* Il colore non è decorazione

psicologia dei Colori nel cinemaQuando Stanley Kubrick immerse le stanze dell'Overlook Hotel in "Shining" di un rosso che sembra sanguinare dai muri, non stava scegliendo una tinta piacevole per l'arredamento. Stava costruendo un'architettura emotiva che entra nello spettatore prima che la storia arrivi, lavora sotto la storia mentre la storia procede, e resta dopo che la storia è finita. Quel rosso non descrive il pericolo: è il pericolo, nella sua forma più immediata e più fisica.

Questa è la distinzione fondamentale da cui bisogna partire per capire la psicologia del colore nel cinema: il colore non descrive le emozioni, le produce. Non è un commento visivo su ciò che accade nella storia - è un elemento attivo della storia stessa, che agisce sullo spettatore attraverso meccanismi neurologici e psicologici che precedono il pensiero razionale e lo aggirano completamente.

Lo spettatore non pensa "questo rosso mi dice che c'è pericolo." Sente il pericolo attraverso il rosso, nel corpo, prima che il cervello abbia elaborato qualsiasi informazione narrativa. È per questo che il colore è uno degli strumenti più potenti e meno analizzati del linguaggio cinematografico - agisce nell'ombra, sotto la soglia della consapevolezza, producendo effetti che lo spettatore attribuisce alla storia, agli attori, alla regia, senza mai identificare la sorgente cromatica di ciò che sente.

* Le basi neurologiche: perché il colore funziona prima del pensiero

La risposta umana al colore ha radici evolutive che precedono di milioni di anni il cinema, la pittura, qualsiasi forma di arte visiva. Il rosso segnalava sangue, pericolo, frutto maturo. Il blu del cielo e dell'acqua segnalava apertura, distanza, libertà o minaccia. Il verde della vegetazione segnalava nutrimento, sicurezza, vita. Il giallo del sole segnalava calore, orientamento, energia.

Queste associazioni primitive non sono scomparse con la civilizzazione ma si sono stratificate sotto strati di cultura, linguaggio e simbolismo, ma restano operative. Quando un film usa il rosso in un certo modo, attiva simultaneamente lo strato evolutivo primitivo, lo strato culturale specifico della tradizione visiva dello spettatore, e lo strato narrativo specifico del contesto filmico. La somma di questi tre strati produce un effetto emotivo di una complessità e di una profondità che nessun dialogo, nessuna musica, nessuna performance attoriale da soli possono replicare.

Ricerche nell'ambito della psicologia della percezione, tra cui quelle condotte da Kurt Goldstein negli anni Quaranta e poi sviluppate da Faber Birren e Rudolf Arnheim nel campo dell'arte, hanno dimostrato che certe risposte fisiologiche al colore sono misurabili e riproducibili. Il rosso aumenta la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna. Il blu abbassa entrambe. Il giallo aumenta l'attività cerebrale. Il verde produce rilassamento muscolare misurabile. Queste non sono metafore, sono solo risposte corporee oggettive che il cinema sfrutta sistematicamente, spesso senza che i registi ne abbiano una consapevolezza teorica esplicita ma con un'intuizione pratica affinata da anni di osservazione degli effetti sul pubblico.

* Il rosso: la frequenza del pericolo, del desiderio, della vita

Il rosso è il colore cinematograficamente più carico, il più usato e il più pericoloso - nel senso che usato male diventa ovvio, usato bene diventa insostenibile.

"Schindler's List" di Spielberg è un film in bianco e nero. In quella palette cromatica radicale, nel bianco e nero come scelta morale, come rifiuto dell'estetizzazione del reale, come rispetto per l'orrore storico, appare una bambina con un cappotto rosso. È l'unico elemento cromatico in scena. Spielberg non usa il rosso per abbellire: lo usa per isolare, per rendere visibile ciò che in mezzo alla massa indistinta dell'orrore è ancora individuo, ancora vita singola, ancora nome. Quando quella bambina rossa scompare nella folla grigia e poi riappare sul carro dei morti, il colore trasforma il dato narrativo in qualcosa di fisicamente intollerabile da guardare.

L'uso del rosso in "In the Mood for Love" di Wong Kar-wai è diametralmente opposto per contesto e identico per intensità. I corridoi stretti, i cheongsam della protagonista, le lampade, i fiori,... tutto pulsa di rosso e di bordeaux in una gamma cromatica che è insieme soffocante e sontuosa. Il rosso di Wong Kar-wai non è pericolo ma è desiderio trattenuto, è l'emozione che non può essere espressa che si accumula negli oggetti, negli ambienti, nei tessuti. Il corridoio rosso in cui i due protagonisti si sfiorano senza toccarsi è uno degli esempi più perfetti di come il colore possa esprimere ciò che il dialogo non può dire.

In entrambi i casi il meccanismo è lo stesso: il rosso viene isolato, concentrato, reso visibile in modo che lo spettatore non possa ignorarlo. È la saturazione selettiva cioè far emergere un colore dallo sfondo cromatico del resto dell'immagine, che produce l'effetto narrativo. Un film interamente rosso non produce lo stesso effetto di un film in cui il rosso compare in un momento preciso, per una ragione precisa.

* Il blu: la frequenza della solitudine, della memoria, del sogno

Il blu cinematografico ha una storia parallela a quella del rosso, con una valenza emotiva opposta. Mentre il rosso avvicina, accelera, riscalda, il blu distanzia, rallenta, raffredda. Mentre il rosso è il colore del corpo, il blu è il colore della mente.

"Trois Couleurs: Bleu" di Kieślowski costruisce il suo intero sistema emotivo su una sola tinta. Julie, il personaggio di Juliette Binoche che perde marito e figlia in un incidente e cerca di azzerare la propria vita emotiva, vive in un film che è blu nel senso più letterale: l'appartamento, la piscina dove nuota, la luce che entra dalle finestre, certi oggetti scelti con cura quasi ossessiva. Kieślowski ha detto che il blu era per lui il colore della libertà, ma una libertà dolente, conquistata attraverso la perdita. Lo spettatore riceve questa complessità non come concetto ma come sensazione - una malinconia azzurra che si diffonde nell'ora e mezza del film e resta.

David Fincher usa il blu in modo sistematico in quasi tutta la sua filmografia come colore dell'inchiesta, della verità nascosta, della razionalità portata fino ai suoi limiti inquietanti. "Zodiac", "The Girl with the Dragon Tattoo", "Gone Girl" i film in cui il blu domina la palette cromatica come se il mondo dei fatti freddi e delle ossessioni fredde avesse questa temperatura. È un uso del colore come atmosfera morale oltre che visiva.

Nel cortometraggio il blu funziona bene nelle storie di solitudine urbana, di elaborazione del lutto, di introspezione. La difficoltà è che il blu senza un contrasto cromatico strategico rischia di diventare monotono - il cervello si adatta alla temperatura cromatica costante e smette di rispondervi emotivamente. I migliori usi del blu cinematografico prevedono sempre un elemento contrastante - un calore improvviso, una luce arancione, un rosso che irrompe nel freddo blu - che riattiva la risposta emotiva dello spettatore.

* Il giallo e l'arancio: la frequenza della paranoia, della decadenza, del calore umano

Il giallo è il colore più ambivalente della psicologia cromatica cinematografica. Da un lato è associato alla luce solare, al calore, all'energia vitale. Dall'altro, nelle sue versioni più sature e artificiali, è il colore della malattia, della paranoia, del pericolo chimico.

La serie "Breaking Bad" - ed il suo spin-off cinematografico "El Camino" - ha costruito un'intera grammatica cromatica intorno al giallo. La tuta di protezione gialla di Walter White è il colore che rappresenta la sua trasformazione - non solo dalla persona che era alla persona che diventa, ma dalla legalità alla illegalità, dall'innocenza alla colpa. Il giallo in "Breaking Bad" non è mai caldo, è il giallo chimico, il giallo tossico, il giallo che avverte il pericolo invece di promettere il sole.

L'arancio è invece il colore del calore umano nel cinema contemporaneo, o meglio, lo era fino a quando la gradazione "teal and orange" cioè una combinazione di blu-verde freddo e arancio caldo, non è diventata il look dominante del cinema mainstream degli anni 2010. Questa palette, nata dalla scoperta che il teal si oppone cromaticamente alla carnagione umana esaltandola, è stata applicata in modo così sistematico e meccanico da perdere quasi completamente il suo valore espressivo diventando una convenzione riconoscibile come la firma del cinema commerciale di quella decade.

* Il verde: la frequenza dell'altrove, della malattia, della natura ostile

Il verde cinematografico ha due anime completamente separate. Il verde naturale cioè quello degli alberi, dell'erba, della vegetazione viva, è associato alla vita, alla fecondità, allo spazio aperto. Il verde artificiale invece quello fluorescente, quello chimico, quello delle luci al neon, è associato alla malattia, all'alienazione, all'ambiente ostile.

"The Matrix" di Wachowski ha costruito il suo sistema visivo sull'opposizione tra il verde digitale della simulazione ed i colori caldi del mondo reale, o meglio, di ciò che resta del mondo reale. Ogni scena ambientata all'interno della Matrix ha una dominante verde che la contamina ma non una dominante dichiarata, ma una sfumatura sottile che il cervello dello spettatore registra senza nominare. La scena nella sala macchine è fredda e blu. L'effetto è che lo spettatore sente la differenza di realtà prima ancora di capirla razionalmente.

David Fincher usa il verde marcio in "Se7en" per costruire l'atmosfera di una città che è già in putrefazione morale con i muri verdi e umidi dell'appartamento di John Doe, le stanze verdi dei motel, i corridoi verdi degli edifici pubblici. È il verde che non nutre, il verde che si forma dove non dovrebbe formarsi è muffa, corrosione, decomposizione.

* Il biancoe il nero: non l'assenza di colore ma la sua forma estrema

La scelta del bianco e nero nel cinema contemporaneo non è mai neutra: è sempre una dichiarazione. In un'epoca in cui il colore è la norma, scegliere di girare in bianco e nero significa prendere una posizione estetica e narrativa precisa.

"Roma" di Alfonso Cuarón usa il bianco e nero per creare una distanza temporale che non è solo cronologica ma emotiva. Il bianco e nero della memoria, del documento storico, della fotografia di famiglia - Cuarón lo usa per dire che quella storia appartiene al passato in un modo che il colore non avrebbe permesso. La bellezza formale estrema del bianco e nero di "Roma" con le composizioni, le gradazioni di grigio, i contrasti, non è estetismo decorativo. È il tentativo di restituire dignità e permanenza a una storia che nella vita reale era rimasta invisibile.

"Ida" di Pawel Pawlikowski usa il bianco e nero in modo ancora più radicale: non solo come scelta cromatica ma come scelta compositiva. Il formato quasi quadrato dell'Academy Ratio, le composizioni con i soggetti nella parte inferiore dell'inquadratura mentre la metà superiore è vuota... è un film che usa l'assenza di colore e l'assenza di figura per parlare di assenza, di vuoto, di perdita. Il bianco e nero è la forma giusta per quella storia perché è già una storia di spoliazione.


* Come i registi usano il colore: intenzionale vs intuitivo

C'è una distinzione importante da fare tra registi che usano il colore in modo sistematico e teorico e registi che lo usano in modo intuitivo ma non per questo meno efficace.

Wes Anderson appartiene alla prima categoria. La sua palette cromatica è progettata con una precisione quasi architettonica: ogni film ha colori specifici assegnati a personaggi specifici, a situazioni specifiche, a stati emotivi specifici. In "The Grand Budapest Hotel" il rosa cipria e il bordeaux non sono solo i colori dell'hotel ma sono i colori di un'epoca perduta, di una civiltà che il film piange con ironia e nostalgia. Il momento in cui quei colori scompaiono, nella parte del film girata negli anni del dopoguerra, in un bianco e nero poi colorato in modo desaturato e freddo, è il momento in cui lo spettatore sente la perdita prima di capirla.

Terrence Malick appartiene alla seconda categoria. La palette cromatica dei suoi film - "The Tree of Life", "The Thin Red Line", "Badlands" - non è il prodotto di una teoria ma di un'intuizione condivisa con i suoi direttori della fotografia. Emmanuel Lubezki, che ha girato tre film di Malick, descrive il loro rapporto cromatico come una conversazione continua sul rapporto tra luce naturale e significato emotivo ma mai programmato in anticipo, sempre cercato nel momento della ripresa. Eppure i risultati hanno una coerenza cromatica che sembra progettata.

La distinzione tra intenzionale e intuitivo si dissolve quando il direttore della fotografia entra nel processo. È il DoP il traduttore tra la visione cromatica del regista e la realtà fisica della ripresa.

 

* Come il DoP gestisce il colore in fase di ripresa

Il direttore della fotografia lavora con il colore su tre livelli simultanei: la luce, le superfici, e il profilo di registrazione della camera.

- La luce come primo strumento cromatico

La luce è il primo e più potente strumento del DoP per il controllo del colore. La temperatura di colore della luce (misurata in gradi Kelvin) determina la tonalità cromatica fondamentale dell'immagine. La luce del sole a mezzogiorno è intorno ai 5600K cioè bianca, neutra. La luce del sole al tramonto scende a 2000-3000K ovvero arancione, calda. Le lampade al tungsteno tradizionali erano a 3200K color giallo-arancio. I neon fluorescenti producono una luce intorno ai 4000K con una dominante verde spesso sgradevole.

Un DoP consapevole usa questa fisica della luce per costruire il sistema cromatico emotivo del film. Roger Deakins (probabilmente il più grande DoP vivente) descrive il suo approccio all'illuminazione sempre in termini di temperatura di colore: "Ho deciso che questa scena doveva sentirsi fredda, quindi ho usato fonti luminose al di sopra dei 5600K e ho bilanciato la camera sui 3200K, creando una dominante blu nell'immagine."

I gel colorati applicati alle sorgenti luminose permettono al DoP di modificare la temperatura di colore di qualsiasi fonte cioè trasformare una luce bianca in luce calda, aggiungere una dominante verde a una scena di ospedale, mixare temperature diverse per creare conflitti cromatici nell'immagine. Questo lavoro avviene sul set, in tempo reale, ed è una delle competenze più raffinate del mestiere.

- Le superfici come secondo strumento

Tutto ciò che è nell'inquadratura riflette colore. I muri, i pavimenti, i costumi, gli oggetti di scena, il cielo - ogni superficie riflette la luce che la colpisce con una qualità cromatica specifica. Il DoP deve conoscere la risposta di ogni superficie e anticipare come cambierà con la luce che ha pianificato.

Questo è il punto di contatto più diretto tra il DoP e lo scenografo. Le decisioni sulle pitture dei muri, sui colori delle superfici, sui tessuti dei costumi hanno un impatto diretto sulla fotografia infatti una stanza dipinta di bianco riflette tutta la luce e invia rimbalzi di luce su tutto; una stanza dipinta di nero assorbe quasi tutto e crea ombre profonde; una stanza dipinta di verde pallido rifletterà una dominante verde sulle carnagioni degli attori che ci si trovano dentro.

I grandi DoP visitano le location con il direttore della scenografia non solo per valutare gli spazi ma per discutere le superfici. Emmanuel Lubezki lavorava con i registi che ha frequentato - Cuarón, Malick, Iñárritu - per costruire ambienti che rispondessero alla luce nel modo desiderato, non ambienti pre-costruiti che poi dovevano essere fotografati come trovati.

- Il profilo di registrazione come terzo strumento

Come discusso in precedenza, girare in un profilo logaritmico come il V-Log della Panasonic S5IIX, l'S-Log di Sony, il Log-C di ARRI, o il C-Log di Canon permette di catturare il massimo del dynamic range del sensore con la massima latitudine di correzione in postproduzione. Ma questo significa anche che le decisioni cromatiche definitive vengono rinviate alla fase di color grading.

Il DoP deve quindi comunicare al colorist - attraverso note scritte, LUT di riferimento, conversazioni dirette - quali erano le intenzioni cromatiche di ogni scena. Un DiP che finisce le riprese senza lasciare documentazione delle proprie intenzioni cromatiche sta lasciando decisioni fondamentali del film in mano a qualcuno che non era sul set e non sa cosa si voleva ottenere.

La pratica professionale prevede che il DoP crei una LUT di monitoraggio cioè una curva di trasformazione del colore che converte l'immagine log in qualcosa di simile al look finale desiderato, e la usi sul set durante le riprese. Questa LUT non viene registrata nel file, ma viene consegnata al colorist come punto di partenza per la correzione colore.

* La palette cromatica per personaggio: quando il colore racconta chi sei

Una delle tecniche più sofisticate e meno visibili della psicologia cromatica cinematografica è l'assegnazione di palette specifiche a personaggi specifici. Ogni personaggio porta con sé un sistema di colori - nel costume, nelle scene che lo riguardano, nella qualità della luce che lo illumina - che comunica allo spettatore qualcosa di essenziale sulla sua natura senza che il dialogo debba dirlo.

In "Parasite" di Bong Joon-ho, la famiglia ricca Park vive in uno spazio visivo dominato da bianchi, grigi chiari, materiali naturali. La famiglia povera Kim porta con sé colori più saturi, più mescolati, più rumorosi. Quando i Kim si infiltrano nella vita dei Park, la loro saturazione cromatica si adatta gradualmente allo spazio dei ricchi - si "scolorano" per sopravvivere in quel mondo. È un arco cromatico del personaggio che specchia l'arco narrativo senza mai essere dichiarato.

In "Mad Max: Fury Road" di George Miller, la palette cromatica è costruita in modo oppositivo - il caldo arancione arido del deserto contro il blu luminescente della notte, il verde dell'oasi come promessa e poi come disillusione. Ma la cosa più interessante è la differenza cromatica tra i guerrieri di Immortan Joe - bianchi, pallidi, cranici - e i personaggi che inseguono la libertà, che portano colori più vivi anche nel mezzo del deserto. Il colore racconta il conflitto morale del film in modo viscerale.


* La saturazione selettiva e il color grading come drammaturgia

Il color grading ovvero la correzione e manipolazione del colore in postproduzione, è il momento in cui tutte le intenzioni cromatiche del film vengono realizzate nella loro forma finale. È anche il momento più frainteso del processo, perché è spesso visto come un'operazione tecnica quando è in realtà un atto narrativo.

Un colorist bravo non si limita a correggere i problemi e a rendere il film "bello". Costruisce la drammaturgia cromatica del film, decide come i colori evolvono nel corso della storia, come cambiano in risposta agli eventi narrativi, come usano il contrasto e la saturazione per supportare le emozioni delle scene.

- La coerenza interna come primo obiettivo

Prima di qualsiasi scelta espressiva, il colorist deve garantire la coerenza cromatica interna del film. Scene girate in giorni diversi, in condizioni di luce diverse, con impostazioni della camera diverse devono sembrare appartenere allo stesso universo visivo. Questo lavoro di uniformazione è invisibile quando è fatto bene - è la base su cui tutto il resto si costruisce.

- La progressione cromatica come narrazione

I film cromaticamente più sofisticati costruiscono una progressione nel tempo con la palette che cambia nel corso del film in risposta all'evoluzione della storia e dei personaggi. L'inizio ha certi colori, la fine ha colori diversi, e questa differenza cromatica è il segno visibile del cambiamento che il film ha compiuto.

"Her" di Spike Jonze - con la fotografia di Hoyte van Hoytema - ha una palette che va dai rossi e arancioni caldi della fase dell'innamoramento a qualcosa di più freddo e distante nella fase della disillusione. La transizione è graduale, quasi impercettibile scena per scena, ma alla fine del film la differenza è netta - e lo spettatore la sente anche senza poterla nominare.

- Gli strumenti del colorist in DaVinci Resolve

DaVinci Resolve è lo standard industriale per il color grading cinematografico. I suoi strumenti permettono un controllo cromatico di una precisione e di una flessibilità che non hanno equivalenti.

Le ruote di colore - lift, gamma, gain - controllano rispettivamente le ombre, i mezzitoni e le alte luci dell'immagine. Spostare la ruota del lift verso il blu raffredda le ombre. Spostare la ruota del gain verso l'arancio riscalda le alte luci. La combinazione di questi movimenti costruisce il look fondamentale di ogni scena.

Le curve permettono un controllo ancora più preciso: si può intervenire su specifici range di luminosità con una precisione chirurgica, creare contrasti localizzati, gestire la transizione tra le zone tonali con sfumature impossibili con le ruote.

Il qualificatore (strumento di selezione cromatica secondaria) permette di isolare un colore specifico nell'immagine e intervenire solo su quello, lasciando il resto invariato. Si può modificare il colore del cielo senza toccare l'erba. Si può desaturare tutto tranne la carnagione degli attori. Si può riscaldare solo le alte luci delle finestre lasciando fredde le ombre. Questo strumento è alla base di tutte le correzioni selettive che rendono il color grading professionale diverso da una semplice manipolazione globale dell'immagine.


* Il rapporto tra montaggio e colore: come il ritmo dei tagli interagisce con la palette

C'è una dimensione del colore cinematografico che viene quasi sempre ignorata nelle discussioni tecniche: il rapporto tra colore e montaggio. Il modo in cui due inquadrature con palette cromatiche diverse vengono accostate nel montaggio produce un effetto che non è la somma delle due palette ma qualcosa di terzo - un choc cromatico, o una risoluzione armonica, o una tensione irrisolta che porta emozione nel passaggio.

Eisenstein - il teorico del montaggio cinematografico - aveva una concezione quasi musicale del ritmo visivo che includeva il colore come elemento ritmico. Due inquadrature calde accostate creano continuità. Un'inquadratura fredda dopo una calda crea una rottura. Questa rottura può essere narrativamente significante come il taglio dal calore di un ricordo al freddo del presente, o può essere un problema di continuità cromatica che il montatore deve risolvere.

Il montatore lavora con il colore come con il ritmo sonoro: cerca le consonanze, usa le dissonanze in modo intenzionale, evita le cacofonie cromatiche accidentali. In certi film come quelli in cui la palette è stata progettata con cura dal DoP e dal regista, il lavoro del montatore è quasi musicale: accoste le scene tenendo conto non solo della loro logica narrativa ma della loro logica cromatica.


* Il colore nel cortometraggio: l'efficacia della scelta radicale

Nel cortometraggio la psicologia del colore ha un peso ancora maggiore che nel lungometraggio, per una ragione semplice: il tempo è poco. Non c'è spazio per costruire gradualmente una palette cromatica nel corso di cento minuti - bisogna stabilire il sistema cromatico emotivo del film in poche scene, a volte in una sola.

Questo rende la scelta cromatica nel cortometraggio naturalmente più radicale: i cortometraggi premiati nei festival internazionali tendono ad avere palette cromatiche molto definite, quasi estreme, proprio perché non possono permettersi la progressione graduale del lungometraggio. Un cortometraggio che vuole dire "solitudine" ha dieci minuti per dirla ed un sistema cromatico coraggioso e preciso può dire quella solitudine in modo più immediato ed efficace di qualsiasi dialogo.

La scelta più comune nei cortometraggi premiati ai festival è la palette quasi monocromatica, cioè il dominio di una sola temperatura cromatica con accenti selettivi di colore contrastante. Non perché sia la scelta più facile, è spesso la più difficile da gestire, ma perché è la più coerente con la natura del format: breve, concentrata, senza dispersione.

Una conclusione che è un invito

Il colore nel cinema non si impara dai libri ma si impara guardando. Guardando con l'occhio aperto alla dimensione cromatica, fermando il film nelle scene in cui qualcosa cromaticamente colpisce e chiedendosi perché colpisce, notando come la temperatura cambia tra una scena e l'altra, osservando come certi registi costruiscono la progressione cromatica come un arco parallelo all'arco narrativo.

Chiunque voglia lavorare con il colore in modo consapevole dal regista, al DoP, montatore, fino al colorist,  dovrebbe tenere un quaderno di osservazioni cromatiche. Non note tecniche ma osservazioni emotive. "In questa scena il verde mi ha fatto sentire claustrofobia." "Il rosso è entrato nell'inquadratura esattamente quando il personaggio ha capito che era troppo tardi." "La desaturazione progressiva di questa sequenza mi ha fatto sentire la perdita prima che il personaggio la nominasse."

Queste osservazioni, accumulate nel tempo, diventano una grammatica personale del colore cinematografico. E quella grammatica pur soggettiva, specifica, costruita sull'esperienza emotiva più che sulla teoria, è lo strumento più utile che un cineasta possa avere quando si trova davanti a una scena e deve decidere di che colore deve essere il mondo che sta costruendo.