DA "LA VITA È BELLA" A CINQUE NUOVI CORTOMETRAGGI CONTEMPORANEI

Come prendere ispirazione dai temi, dal linguaggio e dalle intuizioni
del film di Roberto Benigni senza copiarne la storia

profughi da guerra 700La vita è bella, diretto e interpretato da Roberto Benigni e scritto da Benigni insieme a Vincenzo Cerami, è uno di quei film dai quali uno sceneggiatore può ricavare moltissimi stimoli, a condizione di compiere un'operazione fondamentale: non copiare ciò che accade, ma comprendere perché ciò che accade produce un determinato effetto sullo spettatore.

Il film, presentato in concorso al Festival di Cannes del 1998 e vincitore del Grand Prix, possiede una struttura nettamente divisa tra una prima parte dominata dalla commedia romantica ed una seconda parte nella quale la vicenda familiare viene travolta dalla persecuzione razziale e dalla deportazione. Guido, Dora eg il piccolo Giosuè costituiscono il centro affettivo della storia. La fotografia è di Tonino Delli Colli, il montaggio di Simona Paggi, le scenografie di Danilo Donati e le musiche di Nicola Piovani.

Il riconoscimento internazionale fu enorme: alla 71ª edizione degli Academy Awards il film ottenne sette candidature e vinse tre Oscar - miglior attore protagonista a Roberto Benigni, miglior film straniero per l'Italia e miglior colonna sonora drammatica a Nicola Piovani.

Ma per chi vuole scrivere oggi un cortometraggio, il valore più utile del film non si trova nei premi e neppure nella possibilità di riprodurne la formula.
Si trova soprattutto in alcune domande.

Come può un genitore proteggere un figlio senza potergli realmente garantire sicurezza?

Che cosa significa "casa" quando la casa viene perduta?

Quanto della nostra identità dipende da ciò che siamo e quanto da quello che gli altri decidono che siamo?

È possibile utilizzare l'umorismo senza negare il dolore?

Come cambia un bambino quando intorno a lui il mondo degli adulti smette improvvisamente di essere comprensibile?

Quanto può una famiglia inventare un linguaggio proprio per sopravvivere emotivamente alla realtà?

È da queste domande che possiamo partire per progettare qualcosa di completamente nuovo.

 

* NON COPIARE IL CAMPO, IL GIOCO, I PUNTI OD IL PREMIO

La prima regola è anche la più importante.

Se volessimo ispirarci a La vita è bella, sarebbe troppo facile scrivere una storia contemporanea nella quale un padre ed un bambino finiscono dentro una guerra; il padre gli nasconde la verità perchè trasforma tutto in un gioco, inventa delle regole, promette un premio e sacrifica infine se stesso per il figlio.

Avremmo modificato epoca e ambientazione, ma avremmo sostanzialmente riscritto lo stesso meccanismo narrativo. Non è questo il lavoro interessante.

Dobbiamo estrarre dal film una matrice drammaturgica e trasformarla.

La matrice non è: "Un padre finge che la prigionia sia un gioco."

La matrice è:  "Un adulto deve trovare un linguaggio attraverso il quale rendere sopportabile ad una persona più giovane una realtà che non può controllare."

Questa seconda formulazione permette cento storie differenti.

E può persino essere capovolta.
Potrebbe essere il figlio a proteggere il genitore.
Una sorella maggiore potrebbe proteggere un fratello.
Una nonna potrebbe cercare di preservare una nipote.

Oppure nessuno potrebbe mentire: la famiglia potrebbe inventare non una fantasia, ma un rito, un codice, una raccolta di suoni, un diario, un modo ironico di nominare le cose.

Questo è prendere ispirazione.

 

* UNA PRECISAZIONE NECESSARIA SULLA GUERRA E SULLA STORIA

La vita è bella ha provocato nel tempo anche discussioni molto forti per la scelta di utilizzare la favola e l'umorismo all'interno di una rappresentazione della Shoah. Il critico statunitense Roger Ebert osservò che il film non pretende di rappresentare realisticamente tutta la realtà dei campi, ma utilizza la particolare capacità di Guido (l'immaginazione comica) come strumento con cui tenta di proteggere il figlio. Altri critici hanno invece considerato questa mediazione troppo rischiosa o troppo attenuata rispetto all'orrore storico.

Questa discussione contiene un insegnamento fondamentale per chi volesse trasportarne alcuni temi ai conflitti contemporanei.

La guerra non deve diventare un semplice fondale drammatico.

Se utilizziamo una guerra reale, dobbiamo studiarla.
Se utilizziamo rifugiati reali, dobbiamo evitare stereotipi.
Se raccontiamo una cultura diversa dalla nostra, dobbiamo ascoltare persone che appartengono realmente a quella cultura.

Per un cortometraggio low budget può essere ancora più interessante non mostrare battaglie, carri armati ed esplosioni.

La guerra può entrare dentro una piccola casa italiana attraverso una telefonata, una valigia, un messaggio vocale, una fotografia, una notizia alla televisione, un documento, un parente rimasto lontano, un rumore che provoca improvvisamente paura, una persona che non riesce più a tornare nel luogo in cui è nata.

Il conflitto rimane enorme, ma il cinema osserva la conseguenza umana.

 

* PRIMO GRANDE SPUNTO: LA COMMEDIA NON CANCELLA IL DOLORE

Uno degli aspetti più audaci del film consiste nel rapporto tra comicità e tragedia.

La prima parte costruisce un universo nel quale Guido modifica continuamente la realtà attraverso le parole, le coincidenze, la velocità, i gesti e le invenzioni.

Poi la realtà diventa infinitamente più grave.

Ma Guido continua a utilizzare lo stesso strumento.

Non perché il male sia divertente. Ma perché quella è la sua lingua.

Questo è un punto decisivo.

Se nel nostro cortometraggio un personaggio è ironico, l'ironia non deve comparire improvvisamente soltanto perché desideriamo alleggerire una scena drammatica.
Deve appartenergli.
Un infermiere può scherzare perché lo fa da tutta la vita.
Una madre può utilizzare battute assurde quando è impaurita.
Un nonno può inventare nomi ridicoli per le cose.
Un adolescente può utilizzare sarcasmo perché non riesce a parlare delle proprie paure.

L'umorismo diventa allora caratterizzazione, non decorazione.

 

* SECONDO SPUNTO: IL GENITORE NON È ONNIPOTENTE

Guido non possiede il controllo degli eventi.

Questa è una delle ragioni per cui il suo comportamento ci coinvolge.

Non ha un esercito. Non possiede denaro sufficiente. Non può semplicemente portar via il figlio.

Può controllare soltanto poche cose, come il modo in cui gli parla, la propria presenza, la propria capacità di interpretare ciò che accade.

Per un cortometraggio contemporaneo è un principio prezioso.

Il nostro protagonista dovrebbe avere pochissimo potere esterno e moltissimo potere relazionale.

Non può fermare una guerra. Ma può rispondere ad una domanda.

Non può ricostruire una casa distrutta. Ma può conservare la chiave.

Non può riportare immediatamente il figlio nel Paese d'origine. Ma può insegnargli una parola nella lingua dei nonni.

 

* TERZO SPUNTO: IL FIGLIO DEVE CRESCERE

Giosuè non è soltanto qualcuno da salvare.

È anche il personaggio attraverso il quale viene misurata la trasformazione del mondo.

Questo concetto può essere estremamente utile.

In un cortometraggio di quindici minuti non possiamo raccontare tutta l'infanzia. Possiamo però raccontare il momento nel quale un bambino comprende qualcosa che fino al giorno precedente non comprendeva.

Per esempio: capisce perché la madre conserva sempre la valigia pronta; comprende che il padre gli ha mentito per proteggerlo; si accorge che la nonna non potrà tornare nella propria casa; decide di non nascondere più il proprio cognome straniero; rinuncia volontariamente al proprio letto per lasciarlo ad una bambina rifugiata; comincia a tradurre per gli adulti.

È una crescita piccola cronologicamente, ma enorme emotivamente.

 

* QUARTO SPUNTO: "CASA" NON È SOLTANTO UN LUOGO

Questo è uno dei temi che si dovrebbe ampliare maggiormente.

Che cos'è casa? Un edificio? Un indirizzo? Una famiglia? Una lingua? Un odore? Un piatto? Una persona? Una chiave? Una fotografia? Un nome scritto sul citofono?

Per una persona costretta a spostarsi, la parola "casa" può diventare estremamente complessa.

Un bambino potrebbe dire: "Questa non è casa nostra."

Il genitore potrebbe rispondere: "No. Ma stanotte dormiamo qui."

È già una scena.

Non serve nessuna esplosione.

 

* QUINTO SPUNTO: L'IDENTITÀ CHE GLI ALTRI IMPONGONO

Nel film la persecuzione trasforma l'identità religiosa e familiare in qualcosa che il potere utilizza per classificare, discriminare e condannare.

Naturalmente questo aspetto non deve essere trasferito superficialmente ai giorni nostri come se ogni forma di discriminazione fosse equivalente alla persecuzione nazista.

Ma possiamo conservare una domanda più generale:  che cosa accade quando qualcuno decide chi sei prima ancora di conoscerti?

Un ragazzo può essere, ad esempio: "il rifugiato"; "lo straniero"; "quello della guerra"; "il figlio dell'immigrato"; "quello che parla male italiano".

Ma lui potrebbe essere anche: un batterista; un tifoso; un ragazzo innamorato; uno straordinario disegnatore; uno che detesta la matematica; uno che vorrebbe soltanto non essere continuamente interrogato sulla propria provenienza.

Questa differenza può diventare il cuore di un corto.

 

* SESTO SPUNTO: LO SCONTRO CULTURALE PUÒ ESSERE ANCHE COMICO

Non tutto deve essere tragico.

Due culture che si incontrano possono produrre equivoci teneri e credibili.

Una nonna appena arrivata in Italia può considerare scandaloso il fatto che il nipote mangi la pasta in un certo modo.

Un ragazzino italiano può scoprire che un gesto che utilizza normalmente significa qualcosa di completamente differente per un coetaneo straniero.

Due famiglie possono discutere su tenere le scarpe in casa; gli orari; sul cibo; sui rumori; sull'ospitalità; sul modo di salutarsi.

La comicità può creare vicinanza prima che arrivi il conflitto serio.

 

* SETTIMO SPUNTO: L'OGGETTO CHE CAMBIA SIGNIFICATO

La vita è bella utilizza continuamente oggetti e situazioni che, attraverso il racconto di Guido, acquistano un significato diverso.

Per un corto possiamo costruire un oggetto centrale come una valigia; od una chiave; un vecchio telefono; una tazza; una radio; un dizionario; un'etichetta sul citofono; un giocattolo; una coperta.

L'oggetto viene mostrato all'inizio.

Ritorna a metà.

Nel finale significa qualcosa di completamente differente.

Questa è una tecnica formidabile soprattutto nel cortometraggio.

 

* OTTAVO SPUNTO: UNA FRASE RICORRENTE

Nel film la celebre frase "Buongiorno, principessa!" non è soltanto una battuta romantica. Diventa un rito di riconoscimento tra Guido e Dora.

Il principio può essere reinventato senza riprendere la frase.

Una madre potrebbe dire ogni mattina al figlio: "Comandante, rapporto sul cielo."

Un nonno alla nipote potrebbe dire: "Professoressa, com'è messo oggi il mondo?"

Due fratelli salutarsi con:  "Ancora qui?" "Ancora qui."

Una stessa frase detta all'inizio, ripetuta durante la crisi e poi nel finale può cambiare completamente significato.

 

* NON PRENDERE LA CITAZIONE: PRENDERE LA FUNZIONE

Questo è un principio generale.

Dal film La vita è bella non dobbiamo copiare una bicicletta; un carro armato; un gioco; una principessa; un altoparlante; un nascondiglio.

Dobbiamo chiederci cosa fanno narrativamente.

La bicicletta crea movimento e relazione.
Il saluto crea intimità.
L'altoparlante permette a una voce di attraversare uno spazio proibito.
Il gioco modifica la percezione infantile della situazione.
Il premio rappresenta una speranza futura.

Queste funzioni possono diventare tutt'altro.

 

* ALCUNE IMMAGINI NUOVE CHE POSSONO NASCERE DA QUESTI PRINCIPI

- Una valigia sempre pronta

Un bambino vive da mesi in un appartamento romano.
Tutto sembra normale.
Solo una cosa è strana.
La madre non svuota mai completamente una valigia.

Nel finale comprendiamo che non riesce psicologicamente a credere che potranno rimanere.

- Un nome sul citofono

Su un vecchio citofono ci sono tutti i cognomi italiani del palazzo.
Uno spazio è vuoto.
Un ragazzo prende una striscia di carta e scrive il proprio cognome straniero.
La incolla.
È un gesto minuscolo.

Ma può essere il climax di quindici minuti di film.

- Una tavola apparecchiata con piatti di due tradizioni differenti

Pasta al pomodoro accanto ad un piatto della cultura della famiglia ospitata.
Due bambini inizialmente rifiutano reciprocamente il cibo.
Alla fine mangiano ognuno dal piatto dell'altro.

Non serve una battuta esplicativa.

- Una videochiamata che continua senza immagine

Un nonno rimasto nel Paese d'origine non può più trasmettere video.
Arriva soltanto l'audio.
La nipote guarda uno schermo nero.

La voce diventa presenza.

- Un bambino che dorme in un corridoio

Ha ceduto la propria stanza a una famiglia appena arrivata.
All'inizio è furioso.

Alla fine scopriamo che si è sistemato volontariamente nel corridoio per permettere ad una coetanea, terrorizzata dai rumori notturni, di dormire con la madre.

 

CINQUE NUOVI CORTOMETRAGGI

Idea n° 1 - Titolo: "IL NUMERO 27"

- Genere

Dramma familiare - sentimentale, con momenti di commedia quotidiana.

- Logline

Una madre ed il figlio undicenne, fuggiti da un Paese europeo attraversato dalla guerra, vengono sistemati temporaneamente nell'appartamento numero 27 di un condominio alla periferia di Roma.
Il bambino rifiuta di chiamarlo casa e tiene ogni cosa dentro la valigia.
Sarà l'amicizia imprevista con un anziano vicino romano a costringerlo a capire che una casa può cominciare prima ancora che qualcuno abbia deciso quanto durerà.

- Personaggi principali

Mira, 38 anni. Madre, interprete ed insegnante nel proprio Paese. In Italia svolge piccoli lavori. Non ama essere compatita.

Leon, 11 anni. Suo figlio. Intelligente, sarcastico, molto osservatore. Parla abbastanza bene italiano perché lo studiava già a scuola.

Cesare, 72 anni. Vicino romano, vedovo. Apparentemente invadente, possiede un umorismo secco ed una grande capacità di comprendere senza fare domande inutili.

- Storia

Mira e Leon arrivano in un piccolo appartamento nella periferia romana.

Possiedono due valigie.

L'appartamento è arredato con mobili differenti, probabilmente recuperati da altre case.

Mira apre immediatamente la propria valigia.

Leon no.

La mette accanto alla porta.

Cesare, vicino del piano, si presenta con un mazzo di chiavi sbagliato ed una moka.

Spiega che in quell'edificio tutto funziona soltanto "dopo il secondo tentativo".

Leon non ride.

Nei giorni seguenti il ragazzo continua a comportarsi come un ospite.

Non mette libri sugli scaffali.

Non appende vestiti.

Non sposta nulla.

Mira lo iscrive alla scuola di quartiere.

Quando deve compilare un modulo nel quale compare la voce "residenza", Leon rimane perplesso.

LEON
Devo scrivere qui?

MIRA
Sì.

LEON
Ma non viviamo qui.

MIRA
Stiamo dormendo qui da dodici giorni.

LEON
Non è la stessa cosa.

Cesare comincia a chiedere aiuto a Leon per piccole cose tecnologiche.

In cambio gli insegna parole romanesche che Mira detesta.

Tra i due nasce lentamente una complicità.

Un pomeriggio arriva sul telefono di Mira una notizia dal Paese d'origine.

Il quartiere dove abitavano è stato nuovamente colpito.

Non sappiamo esattamente cosa sia accaduto.

Leon domanda:

LEON
La nostra casa?

Mira non risponde subito.

MIRA
Non lo sappiamo.

Quella notte Leon apre finalmente la valigia.

Non per sistemare i vestiti.

Prende la vecchia chiave della loro abitazione.

La tiene sotto il cuscino.

Il giorno seguente Cesare gli mostra il citofono.

Il numero 27 non ha ancora un nome.

CESARE
Qui sembriamo clandestini pure per il postino.

Leon prende un pezzo di carta.

Scrive il loro cognome.

Esita.

Poi lo incolla.

La sera Mira lo vede.

Non dice nulla.

Entra nella camera.

Per la prima volta alcuni libri sono stati messi sullo scaffale.

La valigia è vuota.

Mira trova la vecchia chiave appesa accanto alla nuova.

MIRA
Quella vecchia non apre niente qui.

LEON
Lo so.

Pausa.

LEON
Però non la buttiamo.

MIRA
Mai.

Il film termina sui due portachiavi appesi accanto.

Non abbiamo risolto la guerra.

Abbiamo costruito cinque centimetri di appartenenza.

 

- Battute determinanti

CESARE
Casa è il posto dove sai quale interruttore non funziona.

LEON
Allora questa è casa. Ne funzionano pochissimi.

LEON
Quanto rimaniamo?

MIRA
Non lo so.

LEON
Non sai mai niente.

MIRA
Ultimamente il mondo cambia programma senza telefonarmi.

 

- Finale principale

Leon svuota la valigia e mette il cognome sul citofono.

- Finale alternativo

La mattina successiva arriva una comunicazione: devono essere trasferiti altrove.

Mira teme la reazione del figlio.

Leon guarda il nome sul citofono.

Lo stacca con cura.

Lo mette nella valigia.

LEON
Lo portiamo.

Il finale ribalta il significato: casa non è più l'appartamento, ma qualcosa che possono trasportare con sé.

 

Idea n° 2 - Titolo: "LA TRADUTTRICE DI BUGIE"

- Genere

Dramma familiare - commedia amara.

- Logline

Una tredicenne italiana, figlia di un uomo proveniente da un Paese in guerra, diventa interprete improvvisata tra il padre ed il nonno appena arrivato a Roma come rifugiato.
Per evitare che i due litighino, comincia a modificare ciò che ciascuno dice all'altro.
Le sue piccole traduzioni protettive funzionano, finché deve scegliere se continuare a tenere unita la famiglia attraverso le bugie oppure costringerla finalmente ad ascoltarsi.

- Personaggi

Elena, 13 anni. Nata a Roma. Bilingue. Si sente italiana quando è con il nonno e straniera quando è a scuola.

Youssef, 43 anni. E' il padre. Vive in Italia da quasi vent'anni. Vuole costruire definitivamente qui il futuro della figlia.

Karim, 70 anni. E' il nonno. È appena fuggito dal proprio Paese. Vuole tornare appena possibile.

- Storia

Karim arriva nell'appartamento di Youssef con una sola borsa.

Non parla italiano.

Youssef ed il padre hanno un rapporto difficile.

Elena diventa immediatamente la loro traduttrice.

All'inizio è persino divertente.

Karim critica il caffè italiano.

Elena traduce:

ELENA
Dice che è molto particolare.

YOUSSEF
Ha detto che fa schifo.

ELENA
Hai vissuto con lui quarant'anni. Non hai bisogno di me.

Progressivamente però le frasi diventano più difficili.

Karim dice: "Appena riaprono la strada torno."

Elena traduce: "Dice che quando sarà possibile vuole andare a vedere cosa è rimasto."

Youssef risponde: "Non tornerà mai più."

Elena traduce: "Papà dice che dobbiamo aspettare."

La ragazza costruisce una realtà linguisticamente più morbida.

Il problema esplode quando arriva la notizia che la vecchia casa di Karim è stata gravemente danneggiata.

Youssef vuole comunicarglielo.

Elena rifiuta.

YOUSSEF
Deve saperlo.

ELENA
Perché?

YOUSSEF
Perché è vero.

ELENA
Non tutto quello che è vero deve arrivare nello stesso giorno.

È il cuore morale del corto.

Elena ha iniziato proteggendo gli adulti.

Ma sta assumendo una responsabilità che non le appartiene.

Durante la cena Karim dice qualcosa di molto lungo.

Elena rimane zitta.

YOUSSEF
Cosa ha detto?

ELENA
Traduci tu.

YOUSSEF
Non posso.

ELENA
Allora impara ad ascoltare anche quando non capisci tutte le parole.

Karim tira fuori dalla borsa un piccolo oggetto recuperato dalla casa: la targhetta con il numero civico.

Youssef capisce.

Padre e figlio si abbracciano senza bisogno della traduttrice.

Elena osserva.

Per la prima volta nessuno le chiede di interpretare.


- Battute

ELENA
Io non traduco soltanto le parole. Traduco pure quando siete stupidi.

YOUSSEF
E quanto spesso succede?

ELENA
Con voi due? Sono praticamente assunta a tempo pieno.

YOUSSEF
Non voglio che tu debba occuparti di queste cose.

ELENA
Allora smettete di parlare attraverso di me.


- Finale principale

Karim e Youssef riescono finalmente a comunicare direttamente attraverso poche parole, gesti e silenzi.
Elena mette le cuffie.

Può tornare per qualche minuto a essere semplicemente una ragazzina.

- Finale alternativo

Karim risponde improvvisamente in un italiano imperfetto.

KARIM
Ho capito più cose di quelle che pensavate.

Elena resta terrorizzata.

Il nonno sorride.

KARIM
Ma alcune tue traduzioni erano migliori.

Scopriamo che da settimane comprendeva molto più di quanto lasciasse credere.

Il film si trasforma improvvisamente anche in una storia su chi protegge chi.

 

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