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Home Interviste Tutte “Una casa per Tommy e gli altri”. Ecco perché ho girato questo film

“Una casa per Tommy e gli altri”. Ecco perché ho girato questo film

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INTERVISTE - Tutte

 

Tommy e gli altri, il primo film italiano sul tema dell’autismo che Sky ha trasmesso il 2 aprile in occasione della Giornata mondialeTommy e gli altri  lastampa della consapevolezza sull’Autismo, perché ritiene che sia importante raccontare storie come queste, che non riguardano “gli altri”, ma il nostro modo di essere comunità. Il progetto nasce da un’idea di Gianluca Nicoletti ed è diretto da Massimiliano Sbrolla (regista de Il viaggio di Sammy). Nicoletti compie insieme al figlio Tommy, ragazzo autistico da poco divenuto maggiorenne, un lungo viaggio attraverso l’Italia, da Forlimpopoli a Trento e Madonna di Campiglio, da L’Aquila a Napoli, passando per Gravina di Puglia, Botricello e Praia a mare, per incontrare “gli amici di Tommy”, ragazze e ragazzi autistici e i loro genitori. Attraverso le immagini e le parole dei giovani e delle loro famiglie, Tommy e gli altri porta alla luce storie di isolamento, di integrazione difficile se non impossibile. Protagonisti sono “gli altri”, ovvero quegli autistici adulti ai quali, proprio come a Tommy, non viene più riconosciuto il diritto a una vita sociale. C’è chi ancora vive in casa con i genitori, ma prima o poi sarà destinato a essere considerato solo una retta pagata dallo Stato, da chi ha nel mantenimento in vita di queste persone il suo business, in strutture che tanto ricordano i più detestabili luoghi di segregazione del passato.

 

Oggi (30 marzo 2017) presenteranno in Senato il nostro film sugli autistici fantasma. Mio figlio Tommy a diciannove anni indosserà per la prima volta in vita sua una giacca con la cravatta. Vederlo vestito da uomo serio mi fa un certo effetto, soprattutto se penso che, almeno allo stato attuale dei fatti, non ci saranno per lui altre occasioni per indossare quello che per molti suoi coetanei è il vestito con cui si va alle feste, agli appuntamenti importanti e poi magari anche al lavoro. Per lui e per “gli altri” protagonisti del docufilm la vita si prospetta ben diversa. Molti di loro vivono seppelliti in casa, la scuola li ha messi alla porta dopo averli al massimo tollerati, senza nessun pensiero su quali veri strumenti avrebbero avuto loro bisogno per affrontare una vita veramente inclusiva.  

E dopo? Nulla, se non un limbo incerto fatto di centri diurni, dove ci sono, passeggiatine nel parco, un po’ di sport. Tanta televisione e cartoni animati. Fino quando spunteranno i primi capelli grigi. In quel momento però i genitori non ci saranno, o se ancora vivi avranno più bisogno di assistenza dei loro assistiti.  

E dopo ancora? Un pozzo nero, dove tutto quello che è familiare sparisce. Solo allora però l’ autistico comincia ad avere un valore per il mercato del lavoro. Il fantasma si trasforma in “una retta” che lo stato pagherà all’azienda “caritatevole” che nell’assistenza a disabili psichici ha il suo core business.

Per questo ho deciso di smuovere le acque con un film “cattivo”, come continuerò a farlo con tutti i mezzi che potrò procurarmi. Ho capito che se non ci rimbocchiamo le maniche noi genitori, fino a che ne abbiamo forza e cervello, nessuno cambierà le cose in questo paese. Hanno fatto delle belle leggi? Forse, ma servono anni perché dalla carta passino a incidere sulla nostra vita concreta. E noi di tempo ne abbiamo poco.  

Tommy e io ci siamo messi alla ricerca di quelle persone che per la società tipicamente cerebro munita sono da rinchiudere da qualche parte, dove non diano fastidio. Abbiamo girato in un anno per tutta Italia, muovendoci con un pulmino e una fantastica troupe di professionisti che ha accettato di iniziare a lavorare sulla fiducia. I soldi per fare un film all’inizio non li avevamo. Poi sono arrivati; prima una colletta natalizia degli studenti della Luiss, che ci hanno regalato il primo shooting. Poi un crowdfunding tra le famiglie, che in poche settimane ci ha permesso di raggiungere il minimo indispensabile a proseguire e terminare. Infine Sky che ci mette in onda nel canale dedicato all’ arte. 

Che i nostri figli siano opere d’ arte è una mia vecchia fissazione. Ed è anche questo il motivo per cui ho ritenuto necessario fare un film sull’autismo più scomodo: Tommy e io viviamo a Roma e ci sembra indegno che nella città della “grande bellezza” sia così difficile avviare un’iniziativa che concretamente sia rivolta a una vita futura all’ insegna del bello per questi ragazzi. Voglio far vedere alla mia Sindaca Raggi che gli autistici adulti esistono, e farla riflettere su quale occasione stia perdendo, limitandosi a svolazzare con grazia sulle loro richieste di attenzioni concrete.  

La sindaca sa che era stato individuato un bel casale che giace abbandonato da qualche anno alle pendici di Monte Mario, circondato dal verde. E’ bellissimo e si chiama Casale Gomenizza,è una struttura del Comune, restaurata ma inutilizzata. Per quel Casale è stato presentato un progetto pilota, del quale è capofila il Miur, che lo potrebbe trasformare nel “Casale delle Arti”, un centro urbano aperto alla cittadinanza e dedicato nello specifico all’inclusione lavorativa di ragazzi neurodiversi.

Sembra però che questo nostro sogno non sia visto con particolare entusiasmo dalle parti del Campidoglio. Non era lo era certo anche nelle amministrazioni precedenti, che hanno visto attorno a quel casale dipanarsi una storia abbastanza travagliata. Il sindaco Alemanno lo fece restaurare per regalarlo nel 2009 alla fondazione Raphael Onlus di monsignor Giovanni D’Ercole, per inciso lo stesso monsignore (oggi vescovo) che gli aveva molto tempo prima presentato l’amico Raffaele Marra, assunto da lui poi in Comune. Marra, ex braccio desto dell’attuale Sindaca, da tre mesi è incarcerato e in attesa di giudizio per gravi reati.  

In quel casale sarebbe dovuto nascere “Il villaggio degli Ercolini” destinato ai giovani che versavano in difficili condizioni socio-familiari. Sotto la gestione Marino il Comune però si riprese il Casale, perché accertò che non erano svolte le attività sociali per cui era stato assegnato alla fondazione, provvedimento tra l’atro ribadito come legittimo da sentenza del Tar del Lazio nel 2015.  

In questi anni ogni volta che passavo davanti a quel posto, che oggi si stanno divorando le sterpaglie, sognavo a occhi aperti di vederlo pullulare della vitalità dei nostri figlioli pazzerelli, finalmente affrancati dal destino di essere reclusi, ma capaci anche loro di lavorare e contribuire a portare nel quartiere la ricchezza di sguardi diversi.  

Chissà se mostrare in un film la loro rabbia per non potere avere il diritto a una vita almeno dignitosa, farà venire alla Sindaca la voglia di rischiare, e di farli uscire dai loro nascondigli, magari solo per vedere se riusciranno a portare un po’ di artistica e gioiosa follia nel cupo quotidiano di una città spenta, dove si parla solo di cassonetti straboccanti, ratti in processione e cinghiali che corrono sui sampietrini.

Articolo di  Gianluca Nicoletti per lastampa.it

 

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