Il film “Solaris” di Andrej Tarkovskij è un capolavoro di fantascienza filosofica e psicologica del 1972 che, attraverso un ritmo lento e meditativo fatto di lunghi piani-sequenza e silenzi carichi di tensione, esplora i confini della coscienza umana, del ricordo e del senso di colpa di fronte ad una intelligenza aliena inafferrabile, dove il pianeta Solaris materializza fisicamente i desideri ed i traumi più profondi dei cosmonauti sotto forma di “visitatori” che li costringono ad una dolorosa introspezione esistenziale, mettendo radicalmente in discussione i limiti della scienza razionale e della tecnologia rispetto all’imperscrutabilità dell’amore, della memoria e dell’identità.
Questo kit cerca di assorbire l’atmosfera di Solaris senza replicarne trama o le dinamiche: è pensato per assorbire lo spirito emotivo, metafisico e ipnotico di Solaris ovvero memoria incarnata, colpa, desiderio, ritorno impossibile, spazio che reagisce all’inconscio ma senza copiarne trama, ambientazione o personaggi.
Kit dal Titolo: La Serra dei Nomi Perduti
- Logline
Una conservatrice di semi torna in una serra alpina abbandonata per chiuderla definitivamente, ma le piante del luogo iniziano a restituirle la presenza viva della sorella morta anni prima, costringendola a capire se sta affrontando un fantasma, un ricordo o una colpa che non ha mai smesso di crescere.
- Genere
Drammatico, fantasy psicologico, mistero, ipnotico.
- Durata ideale
15–20 minuti.
- Nucleo d’ispirazione
Qui l’eco di Solaris non passa dallo spazio cosmico, ma da uno spazio organico e vivente: una serra che assorbe tracce emotive e le restituisce sotto forma di presenza. Il “pianeta” diventa la materia vegetale.
Il “ritorno impossibile” diventa una persona amata ricostruita da memoria, colpa e desiderio.
- Personaggi principali
Ada Merisi - protagonista
Età: 36 anni.
Professione: conservatrice botanica, archivista di semi antichi.
Aspetto: precisa, pulita, essenziale; mani sempre coperte da guanti sottili; capelli raccolti; postura chiusa.
Temperamento: razionale, controllata, incapace di lasciare qualcosa “in disordine”, anche emotivamente.
Ferita interiore: non ha mai elaborato la morte della sorella Lidia, scomparsa durante una tormenta anni prima.
Desiderio esterno: chiudere la serra, catalogare tutto, andare via.
Desiderio profondo: essere assolta, anche se non riesce ad ammetterlo.
Paura: che il caos emotivo le faccia perdere identità e controllo.
Contraddizione drammatica: studia la vita, ma ha imparato a viverla solo in forma classificata, sterile.
Gesti caratteristici: sistema etichette, allinea oggetti, evita il contatto diretto con terra e foglie.
Arco: passa dal bisogno di dominare il ricordo al coraggio di lasciarsi giudicare da esso.
Lidia Merisi - sorella/presenza
Età apparente: 28 anni.
Aspetto: scalza o quasi, capelli umidi, vestiti semplici, come se fosse uscita da un luogo sospeso nel tempo.
Presenza scenica: calma, sensuale nel rapporto con l’ambiente, inquietante perché troppo naturale.
Funzione drammatica: non è un “fantasma horror”, ma una presenza che conosce Ada più di quanto Ada conosca sé stessa.
Voce: morbida, affettuosa, ma capace di colpire nei punti giusti.
Ambiguità: è davvero Lidia? È una proiezione della serra? O un organismo nato dai ricordi di Ada?
Marino - custode della serra
Età: 63 anni.
Professione: ex giardiniere, ex tuttofare del centro di ricerca.
Aspetto: mani rovinate, movimenti lenti, sguardo stanco ma lucidissimo.
Temperamento: parla poco, osserva molto.
Funzione drammatica: è il guardiano del luogo e il primo a capire che Ada non è venuta lì solo per chiudere un edificio.
Battuta-chiave di personaggio: “Le piante non dimenticano. Al massimo cambiano lingua.”
- La Storia
- Ada arriva di sera alla serra alpina “Meridiana”, chiusa da anni dopo la morte del direttore scientifico.
- È venuta per inventariare gli ultimi campioni e firmare la chiusura definitiva del complesso.
- La struttura è un dedalo di vetro, condensa, tubi, acqua di raccolta e ombre vegetali.
- Marino le apre senza sorpresa, quasi si aspettasse il suo ritorno.
- Ada si impone un metodo: tre ore di catalogazione, una notte, poi via.
- In una stanza tropicale trova un’etichetta recente con scritto a mano il suo vecchio soprannome d’infanzia.
- Nessuno dovrebbe conoscerlo, tranne sua sorella Lidia.
- Ada si irrigidisce, attribuisce tutto a uno scherzo o a un errore del vecchio personale.
- Durante la catalogazione sente un bisbiglio provenire dal reparto delle piante notturne.
- È una voce femminile che pronuncia: “Hai rimesso i nomi al posto sbagliato, come sempre.”
- Ada segue il suono e intravede Lidia in fondo al corridoio umido.
- La figura non fugge: la guarda, sfiora una foglia, sorride come se il tempo non fosse passato.
- Ada crede di avere un crollo nervoso e si chiude in laboratorio per controllare i parametri ambientali.
- I sensori segnano un’anomalia: le piante stanno reagendo al suo battito cardiaco.
- Marino le dice che da anni la serra “restituisce persone” a chi entra portandosi dietro qualcosa di vivo e irrisolto.
- Ada lo accusa di crudeltà, ma quella notte Lidia compare di nuovo, stavolta seduta sul banco dove da ragazzine nascondevano semi rubati.
- Lidia non parla come un fantasma: ricorda dettagli privati, vergogne, risentimenti, una lite avuta poche ore prima della tormenta.
- Ada aveva detto alla sorella di smetterla di vivere “come se niente avesse conseguenze”.
- Lidia, ferita, era uscita da sola nel bosco di neve; da lì non era più tornata.
- Ada ha sempre creduto di averla spinta verso quella morte con le sue parole.
- Nel cuore della notte la serra esplode di fioritura improvvisa: petali, spore, odori dell’infanzia, suoni del passato.
- Ada vuole bruciare tutto, ma Lidia la implora di non cancellarla un’altra volta.
- Mentre le due si confrontano, Ada nota qualcosa di impossibile: sui monitor, la presenza di Lidia produce dati biologici stabili, mentre i suoi stessi parametri diventano intermittenti.
- Marino la conduce allora in una cella fredda dove conserva vecchie videocassette del giorno della tormenta.
- Ada scopre l’insostenibile verità: quella che morì davvero non fu Lidia, ma lei; la serra, impregnata di tracce organiche e memoria affettiva, ha continuato a ricostruire Ada negli anni per permettere alla vera Lidia di rivederla.
- All’alba arriva Lidia reale, più vecchia, stanca, viva: spegne l’impianto, guarda Ada per l’ultima volta e le dice “adesso posso lasciarti andare”; Ada sorride, finalmente senza paura, e si dissolve nel pulviscolo dei semi.
* 5 scene chiave con battute
Scena 1 - Ingresso nella serra
Ada entra. L’aria è troppo calda per essere naturale. Marino chiude la porta alle sue spalle.
Marino: “Il vetro di notte fa sembrare tutto vicino. Non ti fidare.”
Ada: “Sono qui per chiudere un archivio, non per ascoltare superstizioni.”
Marino: “Gli archivi sono superstizioni con un buon ordine alfabetico.”
Scena 2 - Prima apparizione di Lidia
Tra le foglie, una sagoma si stacca dal verde.
Lidia: “Hai ancora paura di sporcarti le mani?”
Ada: “Tu non esisti.”
Lidia: “Questo non mi ha mai impedito di ferirti.”
Scena 3 - La lite sepolta riemerge
Ada e Lidia si fronteggiano nella stanza delle orchidee notturne.
Ada: “Ti ho detto di fermarti. Di crescere.”
Lidia: “No. Mi hai detto di diventare come te.”
Ada: “Volevo salvarti.”
Lidia: “No. Volevi non vergognarti di me.”
Scena 4 - Ada decide di distruggere tutto
Con una tanica di alcol, Ada vuole incendiare il reparto centrale.
Ada: “Sei una trappola. Una cosa fatta di me.”
Lidia: “E tu cosa credi di essere stata per tutti questi anni?”
Ada: “Io sono quella che è rimasta.”
Lidia: “No. Sei quella che non è riuscita ad andarsene.”
Scena 5 - Rivelazione finale
Lidia reale entra all’alba. Ada la guarda e capisce.
Ada: “Tu… sei invecchiata.”
Lidia reale: “Qualcuna di noi doveva farlo.”
Ada: “Perché sei tornata ogni anno?”
Lidia reale: “Perché il dolore è l’unico posto dove ti ritrovavo ancora.”
- Finale inaspettato
Il colpo di scena non è soltanto che la serra “produce presenze”, ma che la protagonista stessa è una presenza.
Quindi tutto il cortometraggio cambia retroattivamente: non stiamo guardando il ritorno della sorella morta, ma il ritorno impossibile di Ada attraverso il desiderio di Lidia.
È un finale forte perché non è puro effetto: ridefinisce il tema centrale, cioè chi ha diritto a sopravvivere nella memoria dell’altro.
- Temi trattati
Il lutto che si rifiuta di diventare passato.
La colpa come organismo vivo.
La memoria non come archivio, ma come materia fertile e mutante.
L’identità come costruzione affettiva.
Il bisogno di trattenere chi abbiamo perso, anche a costo di restare prigionieri.
Il confine tra amore e impossibilità di lasciar andare.
* Suggerimenti per lo sceneggiatore
Scrivi Ada in modo molto concreto: non farla “poetica” subito, ma dura, tecnica, quasi respingente. La poesia deve arrivare dal conflitto, non dal lessico.
Lidia deve parlare in modo semplice, mai criptico per compiacimento: la sua forza è dire la verità in modo quasi domestico.
Evita spiegazioni scientifiche troppo estese. Il meccanismo della serra dev’essere credibile ma non chiuso: meglio tre indizi forti che dieci spiegazioni deboli.
Costruisci la sceneggiatura per sottrazione: pochi personaggi, un luogo solo, pochi oggetti simbolici ricorrenti.
Oggetti chiave utili: etichette, semi, guanti, vapore sul vetro, registri cartacei, forbici da potatura, una vecchia videocassetta.
Fai sì che ogni apparizione di Lidia sposti il conflitto: la prima inquieta, la seconda seduce, la terza accusa, la quarta umanizza, la quinta libera.
Il dialogo deve stare sempre tra confessione e duello.
Non scrivere “scena misteriosa”: scrivi “scena emotivamente inevitabile ma logicamente impossibile”.
* Suggerimenti per il regista
Lavora sulla sensazione che la serra osservi Ada.
Il luogo non dev’essere solo sfondo: deve sembrare un organismo respirante.
Prediligi movimenti lenti, avanzamenti quasi percettivi, come se la macchina da presa venisse attirata dalle cose.
Molto importante l’uso delle soglie: porte di vetro, corridoi, tende d’umidità, riflessi doppi.
Non far mai entrare Lidia come un’apparizione horror: è più perturbante se compare con naturalezza, come se fosse sempre stata lì.
Gestisci il ritmo con coraggio: silenzi, ascolto, attese, piccoli rumori organici.
Per 15–20 minuti, il film deve avere tre onde: controllo iniziale, invasione del passato, resa finale.
* Suggerimenti per il direttore della fotografia
Palette consigliata: verdi profondi, ambra umida, neri morbidi, bianchi lattiginosi di condensa.
Ottimo un formato 1.66:1 o 4:3 per dare verticalità alle piante e senso di chiusura interiore.
Luce prevalentemente motivata: lampade botaniche, controluce filtrati, riflessi d’acqua, torce fredde in contrasto con l’ambiente caldo.
Usa vetro, rifrazioni e riflessi parziali per duplicare i volti senza effetti vistosi.
Per Ada: immagini più rigide, centrali, geometriche all’inizio.
Per Lidia: composizioni più morbide, laterali, immerse nelle texture.
Nel finale, riduci il contrasto e fai “scomparire” Ada non con un effetto digitale evidente, ma con luce, polvere, sfocatura, controluce e sospensione atmosferica.
Il film può vivere tantissimo anche grazie alla macrofotografia: nervature delle foglie, gocce, spore, terra che si apre.
* Perché questo kit funziona bene come cortometraggio
Il cortometraggio “La Serra dei Nomi Perduti” è ideale se vuoi un corto con una forte componente visiva, simbolica e materica: è più organico, emotivo, sensoriale, visivamente fertile.








