Quartetto per la fine dei tempi (1983), cortometraggio giovanile di Alfonso Cuarón, è un’opera che già lascia intravedere con sorprendente chiarezza i tratti distintivi del futuro autore di Roma e Gravity. Pur trattandosi di un lavoro acerbo e poco conosciuto, il film rivela una sensibilità visiva e narrativa fuori dal comune.

La struttura del corto è fortemente evocativa: più che raccontare una storia lineare, Cuarón costruisce un’atmosfera sospesa, quasi meditativa, in cui il tempo sembra dilatarsi e perdere consistenza. Il titolo richiama esplicitamente il celebre Quatuor pour la fin du temps di Olivier Messiaen, e questa suggestione musicale si riflette nella composizione delle immagini, che appaiono orchestrate con attenzione al ritmo, alle pause e ai silenzi.

Visivamente, il corto si distingue per una fotografia già molto curata, con un uso espressivo della luce e degli spazi. Anche con mezzi limitati, Cuarón dimostra una notevole capacità di trasformare ambienti ordinari in luoghi carichi di significato simbolico. I movimenti di macchina, seppur semplici, rivelano una consapevolezza registica precoce, orientata più alla contemplazione che all’azione.

Tematicamente, emergono già alcune ossessioni che torneranno nella sua filmografia matura: il rapporto tra individuo e contesto, il senso di precarietà dell’esistenza, e una certa malinconia di fondo che permea le immagini. Non tutto è perfettamente risolto infatti il corto a tratti appare criptico e un po’ compiaciuto nella sua astrattezza, ma proprio questa tensione tra ambizione e limite lo rende interessante.

In definitiva, Quartetto per la fine dei tempi è un piccolo laboratorio creativo: un’opera imperfetta ma affascinante, che testimonia la nascita di uno sguardo autoriale destinato a evolversi in modo straordinario. È soprattutto un documento prezioso per comprendere le radici del cinema di Cuarón, già orientato verso una poetica dell’immagine e del tempo.