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Il "Giallo-Horror" italiano

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Con il film I vampiri, datato 1957, ha ufficialmente inizio il cosiddetto Horror italiano, creato dalle menti geniali di due dei "padri fondatori" del genere, il regista Riccardo Freda ed il direttore della fotografia Mario Bava. Nonostante gli scarsi risultati al botteghino, quella pellicola avrebbe rappresentato negli anni successivi qualcosa di più di una semplice scommessa con i produttori Donati e Carpentieri, facendo ben presto cambiare idea agli "addetti ai lavori" riguardo alla possibilità che un genere come l'horror (assai popolare in quel periodo oltremanica) potesse attecchire anche in una terra solare e cinematograficamente più incline alla commedia come la nostra. Dopo il brillante esordio dietro alla macchina da presa da parte di Bava con La maschera del demonio, si susseguirono nei primissimi anni Sessanta, sulla falsariga dei due film sopra citati, varie pellicole più o meno dignitose di stampo gotico, tra le quali vanno senz'altro ricordati film come Il mulino delle donne di pietra di Giorgio Ferroni e L'orribile segreto del dottor Hichcock sempre di Freda.
Nel 1962, con La ragazza che sapeva troppo, Mario Bava getta quindi le basi di quello che sarà certamente il genere più prolifico e conosciuto nel mondo: il giallo all'italiana. In questo brillante film Bava ne definisce i canoni essenziali e gli elementi base (che verranno ripresi e perfezionati due anni dopo dal regista ligure col bellissimo Sei donne per l'assassino) senza riuscire però a creare subito una "scuola gialla" come quella che sorgerà anni dopo sulla scia dei primi fortunati thriller di Dario Argento. La maggior parte dei registi dell'epoca preferiscono infatti continuare sulla via del gotico, girando ottimi film d'atmosfera come Danza Macabra e La vergine di Norimberga, diretti entrambi dal bravo Antonio Margheriti, nonchè buone pellicole "low-budget" come Cinque tombe per un medium ed Il boia scarlatto, diretti da Massimo Pupillo. Regina indiscussa dell'horror italiano di questo periodo è l'inglese Barbara Steele, antesignana delle moderne "scream lady" e protagonista di alcune delle migliori pellicole italiane degli anni Sessanta e Settanta. Negli anni successivi registi del calibro di Margheriti e Bava confermano quindi il loro talento con alcune ottime pellicole tra le quali spiccano alcuni capolavori come Operazione paura e Contronatura.
Il 1969 vede infine l'esordio alla regia dell'ex critico cinematografico Dario Argento, indiscusso erede del grande genio di Bava, che dopo il successo del brillante L'uccello dalle piume di cristallo diverrà il caposcuola del giallo all'italiana, certamente il genere più sfruttato nel corso degli anni Settanta. Tra il '69 ed '73 usciranno infatti nelle sale una miriade di thriller "argentiani" (la maggior parte dei quali di scarsa qualità...) che si rifaranno nei titoli e nei soggetti ai primi lavori del giovane regista romano. E' questo il periodo dei primi ottimi gialli di Lucio Fulci (ricorderei in questo senso pellicole come Non si sevizia un paperino con un giovanissimo Tomas Milian e Una lucertola con la pelle di donna con Florinda Bolkan), degli innumerevoli thriller di Sergio Martino con Edwige Fenech (tra cui si segnalano i soli I corpi presentano tracce di violenza carnale e Tutti i colori del buio), dei numerosi gialletti di Umberto Lenzi e dei tanti (certamente troppi..) thriller animaleschi ispirati ai primi tre film di Argento. Tra i migliori prodotti di quegli anni vanno senz'altro annoverate pellicole del calibro di Cosa avete fatto a Solange? di Massimo Dallamano, Mio caro assassino di Tonino Valerii, L'etrusco uccide ancora di Armando Crispino e La corta notte delle bambole di vetro di Aldo Lado.
In virtù del grande successo di pellicole d'oltreoceano come Il presagio e L'esorcista, si inserisce poi nel 1973 un nuovo sottogenere, il cosiddetto filone esorcistico-demoniaco, che porterà numerosi registi italiani a cimentarsi in film similari, con risultati però decisamente scadenti nella maggior parte delle occasioni (si possono salvare a riguardo solo poche pellicole come Holocaust 2000 di Alberto De Martino ed Il Medaglione insanguinato di Massimo Dallamano).
Negli anni successivi al 1975, dopo lo strepitoso succeso internazionale di Profondo rosso, c'è quindi un ritorno al giallo di stampo argentiano con buoni discreti film come Chi l'ha vista morire? di Aldo Lado o Macchie solari di Armando Crispino, sebbene si noti comunque una certa stanchezza e ripetitività nei temi e nelle situazioni affrontate. Negli stessi anni registi come Mario Bava ed Argento continuano a sfornare grandissimi film come Reazione a catena e Suspiria, confermando (se ce ne fosse stato bisogno..) tutto il loro talento visionario ed espressivo, mentre Pupi Avati esordisce nel genere con il sensazionale La casa dalle finestre che ridono.
Arriviamo quindi al 1978, anno di uscita del magnifico Zombi di Romero (film peraltro prodotto dall'amico Dario Argento), cui faranno presto seguito numerose imitazioni nostrane di livello più o meno alto: il primo a cimentarsi nel filone zombesco è il grande Lucio Fulci con l'estremo Zombi 2. Seguono quindi numerose altre pellicole sullo stesso tema, nelle quali, mancando quasi del tutto valide sceneggiature e regie di spessore, sono spesso gli effetti speciali a farla da padroni...
Arriviamo così agli anni 80, che iniziano con la dolorosa scomparsa del grande Mario Bava, che passa idealmente il testimone all'allievo Dario Argento collaborando alla realizzazione di Inferno, e con la celeberrima "trilogia" di Fulci (composta da L'Aldilà, Quella villa accanto al cimitero e Paura nella città dei morti viventi). Ma gli anni Ottanta sono anche gli anni di un grande artigiano del nostro cinema, Aristide Massaccesi (più noto con lo pseudonimo di Joe D'Amato), che con soli due film (gli "splatterosissimi" Antropophagus e Buio Omega) riesce a ritagliarsi un posto d'onore tra i registi horror italiani.
Spentasi però la vena creativa dei grandi del nostro cinema e soprattutto con l'emergere delle nuove leve (tra cui "spiccano" i pessimi Lamberto Bava e Luigi Cozzi, responsabili di alcuni tra i peggiori film del nostro cinema), inizia verso la metà del decennio un lento ma inesorabile declino del genere fantastico, fino ad arrivare alla sua definitiva "dissacrazione" con le pellicole dirette da personaggi del calibro dei fratelli Vanzina o di Bruno Gaburro...

Lucio Fulci

Questo piccolo grande Maestro, autore di alcuni tra i più terrificanti horror del nostro cinema, è stato sempre considerato dalla critica italiana come un autore minore, venendo riconosciuto per i suoi reali meriti solo al'estero (cosa in comune con Mario Bava). Poco prima di morire Fulci si tolse però la soddisfazione di essere "riscoperto" in vita, tant'è che nei suoi ultimi anni amava definirsi come lo "zombi del cinema italiano"... Altra definizione che il Maestro amava usare riferendosi a se stesso era quella di "terrorista di genere": avendo girato fin da giovane un grandissimo numero di pellicole (alcune delle quali per brevità non sono citate nella lista sottostante) ed avendo affrontato in pratica ogni genere possibile, aveva raggiunto un tale livello di esperienza e maturità artistica che pochi altri in Italia potevano vantare. Purtroppo, a causa di budget sempre più ridotti, che comportavano l'utilizzo di attori e collaboratori meno dotati di quelli del suo "periodo d'oro" (i quali avevano costituito una sorta di factory collaborando sempre insieme per molte pellicole), gli ultimi lavori del Maestro non risultano all'altezza di quelli girati negli anni settanta ed ottanta, ma i nostri ricordi resteranno sempre ancorati ai magnifici film a cavallo del 1980 e del 1981, che rappresentano forse la punta più alta raggiunta da Fulci nella sua grande carriera.

Mario Bava

Il Gran Maestro dell'horror italiano nasce come direttore della fotografia e curatore di effetti visivi per molti film italiani ed americani nel periodo d'oro di Cinecittà. Dopo la fortunata collaborazione con l'amico Freda ("inventore" dell'horror made in Italy con il film I vampiri, del quale Bava dirige alcune scene di raccordo), esordisce alla regia nel '60 e gira (purtroppo senza troppe fortuna in patria) alcuni tra i più bei film del nostro cinema di genere, finchè nei primi anni 70 è "costretto" a cedere il passo ai registi della nuovo generazione, primo fra tutti Dario Argento, cui idealmente Bava passerà il testimone nell'80 collaborando ad Inferno. Il suo ultimo lavoro cinematografico, datato 1977, gli viene addirittura commissionato dai produttori come un film "alla Argento" e Bava, ormai stanco dei continui condizionamenti e dei budget sempre più limitati, lascia girare al figlio (già suo aiuto regista da parecchi anni) molte scene del film, che difatti non ha più la tipica "impronta" del Gran Maestro. L'ultimissima "fatica" prima della sua scomparsa è un mediometraggio, girato assieme al figlio per la Rai, tratto (come La maschera del demonio) da un classico della letteratura, stando ancora una volta a dimostrare la grande cultura e la poliedricità di uno dei nostri più grandi (e sottovalutati in vita) registi.

Dario Argento

Figlio di un produttore cinematografico e di una celebre fotografa, il Messia, dopo un periodo di "tirocinio" come critico cinematografico per alcune testate giornalistiche, scrive alcune sceneggiature (tra cui Metti una sera a cena di Patroni Griffi e C'era una volta il West, scritta con Bertolucci per Sergio Leone) che gli rendono nell'ambiente la notorietà necessaria per poter esordire alla regia nel 70 con un suo soggetto. Celebrato in tutto il mondo come "l'Hitchcock italiano", Argento da Profondo rosso in poi abbandona la redditizia strada del "giallo animalesco" da lui inventata per passare all'horror vero e proprio. Ultimamente (diventato anche produttore e "talent scout" di nuovi registi dell'orrore) ha forse inflazionato un pò troppo il genere, probabilmente per restare fedele alle attese dei suoi fans, ed i suoi ultimi lavori non sono di certo all'altezza della sua fama. Vedremo se con i prossimi lavori riuscirà a creare ancora una volta qualcosa di nuovo ed originale che lo riporti agli "antichi splendori"...

 

 

 

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