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Bozza n° 2 - Titolo: "UN SEGNALE"
- Logline
Un uomo di ottant'anni che non ha mai usato uno smartphone chiede alla nipote di quattordici anni di insegnargli a fare un selfie: non per i social media, ma per mandare una prova della propria esistenza al figlio con cui non parla da dieci anni.
- I Personaggi
ERNESTO, 80 anni. Ex muratore di Napoli trapiantato a Milano negli anni Sessanta, vedovo da tre anni, con le mani consumate dal lavoro ed una fermezza nel carattere che gli ha fatto rimandare per dieci anni una telefonata che sapeva di dover fare. Suo figlio Luca abita a Berlino. Si sono detti cose irrecuperabili durante il funerale della moglie di Ernesto, e da allora non si sono né scritti né chiamati. Ernesto non sa usare internet. Non ha mai fatto un selfie. Ha però capito, da qualcosa che la nipote ha detto, che Luca usa i social media, e che una foto da lì potrebbe raggiungerlo in modo meno frontale di una telefonata diretta.
SOFIA, 14 anni. La figlia di una cugina di Luca, non è la nipote diretta di Ernesto, ma lo chiama nonno per abitudine affettuosa. Passa i pomeriggi del giovedì da Ernesto da quando è morta la moglie, perché la madre le ha chiesto di "tenergli un po' compagnia" e lei lo fa senza reticenza: Ernesto la fa ridere, le racconta storie di quando lavorava e le insegna a giocare a scopone. Non sa niente del conflitto con Luca.
* Le Scene
SCENA 1 - La richiesta insolita (circa 2 minuti)
La cucina di Ernesto. Un pomeriggio ordinario: Sofia fa i compiti al tavolo, Ernesto guarda il telegiornale. Ad un certo punto Ernesto spegne il televisore.
ERNESTO:
"Sofia."
SOFIA
(senza alzare gli occhi):
"Mmm."
ERNESTO:
"Ti devo chiedere una cosa strana."
SOFIA
(alzando gli occhi):
"Cosa?"
ERNESTO:
"Come si fa un selfie?"
Sofia la guarda. Poi ride, non in modo crudele, con la sorpresa genuina dell'inaspettato.
SOFIA:
"Un selfie? Tu?"
ERNESTO:
"Sì, io. C'è qualcosa di divertente?"
SOFIA:
"No, no... solo... perché?"
ERNESTO:
"Perché ho bisogno di mandare una foto."
SOFIA:
"A chi?"
Pausa. Ernesto guarda le proprie mani.
ERNESTO:
"A mio figlio."
SCENA 2 - La prima lezione (almeno 2 minuti 30 secondi)
Sofia si siede accanto a Ernesto, prende il suo vecchio smartphone, un modello economico che usa solo per le chiamate, e apre la fotocamera.
SOFIA:
"Okay. Per fare un selfie si gira la camera così, vedi?
Adesso la camera guarda te invece che quello che hai davanti."
Ernesto guarda lo schermo. Vede la propria faccia, la propria faccia vecchia, segnata, con i capelli bianchi e le guance cadenti.
ERNESTO
(una pausa):
"Sono invecchiato."
SOFIA:
"Nonno..."
ERNESTO:
"Non è un lamento. È un'osservazione.
L'ultima foto che ho fatto a me stesso avevo cinquant'anni."
SOFIA:
"E com'eri?"
ERNESTO:
"Uguale.
Solo più giovane."
Sofia sorride. Poi sistema il telefono nella mano di Ernesto.
SOFIA:
"Okay. Tieni il braccio così... più in là, così si vede meglio.
No, non puntare verso il basso, il mento sembra doppio.
Sì, così.
Adesso premi il tasto rotondo."
Ernesto preme. La foto viene mossa, buia, con metà della sua faccia fuori campo.
SOFIA
(ridendo piano):
"Non è malissima per essere la prima."
ERNESTO:
"Sembra la foto di un fantasma."
SCENA 3 - Cosa c'è dietro la richiesta (almeno 3 minuti)
Riprovano. Mentre sistemano l'inquadratura, Sofia chiede quello che voleva chiedere dalla scena 1.
SOFIA:
"Nonno, ma tuo figlio, Luca, non vi sentite mai?"
Pausa. Ernesto abbassa il telefono.
ERNESTO:
"No."
SOFIA:
"Da quanto?"
ERNESTO:
"Da quando è morta tua nonna Carmela."
SOFIA:
"Tre anni."
ERNESTO
(annuendo):
"Tre anni."
SOFIA:
"E perché vuoi mandargli un selfie invece di chiamarlo?"
Ernesto guarda fuori dalla finestra. Quando risponde, la voce è quella di un uomo che ha ragionato su una cosa per molto tempo.
ERNESTO:
"Perché se chiamo, lui risponde o non risponde.
Se non risponde, è un no definitivo e io non riesco più a sperare.
Se invece gli mando una foto, solo una foto, senza parole,...
lui la vede, capisce che sono ancora vivo, e decide lui cosa farne.
Non sono io a chiedergli di perdonarmi.
Sono io a dirgli che esisto ancora."
Silenzio.
SOFIA
(piano):
"Hai detto qualcosa di brutto al funerale?"
ERNESTO:
"Lui ha detto qualcosa di brutto. Io ho risposto peggio.
Come si fa, quando si ha torto e non si riesce ad ammetterlo."
SCENA 4 - La foto giusta (2 minuti)
Riprovano ancora... terza, quarta, quinta foto. Ernesto è sempre troppo serio, troppo rigido, con quella fissità nel viso di chi non sa come comportarsi davanti a un obiettivo.
SOFIA:
"Nonno, non guardare il telefono. Guarda me."
ERNESTO:
"Guardo te e poi manca la metà della mia testa."
SOFIA:
"Non importa. Guarda me e basta.
Dimmi qualcosa."
ERNESTO:
"Cosa?"
SOFIA:
"Qualsiasi cosa.
Quella storia del cantiere che mi racconti sempre, quella del mattone."
ERNESTO
(involontariamente):
"Ah... quella volta che il capo cantiere è caduto nella betoniera vuota e..."
Sofia scatta nel mezzo della frase. Ernesto ha le sopracciglia alzate, un mezzo sorriso, gli occhi vivi. È la foto più umana della serie, ma è lui, Ernesto, non la posa rigida di un uomo che cerca di fare una foto.
SOFIA:
"Questa è buona."
Ernesto guarda la foto. La guarda a lungo.
ERNESTO:
"Sì. Questa sono io."
SCENA 5 - Il Finale (1 minuto 30 secondi)
Sofia aiuta Ernesto a trovare il profilo di Luca sui social: lo trova, è aperto, ci sono fotografie di una vita a Berlino, una compagna, un bambino piccolo. Ernesto guarda quelle foto in silenzio.
ERNESTO:
"Ha un figlio."
SOFIA
(a voce bassa):
"Sì."
ERNESTO:
"Non lo sapevo."
SOFIA:
"Vuoi ancora mandare la foto?"
Ernesto rimane fermo un momento. Poi dice:
ERNESTO:
"Sì. Anzi... due."
SOFIA:
"Quale altra?"
ERNESTO:
"Quella con te. Così vede che non sono solo."
Scattano un selfie insieme: Ernesto goffo, Sofia che ride di lui, entrambi fuori centro. È la foto più vera del film.
FINE
* Il Tema ed il Valore Filmico
"Un Segnale" usa il selfie come strumento narrativo di riavvicinamento generazionale e come metafora del coraggio obliquo: quella forma di coraggio che non sa dire le cose direttamente ma trova modi alternativi per dire quello che conta. Ernesto non riesce a chiamare Luca e chiedergli perdono: ma riesce a mandare una prova che esiste ancora. Il selfie diventa il codice di comunicazione di un uomo che non parla la lingua digitale ma impara ad usarla per dire la cosa più importante della sua vita.
Il valore filmico è nella generosità emotiva di questa storia: non c'è antagonista, non c'è conflitto esplicito, c'è solo la difficoltà ordinaria ed universale di due persone che si sono fatte del male e non trovano la strada per tornare a parlarsi ma nella qualità del rapporto tra due generazioni radicalmente diverse che si incontrano con affetto vero.
* Consigli Tecnici
Allo sceneggiatore: La storia di cosa è successo al funerale tra Ernesto e Luca non deve mai essere spiegata completamente: basta sapere che Ernesto sente di avere torto e di non averlo ammesso. Questa omissione lascia allo spettatore lo spazio di proiettare le proprie esperienze familiari. Valuta di aggiungere un finale aperto: non mostrare la risposta di Luca alla foto. L'abbraccio del finale con Sofia è sufficiente: il resto appartiene ad un futuro che il cortometraggio non deve raccontare.
Al regista: Ernesto deve avere la fisicità di un uomo che ha lavorato con le mani tutta la vita, quelle mani grandi, callose, che tengono il piccolo smartphone in modo goffo devono essere il punto visivo centrale di molte inquadrature. Cerca un attore con quelle mani. Sofia non deve sembrare paziente in modo performativo: deve sembrare una ragazza normale che sta facendo una cosa normale e che rimane sorpresa, in corso d'opera, dalla profondità di quello che sta attraversando.
Al direttore della fotografia: La cucina di Ernesto deve avere quella qualità visiva delle case degli anziani italiani degli anni Sessanta-Settanta: il tavolo di marmo, le piastrelle con le decorazioni, la luce del pomeriggio che entra dalla finestra stretta. Un 50mm per la maggior parte delle scene, la distanza naturale, quella di qualcuno che osserva senza giudicare. Il piano ravvicinato sulle mani di Ernesto che tengono il telefono è obbligatorio: deve comparire almeno due volte nel film, la seconda volta con la foto già scattata sul display.
Al montatore: Il film ha un ritmo narrativo che segue quello di Ernesto, cioè lento, deliberato, con pause che vanno rispettate. Non accelerare i silenzi. Il momento in cui Ernesto vede la foto di Luca con il figlio piccolo - la scoperta che ha un nipote che non conosce - merita almeno cinque secondi di piano fisso sul suo volto senza dialogo. La foto finale (Ernesto e Sofia insieme) deve essere mostrata sullo schermo del telefono in primo piano: è la più bella del film e deve chiuderlo.
Bozza n° 3 - Titolo: "1004"
Logline
Una donna di trentasei anni che ha scattato un selfie ogni giorno per tre anni decide di riguardarli tutti nell'ordine cronologico in un pomeriggio: quello che scopre sulla propria vita, osservandola attraverso quella sequenza di immagini, è qualcosa che non si aspettava di vedere.
I Personaggi
ELENA, 36 anni. Graphic designer freelance, vive da sola a Roma da cinque anni. Ha cominciato i selfie quotidiani il giorno dopo la fine di una relazione lunga quattro anni: non per condividerli, ma come forma di diario visivo privato, un modo per tenere traccia di se stessa quando aveva la sensazione che stava perdendo tutti i contorni. Mille e quattro giorni dopo, il progetto è ancora in corso. Non lo ha mai interrotto, anche nelle giornate difficili, anche nelle giornate felici, anche nelle giornate in cui non aveva voglia.
VALERIA, 38 anni. La migliore amica di Elena, che sa dell'esistenza del progetto ma non ha mai visto le foto. Entra nella storia nel secondo atto: Elena la chiama durante la revisione e la sua voce fuori campo (solo la voce, non la presenza fisica) è la seconda prospettiva narrativa del film.
* Le Scene
SCENA 1 - Il progetto e la decisione (1 minuto 30 secondi)
L'appartamento di Elena, domenica pomeriggio. Elena siede sul pavimento del salotto con il portatile aperto: ha esportato i 1004 selfie in una cartella, tutti in ordine cronologico, e sta per aprire il primo. La data visibile nella foto: tre anni e sette giorni fa.
ELENA
(a se stessa, quasi sottovoce):
"Okay."
Apre la prima foto. Si guarda: quella versione di sé di tre anni fa, per un momento. Poi comincia a scorrere.
SCENA 2 - I primi mesi: il dolore che non sapeva di mostrare (almeno 2 minuti)
Elena scorre le prime foto, quelle delle prime settimane dopo la fine della relazione. Non le ricordava così: pensava di essere apparsa normale nelle foto, controllata. Invece, guardandole adesso, vede qualcosa che sul momento non aveva visto.
ELENA
(chiamando Valeria):
"Vale, hai un minuto?"
VALERIA (voce):
"Cosa hai fatto?"
ELENA:
"Sto guardando tutti i selfie dall'inizio."
VALERIA:
"Tutti quanti? Tutti i milleduecento..."
ELENA:
"Mille e quattro.
Sto guardando quelli del primo mese dopo Lorenzo."
VALERIA:
"E?"
ELENA:
"Avevo gli occhi gonfi in quasi tutte le foto. Non me ne ero mai accorta."
VALERIA
(pausa):
"Forse ci voleva distanza."
ELENA:
"Pensavo di stare bene. Pensavo di averla gestita bene la cosa."
VALERIA:
"Elena."
ELENA:
"Lo so. Però è strano vederlo così chiaramente adesso."
SCENA 3 - Il medio periodo: i cambiamenti invisibili (2 minuti 30 secondi)
Elena continua a scorrere. Mese sei. Mese dodici. Mese diciotto. Nota cose che non aveva mai visto nelle singole foto ma che appaiono chiaramente nella sequenza: il capelli che cambiano lentamente (li aveva tagliati corti a giugno dell'anno scorso, ma quando esattamente? vede il punto nella sequenza in cui succede, come una riga netta), il modo in cui il sorriso nelle foto cambia di qualità diventa meno forzato, poi quasi assente in un periodo (quando era?) poi di nuovo presente.
Nota qualcos'altro: ci sono due settimane, a luglio dell'anno scorso, in cui le foto sono tutte scattate dallo stesso angolo della sua cucina, con la stessa luce del mattino. Tutte uguali nella composizione. Come se non fosse uscita di casa.
ELENA
(al telefono):
"Vale, luglio dell'anno scorso. Ricordi cosa è successo a luglio?"
VALERIA:
"Luglio... aspetta. Non ti eri fatta male?"
ELENA:
"Il ginocchio. Non riuscivo a camminare per quasi tre settimane."
VALERIA:
"Non me lo avevi detto su due piedi, te lo ricordi?
L'ho saputo dopo."
ELENA
(guardando le foto):
"Lo vedo nelle foto. Sono tutte uguali per due settimane.
Stessa cucina. Stesso angolo. Stesso orario."
VALERIA:
"È un po' inquietante."
ELENA:
"No. È... è documentazione.
Non sapevo di starlo facendo."
SCENA 4 - Il momento della scoperta (3 minuti: è il cuore del film)
Elena arriva alle foto degli ultimi tre mesi. E qui nota qualcosa che la ferma.
A partire da circa novanta giorni prima, in quasi tutte le foto, non in tutte, ma in molte, c'è qualcosa di diverso. Non nel suo viso. Nel modo in cui tiene il telefono. Il braccio è meno teso, l'angolazione è meno calcolata. Come se qualcuno avesse allentato qualcosa in lei.
Poi trova una foto specifica. Terzo mese fa, una domenica. Nella foto c'è lei, ma sullo sfondo, appena visibile, sfocato, c'è il profilo di qualcuno: una spalla, i capelli corti di un uomo. Qualcuno che era nella stanza.
Elena fissa quella foto.
ELENA
(a voce bassa):
"Chi è questo?"
Riconosce: è Marco. Il vicino di piano. Era venuto a portarle il pacco che aveva preso e firmato lui. Si era fermato a bere un caffè. Lei aveva scattato il selfie quotidiano senza pensarci.
Scorre le foto successive. Marco non riappare più. Ma il modo in cui Elena è nelle foto successive, cioè più aperta, meno rigida, con qualcosa di diverso nella qualità della luce che sembra avere dentro, è cambiato da quella domenica.
ELENA
(al telefono):
"Vale.
Ti ricordi Marco, il vicino?"
VALERIA:
"Quello simpatico del piano di sotto?
Quello che ci ha prestato il martello?"
ELENA:
"Ah,... L'ho dimenticato."
VALERIA:
"Come?"
ELENA:
"Lo so. È ridicolo. Ma guarda le mie foto da tre mesi fa.
Qualcosa è cambiato nelle foto e io non avevo capito cosa."
VALERIA:
"Cosa stai dicendo?"
ELENA
(pausa):
"Sto dicendo che forse ho capito tardi qualcosa che le mie foto avevano già capito."
SCENA 5 - Il finale aperto (circa 1 minuto 30 secondi)
Elena chiude il portatile. Rimane seduta sul pavimento. Poi si alza, va alla finestra, guarda verso il basso, verso le finestre del piano di sotto.
Tira fuori il telefono. Non per fare un selfie: per scrivere un messaggio. Lo scrive. Cancella. Lo riscrive.
Poi si ferma, sorride di sé stessa, e invece di mandare il messaggio scende le scale: a piedi, bussando poi alla porta.
La camera rimane sull'appartamento vuoto. Sul telefono abbandonato sul tavolo.
Sul display, ancora aperta, l'ultima foto di Elena: scattata stamattina, prima di cominciare. Il suo viso, la sua finestra, la luce della domenica. Milleequattro.
FINE
* Il Tema e il Valore Filmico
"1004" affronta il tema del selfie come archivio involontario della propria vita interiore: la tesi che nel tempo, in una sequenza abbastanza lunga di selfie, si finisca per documentare non solo come si appare ma come si è, con una onestà che nel singolo momento non si ha la distanza per vedere.
Il film pone una domanda che è al centro dell'esperienza contemporanea: la documentazione ossessiva di noi stessi ci rende più consapevoli o meno? La risposta che dà è quella più sottile: dipende. Se si guardano le foto nel momento in cui si scattano, si vede solo la superficie. Se si guardano a distanza, con il tempo che ha fatto il suo lavoro, si vede qualcosa di più vero.
Il valore filmico è nella struttura originale: un film in cui il dramma avviene attraverso la contemplazione di immagini statiche, una per una, e nel finale aperto che non risolve la questione sentimentale ma indica una direzione: mettere via il telefono e scendere le scale.
* Consigli Tecnici
Allo sceneggiatore: La sceneggiatura di questo film deve includere una lista specifica delle "foto-chiave" che lo spettatore vede nella sequenza: quelle in cui Elena nota qualcosa di rilevante. Non basta scrivere "Elena scorre le foto": bisogna decidere esattamente quali foto mostreremo e cosa contengono. Queste foto devono essere girate come parte del lavoro di preparazione del film, con la collaborazione della costume designer e del trucco per creare le giuste progressioni temporali. La battuta "le mie foto avevano già capito" è il fulcro tematico del film: assicurati che il film abbia costruito abbastanza perché arrivi con il peso che merita.
Al regista: Il film ha un solo personaggio fisicamente presente, Elena, per quasi tutta la sua durata. Questo significa che l'intera tensione narrativa dipende dalla qualità della sua performance nella contemplazione silenziosa delle foto. Lavora con l'attrice sulla qualità di reazione alle singole foto: ogni "scoperta" deve avere una risposta fisica specifica, non generica. Valeria al telefono deve essere una voce naturale, non recitata: registra le sue battute in modo separato, in un ambiente diverso, in condizione di improvvisazione.
Al direttore della fotografia: Il film ha una struttura visiva duale: le foto (mostrate sullo schermo del computer o del telefono) e la realtà (Elena nell'appartamento). Le foto devono avere una qualità fotografica specifica: quelle dei primi mesi più fredde, più piatte, più sgranate; quelle degli ultimi mesi più calde, più vive: qualità che racconta la progressione emotiva prima che Elena la veda. L'appartamento di Elena deve avere una luce domenicale specifica: la luce diffusa e quasi ferma di un pomeriggio in interno. Usa un 35mm per i piani ravvicinati sul viso di Elena e sui dettagli delle foto sullo schermo.
Al montatore: Questo film richiede un lavoro di montaggio rarissimo: devi costruire la "visione" delle 1004 foto in modo che lo spettatore senta il peso del tempo senza annoiarsi. La soluzione è selezionare con chirurgia le foto significative e mostrare solo quelle, con la durata di inquadratura variabile in modo ritmico: le foto di transizione molto brevi (un quarto di secondo), le foto significative molto più lunghe (due, tre secondi). La scena 4 (la scoperta di Marco nella foto) va costruita come un risveglio lento: la foto deve stare sullo schermo abbastanza a lungo che lo spettatore veda la spalla sullo sfondo prima che Elena la veda.
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Nota: Il Selfie che non si fa
Queste tre storie, cioè il turista che impara a girare la camera, il vecchio che usa il selfie come lettera, la donna che legge la propria vita nelle foto, hanno tutte una cosa in comune: il selfie più importante non è quello che viene scattato nel momento più visibile della storia, ma quello che il personaggio decide alla fine di non fare, o di fare diversamente.
Andrea che fotografa Parigi senza se stesso. Ernesto che scatta una foto con Sofia invece che da solo. Elena che mette via il telefono e scende le scale.
Ogni buona storia sul selfie è in fondo una storia su quello che sta fuori dall'inquadratura: quelle cose che il rettangolo dello schermo non riesce a contenere e che la vita, la vera vita, tiene sempre un pò fuori campo.
* ATTENZIONE: Le idee presentate in questo articolo sono solo spunti iniziali di idee da sviluppare ulteriormente. Vi invitiamo a selezionarne una e a personalizzarla, arricchendola con dettagli, personaggi secondari e sviluppando o modificando l'idea base. Qualora decideste di ampliare una di queste bozze in una sceneggiatura completa e di realizzarla, vi preghiamo di comunicarcelo. Saremo lieti di promuovere la vostra opera sul nostro sito.







