DOMANDE CHE UNO SCENEGGIATORE DOVREBBE FARSI
DOPO AVER SCRITTO UN CORTOMETRAGGIO DRAMMATICO
Una guida pratica per capire se la sceneggiatura è davvero completa,
producibile, emotivamente efficace e capace di coinvolgere il pubblico

Scrivere la parola FINE in fondo ad una sceneggiatura non significa necessariamente avere terminato il lavoro. Molto spesso, proprio da quel momento, comincia la fase più importante: la verifica.
Una sceneggiatura drammatica può essere ben scritta, avere buoni dialoghi ed una storia interessante, ma presentare ancora problemi di struttura, ritmo, motivazione dei personaggi, fattibilità produttiva o efficacia emotiva.
Per questo motivo è utile sottoporla ad una serie di domande precise. Non domande generiche come: “Mi piace?” oppure: “Secondo me funziona?” ma domande alle quali sia possibile rispondere con esempi concreti presi dalla sceneggiatura.
Un cortometraggio drammatico ha inoltre una difficoltà particolare: dispone di poco tempo per costruire i personaggi, il conflitto ed emozioni. Non può permettersi molte deviazioni. Ogni scena deve lavorare per il racconto.
Le domande che seguono possono essere utilizzate come una vera checklist di riscrittura.
Domanda n°1. Riesco a spiegare la storia in una frase?
Se non riesco a raccontare il cuore del cortometraggio in una singola frase comprensibile, probabilmente la storia non è ancora sufficientemente definita.
Per esempio una formulazione come: "È la storia della vita, delle difficoltà familiari e dei problemi della società contemporanea" non identifica realmente una vicenda.
Invece: "Un padre disoccupato finge ogni mattina di andare al lavoro, finché il figlio lo segue e scopre la verità."
Questa frase parla del protagonista, della situazione, di un segreto e di un possibile conflitto.
La domanda fondamentale è: Che cosa accade, a chi e perché dovrebbe interessarmi?
Domanda n°2. È chiaro chi è il protagonista?
In un cortometraggio drammatico è importante che lo spettatore comprenda rapidamente quale personaggio deve seguire emotivamente. Questo non significa che debba necessariamente comparire in ogni scena.
Significa che la storia deve avere un centro. Bisogna chiedersi: Di chi è realmente questa storia?
Se eliminando un personaggio la struttura crolla, probabilmente quello è il protagonista.
Se invece tre personaggi sembrano contendersi continuamente il centro del racconto, potrebbe esserci un problema di focalizzazione.
Domanda n°3. Il protagonista vuole qualcosa di concreto?
Un personaggio interessante non deve soltanto “vivere un problema”. Deve desiderare qualcosa.
Può voler, ad esempio, recuperare una relazione, nascondere una verità, essere perdonato, impedire una partenza, trovare una persona, consegnare una lettera, proteggere qualcuno, evitare una confessione...
Anche nel dramma più intimista serve una direzione. Un personaggio che soffre ma non agisce rischia di diventare passivo.
Meglio scrivere: "Marta vuole entrare nella camera del figlio morto e svuotarla." che: Marta è triste perché il figlio è morto.
Solo nel primo caso abbiamo un obiettivo.
Domanda n°4. Perché il protagonista vuole proprio quella cosa?
Il desiderio deve avere una motivazione credibile. Se il protagonista affronta grandi rischi, lo spettatore deve capire perché.
Un uomo attraversa tutta la città per consegnare una fotografia. Perché?
Se la fotografia appartiene semplicemente ad un conoscente, l’azione può sembrare sproporzionata.
Se è l’ultima immagine esistente della madre di una bambina, il gesto acquista un peso differente.
La motivazione dà valore all’azione.
Domanda n°5. Esiste un ostacolo vero?
Se il protagonista vuole qualcosa e la ottiene immediatamente, non esiste conflitto.
L’ostacolo può essere una persona, una regola, una distanza, una scadenza, un segreto, una paura, una colpa, una condizione fisica, una scelta morale...
Il dramma nasce dalla resistenza.
La domanda è: Che cosa impedisce concretamente al protagonista di raggiungere il proprio obiettivo?
Domanda n°6. L’ostacolo è abbastanza importante?
Un ostacolo troppo debole produce una storia debole.
Se una donna deve incontrare il fratello e l’unico problema è che ha perso l’autobus, possiamo avere una difficoltà pratica, ma non necessariamente un dramma.
Se invece non vede il fratello da dieci anni perché lo ritiene responsabile della morte del padre, ogni piccolo ostacolo assume un significato diverso.
L’ostacolo migliore è spesso collegato direttamente alla ferita del protagonista.
Domanda n°7. Il conflitto è soltanto esterno oppure anche interiore?
I cortometraggi drammatici più forti spesso li possiedono entrambi.
Un protagonista può voler confessare la verità ma avere paura delle conseguenze, o voler perdonare ma non riuscire a dimenticare, oppure voler partire ma sentirsi responsabile di chi resta.
L’ostacolo esterno rende la storia visibile. Il conflitto interiore le dà profondità.
Domanda n°8. L’evento scatenante arriva abbastanza presto?
Il pubblico deve capire rapidamente che qualcosa ha interrotto la normalità.
L’evento scatenante può essere, ad esempio, una telefonata; un arrivo; una scoperta; una lettera; un incidente; una domanda; una decisione; ecc...
In un cortometraggio di dieci minuti non è prudente utilizzare cinque minuti soltanto per introdurre l’ambiente.
La domanda è: Quando comincia realmente la storia?
Se la risposta è “alla scena sei”, forse le prime cinque scene possono essere ridotte, se non cancellate.
Domanda n°9. La prima scena contiene già qualcosa che incuriosisce?
Non serve necessariamente un evento spettacolare. Può bastare una piccola anomalia.
Per esempio: "Una donna apparecchia per due, ma vive sola."
Oppure: "Un ragazzo entra in classe e mette sul banco una seconda sedia vuota."
Oppure: "Un uomo lascia ogni mattina un giornale davanti ad una porta che nessuno apre."
Queste immagini producono una domanda.
Il pubblico continua a guardare perché vuole comprenderne il significato.
Domanda n°10. Ogni scena modifica qualcosa?
Una scena deve produrre almeno una variazione.
Può cambiare un’informazione; un rapporto; un obiettivo; una decisione; una convinzione; un livello di pericolo; un’emozione.
Se una scena inizia e termina esattamente con la stessa situazione, potrebbe essere superflua.
La domanda utile è: Che cosa sappiamo, sentiamo o comprendiamo alla fine che non sapevamo prima?
Domanda n°11. Esistono scene che ripetono la stessa funzione?
Due scene possono essere diverse nell’ambientazione ma identiche nella funzione.
Per esempio:
Scena 3: il protagonista discute con la sorella perché non vuole parlare del padre.
Scena 5: discute con l’amico perché non vuole parlare del padre.
Scena 7: discute con la madre perché non vuole parlare del padre.
Forse le tre scene stanno comunicando la stessa informazione.
In un cortometraggio, la ripetizione deve essere sempre sospetta ed eventualmente limitata.
Domanda n°12. La storia procede oppure semplicemente accumula dialoghi?
Un dramma non è automaticamente profondo perché i personaggi parlano molto.
La domanda fondamentale è: Ogni conversazione produce una conseguenza?
Perchè un dialogo efficace deve far emergere una verità, modificare un rapporto, creare un nuovo problema, preparare una decisione.
Se i personaggi discutono a lungo senza che nulla cambi, la scena rischia di essere statica e non ncessaria.
Domanda n°13. I personaggi dicono troppo chiaramente ciò che provano?
Nel dramma è molto facile cadere nella spiegazione.
Per esempio scrivere: "Sono arrabbiato con te perché quando nostro padre è morto non sei venuto al funerale e mi sono sentito abbandonato." è chiarissimo, ma poco cinematografico.
Potrebbe essere più efficace far dire: "Avevo tenuto un posto per te."
Il fratello capisce immediatamente a quale posto si riferisca.
Il pubblico può comprenderlo attraverso il contesto.
Il sottotesto permette allo spettatore di partecipare.
Domanda n°14. I dialoghi appartengono veramente ai personaggi?
Se tutti parlano nello stesso modo, probabilmente stanno parlando con le parole dello sceneggiatore.
Bisogna verificare, per ogni personaggio: il suo vocabolario, il ritmo, la lunghezza delle frasi, l'uso del silenzio, l'ironia, l'aggressività, la sua cultura ed anche l'età. Perchè una bambina, un professore universitario ed un meccanico non dovrebbero necessariamente utilizzare la stessa sintassi.
La diversità linguistica crea anche l'identità.
Domanda n°15. Posso eliminare alcune battute senza perdere il significato?
Questo è uno degli esercizi migliori. Prendere una scena e togliere il 20% dei dialoghi.
Se funziona ancora, probabilmente quelle battute erano superflue.
In un dramma il silenzio può essere più forte della spiegazione. Come, ad esempio: una mano ritirata. Un bicchiere non toccato. Una porta lasciata aperta.
Tutte situazioni silenziose che possono raccontare molto.
Domanda n°16. Il silenzio ha una funzione narrativa?
Non bisogna utilizzare il silenzio semplicemente per creare atmosfera.
Bisogna sapersi chiedere: Perché il personaggio non parla?
Può tacere perché non vuole rispondere; perchè non sa rispondere; o sa che l’altro ha già capito; o vuole punire; o vuole proteggere; oppure teme di dire la verità.
Il silenzio diventa potente quando possiede un’intenzione.
Domanda n°17. Il protagonista prende almeno una decisione importante?
Il personaggio principale non dovrebbe limitarsi a subire gli eventi.
A un certo punto deve scegliere. Può, ad esempio, confessare qualcosa; andarsene o restare; perdonare o denunciare; mentire; oppure aprire una porta ed andarsene; o non rispondere.
La scelta dimostra chi è davvero.
Domanda n°18. La decisione finale costa qualcosa?
Se la scelta non comporta perdita, rischio o rinuncia, difficilmente sarà drammatica.
Perdonare qualcuno può significare rinunciare alla propria rabbia.
Confessare può significare perdere una relazione.
Partire può significare abbandonare qualcuno.
Restare può significare rinunciare a un sogno.
Il peso ed il prezzo dà valore alla scelta.
Domanda n°19. Il protagonista cambia davvero?
Il cambiamento non deve necessariamente essere totale.
Una madre che ha perso un figlio non deve terminare il cortometraggio “guarita”. Può semplicemente compiere un gesto che prima era impossibile.
Per esempio: all’inizio non riesce ad entrare nella camera dove dormiva il figlio. Alla fine invece entra ed apre la finestra.
Questo piccolo gesto può rappresentare un enorme cambiamento interiore.
Domanda n°20. Il cambiamento è preparato oppure arriva improvvisamente?
Un personaggio non può cambiare soltanto perché siamo arrivati alla scena finale.
La trasformazione deve essere costruita progressivamente.
Bisogna cercare piccoli segnali come esitazioni, dubbi, domande, esperienze, contraddizioni, fallimenti.
Se il protagonista passa improvvisamente da una posizione all’opposto senza preparazione, lo spettatore percepirà l’artificialità della storia.
Domanda n°21. Esiste un punto di massima tensione?
Ogni dramma dovrebbe raggiungere un momento nel quale il conflitto non può più essere evitato.
È il momento in cui il segreto emerge; la persona arriva; il tempo finisce; la bugia crolla; oppure il protagonista deve scegliere.
Questo momento non deve necessariamente essere rumoroso o plateale.
Può essere anche: “Se esci adesso, non tornare.”
Ed il protagonista rimane fermo davanti alla porta.
Domanda n°22. Il climax nasce dalla storia oppure sembra aggiunto per impressionare?
Un colpo di scena non è obbligatorio. Un’esplosione emotiva non è obbligatoria.
Il climax deve essere conseguenza di ciò che abbiamo fino a quel punto costruito.
Se per nove minuti raccontiamo una relazione familiare intimista ed all’improvviso introduciamo un incidente stradale soltanto per creare emozione, potrebbe sembrare, anzi è artificiale.
Il dramma migliore nasce dal conflitto già presente.
Domanda n°23. Il finale risponde alla domanda centrale?
Non è necessario spiegare tutto. Ma il pubblico dovrebbe sentire che la vicenda raccontata ha raggiunto un punto significativo.
Se la domanda era: "Riuscirà il padre a confessare al figlio la verità?" alla fine dobbiamo sapere che cosa decide.
Anche se il futuro resta aperto.
Domanda n°24. L’ultima immagine ha valore?
Nel cortometraggio, l’ultima immagine può diventare decisiva. Deve possibilmente contenere il cambiamento.
Per esempio: se all’inizio vediamo: Due piatti sulla tavola, ed uno davanti a una sedia vuota.
Ed alla fine: La donna toglie il secondo piatto.
Oppure, ancora più interessante: Lo lascia, ma questa volta invita la nipote a sedersi lì.
L’immagine finale può sintetizzare il tema senza pronunciare una morale.
Domanda n°25. Il tema emerge dalle azioni oppure viene spiegato?
Se il film parla del perdono, non è necessario che qualcuno dica: "Nella vita dobbiamo imparare a perdonare."
Il pubblico dovrebbe comprendere il tema osservando ciò che accade.
Un fratello che restituisce finalmente le chiavi di casa può essere più efficace di un discorso.
La regola cinematografica è: Mostrare prima di spiegare.
Domanda n°26. Sto manipolando troppo lo spettatore?
Un film drammatico deve emozionare. Ma l’emozione non dovrebbe essere ottenuta attraverso strumenti troppo evidenti.
Segnali di possibile manipolazione sono, ad esempio: musica triste e continua; personaggi che piangono in ogni scena; morti utilizzate soltanto per creare compassione; dialoghi eccessivamente patetici; rallentatori gratuiti.
Lo spettatore dovrebbe commuoversi perché comprende ciò che i personaggi stanno perdendo, non perché il film gli ordina di essere triste.
Domanda n°27. Esistono momenti di leggerezza o di respiro?
Anche nel dramma più serio, una continua tensione emotiva può diventare monotona.
Le persone normali, durante le loro giornate scherzano, mangiano, sbagliano, ricordano episodi buffi, interrompono il dolore con azioni quotidiane.
Una piccola leggerezza può rendere il dramma successivo ancora più forte.
Perchè il contrasto produce emozione.
Domanda n°28. Gli oggetti hanno una funzione narrativa?
Gli oggetti possono diventare anche strumenti potentissimi. Se mostriamo una fotografia, od una chiave. Un cappotto. Una tazza. Un telefono.
Bisogna chiedersi: "Questo oggetto racconta qualcosa oppure è soltanto scenografia?"
Se all’inizio inquadriamo una vecchia chiave, sarebbe interessante che in seguito acquisisse un significato.
Non tutto deve diventare simbolico, ma gli oggetti importanti dovrebbero essere utilizzati consapevolmente.
Domanda n°29. Le location sono necessarie?
Ogni cambio di luogo come set comporta ulteriore tempo, un'organizzazione, dei permessi, i trasporti, nuova illuminazione, controllo di continuità.
Se una scena può svolgersi nella stessa location precedente senza perdere efficacia, potrebbe essere utile unirle.
Per un cortometraggio indipendente questo aspetto è fondamentale.
La semplicità produttiva non equivale a povertà artistica.
Domanda n°30. La sceneggiatura è realmente producibile con il budget disponibile?
Questa domanda deve essere brutalmente concreta. Il budget è importante, soprattutto per i cortometraggi.
Occorre quindi controllare il numero di attori; il numero di comparse; quante automobili servono; se occorrono animali; la presenza di minori; effetti speciali; il numero di location; le riprese notturne; obbligo di pioggia; scene d’azione; il tipo di costumi; gli effetti visivi.
Una storia bellissima ma impossibile da girare rischia di rimanere soltanto sulla carta.
Lo sceneggiatore dovrebbe chiedersi: "Posso ottenere lo stesso effetto emotivo in modo più semplice?"
Una guerra può essere raccontata attraverso una stanza ed una radio.
Un incidente può essere suggerito attraverso il suono e le conseguenze.
Domanda n°31. La durata è proporzionata alla storia?
Un cortometraggio non dovrebbe diventare lungo semplicemente perché abbiamo scritto molte scene.
Bisogna distinguere: "Quanto tempo richiede la storia?" da: "Quanto tempo abbiamo scritto?"
Una vicenda potrebbe funzionare perfettamente in sette minuti e perdere energia a quindici.
Un buon esercizio consiste nel chiedersi: "Se dovessi ridurre il film del 20%, quali scene toglierei?"
Se la risposta è molto semplice, probabilmente quelle scene erano già deboli all'inizio.
Domanda n°32. Posso immaginare chiaramente il film senza leggere i dialoghi?
Leggere la sceneggiatura eliminando mentalmente tutte le battute. Rimane comprensibile?
Riesco ancora a vedere chi vuole qualcosa; chi ostacola; chi cambia; quale relazione esiste; quale momento è importante?
Se senza dialoghi la storia scompare completamente, probabilmente la sceneggiatura è troppo letteraria.
Il cinema racconta attraverso immagini, suoni, corpi e spazi.
Domanda n° 33. Perché uno spettatore dovrebbe ricordare questo cortometraggio domani?
Questa è forse la domanda più importante. Non: È tecnicamente corretto?
Ma: Che cosa rimarrà di questa storia?
Potrebbe essere un personaggio; un’immagine; una idea; una decisione; una battuta; un gesto; un dubbio; un’emozione.
Un buon cortometraggio non deve necessariamente sorprendere. Ma deve lasciare qualcosa.
Lo spettatore può uscire pensando: "Anch’io avrei fatto quella scelta?"
Oppure: "Non avevo mai pensato a questa situazione in quel modo."
Oppure semplicemente ricordando una mano che non riesce ad aprire una porta.
Quando un’immagine continua a vivere dopo la fine del film, la sceneggiatura ha ottenuto qualcosa di importante.
* Come utilizzare concretamente queste domande
Il metodo migliore non consiste nel rispondere velocemente: Sì, sì, sì. Ma bisogna fornire una prova.
Per esempio: Domanda: Il protagonista prende una decisione importante?
Risposta debole: Sì.
Risposta utile: Nella scena 8 Luca decide di confessare alla sorella di aver venduto l’orologio del padre. Questa decisione provoca la rottura fra i due e conduce direttamente alla scena finale.
Ogni risposta dovrebbe indicare: la scena e l’azione e la conseguenza.
Se non riusciamo a trovare un esempio concreto, probabilmente quella funzione narrativa non è sufficientemente presente.
* Un sistema di valutazione molto semplice
Per ciascuna delle domande precedenti è possibile attribuire:
2 punti se la sceneggiatura risponde chiaramente e concretamente;
1 punto se l’elemento esiste, ma deve essere rafforzato;
0 punti quando l’elemento manca o non è comprensibile.
Il punteggio massimo ottenibile sarebbe quindi di 66 punti.
Indicativamente possiamo indicare che totalizzando:
55-66 punti: la sceneggiatura è strutturalmente molto solida.
44-54 punti: c'è una buona base, ma richiede una riscrittura mirata.
33-43 punti: diversi elementi importanti devono essere approfonditi.
Sotto i 33 punti: probabilmente il progetto necessita di una revisione strutturale prima di entrare in produzione.
Naturalmente non si tratta di una formula matematica per stabilire se il nostro cortometraggio sarà bello. La creatività non può essere ridotta ad un punteggio.
Il sistema serve soltanto a costringere lo sceneggiatore a guardare il proprio testo con maggiore distacco.
* Un’ultima domanda che viene prima di tutte
Esiste infine una domanda che non abbiamo inserito tra le precedenti perché appartiene più all’autore che alla struttura: Perché si vuole raccontare proprio questa storia?
Non rispondere: Perché potrebbe vincere un festival. Oppure: Perché è drammatica.
Non pensare: Perché posso girarla con pochi soldi.
Ma: Che cosa c’è dentro questa vicenda che riguarda realmente me?
Può essere: una paura; una domanda; un ricordo; un’ingiustizia; una relazione; una situazione osservata; oppure qualcosa che ancora non comprendiamo.
Non è necessario che il cortometraggio sia autobiografico.
Ma dovrebbe esserci almeno una ragione personale per volerlo raccontare.
Perché quella ragione, anche quando il pubblico non la conosce, si percepisce.
In conclusione
Una sceneggiatura drammatica completa non è semplicemente una storia triste.
È una storia nella quale un personaggio vuole qualcosa; incontra una resistenza; compie delle scelte; paga delle conseguenze; ed alla fine non è più esattamente la persona che era all’inizio.
Il pubblico non deve necessariamente piangere. Deve comprendere. Deve partecipare.
Deve sentire che ciò che accade sullo schermo è un valore per i personaggi.
Lo sceneggiatore dovrebbe quindi utilizzare queste domande non come un esame da superare, ma come uno strumento per scoprire ciò che la propria sceneggiatura sta ancora evitando.
Molto spesso il problema non è ciò che abbiamo scritto. È ciò che non abbiamo ancora avuto il coraggio di far accadere. Una scena che manca. Una decisione che abbiamo evitato. Una verità che il personaggio non è ancora stato costretto ad affrontare.
Quando troviamo quel punto, spesso troviamo anche il cuore del cortometraggio.
Ed è proprio lì che la Sceneggiatura smette di essere soltanto corretta e può cominciare a diventare necessaria, producibile e memorabile.
















































































































































































