Link alla prima parte dell'articolo
Cosa significa scrivere una bella Sceneggiatura:
il punto di vista dello Spettatore
Cosa si aspetta, cosa vuole, cosa poi vede
* Parte seconda: Cosa vuole lo Spettatore
Vuole essere Sorpreso senza essere Ingannato
Il desiderio più paradossale e più universale dello spettatore cinematografico è quello di essere sorpreso: vuole che la storia vada in una direzione che non aveva previsto, che il personaggio faccia una scelta che non aveva anticipato, che il finale arrivi in un modo che non aveva immaginato. E tuttavia, ed è qui il paradosso, non vuole essere ingannato. Non vuole che la sorpresa venga dal nulla, che il colpo di scena non abbia radici nella storia già raccontata, che il finale sovverta le aspettative in modo gratuito e arbitrario invece che in modo organico e necessario.
La differenza tra sorpresa ed inganno è sottilissima ma fondamentale per capire cosa voglia davvero lo spettatore: la sorpresa è quell'emozione che si prova quando un finale inevitabile arriva in modo inaspettato cioè quando guardando a ritroso la storia ci si accorge che tutti gli indizi erano già lì, visibili e nascosti insieme, e che l'unico finale possibile era esattamente quello che non si era riusciti a prevedere. L'inganno è invece quell'emozione amara e frustrante che si prova quando un finale sembra sorprendente solo perché non ha nessun rapporto logico ed emotivo con la storia che lo ha preceduto cioè quando si ha la sensazione che lo sceneggiatore abbia voluto stupire a tutti i costi, sacrificando la coerenza narrativa sull'altare dell'originalità.
Una bella sceneggiatura per cortometraggio sa sempre camminare su questo filo sottilissimo: costruisce le proprie sorprese con la stessa cura architettonica con cui un prestigiatore prepara il proprio trucco, mettendo in campo tutti gli elementi necessari al finale molto prima che lo spettatore capisca dove la storia stia andando, in modo che quando la rivelazione arriva produca non confusione ma quel senso di meravigliosa inevitabilità che è il marchio di fabbrica di ogni grande narrazione cinematografica.
Vuole emozionarsi senza essere Manipolato
Il secondo grande desiderio dello spettatore è quello di emozionarsi: vuole che la storia lo faccia ridere, piangere, tremare di paura, fremere di indignazione, sciogliersi di tenerezza. L'emozione è la materia prima dell'esperienza cinematografica, la ragione ultima per cui le persone continuano a sedersi al buio davanti a uno schermo luminoso da oltre un secolo. E tuttavia, ancora una volta il paradosso, lo spettatore non vuole essere manipolato emotivamente: non vuole sentirsi costretto a piangere da una colonna sonora lacrimosa su immagini di bambini sofferenti, non vuole essere spaventato da musiche stridenti e montaggio concitato che non abbiano alcuna giustificazione narrativa, non vuole ridere di battute telegrafate e situazioni prevedibili costruite appositamente per strappare un sorriso facile.
La differenza tra emozione autentica e manipolazione è questa: l'emozione autentica nasce dalla storia stessa, dal personaggio, dalla situazione narrativa che è una conseguenza inevitabile di ciò che sta succedendo sullo schermo, e lo spettatore la prova perché è stato portato ad investire emotivamente nel personaggio e nella sua vicenda. La manipolazione è invece l'uso di strumenti emotivi come musica, montaggio accelerato, primi piani insistiti su volti sofferenti, ecc... per produrre una risposta emotiva indipendentemente dalla qualità della storia che viene raccontata: è un'emozione di prestito, priva di radici narrative autentiche, che lo spettatore sente e prova ma che lascia una sensazione di vuoto e di disagio appena la proiezione finisce.
Una bella sceneggiatura per cortometraggio costruisce l'emozione con pazienza e precisione drammaturgica: investe il tempo necessario, anche in un formato brevissimo, a far conoscere allo spettatore il personaggio, a farlo capire, a farlo sentire vicino, prima di portarlo attraverso la prova emotiva centrale della storia. Questo investimento preliminare è la differenza tra una lacrima guadagnata ed una lacrima rubata, e lo spettatore, anche senza saperlo analizzare, percepisce sempre questa differenza in modo fisico ed immediato.
Vuole imparare qualcosa senza frequentare una Lezione
Il terzo desiderio fondamentale dello spettatore è quello di uscire dalla visione avendo imparato qualcosa: non nel senso didattico e scolastico del termine, non come se avesse assistito a una lezione o a una conferenza, ma nel senso più profondo e personale: vuole uscire dalla sala sentendo di capire qualcosa della vita, degli esseri umani, di se stesso, che prima della visione capiva meno bene o che non aveva mai visto da quella particolare angolazione.
Questo desiderio di apprendimento emotivo e esistenziale è uno dei motori più potenti della fruizione cinematografica, e una bella sceneggiatura per cortometraggio lo soddisfa sempre, anche quando racconta storie apparentemente semplici o di situazioni quotidiane, perché trova in ogni storia, per quanto piccola, una dimensione di verità universale che parla allo spettatore di qualcosa che va ben oltre la vicenda specifica narrata. La storia di due vecchi che si incontrano su una panchina può insegnare allo spettatore più cose sulla solitudine, sull'amore e sulla mortalità di qualsiasi saggio filosofico, se è raccontata con la profondità e la sensibilità che merita.
Vuole sentire che qualcuno gli sta parlando direttamente
Forse il desiderio più intimo e meno confessato dello spettatore è quello di sentire che la storia che sta guardando gli stia parlando direttamente: che sia stata scritta, in qualche modo misterioso ed inspiegabile, pensando a lui specificamente, alla sua vita, alle sue domande, ai suoi dolori segreti. Questo senso di riconoscimento personale nella storia dell'altro è la forma più alta di comunicazione cinematografica, e quando accade, ovvero quando lo spettatore ha la sensazione fisica che qualcuno sullo schermo stia esprimendo qualcosa che lui aveva dentro da sempre senza saperlo articolare, allora produce un'esperienza emotiva di una potenza e di una profondità che nessun altro medium comunicativo riesce a replicare con la stessa intensità.
Paradossalmente, questo senso di comunicazione diretta e personale viene prodotto non dalle storie universali e generiche ma quelle che cercano di parlare a tutti e finiscono per non parlare a nessuno, ma dalle storie più specifiche e particolari, quelle che hanno il coraggio di essere brutalmente oneste su un'esperienza concreta e circoscritta, fidandosi che la specificità autentica trovi la propria universalità naturalmente, senza bisogno di essere diluita o generalizzata per essere comprensibile.
* Parte terza: Cosa vede lo Spettatore quando la sceneggiatura è bella
Vede un Mondo coerente che esiste prima e dopo il Film
Quando la sceneggiatura è davvero bella, la prima cosa che lo spettatore vede, o meglio, la prima cosa che percepisce senza vederla direttamente, è che il mondo narrato esiste al di là dei confini del film. I personaggi hanno una vita prima che la storia inizi e continueranno ad averla dopo che il film finisce: non sono creature nate con il primo fotogramma e destinate a scomparire con l'ultimo, ma esseri umani completi di cui il cortometraggio racconta solo un frammento, quello più significativo e rivelatore, quello in cui la loro vita raggiunge un punto di massima intensità e di massima visibilità.
Questa sensazione di mondo pre-esistente e continuante si costruisce nella sceneggiatura attraverso i dettagli: un oggetto che il personaggio porta con sé e che non viene mai spiegato ma che racconta tutto un passato, una relazione tra due personaggi che ha evidentemente una storia lunga e complessa di cui il film mostra solo le ultime battute, un modo di muoversi nello spazio che rivela un'abitudine sedimentata nel tempo. Questi dettagli non vengono mai sottolineati, mai spiegati, mai commentati: sono semplicemente lì, a disposizione dello spettatore attento che li legga e li interpreti, producendo quella sensazione irripetibile di profondità narrativa che trasforma un film da racconto a mondo.
Vede Personaggi che agiscono sempre per ragioni comprensibili
Quando la sceneggiatura è davvero bella, lo spettatore vede personaggi che agiscono sempre per ragioni comprensibili anche se non necessariamente ragioni condivisibili o moralmente approvabili, ma ragioni che, dalla prospettiva del personaggio, abbiano una logica interna perfettamente coerente. Non esistono personaggi cattivi nelle grandi sceneggiature: esistono persone che fanno cose cattive per ragioni che, se si capisce abbastanza bene il loro punto di vista, sembrano inevitabili e persino comprensibili.
Questa coerenza psicologica dei personaggi è forse la qualità tecnica più difficile da raggiungere nella scrittura di una sceneggiatura, perché richiede che lo sceneggiatore abbia svolto un lavoro di comprensione profonda e quasi empatica di ogni persona che ha creato, anche del villain, anche del personaggio secondario che appare in una sola scena, ma costruendo per ognuno una psicologia completa, una storia personale coerente, un sistema di valori e di desideri che motivi ogni singola azione e ogni singola scelta compiuta nel corso del film. Quando questo lavoro è stato fatto, lo spettatore lo percepisce immediatamente: i personaggi sembrano reali perché in un certo senso lo sono, perché sono stati immaginati e vissuti dall'interno con la stessa serietà e la stessa cura con cui uno psicologo studia un paziente o un attore prepara un ruolo.
Vede Dialoghi che sembrano veri ma sono meglio del vero
Quando la sceneggiatura è davvero bella, lo spettatore sente dialoghi che sembrano perfettamente naturali e spontanei come se le persone stessero davvero parlando, come se le parole stessero nascendo nel momento stesso in cui vengono pronunciate, ma che sono in realtà molto più precisi, densi e significativi di qualsiasi conversazione reale. Questa è una delle grandi illusioni del dialogo cinematografico ben scritto: sembra improvvisato ma è costruito con la precisione di un orologiaio, sembra casuale ma ogni parola porta il peso esatto di significato che la storia richiede in quel momento preciso.
I dialoghi di una bella sceneggiatura fanno sempre almeno due cose simultaneamente: dicono qualcosa sulla situazione immediata: come avanzano la trama, rivelano informazioni necessarie, gestiscono il conflitto tra i personaggi, e dicono qualcosa di più profondo sul carattere di chi parla, sulle sue paure nascoste, sui suoi desideri inconfessati, sulle sue contraddizioni irrisolte. I migliori dialoghi cinematografici dicono una cosa in superficie ed il contrario in profondità: il personaggio dice "sto bene" e lo spettatore capisce perfettamente che sta male, perché tutto ciò che ha preceduto quella battuta come le azioni del personaggio, il suo sguardo, il suo modo di occupare lo spazio, ha già raccontato la verità che le parole cercano di nascondere.
Vede una Struttura che non sente come struttura
Quando la sceneggiatura è davvero bella, lo spettatore non percepisce mai la struttura del film come tale: non sente l'inizio, il punto di svolta, il climax ed il finale come elementi di un schema preconfezionato, ma li vive come tappe naturali ed inevitabili di un percorso emotivo che sembrava non potesse andare in nessun altro modo.
La struttura perfetta di una sceneggiatura è quella che diventa completamente invisibile, quella che assolve la propria funzione di sostegno narrativo senza mai mostrare i propri giunti ed i propri puntelli, come una grande architettura in cui la bellezza della forma nasconde completamente la complessità della tecnica costruttiva.
Questa invisibilità della struttura si raggiunge attraverso un lavoro lunghissimo di revisione e riscrittura: la prima versione di una sceneggiatura mostra sempre la propria struttura in modo più o meno evidente, con le giunture narrative visibili ed i meccanismi drammatici esposti. Solo attraverso successive riscritture ovvero eliminando tutto ciò che è troppo esplicito, sfumando le transizioni tra le sezioni narrative, motivando ogni svolta con le azioni dei personaggi invece che con le necessità della trama, solo allora la struttura diventa carne della storia invece di restare scheletro visibile.
Vede un Finale che risuona a lungo dopo la fine
Quando la sceneggiatura è davvero bella, il momento più potente che lo spettatore vive non è durante il film ma dopo: quando le luci si riaccendono, quando lo schermo torna nero, quando la sala torna rumorosa... e lui resta fermo per un momento in più, incapace di alzarsi subito, con qualcosa dentro che continua a vibrare ed a lavorare, come una corda di chitarra appena pizzicata che continua a risuonare nel silenzio.
Questo effetto di risonanza prolungata, la capacità di un cortometraggio di continuare a vivere nella mente e nel cuore dello spettatore molto dopo la fine della proiezione, è il segno più sicuro di una sceneggiatura davvero bella, ed è anche il più difficile da raggiungere deliberatamente.
Non si raggiunge con un finale spettacolare o con un colpo di scena clamoroso: si raggiunge con un finale che abbia la densità emotiva giusta, che lasci aperto qualcosa come una domanda, un'ambiguità, una possibilità,... su cui lo spettatore possa continuare a lavorare mentalmente ed emotivamente per ore, giorni, a volte anni.
I finali che risuonano di più sono quasi sempre quelli che non risolvono tutto, che non spiegano tutto, che non consolano completamente, ma quelli che rispettano abbastanza l'intelligenza e la sensibilità dello spettatore da fidarsi che sappia trovare da solo il proprio significato nell'immagine finale, nella parola finale, nel silenzio finale. Sono finali che sembrano semplici ma contengono tutto: la storia appena raccontata, il personaggio che l'ha vissuta, il tema che l'ha attraversata e la domanda che resterà senza risposta per sempre.
* Il patto segreto tra Sceneggiatore e Spettatore
Scrivere una bella sceneggiatura per un cortometraggio significa, in ultima analisi, onorare un patto segreto che esiste tra l'autore e lo spettatore: un patto che non viene mai firmato né dichiarato ma che entrambe le parti conoscono perfettamente e che entrambe rispettano quando il cinema funziona davvero.
Lo sceneggiatore si impegna a raccontare una storia vera, vera non nel senso biografico o documentaristico, ma nel senso emotivo e psicologico: una storia che abbia la consistenza della realtà vissuta, che parli di qualcosa che conta davvero, che tratti lo spettatore come un adulto capace di sostenere la complessità e l'ambiguità dell'esistenza senza bisogno di essere protetto o consolato. Si impegna a non sprecare il tempo dello spettatore, a non manipolarlo emotivamente, a non ingannarlo narrativamente, a non annoiarlo con la propria compiacenza estetica o con i propri virtuosismi tecnici gratuiti.
Lo spettatore, da parte sua, si impegna a portare se stesso cioè tutta la propria vita, tutta la propria sensibilità, tutta la propria intelligenza emotiva, dentro la storia che gli viene raccontata, pronto a concedere la propria fiducia all'autore per la durata del film, ad abbandonare il proprio senso critico protettivo ed a lasciarsi guidare dove la storia vuole portarlo.
Quando questo patto viene onorato da entrambe le parti cioè quando lo sceneggiatore ha scritto con onestà, coraggio e precisione, e lo spettatore si è lasciato andare con fiducia ed apertura, solo accade qualcosa di straordinario: due esseri umani che non si conoscono e che forse non si incontreranno mai si trovano per qualche minuto ad abitare la stessa storia, a sentire la stessa emozione, a fare la stessa domanda senza risposta.
Ed è in quel momento preciso, effimero ed irripetibile, che il cinema diventa la cosa più importante del mondo.





































































































































































