Il Monello the kid 1921

IL MONELLO (The Kid, 1921)

Un Capolavoro Senza Età:
Analisi critica di un Film che cambiò il Cinema per sempre

 

"Una fotografia con un sorriso, e forse una lacrima." - Didascalia di apertura del film, scritta da Charlie Chaplin

Prima di iniziare a Guardare

Ci sono film che si guardano. E ci sono film che si attraversano, si vivono. "Il Monello" appartiene alla seconda categoria, e la cosa straordinaria è che lo fa con settantasei minuti di pellicola muta, girata nel 1921, in un'epoca in cui il cinema era considerato ancora poco più di un intrattenimento da baraccone, un giocattolo sofisticato per le masse. Non ancora arte. Non ancora letteratura visiva. Non ancora il mezzo più potente mai inventato dall'uomo per esplorare la condizione umana.

Chaplin non lo sapeva, o forse lo sapeva benissimo, e si comportava di conseguenza, come sempre. Ciò che è certo è che quando "The Kid" uscì nelle sale americane il 6 febbraio 1921, qualcosa cambiò nel modo in cui il pubblico e la critica guardavano al cinema. Qualcosa di irreversibile.

Questo articolo vuole accompagnare il lettore dentro quel cambiamento. Non solo raccontare cosa c'è nel film, perché un buon film non si racconta ma si deve vedere, ma spiegare come è costruito, perché funziona, cosa dice di noi, e perché, a distanza di oltre cent'anni, riesce ancora a far ridere e piangere le stesse persone nello stesso pomeriggio.


Capitolo I - Il contesto: chi Era Charlie Chaplin nel 1921?

Per capire "Il Monello" bisogna capire da dove viene. E Chaplin viene da un posto molto specifico, molto buio, molto reale.

Charles Spencer Chaplin nasce a Londra il 16 aprile 1889 in una famiglia di artisti di varietà. Il padre, alcolista, abbandona la famiglia molto presto. La madre, Hannah, ha una salute mentale fragile che la porterà più volte al ricovero in istituti psichiatrici. I figli (Charlie ed il fratellastro Sydney) finiscono per brevi periodi nel Lambeth Workhouse, uno di quegli istituti vittoriani per poveri che Dickens aveva immortalato nei suoi romanzi e che erano, nella realtà, luoghi di miseria, disciplina brutale e negazione sistematica della dignità umana.

Chaplin non stava inventando la povertà nei suoi film. La stava ricordando. Ogni volta che il Vagabondo ovvero il suo alter ego cinematografico più celebre, dormiva per strada, raccoglieva mozziconi di sigarette, cercava cibo nei rifiuti, veniva cacciato dai poliziotti, Chaplin stava attingendo ad un archivio personale di umiliazioni e sofferenze reali. L'arte era la sua forma di elaborazione. E la risata era il suo strumento di sopravvivenza.

Nel 1921, Chaplin ha già trentatré anni ed è l'uomo più famoso del mondo. Non è un'esagerazione: studi demografici dell'epoca stimano che il "Vagabondo" fosse il personaggio di finzione più riconoscibile del pianeta, più dei presidenti, più dei re. I suoi cortometraggi hanno reso ricca la Mutual Film Corporation e poi la First National. Lui stesso è diventato milionario. Ha co-fondato la United Artists insieme a Mary Pickford, Douglas Fairbanks e D.W. Griffith.

Eppure qualcosa lo tormenta. Qualcosa che i cortometraggi comici di quindici minuti non riescono a contenere. C'è una storia che vuole raccontare, più lunga, più profonda, più personale. Una storia su un padre ed un figlio. Su un bambino abbandonato e su un uomo solo. Su come l'amore nasca nei posti più improbabili e come il sistema possa spezzarlo.

Quella storia diventa "Il Monello".


Capitolo II - La genesi del Film: Dolore privato ed Arte pubblica

C'è un elemento biografico che nessuna analisi critica di "Il Monello" può ignorare, perché è il cuore pulsante dell'intera opera.

Nel luglio del 1919, la prima moglie di Chaplin, Mildred Harris, dà alla luce un bambino gravemente malformato. Il piccolo Norman Spencer Chaplin vive solo tre giorni. Chaplin ha trentatré anni, è al culmine della sua fama e del suo successo, ed è appena diventato padre per la prima volta, e padre per la prima volta di un figlio morto.

Comincia a lavorare a "The Kid" pochi mesi dopo.

Sarebbe riduttivo dire che il film è un atto di elaborazione del lutto. È più di questo: è una conversazione con il figlio che non c'è stato, immaginato vivo, immaginato selvatico ed allegro per le strade di un quartiere povero, immaginato cresciuto sotto le cure improbabili di un vagabondo di strada. È la risposta artistica di un uomo che ha perso qualcosa di irrecuperabile e che usa il cinema come unica lingua abbastanza grande per contenere quel dolore.

A questo si aggiunge un'altra circostanza: durante la lavorazione del film, Chaplin è coinvolto in un divorzio burrascoso con la Harris, che cerca di ottenere dai tribunali i proventi del film. Chaplin deve letteralmente scappare dalla California con le bobine del film incomplete, spostandosi clandestinamente in un altro stato per finire il montaggio. La storia di un bambino strappato al suo padre custode non era solo una metafora: era la realtà che Chaplin stava vivendo mentre girava ogni scena.

Questo spiega perché "Il Monello" ha un'intensità emotiva che nessun altro film comico dell'epoca si avvicina a raggiungere. Non è stato scritto da un uomo che voleva fare un bel film. È stato scritto da un uomo che ne aveva bisogno.


Capitolo III - La sinossi: La storia, raccontata come merita

Una donna sola - nei titoli di testa indicata semplicemente come "La Madre" (interpretata da Edna Purviance) - lascia l'ospedale tenendo in braccio un neonato. È giovane, è bella, è sola. Il bambino è il figlio di un artista ricco e senza scrupoli che l'ha sedotta ed abbandonata. Senza casa, senza soldi, senza prospettive, la donna prende la decisione più disperata che una madre possa prendere: lascia il bambino nell'automobile di una coppia facoltosa, con un biglietto che chiede di prendersene cura.

Ma il destino, come sempre in Chaplin, ha altri piani. L'automobile viene rubata. I ladri trovano il bambino sul sedile posteriore, lo prendono e lo abbandonano a loro volta in un vicolo del quartiere povero. È lì che lo trova lui: il "Vagabondo" (Charles Chaplin). Un uomo solo, con il suo cappello a bombetta sgualcito, il suo bastone, i suoi pantaloni troppo larghi, le sue scarpe troppo grandi. Un uomo che non possiede nulla, e che si ritrova tra le mani qualcosa che non sa come gestire: un bambino vivo che piange.

La scena che segue è tra le più comiche ed al tempo stesso tenere della storia del cinema. Il Vagabondo cerca in ogni modo di disfarsi del bambino: lo porta da una vicina (che ha già troppi figli), cerca di appoggiarlo ad una carrozzina altrui, prova ad ignorarlo, ma ogni volta il destino lo riporta tra le sue braccia. Alla fine, rassegnato, lo porta a casa.

Saltano cinque anni. Il bambino, che nel film si chiama semplicemente "Il Monello" ed è interpretato dal prodigioso Jackie Coogan, è cresciuto. E la coppia formata dal Vagabondo e dal Monello è diventata, a modo suo, una famiglia. Una famiglia strana, povera, sgangherata, ma autentica. I due hanno sviluppato persino un sistema di lavoro in coppia: il Monello gira per il quartiere rompendo i vetri con un sasso, il Vagabondo arriva subito dopo con i suoi attrezzi da vetraio per ripararli. Una piccola, illegale impresa a conduzione familiare.

Ma la vita vera bussa alla porta (come sempre fa) nel momento meno opportuno. Il medico che viene a visitare il Monello ammalato scopre le condizioni di indigenza in cui vive il bambino ed avvisa le autorità. Arrivano i funzionari dell'orfanotrofio, che per legge devono portare via il bambino. La scena in cui i due vengono separati è una delle più strazianti del cinema muto: il Monello si aggrappa al Vagabondo, il Vagabondo combatte contro i funzionari con tutta la forza di un padre che non ha nessun titolo legale per esserlo, ma che lo è con tutto ciò che ha.

Nel frattempo, la madre, diventata nei cinque anni intercorsi una famosa attrice teatrale, vuol ritrovare, attraverso un percorso di sensi di colpa e ricerche, il figlio perduto. Ha offerto una ricompensa per chi lo trova. Il proprietario del pensionato dove vive il Vagabondo, scoperto il giornale con la notizia, ruba il Monello nel cuore della notte mentre il Vagabondo dorme e lo porta alle autorità per riscuotere la ricompensa.

Il Vagabondo si risveglia e trova il letto vuoto. Quello che segue, la sua ricerca disperata per le strade della città, è puro cinema.

C'è poi una scena onirica, sorprendente nella sua audacia stilistica: esausto, il Vagabondo si addormenta sul gradino della sua porta e sogna un paradiso popolato di angeli, dove lui e il Monello volano insieme. Ma anche in paradiso arriva il male: un demone che introduce la tentazione, la gelosia, la violenza. Ed il sogno si trasforma in incubo.

Si risveglia bruscamente mentre due poliziotti lo caricano in auto. Ma non per arrestarlo: per portarlo dalla madre e dal Monello, che lo aspettano insieme, riuniti, alla porta di una casa grande e luminosa.

Il film finisce lì. Con una porta aperta. Con una famiglia impossibile che forse (forse) può esistere.


Capitolo IV - L'analisi della Sceneggiatura

* La Struttura Narrativa

"Il Monello" è formalmente un cortometraggio di sei rulli (circa settantasei minuti nella prima versione originale portata poi a 68 minuti e rimodificata nel 1971 da Chaplin in 53 minuti) ma narrativamente ha la struttura di un romanzo in tre atti. Questo è già, nel 1921, una rivoluzione: nessun film comico dell'epoca aveva una struttura così elaborata. I film di Chaplin precedenti erano corti da dieci-quindici minuti basati su gag fisiche concatenate. Qui c'è qualcosa di completamente diverso: c'è un arco narrativo, una progressione emotiva, un'evoluzione dei personaggi.

Primo atto: L'abbandono e la scoperta (circa 20 minuti): stabilisce il contesto, introduce i due protagonisti, mostra come si forma il loro legame. È il fondamento emotivo su cui tutto il resto si costruisce. Chaplin dedica molto tempo a questo atto, più di quanto un film puramente comico richiederebbe, perché sa che la credibilità emotiva del finale dipende da quanto profondamente lo spettatore si è investito in questo legame.

Secondo atto: La vita insieme e la minaccia (circa 35 minuti): è il cuore del film. Mostra il funzionamento quotidiano di questa famiglia improbabile, stabilisce il repertorio comico del film (le gag con i vetri, la colazione, le zuffe nel quartiere), e poi introduce la minaccia narrativa con l'arrivo del medico e dei funzionari dell'orfanotrofio. Questo atto è costruito secondo un principio drammaturgico classico: prima mostrare la bellezza di ciò che esiste, poi minacciarlo. Lo spettatore deve amare ciò che sta per essere distrutto per sentire il dolore della distruzione.

Terzo atto: La separazione, la ricerca ed il ricongiungimento (circa 20 minuti): è il più audace dei tre, perché include la sequenza onirica del paradiso che è tecnicamente e narrativamente la scena più rischiosa del film, e che Chaplin poi risolve con una rapidità quasi sconcertante. Il finale è volutamente aperto, quasi sospeso: Chaplin non ci dice cosa accadrà. Non sappiamo se il Vagabondo entrerà in quella casa come padre adottivo, come amico, come protetto della madre ricca. Sappiamo solo che il Monello è lì, ad aspettarlo.

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