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Capii soltanto allora che cosa volesse dire regia - di Giuseppe Rotunno

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TECNICA - BASE

 

Iniziai a lavorare in Senso dopo una breve esperienza con Visconti come operatore alla macchina in un episodio con la Magnani — Anna — del film Noi donne. Il rapporto cominciò mettendo subito in chiaro certi aspetti del nostro carattere. Si girava al Teatro Sistina ed io arrivai tardi sul posto di lavoro. Avevo viaggiato tutta la notte proveniente da Venezia, dove stavo girando un documentario sul Carpaccio e dove Aldó [Aldo Graziati] mi aveva chiamato con urgenza, essendo egli stesso sollecitato all'ultimo momento da Visconti per terminare le riprese di quell'episodio. Al Sistina trovai la "troupe" in attesa del mio arrivo; capii che il ritardo non era gradito a Visconti; salii sul palcoscenico, e prima di salutare il mio maestro Aldó, mi diressi direttamente dal regista, che era seduto sulla sua sedia di lavoro; mi scusai del ritardo, sulle ragioni del quale era stato informato; ma sentii la necessità di dirgli che conoscevo i suoi modi "autoritari" verso i collaboratori e che non mi sarebbero stati molto graditi. Suggerii una condizione: che, in caso di eventuali dissensi o non perfetta sintonia e comprensione sul lavoro, avrebbe dovuto subito avvertirmi e ci saremmo lasciati piú amici di prima. Finimmo Anna, e tutto andò benissimo. Cominciammo poi Senso, e Visconti mi avverti che il film sarebbe stato piú difficile del precedente per necessità di racconto, ispirato pittoricamente e pittoricamente inquadrato. Si trattava di realizzare una composizione in movimento: la cinecamera doveva riprendere centinaia di uomini e cavalli in azione, ed era necessario che ogni fotogramma risultasse appunto una composizione stabilita da raggiungere. Per ottenere questo Visconti preparava i percorsi di tutte le figure nell'immagine per piccoli gruppi: ogni gruppo doveva seguire traiettorie precise che venivano a intersecarsi con quelle di altri gruppi separatamente preparati, e tutti poi erano messi insieme come i pezzi di un mosaico ma senza soluzione finale statica, bensí sempre in movimento. Capii soltanto allora che cosa volesse dire regia. Mi inserii in questa azione pittorico-musicale; ne fui affascinato, ne divenni una parte. Feci ogni sforzo per muovermi con la cinepresa in armonica sintonia con l'azione delle figure: violentai il mezzo, una cinecamera enorme che chiamavo "frigorifero". Per esigenze del sistema Technicolor si effettuavano le riprese contemporaneamente su tre pellicole b.n., per cui essa appariva grande, goffa, lenta e difficile da manovrare come un ippopotamo. Era impossibile vedere direttamente l'immagine, ma solo con l'ausilio di un mirino distante circa trenta centimetri dall'obiettivo; perciò la visione prospettica risultava deformata. Visconti mi guardava lavorare con curiosità e sospetto. Mi trattò con un certo distacco per molti giorni, finché da Londra — dove si effettuavano sviluppo e stampa della pellicola — arrivò un cospicuo blocco di «giornalieri» che venne visionato dallo stesso Visconti, da Aldó, da me e da pochissimi altri. Finita la proiezione Visconti non mi disse una sola parola. Uscimmo. Dopo un po' mi invitò a prendere un aperitivo, insieme con gli altri. Era molto pensieroso; dopo avermi scrutato come a soppesarmi, disse: "sono venuto alla proiezione pensando di trovare almeno qualche difetto. Difetti non ce ne sono; bravo". Fu cosí che iniziò un vero rapporto di stima e di profonda amicizia con Visconti, che oltre a essere un grande regista era un uomo giusto e riconoscente verso i collaboratori, dava loro quanto meritavano, anzi anche di piú. Fu durante le riprese di Senso che sentii parlare per la prima volta di Guido Aristarco, arrestato insieme con Renzo Renzi per aver pubblicato in Cinema Nuovo un soggetto sulla guerra d'aggressione alla Grecia, L'armata s'agapò, ritenuto oltraggioso per le Forze armate. Con Visconti e molti della "troupe" sottoscrivemmo un documento in loro difesa, e manifestammo dinanzi alla prigione, il carcere militare di Peschiera, dove erano racchiusi. Quando vennero rimessi in libertà con la condizionale, conobbi personalmente Aristarco, che mi fece fare la prima intervista della mia vita. Aldó, Visconti, Aristarco: che fortuna per un giovane incontrare tre uomini e tre professionisti come loro!

 

di Giuseppe Rotunno

in CINEMA NUOVO - Maggio-Giugno 1986
anno 35 numero 3 (301) Edizioni Dedalo

 

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