. Con i suoi occhi ingenui, liberi di capire e approfondire, il piccolo attore quasi non fa caso a quelle spine, piccoli ostacoli che la vita propone riuscendo con estrema semplicità e naturalezza a raggiungere il frutto interno che poi è l’essenza dell’arte del vecchio. E così non fa a caso ai consigli degli altri che gli sconsigliano di frequentare il vecchio. Lui lo spia nascondendosi malamente come fanno i bambini quando giocano a farsi trovare dai genitori che, a loro volta, fingono di non vederli. Tra i due nasce un legame intimo nel segno di una continuità che descrive semplicemente il cerchio della vita. Una mattina, il giovane va come sua consuetudine a trovare il vecchio ma non lo trova più. Senza farsi cogliere di sorpresa, il bambino percepisce con naturalezza che d’ora in avanti dovrà fare da solo portando con sé, negli occhi e nelle mani, le esperienze ricevute e perpetuando così l’inafferrabile mistero della vita.
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