UN MARZIANO A ROMA – FLAIANO E FELLINI. TRE MESI AL MARE PER SCRIVERE “LA DOLCE VITA”: “FACEVAMO IL BAGNO, CHIACCHIERAVAMO CON LE RAGAZZE SULLA SPIAGGIA. SUONAVANO SEMPRE QUELLA CANZONE CHE FA MAAAGIC MOOOMENTS...”

Flaiano e il cinema, Flaiano e Fellini , Flaiano e Roma.

Sono questi solo alcuni dei temi affrontati dal libro di Fabrizio Natalini “ Ennio Flaiano – Una vita al cinema ”. Un racconto costruito attraverso gli scritti e gli appunti del grande scrittore e sceneggiatore, testimone incomparabile dell'Italia dell'immediato dopoguerra, e di coloro che l'hanno conosciuto bene. Inevitabile soffermarsi sul suo rapporto con la Città Eterna, colta anch'essa in un momento di grande e irreversibile mutamento, e con Federico Fellini , insieme al quale scrisse la sceneggiatura di capolavori come “Lo Sceicco Bianco”, “I Vitelloni”, “La Strada”, “Otto e mezzo” e “La Dolce Vita”…


Tratto da “ Ennio Flaiano – Una vita al cinema”, di Fabrizio Natalini, Artemide Edizioni

La nascita de “La dolce vita” è stata raccontata da Flaiano in tre articoli apparsi su «L'Europeo», nel luglio del 1962, intitolati “Fogli di via Veneto”. Gli articoli raccolgono appunti scritti in un arco di tempo di circa dieci anni. I brani non sono riportati in ordine cronologico, ma presi, lasciati e ricominciati dopo qualche pagina. Infatti Flaiano scrive: «Cose disparate che si mescolano poco chiaramente non solo nella memoria ma anche in un diario».

Dedicati al ricordo di «una strada, un film, un vecchio poeta», i “Fogli di via Veneto” parlano della decadenza di via Veneto, della nascita de “La dolce vita” e della figura di Cardarelli . Nella prima nota, datata giugno 1958, Flaiano scrive: «Sto lavorando, con Fellini e Tullio Pinelli, a rispolverare una nostra vecchia idea per un film, quella del giovane provinciale che viene a Roma per fare il giornalista», ovvero il progetto di “Moraldo in città”. Ma, Flaiano aggiunge, « Fellini vuole adeguarla ai tempi, dare un ritratto di questa "società dei caffè" che folleggia fra l'erotismo, l'alienazione, la noia e l'improvviso benessere».

A differenza della prima idea basata sulla figura del protagonista, il regista vuole descrivere il tramonto di una «società che, passato lo spavento della guerra fredda [...] prospera un po' dappertutto», in una Roma, che ««per una mescolanza di sacro e profano, di vecchio e di nuovo, per l'arrivo massiccio di stranieri, per il cinema, presenta caratteri più aggressivi, sub tropicali»».
(Il regista Federico Fellini fotografato da Settanni)

Flaiano , dopo avere scritto che il film si intitolerà “La dolce vita” e che lui, Fellini e Pinelli non hanno «scritto ancora una riga», aggiunge:

vagamente prendiamo appunti e andiamo in giro per rinfrescarci i luoghi della memoria. In questi ultimi tempi Roma si è dilatata, distorta, arricchita. Gli scandali vi scoppiano con la violenza dei temporali d'estate, la gente vive all'aperto, si annusa, si studia, invade le trattorie, i cinema, le strade, lascia le sue automobili in quelle stesse piazze che una volta ci incantavano per il loro nitore architettonico e che adesso sembrano garages. Uno dei nostri luoghi dovrà essere forzatamente Via Veneto, che diventa sempre più festaiola; e stasera vi ho fatto una passeggiata di proposito, cercando di vederla lucidamente. Com'è cambiata dal '50, da quando vi arrivavo a piedi ogni mattina attraverso Villa Borghese

Dopo questi primi appunti, datati giugno 1958, Flaiano passa a parlare del 1961, torna al 1952 per poi riprendere col giugno 1958. In questa nota è descritta una delle prime scene: il giovane protagonista risale a piedi via Veneto, senza un soldo, ma colmo di aspettative e affascinato dalla folla e dai caffè. Ma è già annunciata la delusione imminente:
(Flaiano by Pericoli)

La realtà è migliore, in un certo senso: più agghiacciante. I caffè della strada si sono tutti rinnovati e così vistosamente che si pensa alla loro solitudine invernale quando - finita la bella stagione - la loro gaiezza resterà inutilizzata e susciterà malinconia, come un luna-park sotto la pioggia. I cattivi arredatori interpretano bene la nostra sete di sfarzo, e il Caffè - vecchio baluardo della borghesia - è diventato la mostra del mobiliere. Sono spariti i divani foderati di cuoio e di velluto, gli specchi che moltiplicavano le prospettive, i camerieri sordi e vulnerabili e i tavoli di marmo sui quali si poteva disegnare. Adesso i caffè sembrano alcove, padiglioni di cura, tombe di famiglia.

Già dalla terza annotazione il piano narrativo si sposta, nel descrivere un personaggio che si è lasciato adottare da quella stessa società che lui disprezza». Alla malinconia subentra lo spirito critico, come si può cogliere nella descrizione del cinico alter-ego del protagonista, il fotografo "Paparazzo": « Fellini ha ben chiaro in testa il personaggio, ne conosce il modello: un reporter d'agenzia. di cui mi racconta una storia abbastanza atroce».

Flaiano tornerà a parlare del film a settembre del 1958:

In tre mesi, al mare, abbiamo finito di scrivere “La dolce Vita” e cominciano i soliti guai. II produttore rifiuta di fare il film. Ha dato in lettura il copione a quattro o cinque critici che ora ci guardano desolati e scuotono la testa: la storia è scucita, falsa, pessimista e insolente. Il pubblico invece vuole un po' di speranza.
(Mastroianni e la Ekberg con il regista Fellini sul set de La dolce vita)

Ma, ai critici e ai produttori che li guardano desolati, Flaiano risponde citando Eliot: «Il pubblico vuole soltanto un po' di spogliarello, ma quel che conta è ciò che riusciamo a fare alle sue spalle. senza che se ne accorga».
Naturalmente, anche Moraldo Rossi ha i suoi ricordi sulla stesura de “La Dolce vita”. Racconta, infatti, come Fellini si lamentasse con lui del pigro e testardo abruzzese:

«Quel rompicoglioni di Flaiano è proprio un rompicoglioni!... Le sue cose da scrittore e non lo smuovi... e poi è pigro, è pigro. Scrive solo quando è costretto, quando ha bisogno di soldi... ma quando avrebbe vinto il Premio Strega se Longanesi non Io avesse preso per finire il libro?... O scrivi o tiri la cinghia!»
«E ha scritto».

“La dolce vita” si rivelo un clamoroso successo. Con cui Fellini vinse nel 1960 un altro David di Donatello e la Palma d'oro a Cannes, a cui seguirono, due anni dopo, varie candidature al Premio Oscar, fra cui quelle del regista e degli sceneggiatori. Nel 1961 Fellini , Flaiano e Pinelli vinsero il Nastro d'Argento per il soggetto originale e Marcello Mastroianni vinse il premio quale miglior attore protagonista, mentre Piero Gherardi nel 1962 fu premiato per la migliore scenografia e con l'Oscar quale miglior costumista.
(Ennio Flaiano con Donna Sofia)

Fellini invece racconta così la sua factory.

Tirai fuori dal cassetto “Moraldo in città”, seguito delle avventure dei vitelloni che avevo scritto anni prima con Pinelli e Flaiano . Cominciammo a lavorarci senza troppo entusiasmo e ci accorgemmo presto che non andava più. Parlava di una Roma d'altri tempi, quella che scoprii arrivando da Rimini. La bohème, nel senso di allora, non esisteva più. Non c'era una comunità di artistoidi che vivono alla giornata saltando i pasti tutti insieme. C'erano il giornalismo, i fotoreporter, la motorizzazione, l'ala della cafè society. Un altro mondo. Per un attimo pensammo a un Moraldo storicizzato; ed è quella infatti una storia che si potrebbe girare soltanto in costume, immersa nell'aria del '39. Ma era un'idea balorda. Così ci dicemmo: «Teniamo lo schema e facciamo un copione nuovo, “Moraldo ‘58”». Trovammo quasi subito una chiave che mi parve buona: la moda a sacco, le donne che sembrano uccelli, farfalle, canguri, abitatrici di un mondo irreale.

Poi dissi: «Inventiamo episodi, non preoccupiamoci per ora della logica e del racconto. Dobbiamo tentare una scomposizione picassiana. Il cinema è narrativa nel senso ottocentesco: ora tentiamo di fare qualcosa di diverso». Pinelli non era del tutto convinto, Flaiano sembrava più interessato. Lavorammo a lungo, nella sua villa di Fregene. Lavorammo? La mattina parlavamo per un paio d'ore di Moraldo, che intanto era diventato Marcello, con un occhio a Mastroianni. Poi facevamo il bagno, chiacchieravamo con le ragazze sulla spiaggia. Suonavano sempre quella canzone che fa Maaagic Moooments...



da: Dagospia 30 Gennaio 2006