Paul, John, George e Ringo visti da Ron Howard

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I CORTI - ALTRO

 

Ci sono immagini che fermano il tempo e segnano un' epoca. La folle stagione dei Beatles, con le ragazze che si strappano i capelli e urlano come se non ci fosse un domani, svengono, piangono perché «il naso di Ringo è sexy», fa venire un tuffo al cuore. Niente sarà come prima per quei quattro ragazzi chiusi nelle giacche smilze che diventano star, lanciano le mode, incantano regine, presidenti, e dividono la stanza d' albergo come se fossero in gita scolastica.


È un viaggio nel tempo, cinquant' anni andata e ritorno, The Beatles Eight Days a Week - The Touring Years, il documentario diretto dal premio Oscar Ron Howard, che abbiamo incontrato a Las Vegas. In Italia sarà distribuito da Lucky Red per una settimana, dal 15 settembre (giorno della première mondiale a Londra a Leicester Square) al 21; oltre al film, nei cinema sarà proiettata in versione restaurata mezz' ora dello storico documentario sul concerto del '65 allo Shea Stadium di New York.

Perché Howard abbia deciso, dopo kolossal come Apollo 13 o Le origini di Moby Dick, di realizzare un piccolo grande film come questo, lo spiega col suo sorriso da padre di famiglia: «Sono un curioso, ero fan dei Beatles. Mi affascinava la loro storia, è bello ripercorrerla». Per sua stessa ammissione, e si capisce da come ha impostato il documentario, ricco di foto e filmini amatoriali, non ha lavorato da «esperto» ma piuttosto da «neofita», andando dove lo portava il cuore.

RON HOWARD FILM 1La sua curiosità è quella dello spettatore catapultato nei quattro anni vissuti pericolosamente dal quartetto di Liverpool, dai concerti del 1963 al Cavern Club fino all' ultima data del tour americano al Candlestick Park di San Francisco nel 1966. The Band You Know, The Story You Don' t, Conosci il gruppo ma non la storia, recita il sottotitolo, ed è quello che ha spinto il regista (anche produttore con Nigel Sinclair, Scott Pascucci, Brian Grazer Jeff Jones e Jonathan Clyde) a realizzare questo «come eravamo» affettuoso che fa venire voglia di cantare.

Non c' è internet, non ci sono i social, c' è l' attesa per l' evento, la radio e la tv che amplificano la Beatlesmania, l' isteria collettiva che dalla Gran Bretagna contagia il mondo: John Lennon, George Harrison, Paul McCartney e Ringo Starr somigliano ai ragazzi che li andavano a vedere.

Quattro amici innamorati della musica, con il produttore Brian Epstein che li accompagna dal sarto, lo specchio per controllare se la frangia si muove a tempo. Ma realizzano il sogno, salgono sul palco e riescono a diventare star. Perché? Howard, semplice e diretto, quasi perso nella quiete della magnifica suite La Villa dell' Hotel Mirage, allarga le braccia.
 

«Questa è la domanda che mi sono fatto, mi sono chiesto tante volte cosa avessero di speciale. Hanno cambiato la cultura popolare, il modo di vivere la musica, è un dato di fatto. Credo che fossero diversi per la loro integrità, è l' aspetto che li distingue».

Un' integrità in cui forse il regista, 62 anni, si rispecchia: camicia Oxford, pantaloni di tela beige, è rimasto Richie Cunningham, stesse efelidi, qualche ruga in più, il berretto con la visiera - che durante la conversazione si toglierà - per coprire la chioma perduta.

«Eight Days a Week» chiarisce Howard «è dedicato ai fan, certo, ma soprattutto ai Millennials, che conoscono le canzoni dei Beatles ma non quest' avventura artistica irripetibile. Avevano il dono raro della creatività, un entusiasmo che non ho più ritrovato. Mi interessa farli conoscere ai più giovani e spiegare il contesto in cui nasce il mito, perché sono unici».
 

Chiedi chi erano i Beatles: eccoli, Paul, John, George, Ringo, dietro le quinte dei concerti. Assonnati, travolti dalla folla isterica, scortati dalla polizia, in aereo, alle conferenze stampa coi microfoni che fischiano, felici solo di suonare «qualche volta otto giorni alla settimana» come dicono nelle interviste e come recita la loro canzone.

«No, non ci rendevamo conto» spiega Harrison «di quello che sarebbe successo». Tra gli intervistati c' è Sigourney Weaver: appare giovanissima in una foto tra la folla delle fan scatenate, sperava di essere notata da Lennon a New York.
 

«Ho speso un pomeriggio a scegliere il vestito per andare al concerto, ero innamorata di John». Whoopi Goldberg dice che i Beatles «non erano bianchi, erano senza colore», perché li sentiva vicini, erano liberi: «La loro era una rivoluzione».
 

L' America che si ferma quando John Fitzgerald Kennedy viene ucciso a Dallas il 22 novembre 1963, e che accoglie i quattro come eroi, li censura quando nel 1964 si rifiutano di suonare al Gator Bowl di Jacksonville (Florida) senza la garanzia di avere un pubblico «non discriminato».
 

«No segregation» dicono, «noi suoniamo per la gente, per tutti, non solo per alcune persone». Cinquant' anni dopo in America riesplodono le tensioni razziali, negli anni 60 i Beatles dicevano no al razzismo. Che effetto le ha fatto? «Confesso che non lo sapevo» risponde Howard. «L' ho scoperto vedendo i filmati e mi ha fatto una grande impressione. Per questo è giusto ricordare, perché la storia non si ripeta».
 

Dai piccoli film alle commedie blockbuster all' Oscar per A Beautiful Mind, Ron Howard è rimasto un regista difficilmente catalogabile ma al tempo stesso una colonna di Hollywood. Dietro e davanti la macchina da presa, star formato famiglia grazie a Happy Days, forse per questo parlandoci ti sembra di conoscerlo da sempre. «Non mi dispiace ricordare quel successo, anzi.
 

Sono stati anni felici, anche se facevo tante cose e mi sembrava di non avere mai tempo… Le amicizie nate sul set sono durate negli anni, vedo spesso Henry Winkler (Fonzie) e gioco a golf con Donny Most (Ralph Malph)». Anche i Beatles furono contagiati dall' ottimismo di quel telefilm che, per dieci anni, ci ha illuso che la felicità fosse a portata di mano, perché se non c' erano gli amici c' era sempre la famiglia.
 

«Ringo Starr era venuto sul set di Happy Days, credo nel 1978. Lui non se lo ricordava, io invece sì. Per me era un mito. È rimasto un gentleman ed è sempre una persona divertente. E avevo incontrato anche John Lennon col figlio Sean, ma, lo devo dire, erano venuti a conoscere Fonzie». Sorride divertito. «McCartney invece no, l' ho conosciuto agli Oscar». Se il rischio fa parte del mestiere, per Howard ogni progetto è una prova da superare, anche un documentario sui Beatles. «Perché è una sfida creativa, un nuovo modo di raccontare una storia, circoscritta in pochi anni, ma per me comunque epica.
 

È un approccio molto diverso rispetto alla preparazione di un film, devi lavorare sul materiale che esiste, sei costretto a scegliere - e scegliere è la cosa più difficile perché t' innamori di un' immagine - e a stare nei tempi. Poi ho trovato interessante fare le interviste, per una volta non ero io a dover rispondere...».
 

Viene da chiedersi perché abbia scelto proprio i Beatles e non, ad esempio, i Rolling Stones che pure hanno segnato la storia. «Semplice, perché ascoltavo la loro musica (ma anche i Beach Boys, Cat Stevens e Simon & Garfunkel). Il loro è un percorso artistico fatto di creatività e integrità. Il film, per come lo vedo io, è un viaggio nel talento e nell' intelligenza di quattro ragazzi speciali che avevano il dono del saper raccontare, erano autentici storyteller.

Non è solo un' avventura musicale, uno stile di vita. Ho girato andando alla continua scoperta di qualcosa». Dopo la pubblicazione di Sgt. Pepper' s Lonely Hearts Club Band, 32 milioni di copie vendute, arriva la musica elettronica, l' ispirazione indiana; l' ultimo concerto dei Beatles, il 30 gennaio del 1969, sul tetto della Apple Records a Savile Row, nel cuore di Londra, precede di un anno lo scioglimento del gruppo. Il film si chiude sulle note di Don' t Let Me Down, la gente col naso all' insù che li guarda suonare.
 

star e lennon star e lennon

A ottobre uscirà Inferno, ancora un thriller dal libro di Dan Brown con Tom Hanks nei panni del professor Langdon; stavolta si risveglia in un ospedale di Firenze colpito da amnesia. L' interesse per i documentari ha spinto Howard, come produttore, a impegnarsi in diversi progetti per la tv, da Breakthrough 2 a Mars e anche Genius: Einstein, di cui curerà anche la regia. «Con i documentari scientifici puoi mescolare i linguaggi e usare gli effetti speciali. La ricerca e le invenzioni mi appassionano, ci sono scienziati che lavorano da anni alla conquista dello spazio, è una storia ancora tutta da scrivere».
 

Parlare a tutti, ma soprattutto rivolgersi ai ragazzi «che sono sempre avanti», è quello che lo interessa di più. Steven Spielberg ha esortato i produttori a studiare i gusti dei giovani: ha raccontato che tornando a casa per prima cosa chiede ai figli cosa guardano in tv. Howard concorda: «È importante saper ascoltare.
 

L' estetica cambia, siamo obbligati a esplorare nuovi linguaggi, a tenerci aggiornati sulle tecnologie, ogni giorno si fa un passo avanti, il mondo dei media si trasforma. Hollywood» spiega «è un' industria chiusa, molto controllata dagli Studios. Devi fare cinema per intrattenere ma allo stesso tempo devi saper rispondere ad altre esigenze. Si deve sperimentare. Non c' è crescita senza rischio, bisogna saper rischiare, sempre».
 

Lo dice convinto, ma quando sua figlia Bryce Dallas gli ha detto che voleva fare l' attrice, racconta di avere avuto un brivido. «All' inizio ero preoccupato. Recitare, fin dalla scuola, era la sua passione e ha talento.

Il cognome pesa, ovvio, ma sarebbe stato più difficile se fosse stato un maschio: per un figlio il confronto col padre è più complesso. Però sono rimasto scioccato perché non avevo capito fino in fondo a quante pressioni sia sottoposta una donna che fa l' attrice per i diktat della bellezza. Tutte cose con cui gli uomini non si confrontano». Cuore di papà.

di Silvia Fumarola per “Il Venerdì di Repubblica”

da http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/chiedi-chi-erano-beatles-regista-ron-howard-racconta-fab-four-130119.htm

Un documentario sui Beatles

https://www.youtube.com/watch?v=Mj0KLrrl2rs