Monicelli, l'addio di un grande PDF Stampa E-mail
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I GRANDI FILM - ALTRE INFO
Mario Monicelli regista 1Quali nuovi progetti ha in mente?  "Ormai non mi sento più creativo. Non intendo esserlo. Nel mio mestiere ci sono tanti giovani che vogliono raccontare il loro tempo - spero, almeno, che ci siano - ma non dispongono dei mezzi per farlo. Non voglio che, vedendomi lavorare ancora a un film, mi mandino a dire: 'Stia calmo, si metta tranquillo, si riposi'".  In che modo lei, da giovane, si accostò al cinema? C'erano precedenti familiari?  "In un certo senso sì. Mio padre, prima della Grande Guerra, fondò una rivista di cinema, 'In Penombra', che raccontava al pubblico questa nuova forma espressiva: le immagini in movimento. All'epoca non ero ancora nato. Poco più tardi, dal 1920 in poi, mia madre, che aveva cinque figli, quasi ogni pomeriggio prendeva me e mio fratello Franco, d'un paio d'anni più grande di me, e ci portava al cinema. Passavamo mezza giornata in quelle sale fumose, sporche, affollatissime, con gente seduta per terra.

Donne che allattavano i bambini fissavano le scene che passavano sul lenzuolo. Era come se in sala si esibisse una seconda compagnia d'arte. Si faceva il tifo per i 'nostri' che stavano arrivando, si difendeva la ragazza innocente e si condannava quella 'perversa', s' inveiva contro il traditore e il nemico. Ci si commuoveva. Si gioiva. Si urlava e piangeva con molto rumore. Posso dire di non aver mai visto film più sonori dei film muti. Ne ero conquistato".

Il sonoro stava comunque per arrivare: diciamo, fra il '29 e il '30.
"Essendo io del 1915, per lungo tempo mi sono abbeverato a quegli spettacoli. Di fronte agli occhi di un pubblico ingenuo transitavano vicende tenere, romantiche, pietose, allegre, crudeli. Per gustarle non era necessario conoscere alcuna lingua, nemmeno la propria. Fluttuava per l'aria un linguaggio universale. Come la musica".

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Ma spostiamoci nel dopoguerra. Per lungo tempo la commedia all'italiana, veniva ufficialmente considerata spazzatura. Poi ha trionfato anche in sede critica. Perché?
"I primi ad apprezzare quei film furono i francesi. Li trovavano realistici, polemici, sferzanti. Fu l'inizio d'una consacrazione. Oggi siamo addirittura al panegirico: un'esagerazione".

Come considera i padri del cinema italiano: Rossellini, De Sica, Visconti. Chi fra loro ha frequentato più da vicino?
"De Sica. Oltre che un regista celebre era un ottimo attore. L'ho diretto in due o tre film".

È meglio Fellini o Antonioni?
"Sono così diversi. Ma una preferenza personale ce l'ho: Antonioni. Vorrei aver fatto i film che ha fatto lui: 'L'avventura', 'Blow Up', 'Professione reporter'".

Ci sarà qualche mostro sacro del cinema mondiale che non la entusiasma.
"Ingmar Bergman, un grande regista di pellicole odiose. Racconta in maniera magistrale una società miserabile, depravata. Si specchia nell'alta borghesia del nord Europa, che è del tutto priva di pietà sociale".

Mi ricordi gli attori più grandi con i quali ha lavorato.

"Oltre a De Sica, Sordi, Mastroianni, Gassman, Tognazzi, Claudia Cardinale, Monica Vitti. Ne dimentico qualcuno?".

Uno dei meriti della commedia all'italiana è di aver trasformato attori drammatici in personaggi, appunto, da commedia.
"Anche a me è capitato di farlo. Prima di diventare quel pugile suonato e un po' sbruffone dei 'Soliti ignoti', Gassman si esibiva nel grande teatro. Al cinema faceva il cattivo, l'Antagonista. Ricorda 'Riso amaro'? La Vitti, che era stata con Antonioni un'interprete dell'incomunicabilità aggrappandosi spesso alle tende, nella 'Ragazza con la pistola' diventò una donna sedotta e abbandonata che vuole vendicarsi. Liv Ullmann, quella dei film di Bergman, quando nell'85 la chiamai per 'Speriamo che sia femmina' quasi non riusciva a crederci".

Si sa che Mario Monicelli non si è mai innamorato d'una sua attrice. Come ci è riuscito?
"Ho fatto per molti anni l'assistente alla regìa. Vedevo a quali guai si esponevano i registi quando gli capitava di mettersi con un'attrice. Gelosie non tanto sentimentali quanto d'immagine, di presenza, di locandina e manifesto. Dio ce ne guardi. Mi sono astenuto. Ci sono donne bellissime anche fuori dello spettacolo".

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Monicelli, l'addio di un grande

Un estratto dall'intervista 'Mondo Monicelli' di Nello Ajello, pubblicata su  'L'Espresso' n. 19 del 14 maggio 2009

 
 

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