La Coscienza Critica del Vivere Oggi:
come siamo diventati quello che siamo

Analisi di un'epoca e tre bozze di sceneggiatura
per chi vuole raccontarla senza le solite storie

 coscienza critica Esperto 600

* Osservare prima di Raccontare

Il Problema non è la Tecnologia. Il Problema siamo Noi.

C'è una tentazione che ogni sceneggiatore che voglia affrontare il tema della vita contemporanea deve resistere con forza: quella di fare un film sulla tecnologia. I telefoni, i social media, i like, il confronto ossessivo con le vite degli altri,... tutto questo è reale, tutto questo ha conseguenze culturali e psicologiche profonde, ma se il film diventa una critica allo smartphone è già un film che ha sbagliato bersaglio.

Lo smartphone non è la causa. Lo smartphone è il sintomo. Che cosa sia la causa è la domanda a cui uno sceneggiatore deve rispondere prima di scrivere una sola battuta, perché da quella risposta dipende tutto: il tipo di personaggi, il tipo di conflitto, il tipo di finale.

Una risposta, dopo anni di osservazione delle persone intorno a noi, con quell'attenzione spiata che è il mestiere tipico di chi scrive storie, è questa: la causa è la paura del silenzio. Non il silenzio fisico cioè non la mancanza di rumore, ma il silenzio interiore. Quella qualità di vuoto e di quiete in cui, se ci si ferma abbastanza a lungo, si comincia a sentire quello che si pensa davvero, quello che si vuole davvero, quello che si teme davvero.

Quella qualità di silenzio è diventata intollerabile. E tutto il rumore che riempiamo nelle nostre giornate dalle notifiche, i podcast nelle cuffiette mentre si cammina, la televisione accesa come sfondo, lo scroll infinito prima di dormire, è il sistema che abbiamo costruito per non doverci fermare e ascoltare.


Come vivono i giovani: la performance dell'esistenza

I ragazzi tra i sedici ed i trent'anni sono la prima generazione nella storia umana che ha imparato a costruire un'identità pubblica prima di aver costruito un'identità privata. L'identità pubblica è quella che si mostra agli altri sui social, nelle foto, nei reel, ed è curata, editata, filtrata. L'identità privata è quella che si sperimenta nel buio della propria stanza, nel silenzio della propria testa, nelle conversazioni che non vengono registrate.

Il problema non è che abbiano un'identità pubblica. Ogni essere umano in ogni epoca ha avuto una faccia che mostrava al mondo ed una che teneva per sé. Il problema è il rapporto quantitativo tra le due: per molti giovani di oggi, l'identità pubblica occupa uno spazio così dilatato dopo ore di costruzione, di valutazione, di confronto, che l'identità privata non ha più il tempo e lo spazio per svilupparsi.

Quello che ne risulta è qualcosa che gli psicologi chiamano "vuoto identitario" ma che gli sceneggiatori riconoscono come dramma puro: personaggi che non sanno chi sono quando nessuno li guarda.

C'è però un'altra faccia dei giovani che il cinema raramente racconta con onestà: l'intelligenza acuta con cui molti di loro guardano il mondo. I ragazzi di vent'anni sanno cose sui meccanismi del capitalismo, sull'emergenza climatica, sulle ipocrisie del sistema politico che le generazioni precedenti non sapevano a quell'età. Hanno accesso ad informazioni, a prospettive, a storie diverse con una ricchezza che nessuna generazione precedente ha avuto. Il paradosso è che questa ricchezza cognitiva coesiste con una povertà esperienziale sempre più profonda: sanno molte cose ma ne hanno vissute poche, poche davvero.


Come vivono gli adulti: il tempo che non basta mai

La generazione tra i trentacinque ed i cinquant'anni è quella che sta pagando il prezzo più alto, in termini di pressione quotidiana, del modo in cui abbiamo organizzato la vita contemporanea. Sono la generazione di mezzo nel senso più letterale: troppo giovani per aver già fatto tutto quello che volevano fare, troppo vecchi per rimandare; con figli piccoli od adolescenti che richiedono presenza, con genitori anziani che iniziano ad averne bisogno, con un lavoro che nella migliore delle ipotesi occupa quaranta ore settimanali e nella norma di più; con un mutuo od un affitto che mangiano una fetta consistente del reddito; con la sensazione persistente di essere sempre in ritardo su tutto.

Il modo in cui questa generazione gestisce quella pressione è spesso attraverso la procrastinazione del pensiero: non c'è tempo per chiedersi se si è felici, per domandarsi se la direzione che si sta prendendo è quella giusta, per sedersi e pensare. C'è tempo per fare, per produrre, per gestire. Il pensiero critico sulla propria vita, quella forma di autoriflessione che in psicologia si chiama "metacognizione", viene sistematicamente spostato a "quando i bambini saranno grandi", a "quando il mutuo sarà finito", a "quando sarò in pensione".

Per uno sceneggiatore, questa generazione è tra le più interessanti da ritrarre perché le sue contraddizioni sono strutturali, non psicologiche: non è che le persone di quarant'anni siano stupide o incapaci di riflessione. È che il sistema in cui vivono non lascia quasi nessuno spazio fisico e temporale per quella riflessione.


Come vivono gli anziani: la velocità che li esclude

Gli anziani di oggi, quelli tra i settanta e gli ottantacinque anni, sono la generazione che ha visto il mondo cambiare più volte nella propria vita, con accelerazioni sempre più brusche. Hanno vissuto l'Italia del dopoguerra, il miracolo economico, il '68, il terrorismo, la televisione, il crollo del Muro, l'euro, internet, lo smartphone. Ogni cambiamento ha richiesto un adattamento, e molti di loro quell'adattamento lo hanno fatto con una flessibilità sorprendente.

Ma l'accelerazione degli ultimi dieci anni ha qualcosa di qualitativamente diverso da tutti i cambiamenti precedenti: non è un cambio di contenuto (prima si usava la posta, poi il fax, poi l'email) ma un cambio di struttura cognitiva. Il digitale non chiede solo di imparare nuovi strumenti: chiede di pensare in modo diverso, di gestire informazioni in modo diverso, di costruire relazioni in modo diverso. E questa richiesta, per molti anziani, è troppo profonda per essere accolta senza perdere qualcosa di fondamentale.

Il risultato è un'esclusione silenziosa e progressiva. Non l'esclusione drammatica della povertà o della malattia: l'esclusione sottile di chi non capisce le conversazioni intorno a lui, di chi non sa come funzionano le cose che le persone intorno a lui danno per scontate, di chi si sente sempre un passo indietro rispetto a un mondo che non aspetta.

Quello che nessuno racconta abbastanza, però, è ciò che gli anziani hanno ed i giovani non hanno ancora: la prospettiva. Chi ha ottant'anni ed ha visto abbastanza, sa che la maggior parte delle urgenze che sembrano assolute sono provvisorie. Sa che il dolore passa, che le mode passano, che anche le certezze passano. Questa saggezza che è non sempre articolata, spesso incarnata più che espressa, è uno degli elementi più preziosi che la nostra cultura contemporanea sta sistematicamente perdendo nel momento in cui esclude gli anziani dalla conversazione pubblica.


La questione centrale: cosa significa vivere bene adesso

Quello che attraversa tutte e tre le generazioni, e che uno sceneggiatore attento può trovare come tema comune, come punto di contatto tra storie altrimenti molto diverse, è la domanda fondamentale: cosa significa vivere bene, adesso, in questo momento storico specifico?

Non è una domanda retorica. È la domanda più urgente e più trascurata della contemporaneità. I giovani tendono a rispondere con la performance (vivere bene significa sembrare che si stia vivendo bene). Gli adulti tendono a rispondere con la produzione (vivere bene significa fare bene le cose che ci si è impegnati a fare). Gli anziani tendono a rispondere con la relazione (vivere bene significa avere qualcuno con cui stare). Nessuna di queste tre risposte è sbagliata. Ma nessuna è completa.

Il cinema, il cortometraggio in particolare, con la sua capacità di concentrare tutto in pochi minuti, può mettere a confronto queste tre risposte, mostrare dove si scontrano e dove si completano, e lasciare allo spettatore la libertà di scegliere la propria. Non con un film che insegna qualcosa: con un film che mostra qualcosa, che mette qualcosa davanti agli occhi, e poi tace.

 

Le tre Bozze di Cortometraggio

Bozza n° 1 - "L'ESPERTO"

Logline

Un celebre professore di filosofia di sessantotto anni, autore di saggi sulla crisi dell'attenzione e la morte dell'interiorità nell'era digitale, viene sorpreso dalla nipote di ventidue anni mentre usa Instagram compulsivamente alle tre di notte: il confronto tra quello che ha insegnato tutta la vita e quello che fa nella realtà è il film.

I Personaggi

PROFESSOR GIACOMO FERRETTI, 68 anni. Filosofo e saggista, docente universitario a Bologna fino all'anno scorso, ora in pensione anticipata. Ha scritto tre libri che sono stati letti e discussi in tutto il paese: uno sulla crisi dell'attenzione nell'era digitale, uno sulla morte della lentezza nella società contemporanea, il terzo sulla necessità di recuperare il silenzio come pratica spirituale laica. È stato ospite di programmi televisivi, ha tenuto conferenze in mezza Europa, è citato nei corsi universitari. Sa tutto, nel senso più preciso, sul danno che lo smartphone sta facendo alla vita interiore delle persone. Sa tutto. E da sei mesi, da quando sua moglie è morta di un tumore rapido e silenzioso, passa le notti a scorrere Instagram, a guardare i profili di persone che non conosce, a mettere like a foto di paesaggi che non vedrà mai.

GIULIA, 22 anni. La figlia della figlia di Giacomo, sua nipote, dunque, ma cresciuta con lui in modo quasi continuo perché la madre lavorava all'estero. Ha studiato comunicazione digitale all'università, gestisce i social media di alcune piccole aziende, sa esattamente come funzionano gli algoritmi e le dinamiche di dipendenza delle piattaforme. Non ha letto i libri del nonno, o meglio: ne ha letti dei pezzi, qua e là, quando il nonno le diceva "questo ti riguarda" e lei si sentiva in colpa a non leggere. È venuta a trovare il nonno per il fine settimana perché era preoccupata per lui, anche se non lo ha detto esplicitamente.


* Le Scene

SCENA 1 - Il rituale della notte (circa 1 minuto 30 secondi)

Un appartamento bolognese, tre di notte. Il salotto buio. Giacomo siede sulla sua poltrona preferita, quella in cui leggeva, in cui scriveva, in cui pensava, con il telefono illuminato davanti al viso. Lo schermo gli tinge il viso di una luce azzurra che lo fa sembrare più vecchio di quanto non sia.

Scorre. Scorre. Si ferma su una foto. La guarda. Scorre. Si ferma su un video, è un tramonto da qualche parte nel mondo. Lo guarda fino in fondo. Torna a scorrere.

Dal corridoio, Giulia appare in pigiama: si è alzata per bere dell'acqua. Si ferma sulla soglia della porta del salotto. Vede il nonno. Il nonno non la vede. Rimane ferma a guardarlo per dieci secondi che sembrano molto di più.

Poi dice, piano:

GIULIA:
"Nonno."

Giacomo alza la testa di scatto: ha la reazione di chi è stato colto in fallo.

GIACOMO:
"Giulia. Non riuscivo a dormire."

GIULIA
(guardando il telefono)
:
"Lo so."


SCENA 2 - Il tentativo di spiegazione
(2 minuti)

Si siedono in cucina. Giacomo prepara la camomilla con quella precisione rituale che hanno le persone anziane per i gesti notturni. Giulia lo guarda senza parlare, aspettando.

GIACOMO
(senza voltarsi)
:
"Non dire niente."

GIULIA:
"Non stavo dicendo niente."

GIACOMO:
"Stai pensando qualcosa di molto rumoroso."

GIULIA:
"Pensavo che era esattamente quello che descrivi nel capitolo quinto de 'Il Silenzio Rubato'."

GIACOMO
(si volta)
:
"Hai letto il capitolo quinto?"

GIULIA:
"Ho letto tutto il libro. Te l'ho detto a Natale."

GIACOMO:
"Non mi ricordavo."

Silenzio. Si siedono.

GIACOMO:
"Nel capitolo quinto parlo della funzione sostitutiva delle immagini digitali nell'elaborazione del lutto."

GIULIA:
"Lo so.
Hai scritto che è una forma di negazione."

GIACOMO:
"L'ho scritto tre anni fa.
Quando non avevo ancora avuto bisogno di elaborare un lutto serio."

GIULIA
(piano)
:
"E adesso?"

GIACOMO
(lungo silenzio)
:
"Adesso penso che avessi ragione.
E non riesco a smettere lo stesso."


SCENA 3 - Il cuore del conflitto
(circa 3 minuti)

GIULIA:
"Posso dirti una cosa senza che tu ti arrabbi?"

GIACOMO:
"Non posso garantirlo."

GIULIA:
"I tuoi libri, specialmente il secondo, hanno fatto sentire in colpa milioni di persone
per il modo in cui usavano il telefono.
Ho amici che li hanno letti e per settimane si sono odiati ogni volta che guardavano Instagram."

GIACOMO:
"Forse era necessario."

GIULIA:
"Forse.
Ma nessuno di loro ha smesso.
Si sono solo sentiti peggio."

GIACOMO:
"Sentirsi peggio è il primo passo per cambiare."

GIULIA:
"No, nonno.
Sentirsi peggio di solito è il primo passo per smettere di provarci.
La vergogna non funziona come strumento di cambiamento.
Lo dicono tutti gli studi di psicologia comportamentale."

Giacomo la guarda. Non replica immediatamente, e questo è insolito per un uomo che ha trascorso la vita a replicare.

GIACOMO:
"Ed allora cosa funziona?"

GIULIA:
"Capire perché si fa. Non giudicarlo.
E poi, piano piano, trovare qualcos'altro."

GIACOMO:
"Stai applicando su di me le teorie che usi per i tuoi clienti di marketing digitale?"

GIULIA
(sorride)
:
"Le applico a me stessa ogni giorno.
Anche io scorro Instagram alle tre di notte a volte.
Non perché sono stupida.
Perché è il momento in cui ho paura di stare sola con i miei pensieri."

GIACOMO
(voce bassa)
:
"Sì. È esattamente così."


SCENA 4 - La rivelazione ed il finale
(2 minuti 30 secondi)

GIULIA:
"Nonno.
Posso chiederti una cosa sul libro?"

GIACOMO:
"Sì."

GIULIA:
"Quando hai scritto il capitolo sul lutto digitale. Tre anni fa.
Stavi bene tu e la nonna. Vivevate insieme da quarant'anni.
Cosa ti ha fatto pensare a quello che succede quando si perde qualcuno?"

Pausa lunga.

GIACOMO:
"Stavo descrivendo qualcosa che vedevo negli altri.
Come si fa con la filosofia: si osserva, si analizza, si teorizza.
Credevo di capirlo.
Credevo che capirlo intellettualmente significasse capirlo davvero."

GIULIA:
"E adesso?"

GIACOMO:
"Adesso so che esiste una differenza enorme tra capire una cosa e averla vissuta.
E che la filosofia, a volte, è un modo molto sofisticato per evitare di vivere le cose."

GIULIA:
"Quindi quello che scrivi è vero e sbagliato allo stesso tempo."

GIACOMO:
"Sì.
È il destino di quasi tutto quello che si scrive: vero quando lo scrivi, incompleto quando lo vivi."

Pausa. Giulia prende il telefono di Giacomo che è sul tavolo. Lo guarda.

GIULIA:
"Cosa guardavi stanotte?"

GIACOMO:
"Foto di posti dove siamo stati insieme. Io e tua nonna.
Qualcuno li pubblica ancora, di quei posti.
Come se il mondo non si fosse fermato."

GIULIA
(rimette il telefono sul tavolo)
:
"Non è negazione, nonno. È cercare le tracce di qualcuno."

GIACOMO
(la guarda)
:
"Non l'ho scritto così nel libro."

GIULIA:
"Lo so.
Ma forse dovresti riscrivere quel capitolo."

Giacomo guarda il telefono. Poi guarda la nipote. Poi dice, con quella umiltà che viene solo da quando si ha abbastanza età per smettere di difendersi:

GIACOMO:
"Forse sì."

FINE


* Il Tema ed il Valore filmico

"L'Esperto" affronta uno dei paradossi più acuti della contemporaneità: la distanza tra il sapere teorico ed il vivere pratico, tra quello che si sa che si dovrebbe fare e quello che si fa. Ma lo fa attraverso un personaggio insolito, non il ragazzo giovane che non sa, ma il vecchio saggio che sa tutto e non riesce lo stesso. Questa inversione dell'aspettativa narrativa rende il film più onesto e più potente di qualsiasi storia convenzionale sulla dipendenza digitale.

Il valore filmico è nella sua dimensione epistemologica: il film dice qualcosa di radicalmente vero sull'insufficienza della comprensione intellettuale come strumento di trasformazione. Capire perché si fa qualcosa, non è sufficiente per smettere di farlo. Questa verità vale per il professor Ferretti e per chiunque sieda in sala a guardare il film.

* Consigli Tecnici

- Allo sceneggiatore: La scena 3 è il cuore del film e rischia di diventare un dibattito filosofico invece di un dialogo tra due persone. Il modo per evitarlo è mantenere la fisicità dei personaggi attiva durante quella scena: Giacomo che prepara la camomilla, Giulia che tiene le mani intorno alla tazza, il vapore che sale. Il corpo deve stare in movimento mentre la mente parla. Considera di aggiungere un momento in cui Giacomo, durante il dialogo, tira fuori il telefono senza rendersi conto di farlo e poi lo rimette in tasca, anche questo senza rendersene conto. Giulia lo vede. Non lo dice. Quel gesto vale più di dieci battute.

- Al regista: Giacomo non deve mai sembrare il personaggio che viene smontato, non deve essere la vittima del film. È un uomo intelligentissimo che si trova in una situazione che la sua intelligenza non risolve. La chiave per l'attore è mantenere la dignità intellettuale anche nei momenti di vulnerabilità: non è il professore che crolla, è il professore che incontra qualcosa di più grande della suacarica, della sua professionalità (la professura). Giulia non è la "giovane saggia" che insegna al vecchio: è una ragazza di ventidue anni che sta capendo cose mentre le dice, in tempo reale. Questa qualità di scoperta nel dialogo deve essere visibile.

- Al direttore della fotografia: La scena 1 (Giacomo con il telefono di notte) va girata con la sola luce dello schermo come fonte: quell'azzurro digitale che tinge il viso. Nessuna luce aggiuntiva: il contrasto tra il buio del salotto e l'intensità dello schermo racconta tutto il film in un'immagine sola. La cucina nella scena 2 e 3 deve avere la luce calda e bassa della notte: una lampada accesa sul piano della cucina, tutto il resto in penombra. Usa un 50mm per la maggior parte del film: è la distanza naturale, quella di qualcuno che osserva senza giudicare.

- Al montatore: Il film ha due ritmi distinti: il ritmo dello scorrere del feed (veloce, frammentato, ipnotico come la scena 1) e il ritmo del dialogo notturno (lento, presente, umano). Questo contrasto deve essere esplicito nel montaggio: la scena 1 può avere un taglio più dinamico, con l'alternanza tra il viso di Giacomo e le immagini che guarda; le scene successive devono rallentare nettamente. Chiudi il film non su Giacomo né su Giulia ma sul telefono sul tavolo della cucina: spento, silenzioso, piccolo nella luce della cucina. Un oggetto ordinario.

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    * ATTENZIONELe idee presentate in questo articolo sono solo spunti iniziali di idee da sviluppare ulteriormente. Vi invitiamo a selezionarne una e a personalizzarla, arricchendola con dettagli, personaggi secondari e sviluppando o modificando l'idea base. Qualora decideste di ampliare una di queste bozze in una sceneggiatura completa e di realizzarla, vi preghiamo di comunicarcelo. Saremo lieti di promuovere la vostra opera sul nostro sito.