GIARDINI D'AUTUNNO   di Manuel De Sica

Una sera d'inverno del lontano 1968, venne a far visita un mio ‘quasi' parente (suo padre era stato marito della mia nonna materna), Fausto Saraceni, allora produttore esecutivo della Documento Film di Gianni Hecht Lucari, recante sotto il braccio il romanzo Il Giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani. Ricordo quel primo approccio a cui fui anch'io accolto, data la ‘familiarità' dell'ospite, come un momento memorabile. Il piccolo studio di papà si riscaldò di un'aura diversa dal solito, intensa, presagente qualcosa di grande importanza. Saraceni propose a mio padre la direzione del film tratto da quel libro.

Il giardino dei Finzi Contini film di Vittorio De Sica Il progetto di realizzarne un opera cinematografica risaliva al 1963 e a una prima stesura di sceneggiatura firmata da Valerio Zurlini, Vittorio Bonicelli e dallo stesso Bassani. Ma poi non se n'era fatto nulla. Quella sera, a distanza di cinque anni, secondo Saraceni, quel progetto sarebbe rinato, anzi come disse proprio lui, “doveva essere fatto” per mano di mio padre.

Il film narra le vicende trascorse durante il lasso di tempo che va dal 1938 al 1943, di Giorgio, un giovane studente ebreo della buona borghesia ferrarese, innamorato senza fortuna di Micol Finzi-Contini,(alla sorella Jenny lo scrittore Bassani si era ispirato per il suo personaggio), una ragazza piuttosto atipica nel suo comportamento e un po' snob nel suo lessico (“mica sei anche cieco!”). Giorgio è ospite insieme ad altri giovani ebrei di Ferrara di quel favoloso giardino non appartenente al suo ceto sociale, folto di piante e alberi di ogni tipo (perfino le nord egiziane “Washingtonie filifere”) e, soprattutto del campo di tennis, dove hanno luogo i loro amichevoli incontri. Alberto, fratello di Micol, è gravemente minato da un linfogranuloma alla gola e ha un amico Bruno Malnate, ariano, al contrario di tutti gli altri, di idee socialiste, dapprima inviso a Micol per i suoi modi ruvidi e polemici, in seguito amante della stessa.
Giorgio vive fra il clima di casa sua (il padre di Giorgio è un medico ebreo-fascista e le sue discussioni con il figlio si incentrano sulla questione razziale, a detta del padre, non troppo restrittiva da parte del fascio) e quel mondo incantato e protettivo di casa Finzi-Contini, così criticato dal padre di Giorgio ma che ben presto si renderà utile culturalmente al giovane (espulso, nel frattempo, anche dalla biblioteca comunale), in quanto provvido di testi rari (liriche di Panzacchi, inediti di Carducci), e alla cui biblioteca privata gli darà accesso con partecipe complicità il professor Ermanno, padre di Micol.
A poco a poco tutto precipiterà: la fuga del fratello Ernesto a Grenoble, i continui soprusi e rastrellamenti, la fine dell'idillio fra Giorgio e Micol, la tragica finale deportazione di quasi tutti gli ebrei di Ferrara.

Papà dopo aver letto il romanzo, ricontattò il nostro Fausto e, nel corso di un secondo incontro, gli esternò la sua perplessità di essere il regista giusto per una storia simile; forse, Luchino Visconti o Mauro Bolognini avrebbero fatto meglio di lui. A questo punto vidi Saraceni sobbalzare sulla poltrona, asserendo di voler evitare proprio la mano di quei prevedibili, seppur lusinghieri registi ma di puntare proprio su di lui, De Sica, maestro di umanità prima ancora che di recitazione, per un film a costo molto contenuto, senza attori e tecnici di grido, e per il quale avrebbe dovuto accettare un terzo del suo usuale compenso, a fronte di una cointeressenza del cinquanta per cento sugli utili ricavati, (che non vide mai!). Man mano che il produttore parlava, notai una luce diversa accendere gli occhi di mio padre. La sua musa tragica stava risvegliando in lui l'attrazione per il dolore umano sotto il segno dell'Olocausto? Si.

Papà rilesse la vecchia sceneggiatura e, rivoltosi a uno dei precedenti sceneggiatori, Vittorio Bonicelli, gli fece riscrivere il copione, pretendendo l'uso dei flashback, da lui in passato tanto detestati quanto le voci narranti, perché, in questo caso, essi avrebbero restituito il senso della memoria, essenziali componenti nel film come nel libro.

L'ulteriore stesura del copione non convinceva ancora una volta nessuno. Fu interpellato Ugo Pirro, uno sceneggiatore di fama e talento superiore a quella di Bonicelli e Zurlini, (anche se poi il suo nome fu accreditato scorrettamente non seguendo l'usuale criterio dell' ordine alfabetico) il quale, finalmente, diede una svolta poltico-storico-poetica alla stesura definitiva del copione. Pirro tolse molto ‘allure' di sapore proustiano al clima del film, sostituì gli elmetti nazisti con la presenza delle guardie fasciste, irrobustì la figura del padre di Giorgio, fascista fin dal 1919 che fino all'ultimo aveva tentato di difendere la causa mussoliniana e inventò, tra le altre cose, un finale cinematografico: la famiglia Finzi - Contini deportata proprio nelle aule della scuola elementare dove Micol, suo fratello Alberto e Giorgio avevano studiato.

Per il personaggio di Bruno Malnate papà si rivolse a Gian Maria Volonté. La sua aiuto regista Luisa Alessandri racconta di aver assistito alla telefonata dell' attore a mio padre dopo la lettura del copione. Volontè rifiutava il ruolo in quanto considerava la parte troppo corta… Mio padre, pallido di stupore e rabbia, depose il ricevitore e, rivolto a Luisa disse: -Trovami un cazzone qualsiasi, alto, muscoloso, un cascatore ecco! Uno stuntman! Detto fatto Luisa tornò dopo poco tempo con sottobraccio Fabio Testi che, con questo film, si aggiudicò una breve ma molto popolare fama cinematografica. E anche Dominique Sanda con questa interpretazione, si aggiudicò un futuro internazionale, anche questo breve, per sua scelta. Gli unici grossi professionisti del film, Romolo Valli nel ruolo del padre di Giorgio e Lino Capolicchio in quella di Giorgio, non se li filò nessuno, nemmeno i critici.

Il giardino dei Finzi Contini film di Vittorio De Sica La lavorazione fu molto faticosa. Il ‘giardino' era composto di più giardini messi insieme (Parco di Monza, Orto botanico e Villa Ada di Roma); gli interpreti curati in ogni minimo dettaglio recitativo, la scenografia e i costumi del marchese Giancarlo Bartolini Salimbeni misurati ed eleganti, la fotografia di Ennio Guarnieri che con la sua tonalità velata restituiva l'aurea proustiana ed estetizzante, e, seppure solo alla mia seconda prova, il sottoscritto, in veste di compositore della colonna sonora. Ritengo, con tutta sicurezza, che il successo del film, oltre al testo, l'incomparabile regia, l'interpretazione, il decor, la fotografia sia da attribuire anche in parte alla musica. Ma non la mia, bensì quella di repertorio scelta da papà L'aria “sempre libera degg'io” da La traviata sottolineava il gioco di amore e gelosia nel triangolo Giorgio-Malnate- Micol- e la crepitante voce di Tito Schipa nell'allegra e littoria canzonetta Vivere e, soprattutto, il tema di I can't get sentimental over you , famoso cavallo di battaglia del trombonista jazz Tommy Dorsey, da me rieseguito e interpretato al trombone da Mario Modana e, infine, l'utilizzo di un brano reperitogli da un suo allora valente assistente alla regia, Giorgio Treves, presso il M° Ernesto Piattelli esperto di musica ebraica. Si intitolava El Maalé Ra'hamim (Signore pieno di misericordia), un brano risalente all'anno mille, dedicato ai defunti per morte violenta, al quale, in atto di applicazione compositiva, mi collegai mediante un crescendo orchestrale proprio dopo l'ultima battuta del padre di Giorgio abbracciato a Micol (“preghiamo Iddio che ci lascino insieme almeno noi…noi di Ferrara!”), dando la “spinta” alla voce disperata di Shlomo Katz. Fu quello il via alla commozione generale. Ecco, talvolta al cinema è l'insieme di musica volontaria frammista a quella accidentale a costituire una colonna sonora musicale esaustivamente efficace. Per quanto riguardò il mio lavoro specifico, papà mi lasciò individuare gli spazi musicali dove più mi piaceva, cosa che in futuro non mi è mai più accaduta, eccezion fatta per Roberto Rossellini quando mi commissionò la musica di L'età di Cosimo de' Medici e Leon Battista Alberti e Claude Chabrol in Folies Bourgeoises , inedito in Italia. Probabilmente questi registi erano molto sicuri di quello che avevano creato, al punto di essere certi che i miei interventi non potessero che completare la loro opera.

I miei quasi venti minuti di musica li difesi anche in sede di mixage. Il produttore Fausto Saraceni pretendeva un inserimento musicale durante la scena in cui Giorgio, nella stanza di Micol malata a letto, cerca invano di concupirla. Al secco e disturbato rifiuto di quest'ultima seguiva un perfetto silenzio di profondo disagio. Saraceni sobbalzò nel buio della sala chiedendomi il perché non avessi scritto musica per quella sequenza, reclamandone il suo inserimento. Io gli risposi che la musica di commento era pienamente rappresentata dal silenzio. Saraceni insisteva. Era trascorsa un'ora, mio padre mi fissava come per chiedere una mediazione. Concedetti, allora, una prova, sincronizzando in colonna il tema di Giorgio e Micol già collocato altrove. Il risultato era, a dir poco, melenso. Saraceni mi diede ragione. Ecco, per quel film ebbi modo di scrivere una musica di breve durata, disseminata con estrema cautela e misura qua e là, dove la scena lo richiedeva davvero.

All'uscita nelle sale il film ricevette molto successo di pubblico ma altrettante critiche negative. Il ritratto del padre di Giorgio non risultò abbastanza spietato a detta di alcuni esponenti delle comunità ebraiche italiane e dello stesso Bassani che fece causa agli autori del film, pretendendo addirittura di togliere il trattino di congiunzione tra i due cognomi dell'aristocratica famiglia. Papà organizzò una proiezione della copia -lavoro missata per Luchino Visconti, Federico Fellini e Gianluigi Rondi nella vecchia sede della Fono Roma, affinché dessero attestato di ‘non lesa maestà'. La copia video scorse via parallela alla colonna magnetica quasi per tutta la visione del film; durante l'ultimo rullo il visivo saltò in quanto una giunta fatta con lo scotch cedette. Si interruppe la proiezione. Mio padre in cabina regia cominciò a imprecare, bestemmiare, dare testate contro il muro strillando: -Noo! Per Dio! Ma come può piacere un film che sul più bello si fermaaa?! - e fissava con odio l'assistente al montaggio, responsabile della solidità delle giunte sulla copia. Fu immediatamente riportata la scena al segno di sincrono con la banda sonora e riavviata la proiezione. Si accesero le luci in sala. Dalle tre poltrone si alzò per primo Fellini: -Vittorio, Vittorino caro, che bello, che bello, mi hai fatto ricordare la mia Rimini con tutte quelle biciclette…”

Mio padre, come inebetito e continuando a fissarlo, raccolse l'abbraccio scivoloso del regista. Poi venne il turno del critico Rondi che, con gran compassatezza e consueto ‘savoir faire', gli disse di non aver nulla da temere, che si trattava di un bellissimo film. Luchino Visconti era rimasto a sedere e si alzò per ultimo. Notai che piangeva. Si alzò e, abbracciando forte, a lungo mio padre, disse:- Grazie…grazie Vittorio caro… grazie per come hai tratteggiato il personaggio del mio Helmut (Berger)…solo un uomo come te può descrivere così delicatamente un omosessuale. Nei miei film io lo riduco spesso ad una caricatura…- Poi, rivolto a me, aggiunse: -Caro Manuel, se riuscirò a mandare in porto il progetto che ho su Marcel Proust, la musica sarà tua… Purtroppo morì senza poter realizzare il suo sogno. Nella mia memoria è rimasto il rimpianto di quella lusinghiera promessa.

Il giardino dei Finzi Contini (senza trattino di congiunzione fra i due cognomi come pretese Bassani) ebbe, come già accennato, un buon esito commerciale in Italia e all'estero (era costato soltanto seicento milioni), vinse nel 1971 l'Orso d'oro al XXI Festival di Berlino, l'Oscar per il miglior film straniero e una nomination per il miglior commento musicale. Ma ciò che ricordo ancor'oggi con un benevolo moto d'ironia, fu quando, in precedenza ai sopracitati riconoscimenti, il film fu proiettato in anteprima mondiale a New York. A quel tempo avevo paura di volare. Al mio posto partì Jacques Goyard, allora agente della William Morris. Quando, alla fine della proiezione, tutto il pubblico si alzò in piedi,una vera e propria ‘standing ovation' che durò circa dieci minuti rivolta a papà e ai suoi collaboratori, mio fratello Christian, gia attore, seppur in erba, accolse quegli applausi e continuò a ringraziare quanti si congratulavano per la musica del film, fingendosi il compositore.

  di Manuel De Sica
Associazione Amici di Vittorio De Sica