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5. Il silenzio di quando non si vuole rispondere
- Il silenzio come rifiuto
Non rispondere può essere un atto di opposizione.
Il personaggio comprende la domanda, conosce la risposta e possiede le parole per formularla. Sceglie però di non offrirle all’interlocutore.
Le ragioni possono essere differenti:
- non vuole essere controllato;
- vuole conservare un segreto;
- rifiuta di giustificarsi;
- vuole punire l’altro;
- vuole interrompere la conversazione;
- teme che ogni risposta venga utilizzata contro di lui;
- desidera mantenere un potere;
- non riconosce più il rapporto.
Questo silenzio crea quasi sempre uno squilibrio.
Chi domanda si espone. Chi tace conserva il controllo.
Più l’interlocutore cerca di riempire il vuoto, maggiore diventa il potere della persona silenziosa.
- Il silenzio può obbligare l’altro a parlare
Quando una persona non risponde, l’interlocutore spesso:
- ripete la domanda;
- la modifica;
- offre possibili risposte;
- si giustifica;
- rivela informazioni non richieste;
- diventa aggressivo;
- cerca di ottenere una reazione.
Il personaggio silenzioso può quindi guidare la scena senza pronunciare una sola parola.
In una sceneggiatura questa dinamica è preziosa: il silenzio non ferma il dialogo, ma costringe l’altro personaggio a produrne sempre di più.
* Esempio pratico
Una giornalista sta intervistando un politico accusato di avere favorito un’impresa appartenente al fratello.
GIORNALISTA
Ha partecipato alla riunione del quattordici marzo?
Il politico sistema il polsino della camicia.
GIORNALISTA
Esiste una fotografia che la mostra all’ingresso.
Il politico prende il bicchiere d’acqua, ma non beve.
GIORNALISTA
Vuole negare che quella persona sia lei?
Il politico guarda la telecamera, non la giornalista.
Il silenzio gli permette di evitare una dichiarazione formale, ma rivela anche la strategia del personaggio: non vuole concedere alla giornalista una frase utilizzabile.
Se il politico rispondesse semplicemente “non commento”, la scena diventerebbe ordinaria. Il silenzio prolungato obbliga invece la giornalista a insistere e rende visibile il conflitto di potere.
Esempio cinematografico: Persona
In Persona, scritto e diretto da Ingmar Bergman, l’attrice Elisabeth Vogler decide di smettere di parlare. Il suo silenzio non deriva da un’incapacità fisica: è una scelta, un rifiuto di continuare a rappresentarsi attraverso parole e comportamenti attesi.
La sua infermiera, Alma, inizialmente interpreta quel silenzio come fragilità e si sente libera di parlare. Progressivamente, però, comprende che il mutismo di Elisabeth possiede anche un potere.
Alma racconta, confessa, si espone. Elisabeth ascolta.
Il silenzio diventa così:
- osservazione;
- controllo;
- distanza;
- rifiuto;
- specchio nel quale l’altra donna riversa la propria identità.
Bergman mostra un principio essenziale per lo sceneggiatore: chi parla non è necessariamente il personaggio più forte della scena.
Talvolta il personaggio dominante è colui che costringe l’altro a parlare.
Il silenzio di Elisabeth è inquietante perché non possiamo attribuirgli un unico significato. Può essere rifiuto della finzione, crisi personale, esperimento, difesa o aggressione. Questa ambiguità non lo rende debole. Lo rende drammaticamente vivo.
6. Il silenzio di quando non si può rispondere perché si è assenti
- Il silenzio dell’assenza
Esiste infine un silenzio che non viene scelto dalla persona alla quale ci rivolgiamo.
Un personaggio parla, domanda, chiama o aspetta, ma l’altro non può rispondere perché:
- è morto;
- è scomparso;
- ha lasciato il luogo;
- non riceve il messaggio;
- è irraggiungibile;
- non appartiene più alla stessa realtà;
- ha interrotto definitivamente la relazione.
Questo silenzio è particolarmente doloroso perché non contiene una negoziazione possibile.
Quando qualcuno non vuole rispondere, possiamo ancora insistere.
Quando non sa rispondere, possiamo aspettare.
Quando ha troppo da spiegare, possiamo offrirgli tempo.
Quando è assente, invece, il silenzio non dipende più dalla conversazione. È diventato una condizione del mondo.
- La domanda continua a esistere senza destinatario
Il personaggio presente può continuare a parlare con l’assente.
Può:
- lasciare un messaggio;
- parlare a una fotografia;
- scrivere una lettera;
- rivolgersi a una stanza vuota;
- ascoltare una vecchia registrazione;
- ripetere una domanda già posta in passato.
La scena diventa intensa quando lo spettatore percepisce che il personaggio conosce già l’impossibilità della risposta, ma continua a cercarla.
Non sta realmente aspettando un’informazione. Sta tentando di mantenere vivo il rapporto.
* Esempio pratico
Un uomo entra nella camera della figlia morta.
Sul comodino trova il vecchio telefono della ragazza. La batteria è quasi scarica.
Apre la registrazione di un messaggio vocale mai inviato.
La voce della figlia comincia:
VOCE DELLA FIGLIA
Papà, volevo dirti che...
La registrazione si interrompe.
L’uomo riavvia il messaggio.
Lo ascolta nuovamente.
Alla terza interruzione, avvicina il telefono alla bocca.
PADRE
Che cosa?
Aspetta.
Dal telefono arriva soltanto il rumore digitale della registrazione terminata.
Il silenzio è tragico perché la domanda non può raggiungere la figlia. Il padre non cerca soltanto la parte mancante del messaggio. Cerca una continuazione del rapporto.
Esempio cinematografico: Her
Her, distribuito in Italia come Lei, è scritto e diretto da Spike Jonze. Il protagonista Theodore costruisce una relazione affettiva con Samantha, un sistema operativo dotato di voce e personalità. Quando Samantha diventa irraggiungibile e successivamente lascia definitivamente il mondo umano accessibile a Theodore, la sua assenza si manifesta prima di tutto come mancata risposta.
La natura della relazione rende questo silenzio particolarmente significativo. Samantha era una presenza priva di corpo: esisteva soprattutto attraverso la voce.
Quando la voce non arriva più, Theodore non perde soltanto una conversazione. Perde l’unica forma concreta attraverso la quale Samantha era presente nella sua vita.
L’assenza non viene rappresentata da una sedia vuota o da una persona che abbandona una stanza. Viene rappresentata da un sistema che non risponde.
Il silenzio tecnologico acquista così un valore profondamente umano: la persona amata non è più raggiungibile.
- Le differenze fra i sei silenzi
I sei tipi analizzati possono apparire simili sulla pagina, perché in tutti i casi il personaggio non pronuncia una battuta. Dal punto di vista drammatico, però, sono profondamente differenti.
Nel silenzio come risposta precisa, il personaggio sa e decide.
Nel silenzio dovuto all’eccesso di spiegazioni, il personaggio sa, ma non riesce a contenere tutto in una frase.
Nel silenzio dell’incertezza, il personaggio non possiede ancora una risposta.
Nel silenzio intimo, la risposta è già condivisa e può non essere necessaria.
Nel silenzio del rifiuto, il personaggio possiede la risposta ma non vuole consegnarla.
Nel silenzio dell’assenza, la risposta non può arrivare.
Per lo sceneggiatore questa distinzione è essenziale. Scrivere semplicemente “rimane in silenzio” non basta, se non si è stabilito quale di queste condizioni stia vivendo il personaggio.
* Come scrivere il silenzio sulla pagina
- Non abusare della parola “silenzio”
La sceneggiatura deve essere leggibile, ma anche interpretabile dagli attori e dal regista.
Scrivere continuamente: Silenzio.
Un lungo silenzio.
Silenzio imbarazzato.
Silenzio carico di tensione.
... può diventare generico.
È spesso più efficace descrivere ciò che accade durante quel silenzio.
Per esempio: Laura non risponde. Piega il tovagliolo fino a farlo diventare una striscia sottile.
Oppure: Davide apre la bocca, ma la richiude. Guarda il posto vuoto accanto a sé.
Oppure: Anna mantiene lo sguardo sul marito. Non gli concede la possibilità di fingere di non avere capito.
In questo modo il silenzio acquista corpo.
- La pausa non è sempre un silenzio drammatico
Una pausa può servire al personaggio per:
- respirare;
- ricordare;
- trovare una parola;
- controllare un’emozione;
- valutare la reazione dell’altro.
Il silenzio drammatico modifica invece il rapporto o il significato della scena.
Una pausa prepara una battuta.
Un silenzio può sostituirla.
- Utilizzare l’azione per qualificare il silenzio
Confrontiamo queste due versioni.
Versione generica
MARCO
Mi hai mai amato?
Sara rimane in silenzio.
Versione più significativa
MARCO
Mi hai mai amato?
Sara prende dal tavolo la fotografia del loro matrimonio.
La rimette nel cassetto, capovolta.
Il secondo esempio non impone una risposta univoca, ma offre allo spettatore un’azione da interpretare.
Sara potrebbe avere amato Marco in passato, ma non amarlo più. Potrebbe rifiutarsi di semplificare anni di relazione in un “sì” o in un “no”. Potrebbe voler chiudere definitivamente la conversazione.
L’azione rende il silenzio narrativamente produttivo.
- La durata del silenzio
Un silenzio di un secondo e uno di dieci secondi non producono lo stesso effetto.
Tuttavia, la sceneggiatura dovrebbe evitare di indicare continuamente durate matematiche, salvo che siano indispensabili.
Scrivere: Rimane in silenzio per sette secondi.
può risultare eccessivamente rigido.
È spesso preferibile utilizzare una piccola azione che produca naturalmente la durata.
Per esempio: Aspetta che il rumore del treno scompaia.
Oppure: Riempie entrambi i bicchieri, anche se uno dei due rimane vuoto davanti a una sedia inutilizzata.
Oppure: Il telefono squilla fino a interrompersi da solo.
L’azione fornisce un tempo concreto al regista, all’attore e al montatore.
- Il suono dentro il silenzio
Nel cinema il silenzio assoluto è raro. Anche quando i personaggi non parlano, rimangono:
- il respiro;
- il traffico;
- il vento;
- una pendola;
- il frigorifero;
- un ascensore;
- il rumore di una sedia;
- una sirena lontana;
- il movimento degli abiti;
- i suoni provenienti da un’altra stanza.
Questi elementi non riempiono semplicemente il vuoto. Possono rivelare il significato del silenzio.
In una scena intima, il respiro può rendere percepibile la vicinanza.
In una scena di rifiuto, il ticchettio di un orologio può aumentare la pressione sulla persona che aspetta.
In una scena di assenza, un rumore quotidiano può sottolineare l’indifferenza del mondo rispetto al dolore del personaggio.
Un padre scopre che il figlio è morto, ma il forno continua a segnalare che la cena è pronta.
Il contrasto fra tragedia e normalità può essere più doloroso di una musica drammatica.
- Il silenzio ed il lavoro dell’attore
Un attore non dovrebbe ricevere soltanto l’indicazione: Qui non dire nulla.
Deve conoscere l’azione interiore.
Il regista può chiedergli:
- Stai nascondendo la verità.
- Vuoi che l’altro smetta di fare domande.
- Speri che capisca da solo.
- Stai cercando di non piangere.
- Vuoi costringerlo a confessare.
- Non sai se puoi fidarti.
- Hai già deciso di lasciarlo.
- Continui ad aspettare qualcuno che non tornerà.
Il silenzio diventa recitabile quando contiene un verbo.
“Essere triste” è una condizione.
“Nascondere la tristezza” è un’azione.
“Costringere l’altro ad accorgersene” è un’altra azione ancora.
Due attori possono interpretare lo stesso silenzio in modi opposti a seconda dell’obiettivo.
- Il silenzio e la regia
Il regista deve decidere chi possiede il silenzio.
Quando viene posta una domanda, l’inquadratura deve rimanere su chi l’ha formulata oppure passare a chi dovrebbe rispondere?
Non esiste una risposta unica.
Se rimaniamo sul personaggio interrogato, osserviamo la sua reazione.
Se rimaniamo su chi ha posto la domanda, vediamo l’effetto della mancata risposta.
Immaginiamo una madre che chiede al figlio se tornerà a casa.
Se la macchina da presa rimane sul figlio, il silenzio racconta la sua indecisione.
Se rimane sulla madre, racconta l’attesa e la progressiva comprensione che il figlio non tornerà.
Il significato del silenzio dipende quindi anche dal volto al quale il montaggio decide di affidarlo.
- Il silenzio ed il montaggio
Il montatore determina quanto tempo lo spettatore avrà per interpretare ciò che non è stato detto.
Tagliare troppo presto può impedire al silenzio di produrre significato.
Rimanere troppo a lungo può trasformare un momento autentico in un effetto sottolineato.
La durata corretta non dipende da una regola fissa. Dipende dal momento in cui lo spettatore:
- comprende che il personaggio non risponderà;
- attribuisce un significato alla mancata risposta;
- osserva la conseguenza sull’altro personaggio.
Il taglio dovrebbe spesso arrivare dopo il secondo passaggio, lasciando intravedere il terzo.
Un buon montatore non taglia quando il dialogo finisce. Taglia quando il pensiero della scena ha completato il proprio movimento.
- Il silenzio e la musica
Uno degli errori più frequenti consiste nel coprire ogni silenzio importante con una musica che ne spieghi l’emozione.
Una scena dolorosa viene immediatamente accompagnata da archi.
Una scena romantica da pianoforte.
Una scena misteriosa da suoni gravi.
La musica può essere efficace, ma può anche sottrarre responsabilità allo spettatore. Gli dice che cosa deve sentire prima che possa scoprirlo autonomamente.
In alcuni momenti è preferibile lasciare:
- il rumore della stanza;
- il respiro degli attori;
- un oggetto;
- il traffico lontano;
- il vuoto sonoro creato dalla scomparsa improvvisa della musica.
Il silenzio è spesso più forte quando non viene annunciato.
* Gli errori più comuni
- Inserire un silenzio senza prepararlo
Una mancata risposta è significativa soltanto se esiste una domanda importante.
Se lo spettatore non comprende che cosa sia in gioco, il silenzio appare casuale.
- Spiegare subito dopo ciò che il silenzio aveva già comunicato
Un personaggio tace, compie un gesto perfetto e poi pronuncia:
Non ti rispondo perché sono troppo arrabbiato.
La battuta distrugge l’ambiguità e rende inutile il gesto.
- Usare il silenzio come segno generico di profondità
Non ogni pausa rende una scena intensa. Un silenzio deve produrre una conseguenza.
- Far tacere tutti i personaggi nello stesso modo
Un personaggio orgoglioso, uno spaventato e uno innamorato non dovrebbero avere lo stesso comportamento fisico durante il silenzio.
- Riempire il momento con troppi gesti
Se il personaggio guarda la finestra, prende un bicchiere, cammina, sospira, si siede, si rialza e accende una sigaretta, l’attore potrebbe sembrare impegnato a dimostrare l’emozione.
A volte un solo gesto preciso è sufficiente.
- Confondere ambiguità e confusione
Il pubblico può non conoscere con certezza il significato del silenzio, ma deve comprendere quali siano le possibilità emotive.
L’ambiguità apre interpretazioni.
La confusione impedisce di interpretare.
* Un esercizio utile per lo sceneggiatore
Si può prendere una scena dialogata e riscriverla eliminando la battuta più importante.
Per esempio:
ANNA
Hai deciso se accettare il lavoro a Parigi?
LUCA
Sì. Partirò lunedì.
La scena comunica l’informazione, ma può essere resa più cinematografica.
ANNA
Hai deciso se accettare il lavoro a Parigi?
Luca apre l’armadio.
Sul letto è già appoggiata una valigia.
Anna la vede.
Luca non risponde.
Ora il silenzio non nasconde la decisione. La rende visibile. Inoltre permette allo spettatore di osservare il momento in cui Anna comprende che Luca aveva già deciso senza parlarle.
L’informazione rimane la stessa, ma il valore emotivo aumenta.
* Il principio fondamentale: il silenzio deve cambiare qualcosa
Alla fine di un silenzio significativo, la scena non dovrebbe trovarsi esattamente nella stessa condizione di prima.
Può essere cambiato:
- ciò che un personaggio sa;
- il rapporto fra due persone;
- il potere nella conversazione;
- la fiducia;
- la speranza;
- la possibilità di una riconciliazione;
- la percezione dello spettatore.
Una domanda rimasta senza risposta può essere più definitiva di una risposta pronunciata.
Quando un padre chiede al figlio se vuole ancora portare il suo cognome e il figlio non risponde, la relazione è già cambiata.
Quando una donna chiede al marito se la ama ancora e lui comincia a riordinare la cucina, il gesto non è neutrale.
Quando una bambina parla alla madre morta e nessuna voce arriva, lo spettatore comprende che la scena non riguarda l’informazione attesa, ma la necessità di continuare a cercare un rapporto.
Riepilogando
Il silenzio è uno degli strumenti più delicati e potenti della sceneggiatura.
Può diventare:
- risposta;
- confessione;
- difesa;
- rifiuto;
- attesa;
- intimità;
- dubbio;
- dolore;
- resistenza;
- assenza.
Per utilizzarlo bene, lo sceneggiatore deve conoscere esattamente ciò che il personaggio non sta dicendo.
Non basta cancellare una battuta. Bisogna trasferirne il significato nel corpo, nello sguardo, nell’oggetto, nello spazio, nel suono e nella reazione dell’interlocutore.
Il vero silenzio cinematografico non interrompe la storia. La concentra.
Costringe lo spettatore a partecipare, perché non gli consegna una spiegazione completa. Gli chiede di osservare, collegare e comprendere.
Le parole possono dichiarare ciò che un personaggio pensa.
Il silenzio può mostrare ciò che non riesce ad ammettere nemmeno a se stesso.
Ed è spesso proprio in quel punto, quando la voce si ferma ma il pensiero continua, che una scena comincia davvero a vivere.













































































































































































