Studentessa sostenibilità vivere milano 600Oggi scrivere e realizzare un cortometraggio sulla sostenibilità non significa più soltanto fare un film “ecologico” in senso stretto, con qualche immagine di plastica in mare o con un messaggio finale sul pianeta. La sostenibilità, nel suo significato contemporaneo, riguarda il modo in cui una società regge nel tempo senza distruggere le proprie basi: ambiente, risorse, relazioni sociali, condizioni di lavoro, dignità umana, qualità della vita, possibilità future. Anche nel settore audiovisivo questa idea è ormai doppia: da una parte raccontare storie che aiutino a immaginare un futuro sostenibile, dall’altra produrre film in modo più sostenibile. È esattamente la linea seguita sia dalle Nazioni Unite nel quadro dello sviluppo sostenibile sia da organizzazioni del settore che lavorano sia sull’impatto delle produzioni sia sui contenuti che diffondono una visione sostenibile del futuro.

Questo cambia molto il punto di partenza dello sceneggiatore e del regista. Un corto sulla sostenibilità, oggi, non è solo un’opera “a tema”: è un film che si chiede che cosa stiamo consumando oltre misura, che cosa stiamo perdendo, quale equilibrio stiamo rompendo, e chi paga davvero il prezzo di quel disequilibrio. In questo senso la sostenibilità può entrare nel cinema come questione ambientale, certo, ma anche come tema sociale, economico, generazionale, urbano, affettivo, persino identitario. Le guide professionali per la produzione sostenibile parlano infatti dei tre pilastri ricorrenti di questo approccio: responsabilità ambientale, responsabilità sociale e sostenibilità economica o viabilità economica del lavoro.

La prima cosa da capire, allora, è che un buon cortometraggio sulla sostenibilità non deve partire dallo slogan, ma dal conflitto. Se parti dall’idea astratta di “salvare il pianeta”, rischi di ottenere un film corretto ma freddo, scolastico, moralista. Se invece parti da una situazione concreta in cui una persona si trova davanti ad una scelta, una rinuncia, una contraddizione, allora il tema diventa cinema. La sostenibilità non va spiegata: va incarnata. Non va solo detta: va messa sotto pressione. Questa è la differenza tra un messaggio e una storia.

La sostenibilità non è un argomento, è una lente

Molti autori pensano alla sostenibilità come ad un contenuto specifico. In realtà è più utile pensarla come ad una lente attraverso cui guardare il mondo. Per esempio: che cosa succede ad una famiglia quando l’acqua comincia a mancare? Che cosa cambia in una coppia se uno dei due lavora in una filiera dichiarata “verde” ma in realtà sfrutta persone? Che cosa accade ad un ragazzo quando capisce che il quartiere in cui vive viene “riqualificato” in modo ecologico ma i residenti storici vengono espulsi? In tutti questi casi la sostenibilità è presente, ma non come parola chiave ideologica. È il motore invisibile della storia.

Questa prospettiva è molto più forte perché permette di raccontare il tema senza ridurlo a predica. E soprattutto aiuta ad evitare un errore tipico: pensare che la sostenibilità sia solo natura. Oggi la sostenibilità riguarda anche il lavoro, il cibo, la mobilità, la casa, il tempo, la salute mentale, la qualità dei rapporti, l’accesso alle risorse, il consumo di attenzione, il modo in cui le città trattengono o espellono le persone. L’ONU, quando parla di consumo e produzione sostenibili, insiste proprio sul rapporto tra efficienza delle risorse, qualità della vita, servizi essenziali e modelli di sviluppo.

* Il primo significato: sostenibilità ambientale

Questo è il livello più immediato e spesso il più riconoscibile. Un corto può parlare di rifiuti, energia, acqua, biodiversità, inquinamento, clima, suolo, cibo, trasporti. Ma attenzione: anche qui non basta scegliere il tema, bisogna trovare il taglio umano.

Un esempio debole sarebbe: un montaggio di immagini di degrado ambientale con voce off indignata.
Un esempio più forte potrebbe essere: una ragazza lavora di notte in un impianto di selezione rifiuti ed un giorno trova, in mezzo agli scarti, oggetti sempre più personali provenienti dalla sua stessa casa, come se qualcuno stesse già smaltendo la sua vita. Il tema ecologico resta, ma diventa anche una riflessione sul consumo, sullo scarto, su chi viene considerato sostituibile.

Oppure: un vecchio contadino accetta di vendere il suo terreno per un progetto “green” molto redditizio, ma scopre che il piano ecologico che dovrebbe salvare il territorio distruggerà proprio l’ultimo ecosistema che lui ha custodito per tutta la vita. In questo caso la sostenibilità ambientale non viene raccontata come uno slogan semplice, ma come conflitto tra interesse, sopravvivenza, linguaggio politico e verità del luogo.

* Il secondo significato: sostenibilità sociale

Oggi un corto sulla sostenibilità può essere fortissimo anche senza mostrare un solo albero. Basta chiedersi: una comunità, un quartiere, una famiglia, un gruppo di lavoratori stanno vivendo in modo sostenibile? Cioè: il loro equilibrio può durare senza spezzarsi? Oppure si regge su esclusione, sfruttamento, invisibilità, sacrificio dei più deboli?

Questa dimensione è molto attuale. Pensa ad una studentessa che vive in una città “verde”, piena di piste ciclabili, coworking e mercati bio, ma che non riesce più a permettersi l’affitto. Oppure ad una rider che consegna pasti di ristoranti biologici e a chilometro zero, ma in condizioni di lavoro completamente insostenibili. Oppure ad un ragazzo che diventa famoso raccontando uno stile di vita minimale e consapevole, mentre in casa sua il padre ha tre lavori e non dorme mai.

Qui la sostenibilità smette di essere immagine pulita e diventa domanda morale: sostenibile per chi? A spese di chi? È uno dei modi migliori per fare un corto contemporaneo e non banale.

* Il terzo significato: sostenibilità economica

Questo è un punto molto importante e spesso trascurato. La sostenibilità non è solo evitare il danno ambientale; è anche costruire modelli di vita e di lavoro che reggano nel tempo. Nel settore audiovisivo stesso, molte linee guida professionali collegano la sostenibilità non solo all’ambiente, ma anche alla fattibilità economica e organizzativa delle produzioni.

Narrativamente, questo apre strade molto fertili. Per esempio: un giovane chef apre un locale “sostenibile”, perfetto dal punto di vista del marketing, ma regge tutto grazie al lavoro gratuito della sorella ed alla rinuncia salariale dei dipendenti. Oppure: una cooperativa agricola davvero virtuosa si trova costretta a scegliere se accettare un grande finanziamento che la renderebbe più stabile ma meno libera. In queste storie la sostenibilità non è più solo un ideale astratto, ma un equilibrio difficile tra etica, soldi, tempo e compromesso.

* Il quarto significato: sostenibilità delle relazioni

Qui entriamo in una zona molto interessante per il cortometraggio d’autore o narrativo. Una relazione è sostenibile quando non si regge sulla distruzione lenta di una delle due persone. Una famiglia è sostenibile quando non sopravvive grazie al silenzio, al sacrificio invisibile, al ricatto affettivo. Un gruppo di amici è sostenibile quando non si fonda sull’esclusione di chi appare più fragile.

Questo tipo di lettura permette di fare un film sulla sostenibilità senza nominare mai il termine. Per esempio: una madre single vive in modo apparentemente efficientissimo, perfetto, organizzato, “a basso impatto”, ma il figlio capisce che tutta quella efficienza è costruita sulla sua continua rinuncia a vivere. Oppure: due coinquilini decidono di azzerare ogni spreco in casa, ma la convivenza rivela che uno dei due sta trattando l’altro come una risorsa, non come una persona. Qui il tema è la sostenibilità dell’esistenza condivisa, non solo quella dei consumi.

Come scegliere il genere giusto

La sostenibilità non appartiene ad un solo genere. Anzi, può essere potentissima proprio quando entra in forme narrative insolite.

Nel dramma umano funziona benissimo perché il tema ha radici reali, dolorose, quotidiane.
Nella commedia può diventare satira del greenwashing, delle buone intenzioni di facciata, dell’ecologia usata come status.
Nel thriller può trasformarsi in indagine su dati falsificati, filiere sporche, progetti immobiliari travestiti da riqualificazione.
Nel fantastico o nella fantascienza può mostrare le conseguenze future di scelte presenti, o far vedere un mondo che ha già superato il punto di rottura.
Nel romantico può passare attraverso due persone che non condividono la stessa idea di futuro.
Nel documentario breve può diventare osservazione diretta di una comunità, di un lavoro, di una trasformazione urbana o agricola.

Un esempio di commedia: un condominio indice una “settimana sostenibile” con regole rigidissime, ma il vero spreco è umano, perché nessuno si parla più se non per controllare gli errori altrui.
Un esempio di thriller: un giovane geometra scopre che il progetto ecologico che dovrebbe rilanciare una valle nasconde dati falsi sull’acqua e sul rischio idrogeologico.
Un esempio di fantascienza intima: in una città dove ogni cittadino ha un limite mensile di energia personale, una ragazza decide di usare tutta la propria quota per tenere in vita l’ultimo server che conserva la voce della madre.

Il rischio principale: fare un corto giusto ma non vivo

Questo è il punto più delicato. Molti film “sulla sostenibilità” falliscono perché hanno ragione, ma non hanno vita. Mostrano il problema, ma non lo trasformano in esperienza. Dicono allo spettatore cosa dovrebbe pensare, invece di metterlo in una situazione in cui è costretto a sentire il peso del tema.

Per evitarlo, bisogna sempre tornare a queste domande:
- chi rischia qualcosa in questa storia?
- che cosa perde se non agisce?
- che cosa sacrifica se agisce?
- qual è la contraddizione che rende il conflitto umano e non solo ideologico?

Un corto forte non dice: “la sostenibilità è importante”.
Un corto forte mostra una persona che, per arrivare ad una scelta sostenibile, deve pagare un prezzo.

Una distinzione fondamentale: corto sulla sostenibilità o corto sostenibile

Oggi queste due cose andrebbero pensate insieme. Bisogna pensarsi come organizzazione che aiuta il settore audiovisivo sia a ridurre gli impatti ambientali della produzione sia a creare contenuti che sostengano una visione di futuro sostenibile. Il Green Production Guide, ad esempio, insiste sul fatto che una produzione più sostenibile si costruisce fin dalla preproduzione, identificando priorità e criticità prima dell’inizio delle riprese.

Questo significa che, se vuoi fare davvero un corto sulla sostenibilità, sarebbe coerente chiederti anche come girarlo. Non ha senso fare un film sui consumi consapevoli e poi produrlo nel modo più disordinato e sprecone possibile. Naturalmente non si tratta di raggiungere una purezza impossibile, ma di adottare un metodo: meno spostamenti inutili, meno plastica monouso, più pianificazione, uso più efficiente dell’energia, gestione consapevole di catering, materiali, trasporti e rifiuti. Le guide professionali per il set insistono proprio su questi principi di base: conservare energia e carburante, evitare tossici e inquinamento, risparmiare acqua, ridurre plastica e rifiuti destinati a discarica.

C’è anche un dato pratico da non sottovalutare: nel settore screen si continua a sottolineare che la sostenibilità non è solo etica ma anche organizzativa, e che in molti casi una buona pianificazione riduce sprechi e costi. Per esempio, nelle misurazioni di impatto, il trasporto ed i viaggi rappresentano la quota maggiore dell’impronta di carbonio del film e della TV. Questo, per un corto, significa una cosa molto semplice: spesso il reparto più “invisibilmente insostenibile” non è l’immagine in sé, ma la logistica.

Come trovare una buona idea

Il metodo migliore è partire da una tensione, non da una tesi.  Per esempio:

“Una città diventa sempre più verde, ma sempre meno abitabile per chi ci è nato.”
“Una ragazza fa video perfetti sulla vita sostenibile, ma scopre che il padre lavora nel reparto che smaltisce i resi del suo merchandising.”
“Un bambino impara a differenziare tutto, ma non capisce perché i grandi non riescano a fare lo stesso con la rabbia, la paura ed il denaro.”
“Un comune inaugura una foresta urbana, ma l’unica persona che sa davvero leggere il terreno è l’anziano giardiniere che stanno licenziando.”

In tutti questi casi il corto non nasce da un tema astratto, ma da una frizione. Ed è la frizione che genera le scene.

Alcuni consigli finali

Non cercare di mettere “tutta la sostenibilità” in un solo corto. Scegli un nodo preciso.
Evita i personaggi portavoce. Fai parlare i comportamenti, gli spazi, gli oggetti, i gesti.
Ricorda che la sostenibilità è spesso una questione di tempo: che cosa può durare? che cosa si spezza? che cosa consuma più di quanto rigenera?
Non avere paura dei generi popolari: una commedia o un thriller possono essere molto più efficaci di un film programmaticamente serio.
Cerca sempre il costo umano. Senza prezzo, non c’è conflitto. Senza conflitto, non c’è cinema.

Creare oggi un cortometraggio sulla sostenibilità significa interrogarsi su come viviamo, lavoriamo, amiamo, consumiamo, costruiamo città, immagini e relazioni. Significa capire che la sostenibilità non è solo “fare meno danni”, ma immaginare forme di vita che possano continuare senza distruggere il futuro di qualcuno. Significa anche prendere sul serio il fatto che il cinema stesso, come industria e come linguaggio, fa parte di questo problema e di questa possibilità. Le organizzazioni del settore oggi insistono proprio su questo doppio binario: raccontare un futuro sostenibile e produrre in modo più sostenibile.

Il corto più riuscito, allora, non sarà quello che ripete la parola “sostenibilità” più volte. Sarà quello che, attraverso una storia piccola ma precisa, farà sentire allo spettatore una cosa molto più forte: che ogni equilibrio ha un costo, che ogni spreco nasconde una scelta, e che il futuro non è un tema astratto, ma una pressione già presente dentro le nostre vite.