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ALESSANDRA RECCHIA sceneggiatrice

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INTERVISTE - Tutte

"Se penso a ‘L’Oro Rosso’ mi sento totalmente impregnata di tutto ciò che gli appartiene, è come se mi fosse rimasto appiccicato addosso. Ho vissuto ogni sua piccola metamorfosi, dalla scrittura creativa, alla trasposizione e alla ricomposizione in immagini. La sceneggiatura ha preso forma e colore in un inizio inverno insolito per me. Tutto per la prima volta era illuminato da un’energia contagiosa che mi spingeva verso una voglia irrefrenabile di dar forma ad una storia in cui credere e di dar vita a dei personaggi che avessero la forza, attraverso l’emozione, che considero origine sia della vita che della finzione, di sembrare credibili e di raccontare della loro carne, di quella carne sanguinante di cui tante testimonianze avevamo raccolto. Tanti gli incontri con occhi di donne, di mamme, di uomini strappati a se stessi, schiacciati dai soprusi, prigionieri della tristezza, della malinconia, della sofferenza, che mi hanno fulminato e mi hanno convinto ad andare avanti.  Durante le fasi dinamiche di scrittura, una forza della natura che non arretra davanti a nulla, quella che Cesare sprigiona, mi è servita da stimolo per superare le difficoltà nella costruzione di una storia che sin dall’inizio sembrava poter prendere molteplici direzioni, ma che doveva volgere lì dove noi volevamo andare, doveva diventare uno strumento accordato alla perfezione nelle nostre mani. ‘L’Oro Rosso’ credo riesca a graffiare, a percuotere, a destabilizzare, a tratti credo faccia proprio male, ma contemporaneamente riesce a giustapporre alla violenza più cruda un amore infinito e universale, quello che lega una madre ad una figlia. In questo ritrovo la sua compiutezza e l’autentica vittoria della sua performance espressiva".      

 

 

“L’Oro Rosso credo riesca a graffiare, a percuotere, a destabilizzare, a tratti credo faccia proprio male, ma contemporaneamente riesce a giustapporre alla violenza più cruda un amore infinito e universale, quello che lega una madre ad una figlia. In questo ritrovo la sua compiutezza e l’autentica vittoria della sua performance espressiva”