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CESARE FRAGNELLI regista

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INTERVISTE - Tutte

“Io adoro il racconto cinematografico fedele alle tradizionali logiche narrative. Godo per il cinema con intreccio e personaggi. Amo e mi eccito per il cinema che fonda la propria esistenza nella soluzione registica, nella messa in scena, nell’inquadratura, nei problemi feroci che comportano la composizione e la sceneggiatura. Non sono un ingegnere del cinema, non cerco la quiete tecnica che accompagna il giusto contenuto, ma non sono nemmeno uno che giustifica il proprio insuccesso nascondendosi nelle parole: avanguardia, sperimentazione, povertà di mezzi (perchè se d’avanguardia e sperimentazione nel senso vero e artistico dei termini fossi capace, non potrei che eccitarmi molto di più dietro una macchina da presa). Per intenderci, però, sappiate che non sono un regista che perde il sonno dietro le bellurie formali. Per me contano i risultati, non m’interessano le ragioni produttive, la Kodac piuttosto che la Fuji, il dolby digital piuttosto che il dolby sr, tutto deve essere funzionale al racconto e mi preoccupo soprattutto che avvenga questo. Nei miei film ci metto eccesso d’entusiasmo e credo che, come per un bambino che voglia imparare a scrivere ci sia una grammatica importante da fargli conoscere, anche il cinema abbia una sua grammatica da conoscere: forte e decisa, di metodo e d’emozioni, di poetica e di maniera, d’arte e di tecnica. E così che, a 29 anni compiuti, ho preferito ancora aspettare tempi più maturi per un lungometraggio, affinando le tecniche di racconto con il mio nuovo lavoro ‘L’Oro Rosso’. Ma attenzione, il mio nuovo film breve non è uno studio. ‘L’Oro Rosso’ è il film di cui oggi sono capace. Sono uno che ama il cinema, quello vero. Non parto mai da un progetto studiato a tavolino, ci deve essere una spinta che mi dia la forza di trovare una forma per raccontare qualcosa. Forse da parte mia c’è una tendenza all’inchiesta, al sociale, alla vita, preferisco che si dica una tendenza alla reinvenzione del reale. Ma, nel contempo, detesto quelle conversazioni culturali dove ci si riempie la bocca con termini del tipo ‘film inchiesta’, ‘free cinema’, ‘cinèma - vérité’. Le detesto perché troppe volte servono a giustificare molti esordi alla regia disastrosi, perché molte volte servono a fuggire dagli sbagli che un film ha nel sangue delle sue vene, troppo spesso giustificano uno stucchevole massimo di registrazione per celare un oggettivo minimo d’invenzione.

Ma andiamo al mio nuovo cortometraggio.

La pagina scritta non ha quello che è il fondamento del cinema: l’immagine. Con la sua forza di scuotimento e di richiamo. Ecco perché preferisco parlare attraverso le inquadrature dei miei film. Un film va visto. Parlerò, allora, poco del mio cortometraggio ‘L’Oro Rosso’. Non so se questo sia un film d’inchiesta, non so neppure se sia utile a conoscere la società dell’oggi, ma sono certo che non ha questa presunzione. Ho voluto raccontare una storia di una mamma rumena che vive in Puglia da qualche anno. Ho individuato l’opportunità narrativa nel rapporto universale tra una madre e una figlia. All’inizio la mamma sembra condurre felice la sua vita di routine, ma una domanda semplice e curiosa della figlia fa sanguinare violenti i ricordi della madre. E così che ho raccontato la storia di Erika. Da 10 anni in Italia. Questa, oggi, è la sua storia e violenta lo sarà anche domani”.

 

 

“Non so se questo sia un film d’inchiesta, non so neppure se sia utile a conoscere la società dell’oggi, ma sono certo che non ha questa presunzione”