Quando un personaggio non parla, ma la storia continua a raccontare

In the Mood for Love Wong Kar WaiIn una sceneggiatura il silenzio non rappresenta necessariamente l’assenza di qualcosa. Molto spesso è, al contrario, una presenza fortissima: un pensiero che non riesce a diventare parola, una verità che il personaggio rifiuta di pronunciare, una risposta talmente chiara da non avere bisogno di essere formulata.

Uno sceneggiatore inesperto può temere che, quando i personaggi smettono di parlare, la scena si arresti. Per questa ragione tende a riempire ogni momento con spiegazioni, domande, risposte, commenti e battute destinate a chiarire ciò che lo spettatore dovrebbe comprendere.

Il cinema, però, non vive soltanto di parole. Vive di volti, corpi, oggetti, distanze, movimenti, attese, rumori e assenze.

Un personaggio può tacere e, nello stesso momento:

  • ammettere una colpa;
  • rifiutare una richiesta;
  • proteggere qualcuno;
  • punire un interlocutore;
  • confessare un sentimento;
  • dichiarare di non sapere;
  • prendere tempo;
  • nascondere una verità;
  • interrompere una relazione;
  • accettare una perdita.

Il silenzio cinematografico non è quindi il vuoto lasciato da una battuta mancante. È una vera azione drammatica.

Quando viene scritto e interpretato correttamente, lo spettatore non pensa:  Il personaggio non ha risposto.

Pensa invece:  Ho capito perché non ha risposto.

Questa differenza è fondamentale.

Il silenzio diventa potente quando il pubblico riesce a percepire la pressione delle parole che avrebbero potuto essere pronunciate. Deve esistere una domanda, un ricordo, un conflitto od un’attesa che rendano significativa l’assenza della risposta.

Un silenzio privo di pressione narrativa è soltanto una pausa. Un silenzio caricato da una scelta è già racconto.

* Il silenzio deve avere un’intenzione

Prima di inserire un silenzio in una scena, lo sceneggiatore dovrebbe chiedersi:  Che cosa sta facendo il personaggio attraverso il proprio silenzio?

Non è sufficiente scrivere che il personaggio rimane zitto. Bisogna comprenderne l’obiettivo.

Può tacere per:

  • convincere l’altro a continuare;
  • evitare una menzogna;
  • nascondere una verità;
  • non mostrare il dolore;
  • mettere in difficoltà l’interlocutore;
  • trattenere la rabbia;
  • aspettare che l’altro comprenda;
  • proteggere un segreto;
  • impedire che una relazione finisca;
  • segnalare che la relazione è già finita.

Due personaggi possono rimanere entrambi in silenzio, ma compiere azioni completamente differenti.

Una madre può tacere perché non vuole ferire il figlio.

Il figlio può tacere perché ha già capito che la madre gli sta mentendo.

Nello stesso momento, quindi, il silenzio della madre protegge, mentre quello del figlio giudica.

È proprio questa differenza di intenzioni a produrre tensione.


1. Il silenzio scelto come risposta ben precisa

- Quando non rispondere significa rispondere

Esiste un silenzio che non nasce dall’incertezza, dalla paura o dalla confusione. Il personaggio sa perfettamente che cosa potrebbe dire, ma decide consapevolmente di non pronunciarlo.

In questo caso il silenzio equivale a una risposta precisa.

Può significare:

  • sì;
  • no;
  • lo sai già;
  • non ti perdono;
  • non posso promettertelo;
  • è vero;
  • non sono più dalla tua parte;
  • non riconosco la tua autorità;
  • non accetto le condizioni della domanda.

Questo silenzio funziona soltanto se la domanda è abbastanza chiara e se lo spettatore possiede le informazioni necessarie per interpretare la mancata risposta.

Immaginiamo che un uomo venga accusato di avere tradito un amico.

AMICO
Sei stato tu a consegnare quella lettera?

L’uomo potrebbe rispondere “sì” oppure “no”. Se abbassa lo sguardo, prende il cappotto e si dirige verso la porta, il silenzio diventa una confessione.

Non ha bisogno di pronunciare la parola. Anzi, forse pronunciarla renderebbe la scena più debole.

La risposta verbale informerebbe lo spettatore. Il silenzio, invece, gli permette di osservare contemporaneamente:

  • la colpa dell’uomo;
  • l’impossibilità di difendersi;
  • la rottura del rapporto;
  • il peso della conseguenza.

- Il silenzio come scelta morale

In alcune situazioni, parlare significherebbe accettare il linguaggio o l’autorità dell’interlocutore.

Un personaggio può rifiutarsi di rispondere perché ritiene illegittima la domanda.

Non sta scappando. Sta affermando:  Non riconosco il tuo diritto di obbligarmi a scegliere fra le risposte che mi proponi.

Questo silenzio è spesso utilizzato nei drammi giudiziari, politici e morali. Diventa una forma di resistenza.

- Esempio pratico

Un’insegnante è sospettata di avere aiutato un’alunna durante un esame.

Il preside le mostra un foglio.

PRESIDE
Questa è la sua calligrafia?

L’insegnante osserva il foglio. Sa che ammetterlo potrebbe costarle il posto, ma negarlo significherebbe abbandonare la ragazza.

Non risponde.

Richiude lentamente la penna che tiene in mano e la posa sulla scrivania.

PRESIDE
Devo considerarlo un sì?

L’insegnante lo guarda.

Ancora nessuna risposta.

Il secondo silenzio non è più esitazione. È una decisione.

La donna non pronuncia la confessione, ma accetta le conseguenze. Il gesto della penna posata può suggerire che comprende di avere appena messo a rischio il proprio lavoro.

- Esempio cinematografico: A Man for All Seasons

Nel film originale A Man for All Seasons, distribuito in Italia come Un uomo per tutte le stagioni, diretto da Fred Zinnemann e sceneggiato da Robert Bolt, il silenzio di Thomas More assume un preciso valore morale, politico e giuridico. More cerca di non dichiarare apertamente una posizione che lo condannerebbe, ma rifiuta anche di approvare ciò in cui non crede. Il suo silenzio non è mancanza di coraggio: è una posizione accuratamente scelta, l’unico spazio nel quale può tentare di difendere insieme la propria coscienza e la propria vita.

La forza drammaturgica nasce dal fatto che tutti cercano di attribuire un significato alle parole che More non pronuncia. L’autorità vuole trasformare il suo silenzio in una colpa. More tenta invece di mantenerlo come uno spazio non violato.

In questa situazione il silenzio diventa più preciso di molte battute. Non dice semplicemente “non voglio rispondere”. Dice:  Non vi concederò le parole con le quali volete condannarmi.

 

2. Il silenzio di quando c’è troppo da spiegare

- Quando la realtà è più grande delle parole disponibili

Esistono eventi che non possono essere riassunti in una risposta semplice.

Dopo una perdita, un incidente, un tradimento od una tragedia, una domanda apparentemente semplice può richiedere una risposta impossibile.

Come stai?

Perché non sei tornato?

Che cosa è successo?

Riesci a perdonarmi?

Il personaggio potrebbe avere moltissime cose da dire, ma nessuna frase sembra sufficiente. Il problema non è la mancanza di contenuto. È l’eccesso.

Il silenzio nasce perché ogni possibile risposta appare:

  • incompleta;
  • ingiusta;
  • troppo dolorosa;
  • troppo lunga;
  • troppo semplice rispetto a ciò che è accaduto;
  • pericolosa per l’equilibrio emotivo del personaggio.

In questo caso il silenzio non è vuoto, ma sovraccarico.

- Il personaggio non riesce a scegliere da dove cominciare

Quando una persona ha troppo da spiegare, spesso il primo problema è l’inizio.

Da quale momento dovrebbe partire?

Dalla causa dell’evento?

Dalla propria responsabilità?

Dal dolore provato?

Da ciò che ha perso?

Dal modo in cui la propria vita è cambiata?

Lo sceneggiatore può rendere visibile questa difficoltà attraverso tentativi interrotti.

Il personaggio apre la bocca, comincia una frase, poi si ferma. Non perché la sceneggiatura non sappia che cosa fargli dire, ma perché qualsiasi punto di partenza tradirebbe la complessità dell’esperienza.

- Esempio pratico

Due fratelli non si incontrano da quattro anni. Il più giovane era alla guida durante l’incidente in cui è morto il padre.

Si ritrovano nella cucina della casa di famiglia.

FRATELLO MAGGIORE
Perché non sei venuto al funerale?

Il fratello più giovane inspira.

Guarda il tavolo sul quale il padre teneva sempre le chiavi.

FRATELLO MINORE
Io…

Si ferma.

Prende le vecchie chiavi dal tavolo, ma gli cadono di mano.

Il fratello maggiore non lo aiuta a raccoglierle.

La risposta non può essere una spiegazione semplice. Il fratello minore dovrebbe parlare della colpa, della paura, della vergogna e dell’impossibilità di affrontare la famiglia. Il gesto delle chiavi che cadono concentra questa massa emotiva in un’immagine.

La scena può proseguire senza che egli completi la frase. Lo spettatore comprende che il silenzio non deriva dall’indifferenza, ma dall’incapacità di organizzare un dolore troppo vasto.

- Esempio cinematografico: Manchester by the Sea

Manchester by the Sea, scritto e diretto da Kenneth Lonergan, contiene un celebre incontro fra Lee e Randi, due persone separate da una tragedia familiare che nessuna conversazione può realmente sistemare. La scena procede attraverso frasi spezzate, tentativi di spiegazione, esitazioni e parole che non riescono a raggiungere una forma compiuta.

Ciò che rende la scena così dolorosa non è la mancanza di una spiegazione, ma il fatto che entrambe le persone conoscano già l’intera spiegazione.

Non hanno bisogno di ricostruire gli eventi. Devono affrontarne il peso.

Il silenzio fra loro contiene:

  • ciò che è successo;
  • ciò che avrebbero voluto fare diversamente;
  • la vita che non hanno più;
  • l’affetto che non è sufficiente a riparare il danno;
  • l’impossibilità di tornare semplicemente insieme.

Una sceneggiatura meno fiduciosa avrebbe probabilmente affidato ad uno dei due un lungo monologo chiarificatore. Lonergan permette invece alle frasi di fallire.

Quel fallimento è il vero contenuto della scena.

 

3. Il silenzio di quando non si sa che cosa rispondere

- L’incertezza autentica

Questo silenzio è diverso da quello precedente.

Nel caso del trauma, il personaggio ha troppe cose da dire. Qui, invece, non possiede ancora una risposta.

Gli viene posta una domanda alla quale non ha mai pensato, oppure si trova davanti ad una situazione che rende inutili le proprie convinzioni precedenti.

Il silenzio può nascere da:

  • sorpresa;
  • dubbio;
  • immaturità;
  • paura del futuro;
  • ambivalenza;
  • incapacità di comprendere i propri sentimenti;
  • improvvisa perdita delle certezze.

È importante non trasformare immediatamente questo silenzio in una risposta brillante. Le persone reali non trovano sempre la frase giusta nel momento giusto.

A volte la verità di una scena consiste precisamente nel fatto che nessuno sappia che cosa verrà dopo.

- Il valore narrativo dell’incertezza

Una risposta chiara tende a chiudere una possibilità.

Il silenzio dell’incertezza, invece, lascia la scena aperta. Non necessariamente in modo vago, ma in modo umano.

Un personaggio può avere raggiunto l’obiettivo esterno e scoprire soltanto allora di non sapere che cosa farne.

Ha ottenuto il lavoro.

Ha conquistato la persona amata.

È riuscito a fuggire.

Ha scoperto la verità.

Adesso dovrebbe essere felice, ma non possiede una risposta alla domanda più importante:

Ed ora?

- Esempio pratico

Due ragazze hanno deciso di lasciare la propria città per frequentare insieme un’accademia.

Sono sedute sul treno. Hanno appena superato il confine regionale.

Una delle due osserva il paesaggio.

MARTA
Pensi che abbiamo fatto bene?

Elena sorride immediatamente, come se volesse rassicurarla.

Poi il sorriso si indebolisce.

Guarda le valigie sistemate sopra i sedili.

Marta aspetta.

Elena non risponde.

Il silenzio non equivale a un “no”. Non significa nemmeno che Elena si sia pentita. Significa che, per la prima volta, entrambe comprendono la realtà della decisione.

Finché progettavano la partenza, possedevano una certezza. Ora che sono realmente partite, quella certezza non basta più.

- Esempio cinematografico: The Graduate

Nel finale di The Graduate, distribuito in Italia come Il laureato, diretto da Mike Nichols e sceneggiato da Calder Willingham e Buck Henry, Benjamin ed Elaine riescono a fuggire insieme e salgono su un autobus. Inizialmente sorridono, travolti dall’euforia della liberazione. Poco dopo, i sorrisi si attenuano e i due rimangono seduti in silenzio.

La storia romantica sembrerebbe avere raggiunto la sua conclusione tradizionale: il giovane interrompe il matrimonio, conquista la ragazza e scappa con lei.

Ma Nichols non termina sul gesto eroico. Rimane sui volti abbastanza a lungo da permettere alla realtà di raggiungere i personaggi.

Che cosa faranno?

Dove andranno?

Quanto si conoscono davvero?

La loro ribellione può diventare una vita comune?

Il silenzio non annulla l’amore od il coraggio dimostrato. Introduce però una verità più adulta: avere scelto insieme non significa sapere che cosa accadrà dopo.

Lo spettatore assiste al momento in cui il finale felice smette di essere un’immagine e diventa una responsabilità.

 

4. Il silenzio fra persone legate da un rapporto stretto e intimo

- Quando non è necessario spiegare

Fra persone che si conoscono profondamente, il silenzio può rappresentare una forma di comunicazione più avanzata della parola.

Non è imbarazzo. È conoscenza reciproca.

Due persone intime possono riconoscere:

  • un cambiamento nel respiro;
  • il modo in cui l’altro appoggia un oggetto;
  • uno sguardo evitato;
  • una mano che cerca o rifiuta il contatto;
  • una postura insolita;
  • una piccola modifica nella routine.

Non hanno bisogno di chiedere:  Sei triste?

Perché hanno già capito.

Non hanno bisogno di dire:  Resterò con te.

Perché il modo in cui rimangono sedute nella stanza comunica già quella scelta.

- Il silenzio come fiducia

In molte relazioni, parlare continuamente serve ad impedire che emerga l’imbarazzo. Nel rapporto intimo, invece, il silenzio può essere sopportato e persino condiviso.

La vicinanza non è dimostrata dal numero delle parole, ma dalla possibilità di restare insieme senza doverle produrre.

Il silenzio può contenere:

  • complicità;
  • desiderio;
  • cura;
  • memoria comune;
  • protezione;
  • rispetto;
  • attrazione non dichiarata.

- Il silenzio intimo non è sempre sereno

L’intimità rende il silenzio anche più pericoloso.

Una persona che ci conosce bene può capire ciò che cerchiamo di nascondere. Fra estranei è possibile fingere. Fra persone intime, un gesto minimo può diventare una confessione.

Per questa ragione, il silenzio amoroso può contenere contemporaneamente:

  • vicinanza e distanza;
  • desiderio e rinuncia;
  • comprensione e paura;
  • possibilità e proibizione.

- Esempio pratico

Un uomo accompagna la moglie in ospedale per un esame importante.

Sono seduti nella sala d’attesa.

Lei tiene la borsa sulle ginocchia. Continua ad aprire e chiudere la cerniera.

Lui non le dice di stare tranquilla. Sa che sarebbe una promessa priva di valore.

Le prende la borsa dalle mani e la appoggia a terra.

Poi mette il proprio piede sopra il suo, come faceva sotto il tavolo quando erano fidanzati.

Lei smette di muovere le mani.

Nessuno parla.

Il gesto funziona perché appartiene alla storia privata della coppia. Non significa genericamente “ti sono vicino”. Significa:  So di che cosa hai paura. Non posso eliminare quella paura, ma la affronteremo nello stesso posto.

- Esempio cinematografico: In the Mood for Love

In the Mood for Love, scritto e diretto da Wong Kar Wai, si costruisce il rapporto fra Chow Mo-wan e Su Li-zhen attraverso pause, corridoi, incontri trattenuti, percorsi ripetuti e parole che rimangono continuamente al di sotto del vero sentimento.

I due personaggi scoprono di condividere la stessa ferita: i rispettivi coniugi hanno probabilmente una relazione. La loro vicinanza cresce, ma non può essere espressa liberamente senza rischiare di trasformarli in ciò che condannano.

Il silenzio fra loro diventa quindi uno spazio intimo e morale.

Quando camminano insieme o sostano in luoghi angusti, non serve che dichiarino continuamente il proprio desiderio. Lo spettatore lo percepisce attraverso:

  • il tempo impiegato prima di separarsi;
  • le distanze mantenute;
  • le occasioni in cui potrebbero parlare e non lo fanno;
  • la ripetizione degli incontri;
  • il modo in cui il corpo rimane trattenuto.

È un silenzio popolato da possibilità.

Le parole non dette sono importanti quanto quelle pronunciate, perché rappresentano la vita che i due personaggi non si concedono.

 

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