DogMan 2023 di Luc BessonDogMan (2023) è un film “francese” soprattutto per produzione e firma autoriale (Luc Besson), ma parla inglese e mette in scena un’America marginale (New Jersey) filtrata attraverso una sensibilità europea: melodrammatica, barocca, istintiva. È un’opera che divide: c’è chi la considera un racconto emotivamente devastante e magnetico, chi la trova eccessiva, bizzarra e chi la percepisce come un thriller d’azione “normale” rivestito di stranezze. La sua forza, e il suo rischio, sta proprio qui: nel tentativo di fondere favola nera, confessione psicologica, crime e performance, con i cani come nucleo morale e affettivo. 

Nota utile: da non confondere con Dogman (2018) di Matteo Garrone: qui parliamo del DogMan di Besson, presentato a Venezia 2023 e interpretato da Caleb Landry Jones.

1) Coordinate essenziali: che film è e perché “spiazza”

Besson scrive e dirige DogMan, costruendolo come action-thriller drammatico con struttura da racconto in cornice: un uomo viene arrestato “in condizioni impossibili da ignorare” e, durante un interrogatorio/colloquio, ricostruisce la propria vita a pezzi, in flashback.

Il protagonista (Douglas “Doug” Munrow, Caleb Landry Jones) porta addosso una biografia di violenza: abuso familiare, segregazione, umiliazione, e una conseguenza fisica che lo condanna alla carrozzina. Il legame con i cani nasce lì, nel punto più crudele: non come “amore per gli animali” generico, ma come patto di sopravvivenza.

Il film spiazza perché fa convivere cose che di solito il cinema separa:

  • il dramma intimo del trauma;
  • il crime con cani “operativi” (quasi una gang);
  • la performance (drag/cabaret, citazioni di icone come Édith Piaf) come identità e difesa.

2) La storia come esperienza emotiva: perché “devasta” e insieme conquista

Il motivo per cui può devastare non è solo ciò che racconta, ma come lo racconta: alterna pudore e brutalità, spesso nella stessa scena.

Pudore

  • Il film non “spiega” sempre i sentimenti: a volte li fa emergere da gesti minimi (un cane che si avvicina senza paura; un uomo che parla con delicatezza mentre ha addosso tutta la sporcizia del mondo).
  • La letteratura e il teatro non sono “lezioni morali”, ma rifugi: Doug impara a nominare il dolore attraverso parole altrui (Shakespeare introdotto da una figura docente/educativa in istituto), e poi trasforma quel linguaggio in maschera scenica, fino al cabaret. 

Brutalità

  • La brutalità è soprattutto retroattiva: capisci dopo che ciò che sembrava “stravaganza” (la relazione quasi telepatica con i cani, il costume, la teatralità) è anche un meccanismo di sopravvivenza nato dalla violenza.
  • Il crime non è glamour: è presentato come derivazione di un mondo che non offre alternative dignitose, cioè povertà, marginalità, istituzioni fredde o inadeguate. 

Perché conquista “inaspettatamente”

Nonostante l’eccesso bessoniano, una parte di pubblico si lascia prendere perché:

  • il film ha una qualità da “crowd-pleaser” (anche a Venezia è stato accolto con calore), ma applicata a un protagonista improbabile, ferito, fuori norma;
  • Caleb Landry Jones regge il film come una performance totale: fragile e feroce, ridicolo e tragico, tenero e minaccioso. Molte recensioni concordano almeno su questo punto: la sua prova è il perno magnetico di tutto il film. 

3) Perché alcuni lo trovano “normale” e altri “inquietante”

Le reazioni divergenti nascono da tre frizioni precise.

3.1 Frizione di tono: tragedia + farsa + revenge fantasy

Per alcuni, la combinazione di trauma, drag performance e “cani criminali” produce un impasto tonale unico; per altri, è un eccesso che scivola nel grottesco involontario (c’è chi l’ha definito persino “ludicrous”, esagerato fino al parossismo).

3.2 Frizione di realismo: una favola nera in abiti “crime”

Il film chiede allo spettatore di accettare una componente quasi fiabesca (l’eccezionalità del rapporto uomo-cani e la capacità operativa del branco) senza sempre “spiegare” proceduralmente come ci si arrivi. Alcuni lo vivono come libertà narrativa; altri come implausibilità che indebolisce la credibilità del thriller.

3.3 Frizione etica: trauma e spettacolo

Per una parte del pubblico è un film che sublima il dolore in forma artistica; per altri rischia di usare il trauma come benzina per set-piece e melodramma. Da qui l’etichetta “inquietante”: non solo per i contenuti, ma per la sensazione che la sofferenza diventi spettacolo.

4) I cani: non “simbolo”, ma struttura morale del film

In DogMan i cani non sono semplicemente “amici fedeli”. Sono:

  1. Testimoni: hanno visto la parte non umana dell’uomo (la violenza) e la parte umana dell’animale (la lealtà).
  2. Famiglia scelta: la famiglia biologica è ferita/originaria del trauma; quella elettiva è il branco.
  3. Motore narrativo: nel crime, i cani diventano estensione dell’identità del protagonista, “braccio” e “coscienza” insieme.

Il film, così, ribalta un’idea comoda: non è “l’uomo salva i cani”, ma spesso sono i cani a salvare l’uomo, perché lo vedono senza giudicarlo e gli impongono una forma di responsabilità (protezione, cura, disciplina).

5) Letteratura, insegnante e identità: la cultura come riparo e come arma

Un punto notevole è che il film mette la cultura (teatro, letteratura) non come “abbellimento”, ma come tecnologia di sopravvivenza.

  • Nel periodo in istituto, una figura docente (drama teacher) lo introduce a Shakespeare: non è semplice educazione, è un modo per dare parole ad una vita che, altrimenti, resterebbe muta o violenta. 
  • Da adulto, la performance in drag/cabaret (con richiami a Piaf e altre icone) non è solo provocazione: è un’identità costruita “nel tempo”, una corazza estetica che gli permette di esistere senza chiedere permesso. 

Qui il film è duro: la bellezza non cancella il trauma, ma lo rende narrabile. E il narrabile diventa controllabile.

6) Uno sguardo tecnico: come Besson costruisce emozione e tensione

6.1 Struttura a cornice e flashback

La cornice dell’interrogatorio/colloquio (con la psicologa Evelyn, Jojo T. Gibbs) funziona come:

  • camera di decompressione emotiva;
  • dispositivo di suspense (capisci che “è successo qualcosa”, ma lo scopri a strati).

6.2 Formato e messa in quadro

Il film è in 2.39:1 e dura circa 114 minuti: scelta coerente con un impianto “cinema largo”, dove l’ambiente e il branco (molti corpi in scena) diventano composizione. 

6.3 Fotografia, scenografia, costumi, musica

I reparti chiave (dati ufficiali di festival e database) mostrano un team orientato allo stile:

  • Fotografia: Colin Wandersman,
  • Montaggio: Julien Rey,
  • Musica: Éric Serra,
  • Scenografia: Hugues Tissandier,
  • Costumi: Corinne Bruand.

In pratica, il film lavora su due registri visivi:

  • realismo sporco (periferie, interni degradati, istituti, notti umide);
  • teatralità controllata (luci da palco, make-up, silhouette, iconografia).
    La frizione tra questi due registri è anche la frizione tra “pudore” e “brutalità”.

6.4 Montaggio e ritmo

Il montaggio tende a:

  • comprimere la biografia in blocchi emotivi (flashback come “colpi”);
  • accelerare nei momenti crime;
  • rallentare quando il film vuole “guardare” Doug, non solo seguirlo.

Questa alternanza è efficace per alcuni (sensazione di giostra emotiva), meno per altri (sensazione di film “un po’ unfocused”, non sempre centrato su una sola direzione).

7) Cosa si può imparare dal film: lezioni per chi scrive e dirige

7.1 Il personaggio come contraddizione vivente

Doug funziona perché non è coerente in senso piatto: è coerente nel trauma. Può essere:

  • vittima e carnefice (o almeno “agente” del danno);
  • poeta e criminale;
  • clown e figura tragica.

Per uno sceneggiatore: la contraddizione non è un difetto, è un motore.

7.2 “Tema” incarnato in una relazione, non in dialoghi-spiegazione

Il tema (amore, fedeltà, sopravvivenza, identità) non è spiegato: è messo in scena nel rapporto coi cani e con la performance.

7.3 Come rendere fisico un conflitto morale

Il film ti mostra un trucco utile: se un personaggio è moralmente ambivalente, dagli una responsabilità concreta (curare, proteggere, mantenere in vita un branco). Quel dovere fisico rende credibile anche l’oscurità.

7.4 La cornice interrogatorio come “scatola” per gestire il melodramma

Quando rischi l’eccesso emotivo, una cornice razionale (psicologa, polizia, stanza chiusa) può contenere e modulare il racconto.

8) I punti positivi di DogMan (2023)

  1. Interpretazione centrale magnetica (Jones): corpo, voce, ritmo, metamorfosi. 
  2. Coraggio tonale: miscela di tragedy/crime/performance rara nel mainstream. 
  3. Struttura a cornice che crea suspense e controllo emotivo.
  4. Uso dei cani come drammaturgia, non solo come “carineria”.
  5. Tema della famiglia elettiva reso con gesto e azione, non con prediche.
  6. Iconografia potente (drag/cabaret) usata come identità, non come decorazione. 
  7. Contrasto visivo tra realismo sporco e palcoscenico: efficace nel raccontare doppia vita.
  8. Formato panoramico funzionale alle composizioni di gruppo e agli spazi degradati. 
  9. Musica di Éric Serra che spinge l’operaticità (piaccia o no, è coerente). 
  10. Montaggio a blocchi emotivi: flashback come ferite che si riaprono.
  11. Figura dell’insegnante: la cultura come salvezza credibile (Shakespeare come linguaggio di riscatto).
  12. Capacità di intrattenere anche in contesto festivaliero: energia da “spettacolo”.
  13. Protagonista outsider bessoniano: coerenza con la poetica dell’autore (emarginati, redenzione, azione).
  14. Rappresentazione della povertà come pressione, non come sfondo neutro.
  15. Alcune sequenze crime hanno inventiva “da cinema pop” (azione leggibile, ritmo).
  16. Efficacia di certe immagini-simbolo (cani, gabbia, luce di scena) che restano addosso.
  17. Senso di favola nera: non realismo puro, ma parabola sull’amore e sul danno.
  18. Riflessione sull’identità performativa: essere “qualcuno” come atto costruito.
  19. Ruolo della psicologa come controcanto: ascolto, incredulità, empatia misurata.
  20. Capacità di generare reazioni forti: un film che lascia indifferenti raramente.

9) I punti critici

  1. Eccesso e “gonzo tone/esagerato”: per alcuni diventa involontariamente grottesco. 
  2. Tonalità non sempre omogenea: passaggi bruschi tra tragedia, azione e performance.
  3. Implausibilità di alcune dinamiche crime (sospensione dell’incredulità richiesta molto alta).
  4. Rischio di superficialità tematica: molte idee forti, non tutte approfondite con pari cura. 
  5. Caricatura di alcuni antagonisti: “cattivi” talvolta più funzionali che credibili (dipende dalla scena).
  6. Melodramma spinto: può risultare manipolatorio per chi preferisce sobrietà.
  7. Cornice dell'interrogatorio a tratti didascalica: spiega/ordina invece di lasciare ambiguità.
  8. Rappresentazioni “da film” di certe istituzioni (carcere/polizia) percepite come poco realistiche da alcuni critici. 
  9. Rischio di estetizzare il trauma: dolore trasformato in set-piece. 
  10. Forte dipendenza dalla performance di Jones: se non “entra”, il film perde molto.
  11. Sviluppo emotivo a scatti: alcuni snodi arrivano come “capitoli” più che come crescita continua.
  12. Senso di accumulo: cani + drag + crime + trauma + redenzione… non tutti lo percepiscono come equilibrio.
  13. Dialoghi talvolta programmatici (frasi-sentenza) che possono sembrare scritte per essere citate.
  14. Rischio di ambiguità etica non gestita: lo spettatore può non capire “quanto” il film giudichi o assolva.
  15. Azioni “da favola” in contesto realistico: per alcuni crea attrito anziché poesia.
  16. Sensazione di “normale” per chi cerca un crime più asciutto: il film non aderisce al procedural, quindi può deludere chi voleva quel registro.
  17. Scelta stilistica polarizzante: o la accetti o ti respinge (non è “trasparente”). 
  18. Archi secondari meno solidi del protagonista: alcuni personaggi appaiono strumenti.
  19. Momenti di eccesso spettacolare che possono togliere intimità proprio quando servirebbe.
  20. Divisività complessiva: film “tutto o niente”, che non media tra sensibilità diverse.

10) Considerazione finale: come apprezzarlo davvero

Per apprezzare DogMan conviene guardarlo non come un film “thriller realistico”, ma come favola criminale melodrammatica: un racconto dove l’identità nasce da una ferita, si traveste per sopravvivere, e trova nel branco una famiglia più affidabile degli umani.

Se lo vedi su quel piano, capisci perché può risultare:

  • devastante (la ferita originaria e le sue conseguenze sono senza scampo);
  • conquistante (perché mette in scena amore e lealtà come forza concreta);
  • inquietante (perché la cura e la violenza convivono nello stesso corpo narrativo).