La stangata 1973 di George Roy Hill 3Un film di truffa che parla di identità

La stangata (The Sting, 1973) è ufficialmente un caper movie ambientato nel 1936, con due truffatori che orchestrano un colossale raggiro ai danni di un boss criminale.
Ma sotto la superficie brillante di costumi impeccabili, ragtime e dialoghi arguti, il film parla di identità, maschere, ruoli sociali e del piacere ambiguo di identificarsi con chi vive ai margini della legge.

È un film che ha conquistato il pubblico (7 Oscar, incluso Miglior Film, e un enorme successo al botteghino) ma ha anche diviso critica e spettatori: c’è chi lo considera “solo” un gioco di prestigio perfetto e chi vi vede un ritratto malinconico dell’America della Grande Depressione.

Un "caper movie" (o "heist movie") è un sottogenere cinematografico incentrato su una rapina o un colpo grosso pianificato e organizzato meticolosamente da una banda di criminali.

Vediamo cosa possiamo imparare, da sceneggiatori e registi, da questa sofisticata “truffa cinematografica”.

La trama come gioco di specchi

La storia segue Johnny Hooker (Robert Redford), giovane truffatore che, dopo l’uccisione del suo mentore Luther per mano del gangster Doyle Lonnegan, si allea con il veterano Henry Gondorff (Paul Newman) per mettere in piedi una “grande truffa” usando un finto ufficio scommesse.

Il pubblico:

  • crede di sapere tutto ciò che serve;
  • viene guidato passo dopo passo nella costruzione del raggiro;
  • ma, nel finale, scopre di essere stato a sua volta tenuto all’oscuro di un pezzo di piano (la finta sparatoria, l’FBI fasullo, il doppio inganno a Lonnegan e alla polizia).

È la lezione centrale:

Un buon racconto di truffa non è solo su un inganno, è un inganno ben costruito ai danni dello spettatore, ma senza farlo sentire tradito.

Il pubblico complice e vittima della truffa

La sceneggiatura di David S. Ward calibra con estrema precisione quanta informazione dare e quanto trattenere.

  • Sappiamo abbastanza per sentirci “dalla parte dei buoni” e per divertirci nei dettagli tecnici della truffa (la “wire room”, il poker truccato sul treno, i finti telegrammi).
  • Ma non sappiamo tutto: il twist finale (Hooker “traditore” che viene fucilato da Gondorff, entrambi “uccisi” da Polk/FBI) ci mette nella stessa posizione di Lonnegan, che abbandona i soldi sconfitto.

Lo spettatore è dunque:

  • complice (tifa per i truffatori),
  • vittima (cade in una porzione di inganno che non gli era stata anticipata).

È un modello narrativo perfetto per chi vuole scrivere cortometraggi costruiti su rivelazioni finali: non devi spiegare ogni passaggio, ma devi far sentire lo spettatore “giocato” in modo leale, non barato.

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Il fascino ambiguo dei truffatori

Hooker e Gondorff sono criminali, ma vengono costruiti come:

  • eroi romantici contro un boss violento e spietato (Lonnegan);
  • uomini di codice interno (vendicano un amico, proteggono i loro);
  • figure ironiche ma non ciniche: ridono, bevono, sbagliano, rischiano davvero la pelle.

Il film ci mette addosso un disagio sottile:

  • siamo turbati dall’idea che stiamo tifando per gente che vive di raggiri,
  • ma siamo conquistati dal loro stile, dalla loro intelligenza e dalla loro umanità.

Per chi scrive oggi:  È una lezione su come rendere simpatizzanti dei personaggi moralmente ambigui, senza trasformarli in santi né in mostri.

Il contesto storico e produttivo: un “gioco” che arriva nel momento giusto

La stangata esce nel 1973, ma racconta il 1936: l’America della Grande Depressione, dei bookmaker, dei treni di lusso e delle grandi città corrotte.

Sul piano industriale:

  • è la seconda collaborazione tra George Roy Hill, Paul Newman e Robert Redford dopo Butch Cassidy and the Sundance Kid (1969);
  • è un trionfo agli Oscar (7 statuette) e rilancia la carriera di Newman dopo alcuni insuccessi;
  • viene celebrato per la sceneggiatura, tanto da essere incluso fra i migliori script di sempre dalla Writers Guild of America.

Per lo spettatore contemporaneo, il film è una doppia nostalgia:

  • per gli anni ’30 ricostruiti,
  • e per il cinema classico anni ’70, che sapeva unire intrattenimento “popolare” e raffinatezza formale.

Da regista/sceneggiatore puoi imparare:

  • come usare un periodo storico non solo come sfondo, ma come “texture emotiva”;
  • come far convivere grande pubblico e scrittura sofisticata.

Struttura a capitoli: l’arte di annunciare e nascondere

La struttura del film è divisa in sezioni con titoli grafici (“The Set-Up”, “The Hook”, “The Sting” ecc.), realizzati nello stile illustrativo di riviste anni ’30 come il Saturday Evening Post.

Questa scelta ha diversi effetti:

  • rende esplicita la struttura drammaturgica del colpo: preparazione, avvicinamento, esecuzione;
  • dà al film un’aria da romanzo d’appendice o vecchio feuilleton;
  • crea un contrasto ironico tra l’eleganza delle tavole illustrate e la durezza del mondo criminale.

Drammaturgicamente, è una lezione su:

  • come si può aiutare lo spettatore a sentire le tappe del racconto;
  • senza per questo svelare il cuore dell’inganno.

Per un cortometraggio, non è necessario replicare i cartelli, ma puoi:

  • dividere idealmente il tuo corto in 3–4 mini-capitoli interni (setup, complicazione, twist, coda);
  • trovare elementi visivi o sonori che segnino queste tappe (cambi di musica, di luce, di formato).

Personaggi e relazioni: amicizia, ruolo sociale, maschera

Dietro l’apparente leggerezza, La stangata è un film ricco di relazioni complesse. I personaggi non sono mai solo funzioni di trama; sono identità che recitano ruoli, cambiano volto, giocano a essere ciò che non sono.

Johnny Hooker: l’apprendista che cerca se stesso

Hooker è un giovane impulsivo, ingenuo e coraggioso. Parte da:

  • truffatore di strada
  • legato a Luther da un rapporto quasi filiale,
  • incapace di gestire il denaro (perde la sua parte alla roulette truccata).

Il suo percorso:

  • cerca vendetta, ma in realtà cerca un modello di sé (Gondorff);
  • impara la disciplina, la pazienza, l’arte del bluff;
  • alla fine, rinuncia alla sua parte di soldi con una battuta: “Li perderei comunque.”.

È un gesto che dice molto:  non gli interessano i soldi in sé, ma l’identità che ha conquistato: quella di un vero “professionista del con” e di un uomo che ha “chiuso i conti” con la morte di Luther.

Henry Gondorff: il maestro caduto e risorto

Gondorff è introdotto ubriaco, nascosto in un luna park, braccato dall’FBI.

  • è un ex grande truffatore “in pensione forzata”;
  • ha perso un pezzo di sé, ma non il talento;
  • accetta il piano più per orgoglio e codice d’onore che per denaro.

La sua relazione con Hooker è un mix di:

  • mentorship,
  • amicizia,
  • paternità mancata.

Sceneggiatura e regia lo usano per mostrare:

  • come un personaggio possa guidare la trama e incarnare un tema (la redenzione laica di un criminale che rimane tale, ma ritrova se stesso).

Doyle Lonnegan: il potere che non sa di essere debole

Lonnegan è un boss irlandese duro, controllato, vendicativo.

  • è violento, ma non caricaturale;
  • vive di controllo e reputazione;
  • non sopporta l’affronto di essere fregato a poker sul treno.

Il suo limite tragico:

  • crede di essere l’unico burattinaio;
  • non immagina di poter essere “il pesce grosso” preso all’amo.

Una grande lezione per chi scrive antagonisti:  Lonnegan fa paura non perché urla, ma perché crede sinceramente di essere intoccabile – e questo lo rende vulnerabile.

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Tono e stile: pudore, allegrezza e crudeltà

Uno degli aspetti più affascinanti è il tono: La stangata è un film di truffa, soldi e malavita, ma viene raccontato con una leggerezza pudica, quasi da commedia elegante.

  • Gli omicidi (Luther, il corriere, la killer Salino) sono, sì, violenti, ma non compiaciuti.
  • La miseria della Grande Depressione resta sullo sfondo, dietro la patina da “romanzo illustrato”.
  • Lo humour è costante, ma non cancella mai la sensazione che si giochi con il fuoco.

Questa miscela di:

  • pudore (mai insistito sul sangue, sul dolore),
  • e allegrezza (musica, ritmo, battute, complicità).

è uno dei motivi per cui il film ha conquistato tanti spettatori, ma ne ha anche lasciati alcuni “divisi”:

  • c’è chi lo vive come un puro divertissement;
  • c’è chi resta turbato dalla simpatia con cui vengono ritratti criminali “di fascino”.

Musica, fotografia, scenografia: costruire un’illusione anni ’30

Tecnicamente, il film è un piccolo manuale di world building visivo e sonoro.

  • La musica di Marvin Hamlisch, che rielabora i ragtime di Scott Joplin (in particolare The Entertainer), dà un tono giocoso e nostalgico che contrasta curiosamente con la durezza della storia.
  • La fotografia di Robert Surtees usa una palette di marroni, rossi spenti, toni caldi, che evocano stampe ingiallite, foto d’epoca.
  • Le scenografie di Henry Bumstead e i costumi di Edith Head ricreano un mondo di sale da gioco, bettole, uffici ferroviari, con un realismo stilizzato, quasi da illustrazione.

La lezione tecnica:

  • non basta dire “anni ’30”: devi scegliere una chiave stilistica (qui: illustrazione, nostalgia, pulizia grafica) e portarla fino in fondo;
  • il contrasto tra musica allegra e contenuto duro può creare un effetto emotivo ricco, non solo decorativo.

Lezioni di regia: come dirigere un “caper” elegante oggi

Da regista, guardando La stangata puoi imparare almeno tre cose fondamentali:

  1. Gestione delle informazioni
    • Hill decide con cura cosa farci vedere di ogni truffa (poker, wire room, finta sparatoria) e cosa nascondere fino al momento giusto.
    • La regia è “onesta”: non bara con il montaggio, non trucca le carte, ma sfrutta angolazioni, tempi di stacco e fuori campo.
  2. Direzione degli attori
    • Newman e Redford non sono solo “star”: la loro chimica viene orchestrata con attenzione.
    • Molto lavoro è fatto su sguardi, micro-sorrisi, silenzi, non solo sulle battute.
    • Lonnegan di Robert Shaw ha una fisicità (la famosa zoppia dovuta a un vero infortunio) che Hill sfrutta per renderlo ancora più “pesante”, minaccioso.
  3. Uso dello spazio
    • Il treno, i vicoli di Chicago, la sala scommesse: ognuno è organizzato come palcoscenico della truffa, con entrate, uscite, linee di vista controllate.
    • La regia è sorprendentemente poco “vistosa”: pochi virtuosismi, molti movimenti funzionali alla storia.

Cosa si può imparare per scrivere e dirigere cortometraggi

Per chi lavora sul formato corto, La stangata è un tesoro di spunti.

  • Ogni episodio della truffa (il poker, il reclutamento della banda, il finto FBI, la wire room) potrebbe essere un cortometraggio autonomo.
  • La sceneggiatura dimostra come si possa:
    • costruire uno schema di inganno;
    • presentare i personaggi con pochi tratti forti;
    • arrivare a un twist finale che ribalta la percezione dello spettatore.

Lezioni pratiche per un corto:

  • Non servono colpi di scena “inverosimili”: serve preparare il terreno e poi spostare un tassello che lo spettatore non aveva notato.
  • I personaggi “furbi” funzionano se hanno anche fragilità (Hooker impulsivo, Gondorff braccato, Lonnegan ossessionato dall’orgoglio).
  • L’ambientazione può essere anche poverissima, purché abbia regole e codice visivo coerente.

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I punti positivi del film

  • Coppia Newman–Redford in stato di grazia, con una chimica rara.
  • Antagonista (Lonnegan) forte, credibile, mai ridotto a caricatura.
  • Sceneggiatura considerata tra le migliori mai scritte (WGA), con struttura impeccabile.
  • Uso magistrale del twist finale che rilegge l’intero film.
  • Equilibrio perfetto tra tensione, humour e leggerezza.
  • Ambientazione anni ’30 ricostruita con stile e coerenza visiva.
  • Musica di Scott Joplin/Hamlisch che crea una cifra inconfondibile e ha rilanciato il ragtime.
  • Personaggi secondari memorabili (Kid Twist, il finto FBI, il poliziotto corrotto Snyder).
  • Montaggio molto fluido che rende comprensibile una trama complessa.
  • Intertitoli illustrati che danno al film una “cornice da romanzo a puntate”.
  • Capacità di far tifare lo spettatore per personaggi moralmente ambigui, senza esaltare la violenza.
  • Dialoghi precisi, pieni di sottotesti, mai ridondanti.
  • Regia “invisibile” ma solidissima: non cerca di rubare la scena alla storia.
  • Uso intelligente del fuori campo (la killer Salino, i movimenti di Lonnegan).
  • Finale che chiude la storia ma lascia aperti spazi di immaginazione (cosa succederà ai due dopo?).
  • Ritratto sottile di un’America di perdenti che si organizzano contro il Potere.
  • Capacità di intrattenere sia pubblico “generale” sia spettatore più smaliziato e cinefilo.
  • Film che resiste al tempo: continua a essere citato, studiato, amato.
  • Straordinaria coerenza tra tema (truffa) e forma (film stesso come truffa elegante).
  • È una scuola di scrittura e regia per chi vuole lavorare sul genere caper o su cortometraggi con grandi congegni narrativi in piccolo.

I punti critici del film

  • Alcuni spettatori e critici (es. Pauline Kael) lo hanno percepito come troppo “meccanico”, un orologio perfetto ma freddo.
  • Il tono leggero tende a smorzare la reale durezza del contesto sociale (Grande Depressione, violenza criminale).
  • Le vittime delle truffe – Lonnegan incluso – rimangono figure poco approfondite sul piano umano.
  • Il film indulge a volte troppo nel fascino romantico del truffatore, con pochi contraccolpi morali.
  • Le figure femminili sono marginali o funzionali (la killer travestita da cameriera, le prostitute del luna park), poco sviluppate psicologicamente.
  • Alcuni snodi della trama richiedono una sospensione d’incredulità un po’ generosa (coordinare così tante persone senza intoppi, ecc.).
  • Il twist finale, per quanto brillante, può far sentire alcuni spettatori “manipolati” eccessivamente.
  • La musica ragtime, amatissima da molti, può far percepire il tono come troppo “giocoso” rispetto alla posta in gioco drammatica.
  • La lunga durata (circa 2 ore e 10) rischia di rallentare per chi è abituato a ritmi narrativi più moderni.
  • La rappresentazione della malavita è più elegante che realmente inquietante, il che può attenuare il senso di pericolo.
  • Alcuni personaggi secondari sembrano entrare e uscire di scena come “funzioni” del con, senza una vera vita oltre la trama.
  • Il film può risultare meno emotivamente coinvolgente per chi non ama i “puzzle narrativi”.
  • L’uso della struttura a capitoli, pur raffinato, segna i passaggi in modo un po’ didascalico per alcuni gusti.
  • L’ambientazione anni ’30 è più mitizzata che problematizzata: prevale la nostalgia sull’analisi storica.
  • L’assenza di un vero conflitto interiore nei protagonisti (non mettono mai davvero in dubbio il loro stile di vita) può essere vista come un limite.
  • Il film esalta l’idea di “fregare il potente”, ma non esplora a fondo le implicazioni etiche del vivere di truffe.
  • Alcune scene (specie all’inizio) possono sembrare un po’ lente a chi entra “a freddo” senza conoscere il genere.
  • La figura di Hooker resta, in parte, sospesa tra ingenuo e cinico senza una piena risoluzione psicologica.
  • Alcune sottotrame (poliziotto Snyder, finto FBI) hanno così tante funzioni narrative che rischiano di apparire macchinose a una prima visione.
  • L’immenso successo e status “classico” possono creare aspettative troppo alte, e qualcuno può restare deluso aspettandosi un film più esplicitamente “profondo” sul piano politico o sociale.

Perché vedere (e rivedere) oggi La stangata

La stangata è un film che, a ogni nuova visione, mostra strati diversi:

  • da ragazzo, lo ami per la truffa, la musica, il colpo di scena;
  • da autore, inizi a vedere la finezza della costruzione drammaturgica, l’uso di dettagli, la direzione degli attori;
  • da spettatore maturo, cogli l’ambiguità morale, il fascino e il disagio di identificarsi con chi vive di inganno.

È un film che parla di truffa, soldi, malavita, identità, ma lo fa con un equilibrio raro di:

  • pudore (non compiace mai la violenza),
  • allegrezza (ci invita a sorridere, a lasciarci fregare con eleganza),
  • malinconia di fondo (questi uomini non saranno mai davvero “in regola” con il mondo).

Per chi scrive o dirige cortometraggi comici, drammatici o di genere, la domanda vera da portarsi via è:

Come posso costruire una storia che sia, al tempo stesso, un gioco per lo spettatore ed un ritratto umano che resta in testa anche dopo i titoli di coda?

La stangata ci mostra che è possibile farlo, e che – quando ci si riesce – il pubblico può sentirsi diviso, turbato e conquistato… proprio come succede nelle migliori truffe.