Nota: Il Selfie non è una Fotografia

parigi selfie di Andrea 600

Bisogna partire da una distinzione che sembra ovvia e non lo è. Il selfie non è una fotografia. È un atto performativo, un gesto sociale, una dichiarazione d'identità compressa in un rettangolo digitale. La fotografia tradizionale guarda il mondo: il selfie guarda se stessi mentre il mondo fa da sfondo. Questa inversione (questa rotazione della camera verso l'interno, cioè verso se stessi) è la cosa più interessante che il selfie porta con sé per uno sceneggiatore.

Pensate alla differenza tra un fotografo che immortala un tramonto ed una persona che si mette davanti al tramonto per farsi fotografare. Il fotografo dice: guarda questa cosa meravigliosa. La persona che si fa il selfie dice: guarda che ci sono anch'io. Entrambe le affermazioni sono umane, entrambe sono legittime, ma raccontano cose completamente diverse sull'individuo e sul suo rapporto con il mondo.

È questa tensione questa, cioè tra la necessità di documentare la propria esistenza ed il rischio di diventare il centro di tutto, perdendo di vista tutto il resto, che rende il selfie un tema cinematograficamente ricchissimo. Non è un tema di moda, non è un tema tecnologico: è un tema antico, che parla di narcisismo, di solitudine, di identità, di comunicazione, di memoria. Solo che adesso ha uno strumento nuovo con cui manifestarsi.

Il Selfie come specchio narrativo

In letteratura, lo specchio ha sempre avuto una funzione drammaturgica precisa: il personaggio che si guarda allo specchio è il personaggio che cerca di capire chi è o chi vuole sembrare. Il selfie è lo specchio del ventunesimo secolo, con la differenza fondamentale che lo specchio tradizionale mostra l'immagine a se stessi, mentre il selfie la mostra al mondo.

Questa differenza modifica radicalmente la psicologia dell'atto. Quando mi guardo allo specchio, posso essere onesto con me stesso. Quando scatto un selfie, sto sempre negoziando: come voglio apparire agli altri? Cosa voglio che gli altri vedano di me? Quale versione di me stesso sto scegliendo di condividere? Il selfie è, per sua natura, una narrazione di sé stessi rivolta ad un pubblico, anche quando quel pubblico è una sola persona.

Per uno sceneggiatore, questo è materiale prezioso.
Ogni volta che un personaggio scatta un selfie, sta dicendo qualcosa su di sé che va oltre il gesto fisico: sta scegliendo cosa rendere visibile, cosa nascondere, cosa enfatizzare. Un personaggio che scatta selfie con pose sempre perfette e scenari spettacolari sta costruendo una versione di sé per il mondo. Un personaggio che scatta selfie sgranati, brutti, senza cura della composizione sta dichiarando qualcos'altro, cioè un rifiuto dell'esibizione, una forma diversa di autenticità, o forse semplicemente l'incapacità di curarsi di come appare.

La drammaturgia del Selfie: tre domande fondamentali

Prima di scrivere una sceneggiatura sul selfie, lo sceneggiatore dovrebbe porsi tre domande che definiscono l'universo narrativo del proprio cortometraggio.

Prima domanda: Il selfie è causa od effetto?
Nella storia che voglio raccontare, il selfie è ciò che scatena gli eventi (un personaggio scatta un selfie e nella foto appare qualcosa che non dovrebbe esserci; un selfie pubblicato in un momento sbagliato produce conseguenze inaspettate) oppure è il sintomo di qualcosa che già esiste nel personaggio (la solitudine, il bisogno di approvazione, la paura di essere dimenticato)? La risposta a questa domanda determina il genere del cortometraggio: il selfie-causa produce thriller e mistery; il selfie-effetto produce dramma e commedia.

Seconda domanda: Il selfie divide o connette?
Nella storia che vogliamo raccontare, il selfie è uno strumento di isolamento, cioè il personaggio si chiude nel proprio schermo invece di vivere il momento reale, oppure è uno strumento di connessione come il modo in cui due persone o due generazioni trovano un linguaggio comune? Questa scelta determina il tono emotivo del film: il selfie come isolamento produce storie malinconiche o critiche della contemporaneità; il selfie come connessione produce storie calde, di riavvicinamento, di scoperta.

Terza domanda: Cosa c'è fuori campo?
Il selfie per definizione esclude qualcosa dall'inquadratura. Lo sceneggiatore deve decidere: cosa sta escludendo il personaggio nel momento in cui scatta? Cosa non vuole mostrare? Cosa il mondo non vede, di quella foto? In certi casi quello che rimane fuori campo è più drammaticamente interessante di quello che viene ripreso, e quindi il film può essere la storia di quel fuori campo.

Le strutture Narrative possibili

Il selfie offre allo sceneggiatore almeno quattro strutture narrative distinte.

La struttura del rivelarsi progressivo: il personaggio scatta un selfie che contiene, ad esempio sullo sfondo, nel riflesso, nei margini, qualcosa che cambierà il corso della storia. Il film è la scoperta graduale di quello che la foto nasconde.

La struttura del confronto temporale: il personaggio trova (o ritrova) una serie di selfie del passato e li confronta con il presente. Quello che cambia nelle fotografie rivela quello che è cambiato nella persona. È la struttura ideale per storie di lutto, di trasformazione, di invecchiamento.

La struttura dell'incontro: due personaggi si trovano in relazione attraverso un selfie, come ad esempio uno ha fotografato l'altro senza saperlo, uno ha trovato il telefono dell'altro, uno è entrato nello sfondo della foto dell'altro senza sapere di essere ripreso. Il selfie è il punto di partenza di un incontro che non sarebbe avvenuto altrimenti.

La struttura dell'assenza: un personaggio non appare mai nei selfie degli altri: è sempre quello che fotografa, mai quello che viene fotografato, e questa assenza sistematica è il modo in cui il film racconta la sua invisibilità, la sua solitudine, la sua scelta deliberata di stare fuori campo dalla vita degli altri.

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Le Tre Bozze di Cortometraggi

Bozza n° 1 - Titolo: "IL MONDO DIETRO"

- Logline

Un turista italiano di quarantadue anni che ha trascorso dieci giorni a Parigi scattando centinaia di selfie scopre, grazie a una bambina di sette anni che gli parla per strada, di non avere una sola fotografia della città che ha appena visitato: solo fotografie di se stesso davanti a essa.

- I Personaggi

ANDREA, 42 anni. Agente immobiliare di Milano, separato da due anni, in vacanza da solo per la prima volta nella vita adulta. Porta con sé lo smartphone ultimo modello ed una lista di posti da visitare (la Tour Eiffel, il Louvre, Montmartre, Notre-Dame,...) ciascuno dei quali ha già documentato con i selfie corrispondenti. Andrea non è un cattivo personaggio: è una persona che ha imparato, nell'era dei social media, che l'esperienza conta meno della sua documentazione. Non lo sa ancora. Sta per saperlo.

CHIARA, 7 anni. Turista francese (i suoi genitori sono in una città vicina con lei per il weekend), con quella curiosità senza filtri che i bambini piccoli hanno e che gli adulti smettono di praticare in modo inversamente proporzionale all'età. Non sa cos'è un selfie, o meglio: sa cos'è, ma non capisce perché qualcuno preferisca guardarsi in faccia invece di guardare le cose.

MATTEO (voce al telefono, personaggio non visibile). Il migliore amico di Andrea, rimasto a Milano. È lui il destinatario della maggior parte dei selfie, ed è attraverso la sua reazione che è prima divertita, poi insolitamente silenziosa, che Andrea comincia a percepire qualcosa che non riesce ancora a nominare.


* Le Scene

SCENA 1 - La Torre e il selfie perfetto (circa 2 minuti)

Piazza del Trocadéro, Parigi, mattina. Andrea è in posizione, smartphone alzato, Tour Eiffel perfettamente centrata dietro di lui. Cambia angolazione tre volte. Controlla lo schermo. Ritocca la luce con il filtro. Scatta.

Guarda la foto. La carica sui social con la caption: "Finalmente ci sono!" e la hashtag #Paris #TourEiffel #viaggio.

ANDREA
(al telefono, mentre cammina)
:
"Matteo, hai visto la foto?"

MATTEO
(voce)
:
"Ho visto. Bella."

ANDREA:
"Il cielo era perfetto stamattina."

MATTEO:
"Sì. Ma... la torre è quasi tutta tagliata."

ANDREA
(guardando la foto)
:
"È il formato panoramico. Fa effetto."

MATTEO:
"Mah."

Pausa. Andrea rimette il telefono in tasca e si volta verso la Torre Eiffel, quella vera, quella enorme davanti a lui. La guarda per la prima volta in cinque minuti. Poi tira fuori il telefono per scattare ancora.


SCENA 2 - Al Louvre: la fila dei selfie
(circa 1 minuto 30 secondi)

Davanti alla Gioconda. Una fila di turisti ognuno con lo smartphone alzato, ognuno che fa un selfie con il dipinto sullo sfondo. Andrea è in fila come gli altri. Scatta. Poi guarda lo schermo: lui è a fuoco perfettamente, la Gioconda sullo sfondo è piccola, lontana, quasi irriconoscibile.

ANDREA
(all'uomo accanto)
:
"Mi fa uno... così sarò io a mettere a fuoco la Gioconda e non me?"

L'uomo lo guarda perplesso. Non parla italiano. Andrea indica il telefono, poi la Gioconda, poi l'uomo. L'uomo capisce, prende il telefono. Scatta una foto. In questa foto, Andrea è di spalle, aveva già girato la testa a guardare il dipinto nel momento dell'indugio, e la Gioconda è perfettamente inquadrata, bellissima. Andrea sul display non appare quasi.

Andrea guarda la foto un momento. Poi la cancella.


SCENA 3 - Chiara e la domanda impossibile
(circa 3 minuti 30 secondi)

Montmartre, pomeriggio. Andrea è seduto sui gradini davanti al Sacro Cuore, smartphone in mano, a scorrere le sue foto. Chiara gli si siede accanto con la naturalezza dei bambini che non capiscono il concetto di spazio personale degli adulti.

CHIARA
(in italiano imperfetto ma comprensibile, con accento francese)
:
"Stai guardando le foto di Parigi?"

ANDREA
(senza alzare gli occhi)
:
"Sì."

CHIARA:
"Posso vedere?"

Andrea, per istinto di gentilezza, le passa il telefono. Chiara scorre le foto. Scorre. Scorre. La sua espressione cambia.

CHIARA:
"Ma ci sei sempre solo tu."

ANDREA:
"Sono selfie."

CHIARA:
"Cosa sono selfie?"

ANDREA:
"Foto che fai a te stesso."

CHIARA
(ci pensa)
:
"Ma perché? Non sai già com'è la tua faccia?"

Andrea la guarda. È la domanda più semplice del mondo e non ha una risposta pronta.

ANDREA:
"Serve a... ricordare che c'ero."

CHIARA:
"Ma tu lo sai che c'eri. Ci sei tu. Non ci sei le cose."

Scorre ancora le foto.

CHIARA:
"Dov'è Parigi nelle tue foto?"

Andrea prende il telefono. Scorre lui stesso le proprie foto, sono centosette foto in dieci giorni. Lui davanti alla Torre. Lui davanti al Louvre. Lui davanti a Notre-Dame. Lui al ristorante con il piatto sullo sfondo. Lui al tramonto sulle rive della Senna.

Lui. Lui. Lui.

ANDREA
(piano)
:
"Non lo so."


SCENA 4 - Il Selfie Diverso
(circa 2 minuti)

Andrea rimane seduto sui gradini dopo che Chiara se n'è andata, richiamata dai genitori. Guarda Parigi dalla collina di Montmartre: i tetti, le cupole, la luce pomeridiana che tinge tutto di dorato. Tira fuori il telefono. Lo alza come per fare l'ennesimo selfie.

Si ferma. Abbassa il telefono.

Lo rialza, ma questa volta girato. Riprende la città. La città sola, senza lui. Scatta. Guarda la foto. È la più bella che abbia mai scattato in dieci giorni.

La manda a Matteo. Senza caption.

MATTEO
(risponde subito)
:
"Finalmente."

Andrea rimette il telefono in tasca. Resta a guardare la città. Per la prima volta in dieci giorni, non sta guardando lo schermo.


SCENA 5 - L'Ultimo Selfie: il Finale
(circa 1 minuto e 30 secondi)

Aeroporto Charles de Gaulle, la mattina dopo. Andrea aspetta il volo. Tira fuori il telefono. Apre la camera. La punta verso di sé: è il vecchio riflesso. Poi si guarda nello schermo per un momento, come se stesse valutando qualcosa.

Poi gira il telefono e fotografa la sala d'attesa: le persone, le valigie, la luce dell'alba che entra dai finestroni. Una foto piena di vita di cui non fa parte.

FINE

 

* Il Tema e il Valore Filmico

"Il Mondo Dietro" affronta uno dei paradossi più acuti della contemporaneità: viviamo nell'era in cui è più facile che mai documentare la realtà, ma documentiamo principalmente noi stessi dentro di essa, perdendo spesso il contatto con la realtà stessa. Il film usa la semplicità disarmante di una bambina di sette anni per dire quello che gli adulti intorno ad Andrea non osano o non sanno dire.

Il valore filmico è nella sua universalità: chiunque abbia mai fatto un selfie, e siamo praticamente tutti, si riconosce in Andrea, e quella riconoscenza produce una riflessione che il film non impone ma suggerisce. Non è un film moralistico: non dice che i selfie siano sbagliati. Dice che vale la pena, ogni tanto, di girare il cellulare.


* Consigli Tecnici

- Allo sceneggiatore: Considera di aggiungere una scena intermedia, tra la scena 2 (Louvre) e la scena 3 (Montmartre), in cui Andrea pubblica una serie di selfie sui social e vediamo i like ed i commenti arrivare sullo schermo. Questo stabilisce visivamente la dinamica della validazione sociale come motore del comportamento prima che Chiara la smonti con la sua domanda innocente. La frase "Non sai già com'è la tua faccia?" di Chiara è il fulcro del film: assicurati che il silenzio che segue sia scritto esplicitamente nella sceneggiatura, con una durata minima di cinque secondi.

- Al regista: Chiara è il personaggio più difficile da dirigere perché deve sembrare completamente inconsapevole dell'effetto che le sue domande producono: non è una bambina filosofica che fa domande sagge deliberatamente, è una bambina curiosa che fa la domanda più ovvia del mondo e non capisce perché l'adulto ci mette così tanto a rispondere. Cerca una bambina con questa qualità naturale, non una che "reciti" la precocità. Per Andrea, il momento chiave è la scena 3 quando scorre le proprie foto e capisce: questo non deve essere teatrale, deve essere intimo, quasi privato. Usa la telecamera da lontano in quel momento.

- Al direttore della fotografia: Le scene dei selfie di Andrea devono essere girate in modo che il pubblico veda sempre sia lo schermo del telefono sia il soggetto reale, come la Tour Eiffel, il Louvre,.. in modo che la differenza tra l'immagine catturata e la realtà sia visivamente eloquente. Un 35mm in questi momenti, con profondità di campo sufficiente a tenere a fuoco sia l'attore in primo piano sia il monumento sullo sfondo. La scena 4 (il selfie girato) va girata con la luce dorata del pomeriggio parigino: quella luce fa il 50% del lavoro emotivo.

- Al montatore: Il momento in cui Andrea scorre le proprie foto nella scena 3 può essere montato con un ritmo musicale come un taglio veloce sulle foto (con lui, lui, lui) che crea un effetto di accumulo e di vertigine prima della pausa su quella di Chiara che dice "Ma ci sei sempre solo tu". La scena finale (aeroporto) deve avere un ritmo completamente diverso da tutto il film: lento, quasi immobile, come se il personaggio stesse imparando a non avere fretta.

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   * ATTENZIONELe idee presentate in questo articolo sono solo spunti iniziali di idee da sviluppare ulteriormente. Vi invitiamo a selezionarne una e a personalizzarla, arricchendola con dettagli, personaggi secondari e sviluppando o modificando l'idea base. Qualora decideste di ampliare una di queste bozze in una sceneggiatura completa e di realizzarla, vi preghiamo di comunicarcelo. Saremo lieti di promuovere la vostra opera sul nostro sito.

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