Lumix DC GH5Prima di entrare nel vivo delle impostazioni e delle tecniche, vogliamo dire una cosa chiara: la Panasonic Lumix DC-GH5 non è una macchina di compromesso. È una macchina con caratteristiche precise, limiti precisi e, se la si conosce davvero bene, possibilità espressive che molte fotocamere più costose non offrono. E' stata usata su set di cortometraggi, su documentari, in situazioni di luce difficile ed in condizioni di produzione molto ridotta. Ogni volta si è capito qualcosa di nuovo su di lei. Qui tutte le informazioni utili per il suo ottimale utilizzo dalla prospettiva di un direttore della fotografia e di un montatore.

La GH5 monta un sensore Micro Quattro Terzi da circa 20 megapixel. Il fattore di crop è 2x rispetto al formato Full Frame: questo significa che un obiettivo da 25mm si comporta come un 50mm equivalente, un 12mm come un 24mm, un 42.5mm come un 85mm. Questo va tenuto a mente costantemente, perché cambia il modo in cui si costruisce il kit ottico ed il modo in cui si pensa alle inquadrature.

Quello che rende la GH5 straordinaria per il video, ed in particolare per un cortometraggio indipendente, è la combinazione di tre caratteristiche che a metà degli anni Duemila erano riservate a camere che costavano dieci volte tanto: la registrazione interna a 10 bit, il profilo V-Log L, e l'IBIS a 5 assi davvero efficace. Aggiungiamoci la registrazione 4K a 60fps senza crop, il corpo compatto e robusto, e si capisce perché questa macchina sia ancora, anni dopo la sua uscita, un punto di riferimento nel cinema indipendente di basso e medio budget.


Parte Prima: Impostare la GH5 per le riprese cinematografiche

Il formato di registrazione: dove si costruisce la qualità dell'immagine

La prima scelta, e la più importante, riguarda il formato in cui la GH5 registrerà le immagini. Questa scelta condiziona tutto il resto: la qualità del materiale grezzo, le possibilità in fase di color grading, e la pesantezza del flusso di lavoro in post-produzione.

La GH5 offre diverse risoluzioni: C4K (4096×2160, il formato DCI del cinema), 4K standard (3840×2160, il formato consumer UHD), e Full HD (1920×1080). Per un cortometraggio destinato ai concorsi, la scelta consigliata è il formato C4K, che è il formato cinematografico standard riconosciuto dai festival. Il sensore viene letto nella sua quasi totalità in questa modalità, senza crop aggiuntivo.

Il codec di registrazione è altrettanto critico. La GH5 offre due macro-opzioni: la compressione Long GOP (IPB) e la compressione ALL-Intra (ALL-I). Il Long GOP comprime il segnale video analizzando le differenze tra fotogrammi successivi, producendo file di dimensioni ridotte ma più difficili da gestire in editing. L'ALL-Intra registra ogni fotogramma come un'immagine indipendente, producendo file molto più grandi ma molto più "robusti" per il montaggio e il grading. La nostra raccomandazione per qualsiasi produzione con ambizioni festivaliere è inequivocabile: si usa esclusivamente ALL-I a 400 Mbps in 4K o C4K. Il peso dei file è gestibile con qualsiasi hard disk esterno moderno, ed il vantaggio in post è reale e misurabile.

Il contenitore: MOV è preferibile a MP4 per la post-produzione professionale. I software di montaggio come DaVinci Resolve, Premiere Pro e Final Cut Pro gestiscono i file MOV con maggiore fluidità, specialmente nei codec di qualità superiore.

Il frame rate: la velocità che definisce il look

Il frame rate è una delle scelte più identitarie che un filmmaker può fare, perché determina il "feeling" del movimento nella sua opera.

Il 24fps (in realtà 23.976fps nel sistema NTSC, che è lo standard internazionale dei festival) è il frame rate del cinema. Produce un movimento con quella leggera sfocatura di moto che l'occhio umano associa immediatamente all'immagine cinematografica. Se il vostro cortometraggio ha ambizioni narrative, drammatiche, di genere, allora il 24fps è il punto di partenza quasi obbligato.

Il 25fps è lo standard europeo e viene usato in contesti televisivi e per produzioni destinate prevalentemente alla distribuzione italiana od europea. In termini di "look", è molto vicino al 24fps e non produce differenze visivamente significative per lo spettatore medio.

Il 50fps e il 60fps servono per i rallentatori. Girato a 60fps e riprodotto a 24fps, il materiale scorre a 2.5 volte più lento: è un rallentatore fluido e cinematograficamente utilizzabile. Girato a 50fps e riprodotto a 25fps, il rallentamento è di 2x. La GH5 registra in C4K fino a 30fps e fino a 60fps in 4K standard (UHD): questo significa che per i rallentatori in massima qualità si lavora in UHD 4K a 60fps, poi si ridimensiona in post a C4K se necessario.

Una pratica molto efficace che si usa spesso: girare la maggior parte del cortometraggio in C4K ALL-I a 24fps, ed avere una seconda configurazione memorizzata nella GH5 con UHD 4K ALL-I a 60fps per i piani che prevedono slow motion. Il cambio di modalità richiede pochi secondi e non richiede di toccare la scheda di memoria.

La regola del 180 gradi: il tempo di posa nel video

Nel cinema, il tempo di posa (shutter speed) non si sceglie liberamente come in fotografia. Esiste la cosiddetta "regola del 180 gradi", che viene dall'epoca delle cineprese a pellicola: l'otturatore deve avere un'apertura angolare di 180 gradi, il che corrisponde ad un tempo di posa uguale al doppio dell'inverso del frame rate.

In pratica: se si gira a 24fps, il tempo di posa deve essere 1/50 di secondo (o 1/48, che alcune camere offrono). Se si gira a 25fps, il tempo di posa deve essere 1/50. Se si gira a 50fps, il tempo di posa deve essere 1/100. Se si gira a 60fps, il tempo di posa deve essere 1/120.

Perché questa regola è importante? Perché la sfocatura di moto (motion blur) prodotta da questi tempi di posa è quella a cui l'occhio è abituato grazie a decenni di cinema. Tempi di posa più brevi producono un'immagine più "staccata" fotogramma per fotogramma, con un aspetto di "video soap opera" o di telecronaca sportiva che è esteticamente molto distante dall'aspetto cinematografico. Tempi di posa più lunghi producono un'immagine troppo mossa.

Il problema pratico è che in esterni con buona luce, 1/50 di secondo con un diaframma cinematograficamente utile (f/1.8, f/2, f/2.8) sovraespone l'immagine anche agli ISO minimi. La soluzione sono i filtri ND: con un filtro ND da 3 stop si riesce a lavorare con la "regola del 180 gradi" anche in piena luce.

Il V-Log L: il profilo colore che tutto cambia

Questa è la funzionalità che separa nettamente l'uso amatoriale dall'uso professionale della GH5. Il profilo V-Log L è un profilo logaritmico di acquisizione del colore che "schiaccia" la curva tonale per registrare la massima quantità possibile di informazione sia nelle alte luci che nelle ombre.

Una precisazione fondamentale: il V-Log L non è incluso di serie nella GH5. È un'opzione software acquistabile separatamente tramite Panasonic (il codice è disponibile sullo store Panasonic). Il costo è contenuto, nell'ordine di poche decine di euro, e l'acquisto è assolutamente obbligatorio per chiunque voglia usare questa macchina in modo professionale. Senza V-Log L, ci si limita ai profili colore standard (Cinelike D, Cinelike V) che offrono meno latitudine e meno flessibilità in post.

Una volta attivato il V-Log L, le immagini registrate avranno un aspetto piatto, desaturato, con colori quasi grigi e bassissimo contrasto. Questo non è un problema: è esattamente il punto di partenza. Queste immagini "grezze" contengono tutta l'informazione tonal-cromatica necessaria per costruire qualsiasi look in fase di color grading. Una LUT di conversione (Panasonic fornisce gratuitamente la "V-Log L to Rec.709" sul proprio sito) permette di visualizzare un'anteprima dell'immagine corretta durante le riprese sul monitor od in post.

Un aspetto tecnico importante del V-Log L sulla GH5: il profilo lavora con una gamma dinamica dichiarata di circa 12 stop, con una sensibilità ISO base consigliata di 400 (o 800 per condizioni di luce più bassa). È fortemente raccomandato esporre "a destra" dell'istogramma, cioè tendere ad una leggera sovraesposizione rispetto alla media, per ridurre il rumore nelle ombre, perchè in V-Log si comportano in modo diverso rispetto ai profili standard.

Il bilanciamento del bianco: manuale, sempre

In un contesto di produzione cinematografica, il bilanciamento del bianco automatico è inaccettabile. L'auto white balance cambia dinamicamente durante la ripresa, producendo variazioni di temperatura colore tra un taglio e l'altro che rendono il materiale praticamente impossibile da utilizzare per un grading coerente.

Si imposta il bilanciamento del bianco manuale prima di ogni scena, usando una carta grigia al 18% o semplicemente inquadrando una superficie bianca con luce diffusa. In interni con luce tungsteno si punta generalmente tra 3200K e 3400K. In interni con luce fluorescente a 5000K–5500K. In esterni in piena luce diurna a 5600K. In esterni in ombra o cielo coperto tra 6500K e 7500K.

Una pratica utile: salvare due o tre preset di bilanciamento del bianco nei tasti funzione personalizzabili della GH5 per gli ambienti ricorrenti del set. La GH5 ha un ottimo sistema di personalizzazione dei tasti che permette di accedere rapidamente a funzioni critiche senza entrare nei menu.

L'ISO: dove si vince e dove si perde

La GH5 non è una macchina per la luce bassa. È un dato di fatto che va accettato senza rimpianti, pianificando le riprese di conseguenza. La sua prestazione ottimale si ha tra ISO 400 e ISO 1600. Ad ISO 3200 il rumore diventa visibile e fastidioso nell'immagine in V-Log L. A ISO 6400 e oltre, la qualità decade significativamente.

Questo non è un limite insuperabile per il cortometraggio: significa semplicemente che le scene in interni o notturne richiedono un'illuminazione adeguata. Una scena girata ad ISO 800 con due pannelli LED portatili da 100W sarà sempre superiore alla stessa scena girata a ISO 6400 con la sola luce ambiente. Nei concorsi di cortometraggi, la qualità dell'immagine contribuisce in modo significativo all'impressione complessiva della giuria: un'immagine rumorosa penalizza anche una storia ben raccontata.

Per le scene in esterni di giorno, il problema opposto: si è costretti a lavorare ad ISO 400 (o anche a ISO 200 in modalità estesa, con qualche perdita in gamma dinamica) con filtri ND per mantenere la regola dei 180 gradi ed usare i diaframmi desiderati.

Lo stabilizzatore IBIS: cinque assi da usare con intelligenza

La stabilizzazione in-body a 5 assi della GH5 è tra le più efficaci nel panorama delle fotocamere ibride. Compensa i movimenti su cinque assi: inclinazione verticale (pitch), inclinazione orizzontale (roll), rotazione (yaw), e traslazione orizzontale e verticale. Il risultato, specialmente con obiettivi di focale normale, è una notevole stabilità a mano libera che può sostituire un gimbal in molte situazioni.

Tuttavia, è importante usare l'IBIS con consapevolezza. Su movimenti di camera intenzionali come una carrellata, uno zoom, un movimento di pan, lo stabilizzatore può creare un effetto di "correzione" che rende il movimento artificialmente rigido o, peggio, produce micro-correzioni visibili che danno all'immagine un aspetto digitalizzato. Per i movimenti di camera pianificati, è spesso preferibile disattivare l'IBIS ed usare un supporto fisico appropriato (treppiede fluido, slider, gimbal).

La modalità "E-Stabilizer" (stabilizzazione elettronica aggiuntiva) peggiora questa tendenza amplificandola: va disattivata quasi sempre, perché introduce un crop aggiuntivo ed un effetto di interpolazione che degrada la qualità dell'immagine ai margini.

L'IBIS è invece preziosissimo per le riprese a mano libera volute come documentario, found footage, scene d'azione, e per le riprese con obiettivi lunghi dove il tremore a mano è più pronunciato.


Parte Seconda: Gli obiettivi per il Micro Quattro Terzi nel cortometraggio

Il sistema Micro Quattro Terzi (MFT) offre una delle scelte di obiettivi più ampie tra tutti i sistemi senza specchio. Prima di entrare nei consigli specifici, ripetiamo la regola del crop: qualsiasi focale indicata sull'obiettivo va moltiplicata per 2 per ottenere l'equivalente ripreso in Full Frame. Tenete questo fattore costantemente presente quando pensate alle inquadrature.

Le focali equivalenti più usate nel cortometraggio

Nel cinema di finzione, il set di obiettivi standard copre grossomodo le seguenti focali equivalenti Full Frame: 24mm (grandangolo narrativo), 35mm (grandangolo "umano", vicino alla visione periferica), 50mm (normale, vicino alla visione foveale), 85mm (ritratto, compressione moderata), 135mm (primo piano compresso, separazione soggetto-sfondo molto pronunciata).

Tradotto in focali MFT native: 12mm, 17-18mm, 25mm, 42-45mm, 65-75mm.

* Obiettivi nativi MFT consigliati

Il Panasonic Leica DG Summilux 25mm f/1.4 II è probabilmente l'obiettivo MFT che suggerirei per primo a qualsiasi filmmaker che usa una GH5. Equivale ad un 50mm in Full Frame, è luminosissimo, ha una resa del bokeh molto piacevole e morbida, e la firma ottica Leica DG gli conferisce un carattere visivo riconoscibile. Per le scene di dialogo, i piani medi ed i primi piani di volti, è quasi insostituibile.

Il Panasonic Leica DG Summilux 15mm f/1.7 equivale ad un 30mm Full Frame: una focale leggermente grandangolare, perfetta per le inquadrature ambientali, le scene di gruppo, le sequenze di apertura. È compattissimo, luminoso e ha un'ottima nitidezza.

L'Olympus M.Zuiko 17mm f/1.8 (equivalente 34mm FF) è una delle ottiche più versatili dell'intero sistema. Il 34mm equivalente è quella focale che molti fotografi e filmmaker considerano la più "naturale" cioè non troppo grandangolare, non troppo compressa. Produce un'immagine pulita e con distorsione minima.

L'Olympus M.Zuiko 45mm f/1.8 equivale ad un 90mm FF: un obiettivo da ritratto eccellente, luminosissimo per il prezzo, con un bokeh morbido e cinematografico. È uno dei migliori rapporti qualità/prezzo dell'intero sistema MFT.

Il Panasonic Leica DG Vario-Elmarit 12-60mm f/2.8-4 è lo zoom di riferimento per il sistema: equivale ad un 24-120mm FF. Copre praticamente tutte le situazioni in cui non si vuole, o non si può, cambiare obiettivo. Non è luminosissimo alla lunga focale, ma è straordinariamente nitido e ben costruito. Ottimo per i documentari e per le situazioni di produzione rapida.

Il Voigtländer Nokton 10.5mm f/0.95 equivale ad un 21mm FF con un'apertura equivalente di circa f/1.9. È manuale, senza autofocus, ma produce un'immagine con un carattere ottico molto particolare, quasi analogico, che molti filmmaker trovano irresistibile per certi generi narrativi.

Adattatori e obiettivi vintage

Uno degli aspetti più interessanti del sistema MFT è la sua compatibilità con praticamente qualsiasi obiettivo esistente tramite adattatori. Con un adattatore Metabones Speed Booster (od il più economico Viltrox) per obiettivi Canon EF, si riduce il crop da 2x a circa 1.4x, si guadagna circa uno stop di luminosità, e si accede a tutto il parco ottiche Canon inclusa la storica e caratteristica serie L.

Gli obiettivi vintage più interessanti da adattare su GH5 sono le serie Olympus OM Zuiko degli anni '70 e '80 (adattatore OM-MFT, costa pochi euro), gli Olympus Pen F, i Minolta MD e MC, e le ottiche Zeiss vintage della serie Contax. Tutti questi obiettivi sono completamente manuali, privi di comunicazione elettronica con la camera, e producono immagini con una resa ottica che molti filmmaker preferiscono alla perfezione quasi sterile delle ottiche moderne: aberrazioni cromatiche dolci, micro-distorsioni, sfocature con personalità. Questa "imperfezione controllata" è spesso esattamente ciò che dà ad un cortometraggio un'identità visiva riconoscibile.

Il modo anamorfici della GH5

La GH5 include una funzione specifica per gli obiettivi anamorfici con fattore di desqueeze 1.33x: la modalità "Anamorphic (4:3)". In questa modalità, il sensore riprende nell'intero rapporto 4:3 nativo invece del 16:9, registrando l'immagine "compressa" orizzontalmente così come un obiettivo anamorfici la produce. In post-produzione, si applica il desqueeze 1.33x e si ottiene un'immagine con rapporto 2.39:1 ovvero il classico formato "cinemascope" dei film hollywoodiani.

Per questa modalità, gli obiettivi più accessibili sono il Sirui 50mm T2.9 1.33x Anamorphic (equivalente 100mm FF anamorfici) ed il Sirui 24mm T2.8 1.33x Anamorphic (equivalente 48mm FF). I caratteristici "lens flare" orizzontali azzurri, le distorsioni ovali del bokeh e la sensazione di profondità spaziale del formato anamorfici sono elementi estetici molto apprezzati nei concorsi di cortometraggi, dove danno immediatamente all'immagine un aspetto di produzione cinematografica di alto livello.

 

Parte Terza: Sul Set: come si usa la GH5 in produzione

La configurazione pratica del corpo macchina

Prima di andare sul set, è indispensabile configurare la GH5 in modo che i parametri critici siano accessibili rapidamente senza entrare nei menu profondi. I tasti funzione personalizzabili (Fn1, Fn2, Fn3, Fn4, ed i tasti touch sul touchscreen) devono essere assegnati a: commutazione bilanciamento del bianco, attivazione/disattivazione IBIS, zebra stripes, forma d'onda o istogramma, e focus peaking.

Le "zebra stripes" cioè quelle righe diagonali che appaiono sulle aree sovraesposte dell'immagine, vanno impostate a 70-75 IRE per il V-Log L (un valore più basso rispetto all'uso standard, perché il V-Log comprime le alte luci). Sono la guida più immediata per un'esposizione corretta.

Il focus peaking ovvero quella colorazione (di solito rossa o bianca) che evidenzia i bordi in fuoco, è essenziale per la messa a fuoco manuale, specialmente con obiettivi adattati. Va impostato al livello di sensibilità HIGH per le scene con profondità di campo stretta.

L'autofocus della GH5: limiti e uso consapevole

La GH5 ha un sistema di autofocus a contrasto di fase che è buono per la fotografia ma ha limitazioni significative per il video rispetto ai sistemi ibridi di Sony e Canon di ultima generazione. In video, tende a "cacciare" il fuoco con piccoli movimenti avanti-indietro che sono visibili nell'immagine finale ed hanno un aspetto poco professionale.

La raccomandazione per i cortometraggi di finzione è di usare la messa a fuoco manuale quasi esclusivamente, con il supporto del focus peaking e, quando possibile, di un monitor esterno su cui verificare la nitidezza. In modalità documentario, dove il soggetto si muove imprevedibilmente, l'autofocus può essere utile impostato sulla modalità "Tracking" con sensibilità ridotta al minimo per limitare i movimenti bruschi.

La gestione della luce sul set con la GH5

Tenendo presenti i limiti ISO della macchina, la gestione della luce sul set è un aspetto su cui non si deve lesinare. Non è necessario avere un kit luce professionale da decine di migliaia di euro: i moderni pannelli LED bi-color sono strumenti potenti, portatili ed economici.

Un kit luce minimale ma funzionale per la GH5 include: un pannello LED da 100-200W come luce chiave principale (key light), un pannello LED più piccolo da 30-60W come luce di riempimento (fill light) o luce per i capelli (hair light), ed un riflettore pieghevole 5-in-1 per modellare e riflettere la luce naturale in esterni. Con questo setup, si può girare agevolmente a ISO 400-800 in qualsiasi interno, producendo immagini quasi prive di rumore.

Nei corridoi, negli angoli stretti, nei piani sequenza in movimento: un piccolo pannello LED portatile da 30W montato sul cage della camera, con la lente difusore montata, può salvare una scena altrimenti impossibile.

Il suono: il punto critico che la GH5 non risolve da sola

La GH5 ha un ingresso audio da 3.5mm (non XLR) con un pre-amplificatore di qualità discreta. Per le produzioni di cortometraggio con ambizioni concorsuali, il suono in-camera va considerato al massimo come traccia di riferimento (scratch track) per il montaggio: la traccia audio finale deve essere registrata separatamente con un registratore da campo dedicato.

Un Zoom H5 o un Zoom H6 con microfono direzionale (shotgun) come il Rode NTG4+ od il Sennheiser MKH 416 è il kit audio di riferimento per questa fascia di budget. La sincronizzazione si gestisce con una battuta di clap davanti alla camera (il classico ciak, appunto) o con un timecode GPS. In montaggio, DaVinci Resolve e Premiere Pro hanno entrambi funzioni di sincronizzazione automatica per waveform audio.

Una alternativa per le produzioni con troupe molto ridotta: il microfono Rode VideoMicro II collegato all'ingresso 3.5mm della GH5 produce una qualità sufficiente per scene prive di dialogo importante, scene di ambiente, o di situazioni dove il suono verrà comunque ridoppiato in postproduzione. Non è una soluzione professionale, ma è meglio di niente.


Parte Quarta: Il Montaggio del cortometraggio

Il software: DaVinci Resolve come piattaforma unica

Per il montaggio ed il color grading di materiale proveniente dalla GH5 in V-Log L, la nostra raccomandazione è DaVinci Resolve nella versione gratuita. È gratuita, è professionale, è lo standard dell'industria per il color grading, e gestisce i file MOV della GH5 in ALL-I con assoluta fluidità su qualsiasi Mac con processore Apple Silicon o su un PC con GPU discreta.

Detto questo, per chi è già esperto di Adobe Premiere Pro o Final Cut Pro, non è necessario cambiare software: entrambi gestiscono il materiale della GH5 senza problemi. L'unico scenario in cui DaVinci Resolve diventa quasi obbligatorio è il color grading avanzato con LUT personalizzate e correzioni nodo per nodo: in questo caso, il vantaggio di Resolve rispetto agli altri è sostanziale.

Il flusso di lavoro con il materiale V-Log L

Una volta importato il materiale in DaVinci Resolve, il primo passo è applicare una LUT di trasformazione del colore per passare dal V-Log L al Rec.709 (lo spazio colore standard dei monitor). Questa LUT, la "Panasonic V-Log L to Rec.709" ufficiale, disponibile gratuitamente sul sito Panasonic, va applicata come LUT di "Input Transform" nel pannello Color Management del progetto, oppure come nodo iniziale su ogni clip. L'immagine tornerá a sembrare normale, bilanciata, con il contrasto e la saturazione appropriati.

Da questo punto di partenza, si lavora in modo creativo: si corregge l'esposizione clip per clip usando le ruote colore (Lift per le ombre, Gamma per i mezzitoni, Gain per le luci), si bilanciano i colori tra scene girate in condizioni diverse, si costruisce il "look" complessivo del cortometraggio.

Una pratica professionale molto utile: creare un nodo "base correction" che corregge esposizione e bilanciamento del bianco in modo tecnico-neutro, e poi un secondo nodo "creative grade" separato per il look creativo. Mantenere la correzione tecnica separata dal look creativo permette di tornare a modificare solo uno dei due livelli senza toccare l'altro.

Il color grading: costruire il look visivo del cortometraggio

Il look visivo cioè quell'insieme di scelte cromatiche e tonali che danno ad un cortometraggio un'identità visiva riconoscibile, è uno degli strumenti espressivi più potenti di cui dispone un filmmaker. I concorsi di cortometraggi sono pieni di lavori con storie interessanti ma con un look visivo piatto, incoerente o semplicemente non pensato: un grading curato è uno degli elementi che distingue immediatamente un lavoro maturo.

Presentiamo alcune direzioni di look comuni nel cinema indipendente contemporaneo, tutte realizzabili in DaVinci Resolve con materiale GH5 in V-Log L:

Il look desaturato con ombre fredde e luci calde (typico del cinema scandinavo e di molti festival europei): si abbassa la saturazione globale del 15-20%, si portano le ombre verso il blu-verde e le luci verso il giallo-arancio con le ruote colore. Produce un'immagine di grande eleganza e malinconia.

Il look ad alto contrasto con neri profondi (tipico del thriller e dell'horror): si alzano le luci e si abbassano le ombre fino a "schiacciare" i neri quasi all'assenza di dettaglio. Si lavora con la curva personalizzata (Custom Curve) per controllare la forma esatta del contrasto. Produce un'immagine drammatica e visivamente aggressiva.

Il look caldo e saturato (tipico dei drammi familiari, dei coming-of-age, dei film ambientati in estate): si alzano leggermente le ombre verso il giallo, si aumenta la saturazione del 10-15%, si spingono le luci verso il bianco pulito. Produce un'immagine "calda" nell'accezione più letterale: quel senso di luce e calore che certi film portano nello stomaco.

Il look "bleach bypass" (tipico di certi thriller e di film di guerra): si desatura drasticamente, si aumenta il contrasto, si lasciano le luci quasi sovraesposte e le ombre quasi prive di colore. È un look molto riconoscibile che può diventare esteticamente opprimente se mal calibrato, ma straordinario nelle produzioni giuste.

L'editing: ritmo, transizioni e struttura

Sul piano del montaggio puro, un cortometraggio destinato ai concorsi deve rispettare alcune considerazioni pratiche che molti principianti ignorano.

La durata ideale per i concorsi generalisti è tra i 10 ed i 20 minuti. Cortometraggi più brevi (5-10 minuti) sono favoriti nei concorsi con molti iscritti, perché la giuria li apprezza per il rispetto del tempo. Cortometraggi superiori ai 25 minuti raramente entrano in selezione nei festival di media grandezza, salvo che abbiano qualità eccezionali.

Il ritmo del montaggio deve essere determinato dalla storia e dalle emozioni, non da abitudini estetiche acquisite. La regola base è: un taglio avviene quando la scena ha detto ciò che deve dire e non ha altro da aggiungere. Tenere un piano troppo a lungo è quasi sempre più dannoso che tagliarlo troppo presto.

Le transizioni diverse dal taglio netto come il dissolve, il fade, l'iris, vanno usate con grande parsimonia. Il dissolve indica il passaggio del tempo od una connessione onirica tra due scene; il fade al nero indica una pausa narrativa significativa o la fine di un atto. Usarli per abitudine o per "riempire" un taglio debole è un errore che tradisce inesperienza.

L'audio nel montaggio è spesso più potente dell'immagine nell'influenzare il ritmo percepito. La pratica del "J-cut" e del "L-cut" cioè far iniziare la traccia audio della scena successiva prima che l'immagine cambi, o far continuare la traccia audio di una scena dopo che l'immagine è già cambiata, crea transizioni fluide e naturali che il montaggio sull'immagine secca spesso non può ottenere.

L'export per i concorsi

L'esportazione finale per i concorsi di cortometraggi deve seguire le specifiche richieste da ciascun festival, ma esistono standard comuni che coprono la maggior parte delle situazioni.

Il formato standard è H.264 o H.265 in contenitore MP4 o MOV, risoluzione C4K (4096×2160) o UHD 4K (3840×2160), frame rate 24fps (23.976), profilo colore Rec.709, livelli video standard (16-235 per H.264 in alcune situazioni, 0-255 per DCI). Per i festival che richiedono un file DCP (Digital Cinema Package ovvero il formato standard delle sale cinematografiche), DaVinci Resolve Studio (la versione a pagamento) o software open source come OpenDCP permettono di creare un file DCP a partire dal master del cortometraggio.

Un master intermedio di altissima qualità come un file ProRes 4444 o ProRes HQ a piena risoluzione, va sempre conservato prima di qualsiasi compressione di distribuzione. Quel master è la fonte da cui si genera qualsiasi versione futura: per piattaforme online, per eventuali proiezioni in Blu-ray, per l'archivio.

La GH5 come scuola di Cinema

Abbiamo lavorato con cineprese molto più costose della GH5, come con la ARRI ALEXA, con la RED, con la Sony Venice. Sappiamo cosa si guadagna con quelle macchine: gamma dinamica maggiore, comportamento agli alti ISO straordinario, codec RAW di livello assoluto.

Ma sappiamo anche una cosa che quelle macchine non danno, e che la GH5 costringe a imparare: il rigore. Quando si lavora con una macchina che non perdona l'errore di esposizione, che non salva una scena mal illuminata con la magia degli alti ISO, che non nasconde la messa a fuoco approssimativa con un autofocus infallibile, si imparano a fare le cose per bene prima di premere il tasto REC.

E questo è, in fondo, ciò che il cinema richiede sempre: non la macchina più costosa, ma la mente più preparata. Usate bene la vostra GH5. Non si difenderà da sola. Ma se sapete come tenerla in mano, vi porterà lontano, molto lontano.