Ci sono tre verbi che, se li si prende sul serio, bastano quasi da soli a descrivere cosa significhi fare cinema, in qualunque ruolo lo si faccia: osservare, percepire, interpretare. Sembrano sinonimi, si usano spesso come se lo fossero, ma non lo sono affatto: descrivono tre stadi diversi e successivi di uno stesso processo, e la qualità di un film sia di una singola inquadratura, di una singola performance, di un singolo montaggio, tutto dipende quasi sempre da quanto chi lo fa ha saputo attraversarli tutti e tre, senza saltarne nessuno.
Osservare: guardare il mondo senza ancora giudicarlo
Osservare è il primo gradino, il più umile ed il più spesso trascurato. Osservare significa guardare la realtà così com'è, prima di qualunque intenzione narrativa, prima di decidere cosa farne.
È l'attore che studia come cammina davvero una persona in lutto in una sala d'attesa, non come "recita" il lutto al cinema; è il direttore della fotografia che entra in una location alle diverse ore del giorno per vedere davvero dove cade la luce naturale, prima ancora di pensare a dove mettere un riflettore; è il regista che, durante le prove, guarda gli attori muoversi liberamente nello spazio prima di dare indicazioni di blocking, per capire cosa succede "da solo" prima di correggerlo; è il montatore che rivede tutto il materiale grezzo senza selezionare nulla, solo per vedere davvero cosa la troupe ha effettivamente girato, al di là di cosa si pensava di aver girato in sceneggiatura.
Osservare richiede una disciplina precisa: sospendere il giudizio. Chi osserva bene non si chiede ancora "questo mi serve?" o "questo è giusto o sbagliato?", si limita a registrare. È un atteggiamento quasi documentaristico, anche quando si sta lavorando su un film di finzione al cento per cento.
Gli sceneggiatori che scrivono i dialoghi più veri sono quasi sempre quelli che passano più tempo ad ascoltare come parla davvero la gente per strada, in un bar, in un litigio in famiglia, piuttosto che quelli che si affidano solo alla propria immaginazione. L'osservazione è il materiale grezzo di ogni scelta artistica successiva: senza un'osservazione onesta e priva di scorciatoie, tutto ciò che viene dopo rischia di essere costruito su un cliché, su un'idea di realtà mediata da altri film piuttosto che dalla realtà stessa.
Percepire: quello che l'osservazione diventa dentro di noi
Se osservare è raccogliere dati con lo sguardo, percepire è il momento in cui quei dati smettono di essere neutri e cominciano a produrre un effetto su chi guarda. È un passaggio interiore, soggettivo, filtrato dalla propria sensibilità, dalla propria storia, dalla propria memoria emotiva. Due persone possono osservare esattamente la stessa scena come una madre che aspetta il figlio fuori da un ospedale, e percepirla in modo completamente diverso: una vi legge speranza, un'altra angoscia, a seconda di cosa quella scena risveglia dentro di loro.
Nel lavoro dell'attore, questo è il territorio della memoria emotiva ed è forse la fase più delicata e più intima dell'intero processo creativo: non basta osservare come si comporta fisicamente una persona addolorata, bisogna lasciar risuonare dentro di sé qualcosa che permetta di percepire quella stessa emozione, anche solo per analogia con un vissuto personale, per poi poterla restituire con verità e non con imitazione. È la differenza, che ogni regista che dirige attori conosce bene, tra un attore che "fa" la tristezza ed un attore che la "sente" nel corpo prima ancora di recitarla: nel secondo caso lo spettatore lo percepisce, quasi biologicamente, anche senza saperlo spiegare.
Per il direttore della fotografia, percepire significa qualcosa di leggermente diverso ma altrettanto centrale: non basta osservare solo dove cade tecnicamente la luce in una stanza, bisogna percepire cosa quella luce comunica emotivamente: se rende lo spazio accogliente o minaccioso, intimo od alienante, prima ancora di decidere come intervenire con l'illuminazione artificiale. È lo stesso motivo per cui due direttori della fotografia, messi nella stessa location con lo stesso copione, arrivano quasi sempre a soluzioni visive diverse: non hanno osservato cose diverse, hanno percepito la stessa scena in modo diverso.
Percepire, in sostanza, è il momento in cui il mestiere smette di essere solo tecnica e comincia a diventare arte, perché introduce nel processo creativo qualcosa che appartiene solo a chi lo sta facendo in quel momento: la propria sensibilità irripetibile.
Interpretare: trasformare la percezione in un linguaggio condivisibile
Osservare e percepire restano, per quanto preziosi, esperienze private, se non si arriva al terzo passaggio: interpretare. Interpretare significa tradurre ciò che si è percepito in un linguaggio che l'altro ovvero lo spettatore, il collega di reparto, il pubblico, possa ricevere e comprendere, anche senza aver vissuto la stessa osservazione o la stessa percezione originaria. È qui che entra in gioco davvero la tecnica, il mestiere in senso stretto: la scelta della focale, del movimento di macchina, del taglio di montaggio, del gesto scenico, della pausa in un dialogo.
Interpretare è una responsabilità precisa, perché richiede di fare delle scelte, ed ogni scelta esclude altre possibilità.
L'attore che ha percepito dentro di sé l'angoscia della scena deve decidere come restituirla fisicamente: con un pianto trattenuto o con un'assenza totale di reazione? Con la voce che si spezza o con un silenzio innaturale? Non esiste una risposta univoca, esiste solo la coerenza tra quello che si è percepito e la scelta interpretativa fatta per comunicarlo.
Il direttore della fotografia che ha percepito una location come alienante deve decidere se raccontarlo con un'illuminazione fredda e contrastata, con uno spazio negativo che isola il soggetto nell'inquadratura, o con una lente grandangolare che deforma leggermente l'ambiente: sono tutte interpretazioni diverse della stessa percezione, e nessuna è "sbagliata" in astratto, ma solo più o meno coerente con il tono generale del film.
Il montatore che ha percepito un'esitazione emotiva in una ripresa deve decidere se raccontarla con un taglio secco che la interrompe bruscamente oppure con un'inquadratura lasciata correre più a lungo del previsto: anche qui, interpretare significa scegliere un linguaggio tecnico capace di rendere condivisibile qualcosa che, fino ad un attimo prima, esisteva solo come intuizione soggettiva.
È interessante notare che l'interpretazione, proprio perché è un atto tecnico e comunicativo, è anche il livello in cui il pubblico entra per la prima volta nel processo: lo spettatore non ha accesso a ciò che il regista o l'attore hanno osservato nella vita reale, né a ciò che hanno percepito internamente durante la preparazione. Ha accesso solo al risultato dell'interpretazione, cioè al film. Per questo un film può essere tecnicamente ineccepibile ma emotivamente vuoto: quando l'interpretazione non nasce da una vera percezione, ma è costruita a tavolino, per convenzione o per imitazione di altri film, lo spettatore, pur non potendo spiegare razionalmente perché, spesso lo avverte comunque.
Il percorso completo, applicato ad una scena
Prendiamo un esempio concreto per vedere come i tre passaggi lavorano insieme, non in sequenza rigida ma come un vero e proprio circolo che si ripete più volte durante la lavorazione di un film. Una scena di lutto, un personaggio che riceve una notizia devastante al telefono.
Osservare, in questo caso, significa studiare davvero come reagisce fisicamente una persona in quella situazione: nella realtà, spesso non si piange subito, spesso il corpo si blocca, la voce si abbassa invece di alzarsi, si continuano meccanicamente i gesti quotidiani (mettere via la spesa, spegnere il fornello) come forma di difesa dallo shock.
Percepire significa lasciar risuonare dentro di sé, attore e regista insieme, cosa provoca davvero quel tipo di notizia, andando oltre il cliché cinematografico del pianto immediato, per accedere a qualcosa di più autentico e personale.
Interpretare, infine, significa tradurre tutto questo in scelte concrete e comunicabili: forse un piano fisso e prolungato senza montaggio, per lasciare che sia il tempo reale a raccontare lo shock; forse una luce che non cambia affatto, proprio per sottolineare quanto il mondo esterno resti indifferente al dramma interiore del personaggio; forse un attore che, invece di piangere, continua meccanicamente a piegare un tovagliolo tra le mani. È in questa terza fase che tutto il lavoro delle prime due diventa, finalmente, Cinema.
Perché tenere distinti questi tre momenti aiuta concretamente sul set
Nella pratica quotidiana di una lavorazione, sapere distinguere questi tre passaggi è uno strumento di lavoro molto concreto, non solo un esercizio teorico. Permette, per esempio, ad un regista di capire perché una scena "non funziona" pur essendo tecnicamente ben eseguita: spesso il problema non è nell'interpretazione (la tecnica), ma più a monte, in una percezione che non era mai stata davvero raggiunta, magari perché si è saltata la fase di osservazione e si è proceduto per automatismi o cliché di genere. Allo stesso modo, un attore che si sente "bloccato" in una scena spesso non ha un problema di tecnica interpretativa, ma ha semplicemente saltato la fase di osservazione e di percezione, cercando di produrre direttamente un risultato emotivo senza averlo prima davvero attraversato dentro di sé.
Per questo, in fase di preparazione: che si tratti di un attore che studia il personaggio, di un direttore della fotografia che fa un sopralluogo, di un regista che lavora sulla sceneggiatura, vale la pena dedicare tempo reale e separato a ciascuno di questi tre momenti, senza fretta di arrivare subito alla soluzione tecnica.
Osservare senza fretta di giudicare, lasciarsi percepire senza fretta di reagire, e solo alla fine interpretare, cioè scegliere come tradurre tutto questo in un linguaggio cinematografico preciso e comunicabile.
È un percorso che richiede tempo, ma è proprio la differenza tra un film che sembra vero ed un film che sembra soltanto ben fatto.







