Perché il film “I complessi” parla ancora a chi fa cinema oggi

Guglielmo il dentone di SordiI complessi (1965) è un film ad episodi della commedia all’italiana diretto da Dino Risi, Franco Rossi e Luigi Filippo D’Amico, con tre protagonisti che da soli basterebbero a fare la storia del nostro cinema: Nino Manfredi, Ugo Tognazzi e Alberto Sordi.

I tre episodi – “Una giornata decisiva”, “Il complesso della schiava nubiana” e “Guglielmo il dentone” – ruotano attorno a un unico filo conduttore: i complessi personali che limitano, deformano e guidano in modo comico-tragico la vita dei protagonisti.

Il film è prezioso oggi per almeno tre motivi:

  • mostra come si possa fare satira sociale partendo da difetti individuali;
  • offre tre modelli narrativi brevi perfetti come riferimento per cortometraggi;
  • dimostra come la commedia possa essere leggera in superficie e ferocemente lucida sotto.

È un film da rivedere più volte, perché ogni episodio contiene meccanismi comici molto precisi e scelte registiche consapevoli, utili a chi voglia costruire oggi un cortometraggio comico con uno sguardo intelligente sul presente.

La struttura ad episodi ed il tema dei “complessi”

“I complessi” è un film a sketches composto da tre segmenti autonomi ma legati dallo stesso tema:  la timidezza paralizzante, il moralismo ipocrita ed il complesso fisico che diventa stigma sociale.

  • in “Una giornata decisiva” (di Dino Risi), il complesso è la timidezza/insicurezza del timido impiegato Quirino Raganelli;
  • ne “Il complesso della schiava nubiana” (di Franco Rossi), è il moralismo sessuale di un padre di famiglia rispettabile, terrorizzato dalla reputazione;
  • mentre in “Guglielmo il dentone” (di Luigi Filippo D’Amico), è il difetto fisico (una dentatura sporgente) che diventa ossessione professionale e mediatica.

L’idea forte è questa: il “complesso” non è solo un difetto caratteriale, ma il punto d’innesco di una comicità che svela i vizi collettivi dell’Italia degli anni Sessanta. Prima di entrare nei singoli episodi, vale la pena guardare la struttura dall’alto.

Tre complessi, tre Italie diverse

L’episodio di Risi nasce dalla tradizione della commedia di costume, osserva il mondo degli impiegati, la gita aziendale, l’educazione sentimentale mancata.  Quello di Rossi fotografa la borghesia istruita, cattolica, che teme lo scandalo più di ogni altra cosa.  Quello di D’Amico ci porta dentro la televisione pubblica nascente, la Rai, trasformandola in un palcoscenico dove le apparenze contano più di tutto – anche più della competenza.

Tre mondi diversi, tre ambienti chiaramente caratterizzati, ma un unico messaggio:  dietro ogni complesso personale c’è una pressione sociale che lo alimenta.

“Una giornata decisiva”: il complesso della timidezza (Dino Risi)

Il primo episodio, diretto da Dino Risi ed interpretato da Nino Manfredi, racconta la storia del timido impiegato Quirino Raganelli, innamorato della collega Gabriella, durante una gita aziendale.

Trama in chiave “psicologica”

Quirino, educato, gentile, un po’ goffo, sembra finalmente trovare il coraggio di dichiararsi durante la gita: la pioggia, la cabina condivisa, il bacio… tutto sembra andare nella direzione giusta.

Ma Gabriella confessa di essere stata amante del collega Alvaro, sposato, e chiede a Quirino di aiutarla a chiudere quella relazione.
Qui il complesso esplode: la timidezza e l’indecisione di Quirino gli impediscono di prendere una posizione chiara.

Il risultato è paradossale:

  • non difende Gabriella,
  • non affronta Alvaro,
  • finisce per perdere la ragazza,
  • e, per il suo fare passivo, “cade” nelle braccia di una collega molto intraprendente ma per lui indesiderata.

La commedia nasce dal conflitto fra desiderio e incapacità di agire.

Stile visivo e costruzione delle scene

Risi usa:

  • campi medi e piani d’insieme sul pullman e durante la gita, che mostrano il clima di gruppo e il conformismo aziendale;
  • piani più stretti nei momenti di confessione e di intimità (cabina, confronto a tre);
  • un ritmo di montaggio che alterna:
    • momenti corali rumorosi,
    • silenzi imbarazzati del protagonista.

La regia sembra “semplice”, ma è calibrata per far sentire Quirino schiacciato dall’ambiente.

Per chi scrive cortometraggi, questo episodio insegna:

  • come trasformare una situazione banale (gita aziendale) in campo di battaglia emotivo;
  • come utilizzare un unico giorno e un unico luogo principale per raccontare l’evoluzione (o la non-evoluzione) di un personaggio.

“Il complesso della schiava nubiana”: moralismo e desiderio (Franco Rossi)

Nel secondo episodio, diretto da Franco Rossi, il protagonista è il professor Gildo Beozi (Ugo Tognazzi), alto funzionario e padre di famiglia, che scopre che la moglie ha recitato – da giovane – in un film in costume in cui appare una schiava nubiana seminuda.

Qui il complesso non è più la timidezza, ma il moralismo ossessivo:

  • Beozi teme che l’immagine della moglie “disinibita” possa rovinare la sua reputazione;
  • si imbarca in una missione delirante per far sparire tutte le copie del film, per scongiurare lo scandalo.

La commedia diventa quasi grottesca:  più lui cerca di controllare l’immagine di sé, più appare ridicolo e patetico.

Satira della borghesia e della “doppia morale”

Il bersaglio non è solo il singolo personaggio, ma:

  • la famiglia borghese che deve apparire irreprensibile;
  • il perbenismo cattolico che giudica il corpo e la sessualità solo in funzione del decoro pubblico;
  • la paura del giudizio altrui, che è il vero motore della storia.

Le situazioni comiche (la ricerca disperata delle copie, il rapporto conflittuale con la suocera, le rigidità di linguaggio di Beozi) mostrano quanto il protagonista sia prigioniero più del proprio complesso che di un reale pericolo.

Regia e messa in scena

Rossi lavora molto sugli interni borghesi:

  • salotti colmi di mobili, libri, oggetti;
  • studi, uffici, ambienti che evocano cultura “alta”;

e ci piazza dentro un uomo che, anziché essere libero, è ossessionato dall’immagine.

L’uso della macchina da presa con:

  • inquadrature sobrie, spesso fisse, che lasciano spazio alla recitazione di Tognazzi;
  • qualche movimento mirato per seguire la sua agitazione crescente.

Per chi fa cortometraggi:

  • è un modello di commedia sul pudore, sul tabù, sul passato che ritorna;
  • dimostra che un corto può nascere da un unico oggetto (un vecchio film, una foto, un video) che scatena un’ossessione.

“Guglielmo il dentone”: corpo, televisione e successo (Luigi Filippo D’Amico)

Il terzo episodio, diretto da Luigi Filippo D’Amico e scritto anche da Alberto Sordi insieme a sceneggiatori come Rodolfo Sonego, Piero De Bernardi, Leo Benvenuti ed Ettore Scola, è quello che è rimasto di più nell’immaginario collettivo.

Protagonista: Guglielmo Bertone, detto “il dentone”, promettente giornalista con un difetto fisico evidente (dentatura prominente) che sogna di diventare lettore del Telegiornale della sera della Rai.

Tema: il complesso fisico nell’epoca dell’immagine

La storia mette a fuoco:

  • il conflitto fra la competenza professionale e l'immagine televisiva;
  • il potere della TV anni Sessanta, dove il volto del lettore del TG diventa simbolo di credibilità nazionale;
  • la crudeltà del sistema, che giudica Guglielmo più per i denti che per il talento.

Il “complesso” qui è doppio:

  • interno (Guglielmo sa di essere diverso),
  • esterno (l’istituzione TV che lo valuta come “inadatto” all’immagine standard).

Il paradosso comico:  la sua autenticità e la sua bravura conquistano il pubblico, fino a trasformare il difetto in marca distintiva.

Televisione dentro il cinema: meta-linguaggio

L’episodio è un piccolo gioiello meta-televisivo:

  • ambientato negli studi Rai, con cameo di veri personaggi dell’epoca (Nanni Loy, Lelio Luttazzi, le gemelle Kessler, Alessandro Cutolo, Armando Trovajoli) che interpretano sé stessi;
  • gioca con l’idea che il TG non è solo informazione, ma spettacolo ed immagine.

La regia lavora molto su:

  • piani medi di redazione, studi, corridoi della Rai;
  • primi piani di Sordi che esibisce e al tempo stesso soffre per il proprio “difetto”;
  • contrasti fra la pulizia formale degli ambienti TV e la fisicità irregolare del protagonista.

Per chi fa cortometraggi oggi, questo episodio è una miniera:

  • si può tradurre in chiave social media (influencer con “difetto”, streaming, ecc.);
  • mostra come un difetto fisico possa diventare il centro di una storia comica ma anche umana e sociale.

Lo sguardo della commedia all’italiana sui vizi nazionali

“I complessi” appartiene alla stagione della commedia all’italiana classica, che racconta difetti e contraddizioni dell’Italia del boom economico attraverso personaggi esemplari e situazioni quotidiane.

Qui i “complessi” non sono semplici nevrosi individuali:

  • la timidezza di Manfredi racconta l’italiano medio che non sa scegliere;
  • il moralismo di Tognazzi denuncia un paese ossessionato dall’apparenza;
  • il dentone di Sordi smaschera l’Italia che entra nell’era dell’immagine televisiva.

La forza del film sta nel riuscire a:

  • far ridere il pubblico;
  • lasciare una traccia amara su ciò che siamo (o siamo stati).

Dal micro al macro: l’Italia dei ’60 in miniatura

Ogni episodio è un ritratto:

  • di un tipo umano (il timido, il moralista, l’ambizioso complessato);
  • di un pezzo d’Italia (azienda privata, borghesia accademica, Rai).

Come cortista di oggi, puoi fare lo stesso:

  • partire da un caso singolo (un tuo personaggio specifico);
  • mostrare, attraverso di lui/lei, un problema più generale (precariato, social, ipocrisie moderne, body shaming, ecc.).

Regia, fotografia e messa in scena: tre stili, un solo mondo

Dal punto di vista tecnico, il film “I complessi” è interessante perché unisce tre registi e due direttori della fotografia (Ennio Guarnieri e Mario Montuori) in un mondo visivo coerente.

  • Risi ha un occhio più “sociale”, osserva i gruppi ed il personaggio perso nel branco;
  • Rossi mette a fuoco l’interno borghese, i luoghi del potere familiare e culturale;
  • D’Amico gioca con gli spazi istituzionali e televisivi, facendo della Rai un vero personaggio.

La macchina da presa al servizio degli attori

La regia mantiene sempre una scelta chiara:  la macchina da presa sta dove gli attori possono respirare:

  • tanti campi medi che tengono insieme gesto e parola;
  • primi piani usati con parsimonia, nei momenti di rivelazione (sguardi, imbarazzi, esplosioni di rabbia o di vergogna);
  • montaggio piuttosto classico, che lascia spazio a:
    • tempi comici degli interpreti,
    • piccole reazioni dei comprimari (spesso fondamentali nella commedia all’italiana).

Per chi fa cortometraggi oggi, è una lezione contro il montaggio nervoso “a caso”:  la regia non ha bisogno di virtuosismi di macchina per risultare efficace; lavora su precisione di inquadratura e direzione degli attori.

Cosa può imparare chi fa cortometraggi comici oggi

Il film “I complessi” è quasi un manuale pratico di scrittura breve:

  • tre episodi, ciascuno con:
    • un protagonista chiaramente definito;
    • un “difetto motore”;
    • un percorso narrativo coerente;
    • una conclusione ironica (spesso non consolatoria).

Ognuno dei tre segmenti potrebbe tranquillamente essere un cortometraggio autonomo.

Prima di passare ai pro e contro, vale la pena riassumere cosa offre a chi vuole scrivere/dirigere oggi.

Spunti narrativi per cortometraggi

Dall'episodio “Una giornata decisiva” puoi imparare a:

  • costruire una storia intera di durata di un solo giorno ed una situazione collettiva (la gita, la cena aziendale, il viaggio in treno);
  • far esplodere la paura di scegliere di un personaggio attraverso un triangolo amoroso.

Da “Il complesso della schiava nubiana” puoi imparare a:

  • raccontare un passato che ritorna (una foto, un video, un post antico sui social) e mandare così in tilt un protagonista;
  • fare commedia sull’ossessione della reputazione, molto attuale con i social network.

Invede da “Guglielmo il dentone” puoi imparare a:

  • trasformare un difetto fisico o sociale (accento, corpo, timbro di voce) in fulcro comico e drammaturgico;
  • raccontare il rapporto fra media ed individuo (oggi: talent show, streaming, TikTok).

Spunti tecnici per la regia

Sul piano tecnico, il film suggerisce:

  • economia di luoghi: ogni episodio ha pochi ambienti ricorrenti (pullman/villa, casa/ufficio, Rai/studi) sfruttati al massimo;
  • uso della figura corale (colleghi, parenti, tecnici TV) per arricchire il mondo senza disperdersi;
  • attenzione alla gestualità degli attori: uno sguardo di Sordi od una smorfia di Tognazzi dicono più di mille battute esplicative.

Per un cortometraggio comico, questo significa:

  • scegliere pochi spazi chiari, riconoscibili;
  • lavorare molto sui dialoghi e micro-reazioni;
  • non avere paura di un finale amaro o beffardo, che è spesso più memorabile di un lieto fine tirato per i capelli.

Punti positivi del film

  • Trio di protagonisti straordinario: Manfredi, Tognazzi, Sordi al massimo del loro potenziale comico-drammatico.
  • Tema dei “complessi” chiaro, unitario e fortemente riconoscibile dal pubblico.
  • Capacità di mescolare comicità ed amarezza, tipica della migliore commedia all’italiana.
  • Struttura ad episodi che permette varietà di toni e di situazioni.
  • Episodio “Guglielmo il dentone” diventato cult ed ancora attualissimo nel discorso sull’immagine pubblica.
  • Scritture firmate da grandi sceneggiatori (Scola, Maccari, Sonego, Benvenuti, De Bernardi…), garanzia di finezza nei dialoghi.
  • Ottimo uso degli ambienti reali (uffici, case, studi TV) come parte della drammaturgia.
  • Ritmo narrativo generalmente ben calibrato, con episodi che non si trascinano oltre il necessario.
  • Personaggi secondari memorabili, soprattutto nel terzo episodio (i volti del mondo Rai).
  • Musica di Armando Trovajoli, che accompagna senza sovrastare.
  • Capacità di fotografare l’Italia del boom senza retorica, attraverso difetti umani e sociali.
  • Dialoghi ricchi di sottintesi, allusioni, ironie, mai puramente meccanici.
  • Ottimo equilibrio tra spazio comico con i protagonisti ed i piccoli momenti osservativi sui contorni (colleghi, pazienti, suocere, tecnici TV).
  • Finale di ogni episodio non banale: nessuna vera catarsi, piuttosto una conferma ironica dei limiti dei personaggi.
  • Funziona anche oggi come “atlante di tipi italiani”, utile per chi studia scrittura di personaggi.
  • Buona coerenza visiva nonostante la presenza di tre registi diversi.
  • Eccellente esempio di film ad episodi ben tenuto insieme da un unico tema.
  • Capacità di raccontare la paura del giudizio in tre declinazioni diverse (affettivo, morale, televisivo).
  • Film che regge più visioni, perché ad ogni nuova visione emergono nuovi dettagli (gesti, frasi, sguardi).
  • È una fonte di spunti diretti per cortometraggi, sia sul piano narrativo che su quello di messa in scena.

Punti critici del film

  • Come molti film a episodi, soffre di una certa disomogeneità: un episodio (spesso il terzo) è percepito come nettamente superiore agli altri.
  • Alcuni passaggi di “Una giornata decisiva” possono risultare oggi un po’ dilatati nei tempi.
  • Il personaggio di Gabriella nel primo episodio è poco approfondito, più funzione come narrativa che persona.
  • In “Il complesso della schiava nubiana” alcune gag legate alla sessualità ed al pudore risentono del clima culturale dell’epoca, oggi appaiono datate.
  • Il finale del secondo episodio può essere percepito come troppo insistito sul lato farsesco del moralismo.
  • La figura femminile, in tutti e tre gli episodi, è spesso vista in funzione del complesso maschile, più oggetto che soggetto.
  • La struttura a tre episodi può dare l’impressione di tre corti cuciti insieme, senza un vero arco complessivo.
  • Alcune battute legate a stereotipi (sessuali, sociali) risuonano oggi come figlie dei anni ’60 e meno universali.
  • Lo stile visivo è molto classico: chi cerca sperimentazione formale può trovarlo conservatore.
  • Il ritmo comico, in alcuni momenti, è affidato quasi esclusivamente alla bravura degli attori, con regia volutamente “in disparte”.
  • In “Guglielmo il dentone” la critica alla TV resta implicita: qualcuno potrebbe desiderarla un attacco più esplicito al sistema mediatico.
  • Il film richiede una certa conoscenza del contesto storico-sociale per essere apprezzato fino in fondo; un pubblico molto giovane può cogliere meno sottotesti.
  • Le tre storie, pur forti, non sempre arrivano a una vera trasformazione dei personaggi (complesso non superato, ma solo esposto).
  • L’assenza di un filo narrativo che colleghi i protagonisti può lasciare un senso di episodicità frammentata a chi è abituato ad archi narrativi unici.
  • Alcune situazioni sono raccontate da un punto di vista quasi esclusivamente maschile, poco spazio a sguardi alternativi.
  • Il politicamente scorretto di allora non è sempre “riscattato” da un controcampo critico evidente, specialmente nel secondo episodio.
  • La fotografia, funzionale ma poco “spettacolare”, può sembrare anonima a chi cerca estetiche più marcate.
  • La durata complessiva (circa 100 minuti) rende meno immediata la fruizione per chi lo guarda solo come riferimento per vedere cortometraggi.
  • Non tutte le gag reggono allo stesso modo il passare del tempo: alcune risultano prevedibili agli occhi moderni.
  • Il rischio, per lo spettatore, è di ricordare quasi solo “Guglielmo il dentone” e sottovalutare gli altri due episodi, che invece contengono materiale molto interessante per chi scrive e dirige.

In sintesi, “I complessi” è un film che vale la pena studiare non solo come spettatore, ma come artigiano del cinema:

  • per capire come un difetto caratteriale o fisico possa diventare il motore di una storia breve;
  • per vedere come la commedia all’italiana usava il riso per parlare di pudore, potere ed immagine;
  • per carpire i meccanismi di regia “invisibile” che lasciano spazio agli attori e ai dialoghi.

Rivederlo con gli occhi di chi vuole girare oggi un cortometraggio comico significa farsi una domanda molto semplice e molto utile:  Qual è il “complesso” del mio personaggio, e che storia comica (e un po’ crudele) posso costruirci attorno?