Differenze tra CORTOMETRAGGIO e LUNGOMETRAGGIO

dalla tesi di Emanuele SANA

PRIMO CAPITOLO  

Del Cortometraggio

  Cortometraggio s.m. Film di durata non superiore ai quindici minuti, specialmente di contenuto documentario o pubblicitario. (Il Nuovo Zingarelli, Zanichelli, Bologna, 2000)

Il cortometraggio si affianca a due sfere di interesse diverse fin dalla sua evidenza etimologica: da un lato è immediato il parallelo che lo avvicina al lungometraggio anche se errato sarebbe definirlo come un frammento di quest'ultimo. Il cortometraggio è un film a tutti gli effetti, con una propria struttura: ha un inizio ed una conclusione o, parlando cinematograficamente, i propri titoli di testa e di coda. Impensabile sarebbe impostare un mark-in ed un mark-out in un qualsiasi lungometraggio e pensare che questa sequenza, seppur caratterizzata da unità tematica, caratterizzi un cortometraggio a se stante. La seconda sfera di interesse è senza dubbio quella temporale: il primo elemento di riconoscimento per il cortometraggio è appunto la durata inferiore rispetto agli standard presenti al cinema; esagerato mi sembra, però, limitare la sua estensione ai quindici minuti (come troviamo nelle definizioni dei differenti dizionari presi in considerazione): credo sia più corretto asserire che la durata non debba superare la mezz'ora. Questa precisazione è necessaria analizzando tre fattori, i primi due di carattere statistico, il terzo formale. Innanzitutto, cercando la moda relativa all'estensione temporale di un numero elevato di cortometraggi, si scopre che si assesta quasi sempre sotto i trenta minuti: questo limite è superato da un numero limitato di lavori, pressoché di carattere documentaristico o d'avanguardia. La seconda rilevazione sottolinea come, cercando tra i vari bandi di concorso di festival e rassegne internazionali, solitamente la lunghezza richiesta si inserisce in questa durata, titoli di testa e di coda inclusi. Si sta tentando in questo momento di offrire una precisazione del termine anche se, nella maggior parte dei casi, sono le modalità d'uso comune delle istituzioni coinvolte a stabilire il valore da attribuire ad una definizione: questa può avere un aspetto normativo, è il caso di concorsi statali per la richiesta di fondi che richiedono determinate caratteristiche delle proposte, o un aspetto pratico. Se prendiamo infatti in considerazione i festival nazionali ed internazionali, risulta evidente come il limitare diventi una necessità di tipo organizzativo, sia per quanto riguarda il lavoro di selezione del materiale iscritto al concorso, sia per gli effettivi giorni di programmazione in sala.

Ben più importante è l'ultimo fattore, di tipo strutturale: scrivere un film con un minutaggio superiore ai trenta minuti, necessita un approccio diverso al personaggio ed alla trama; come vedremo più dettagliatamente nel secondo capitolo, quest'ultima in particolare dovrebbe includere una sottotrama, mentre il cortometraggio viene limitato proprio per cercare di mantenere intatta la sua specificità di ricercata semplicità .

Risolta la questione relativa a ciò che intendiamo con il termine cortometraggio, è ora intenzione riprendere il filo conduttore che vuole dimostrare l'indipendenza del cortometraggio dal “fratello maggiore”. Attualmente sono due gli schieramenti valorialmente opposti: il primo definisce il cortometraggio “palestra per giovani registi che si preparano al lungometraggio” il secondo lo vuole “forma espressiva autonoma” . Entrambe le sfere di valore dovrebbero essere, a mio parere, prese in considerazione: credo che la limitatezza della prima consista nel non capire che, pur essendo terreno di prova, nulla vieta che il corto abbia una propria peculiarità e che possa rappresentare qualcosa di molto differente da un film di novanta minuti. Inoltre, tale definizione non tiene presente che è possibile trovare enti, festival e concorsi mossi dalla precisa attenzione al panorama del corto d'autore oppure che alcuni registi e produttori scelgano come missione professionale quella di pensare a quest'orizzonte per effettiva volontà o per necessità di ordine economico ed organizzativo (ad ulteriore esempio, si pensi alle attività televisive ed editoriali che pian piano stanno nascendo attorno al cortometraggio: Corto 5, SpazioCorto nella programmazione di ComingSoonTelevision , raccolte complete di vhs in libreria).

Sostenere ancora una volta come la verità sia nel mezzo è quello che cercherò nei tre paragrafi seguenti: innanzitutto, se il cortometraggio è una forma a se stante, allora deve avere corrispettivi parimenti indipendenti nelle altre sfere, sto pensando qui al parallelo con altre forme brevi. Se entità autonoma deve essere, che lo sia negli approcci, ma che condivida la medesima mentalità che muove il lungometraggio. Importante, infine, sarà possedere una storia che, nascendo con l'invenzione del cinema, trovi ben presto collocazione propria nel panorama non dei generi ma delle forme.

 

Per un “Elogio della rapidità”

Per forme brevi , seguendo una precisazione di Isabella Pezzini , intendiamo quelle creazioni editoriali, cinematografiche ed artistiche in genere che nascono e si sviluppano con durata limitata ma con un'altissima coerenza e coesione interna. Da questa prima definizione, comprendiamo come il valore di tali forme si giochi su due livelli che coesistono ma non si limitano reciprocamente: da una parte la consapevolezza di avere estensione minore rispetto alle altre produzioni di lunga durata; dall'altra la loro genesi che si muove dalla coscienza di essere forme altre rispetto alla durata diventata prassi .

Roland Barthes, sul finire degli anni '70, sosteneva come “la forma cercata è una forma breve” , e continuava affermando che queste “forme deliberatamente minori” non sono “un ripiego, ma un genere come un altro” e contribuiscono al progetto di “rielaborare la griglia delle intensità”: sono teorie che testimoniano come la brevità non sia inversamente proporzionale all'intensità espressiva. Un breve tempo o la medesima estensione si possono riempire con strategie differenti, atte ad emozionare e trasmettere energia e passione: queste forme brevi, per poter raggiungere tali obiettivi, devono essere studiate e confezionate ad hoc da coloro che investono in questi progetti non solo da un punto di vista economico, ma anche da un punto di vista comunicativo. A tal proposito Italo Calvino pensa all'oggetto della narrazione come a una battaglia contro il tempo: “E' un segreto di ritmo, una cattura del tempo che possiamo riconoscere dalle origini: nell'epica per effetto della metrica del verso, nella narrazione in prosa per gli effetti che tengono vivo il desiderio di ascoltare il seguito” e, aggiungo io, nel cinema per la volontà di vedere lo sviluppo della trama. A questi due contributi, potremmo poi aggiungere il discorso sull' elasticità del testo di Greimas, le teorie del montaggio di Ejzenštein o la distinzione che Eco sottolinea tra un tempo come parte del contenuto narrativo (la durata cronologica coperta dagli avvenimenti di una fabula) e un tempo del discorso impiegato a narrare questo contenuto.

La prima testimonianza dell'indipendenza del cortometraggio risiede quindi nella consapevolezza di essere fin dall'idea destinato ad un tipo di fruizione appositamente limitata: dal soggetto, quest'obiettivo diventa il vero e proprio modus operandi guida della realizzazione e, infine, sistema di distribuzione mirato. L'aspetto della fruizione, però, rappresenta un forte elemento di differenziazione tra il corto cinematografico e le altre forme brevi: mentre il primo, infatti, non è previsto nella grande distribuzione e occupa semplicemente una nicchia situata nei ristretti campi di festival e rassegne, tra le altre possiamo trovare casi di capillare diffusione e di primaria importanza nell'uso comune. Sto pensando all'ambiente letterario: portando l'esempio del sonetto, risulta di immediata comprensione il fatto che, pur trattandosi di forma breve, il suo “ruolo pubblico” non è affatto limitato ed il suo valore è pari a quello di altre forme maggiori.

Risulta poi necessaria un'ulteriore precisazione sui termini: Barthes definisce le forme brevi come generi . In realtà, la discussione relativa ai generi (cinematografici nella fattispecie) è molto complicata, anche perché si rischia di fissare arbitrariamente confini laddove tali limiti sono labili e soggetti a continue mutazioni: lo dimostra il fatto che la trattazione degli stessi ha accompagnato il cinema fin dalla sua affermazione (la visibilità pubblica dei generi ha inizio già nel 1910 con l'istituzionalizzazione delle forme di consumo del nuovo medium). Se volessimo seguire le formulazioni primo novecentesche di Balázs, il genere viene visto come possibile patto comunicativo tra un'istituzione che lo offre alla fruizione e lo spettatore che accetta l'offerta, fornisce cioè le regole testuali ed extratestuali per una negoziazione delle modalità di consumo del prodotto filmico tra le due parti. E' necessario intuire che il patto comunicativo tra istituzione-cinema e spettatore è rappresentato da elementi interni al testo: seguendo il pensiero di Altman, infatti, “film dello stesso genere hanno componenti contenutistico-formali simili, cioè l'identità di genere risiede nelle sue caratteristiche testuali” . Lo spettatore, nel momento della scelta della pellicola, si indirizzerà verso quello “schema di aggregazione di tratti caratteristici” che sono di carattere interno al film stesso: Ruggero Eugeni precisa che “tra i vari tipi di tratti, sono stati tradizionalmente privilegiati quelli di tipo tematico o narrativo. Più recentemente però alcune proposte invitano a tenere conto anche di altri tipi di determinazione, quali caratteri e le promesse passionali ed emozionali del film, o gli ‘usi' del film all'interno delle pratiche e delle relazioni della vita quotidiana”. Spostando ora l'interesse sul cortometraggio, è immediato comprendere che esso non rappresenti un genere, in quanto questi tratti interni al testo filmico non sono omogenei: come il lungometraggio, anche il corto sfrutta infatti ogni insieme di tratti caratteristici, dal western al noir, dalla commedia al musical, dimostrandosi una sorta di contenitore di generi . Da qui l'ennesima constatazione che ci porta a considerarlo creatura a se stante.

Se dal punto di vista testuale non possiamo considerare il cortometraggio come genere, la teorizzazione diventa più difficile quando consideriamo gli elementi extratestuali e formali: Eugeni ricorda che “un'attenzione va tributata […] ai tratti estetici e sensibili, quali i ritmi, gli stili, il tipo di interpretazione attoriale ecc”. Mettendo da parte recitazione e stile, che credo rientrino nel discorso interno al testo, il ritmo rientra in una categorizzazione più ampia che è quella del tempo: non penso, però, che la durata limitata possa essere considerata elemento denotativo di un genere, nel senso che la distinzione fra lungo, medio e corto-metraggio rappresenta solamente una suddivisone in macrocategorie. Uno spettatore sceglie di assistere ad una manifestazione di film di breve durata, è vero, ma non saprà mai se tra i corti troverà il suo genere preferito.

Il cortometraggio “non solo…ma anche”

  Il cortometraggio si presenta, oggi come dalle sue origini di prodotto altro rispetto allo standard cinematografico, il luogo del “non solo…ma anche”: è difficile, infatti, trovarne una collocazione univoca nel panorama della produzione e della fruizione. E' fondamentale palestra in attesa del lungometraggio ma anche forma espressiva autonoma, sta al racconto (ma anche all'aforisma o allo sketch) come il film sta al romanzo, è esordio ed apprendistato di tanti grandi maestri del cinema ma anche una loro chicca sconosciuta ai più, è territorio di sperimentazione di nuovi stili, spazio dell'autoproduzione e dell'indipendenza, espressione per eccellenza della creatività giovanile ma anche formato che si innesta nel filone della tradizione specialmente legata al documentario o ad altre forme consolidate, corto come spazio di libertà da schemi ma anche luogovincolato da condizionamenti produttivi. L'elenco potrebbe continuare, mostrando come ad un aspetto ne corrisponda un altro diverso, talvolta diametralmente opposto: tutto questo testimonia che gli approcci al cortometraggio possono essere diversi, ma la mentalità che guida queste realizzazioni è la medesima che consente ad un film di nascere; questa precisazione è ancora una volta fondamentale poiché, dimostrando la perfetta sovrapposizione della volontà di partenza, quella cioè di narrare o descrivere, si mettono i due metraggi sullo stesso piano e quindi, indirettamente, se ne sancisce l'indipendenza.

Con il termine approccio si intende l'avvicinamento ad un qualsiasi progetto che include una pianificazione: questa è una delle sostanziali differenze tra il cortometraggio ed il lungometraggio. Nel momento in cui un regista (o un artista in genere) decide di sfruttare il formato del corto, può farlo per due ordini di motivi: il primo è, banalmente, di carattere economico. Tale aspetto divide i livelli produttivi a seconda di budget e distribuzione: riconosciamo i blockbusters , film che richiedono sforzi produttivi molto alti poiché annoverano attori famosi, registi affermati, location e risorse sul set di proporzioni elevate; a produrli sono le grandi case americane e alcune co-produzioni europee, la loro distribuzione avviene a livello internazionale ed è accompagnata da una pubblicità pervasiva. Abbiamo poi i film commerciali, che si sviluppano solitamente in ambito nazionale ed a questo mercato sono destinati: si sviluppano su più livelli, dal film di bassa fattura destinato a limitati guadagni, a film di qualità realizzati da autori consolidati che però, seguendo le parole relative al panorama italiano del regista Maderna, “rarissimamente fanno qualcosa di forte, poiché tendono a riprodurre lo stesso meccanismo” . Al penultimo gradino riconosciamo i film indipendenti, originariamente film nati da piccole case di produzione o da singoli artisti per opporsi alle grandi produzioni: mezzo di protesta ma anche modo per trattare tematiche che non possono trovare spazio nei filoni dei blockbusters . Prodotti con limitate finanze, diventano baluardo di una cinematografia d'autore, molto volte troppo elitaria: è per questo motivo che restano limitati ad un circuito d'essai che non ne permette, salvo rari casi, una larga distribuzione. Per ultimo l'autoproduzione: ogni possessore di una videocamera e di un sistema per il montaggio (con il digitale è diventato anch'esso di economica realizzazione) può diventare filmmaker e produrre un proprio film, più o meno importante, più o meno caratterizzato da una tecnica e da una consapevolezza narrativa. La distribuzione acquista oggi, anche per quest'ultimo filone, il carattere della globalità, specialmente pensando agli archivi che internet mette a disposizione per la raccolta di prodotti di ogni genere.

Il cortometraggio è soprattutto, salvo alcune realizzazioni di case di produzione affermate, terreno dell'autoproduzione e dell'indipendenza, ed è inoltre valvola di sfogo della creatività giovanile: togliendo da questi tre sistemi quello dell'indipendenza , è facilmente comprensibile che gli altri due sono lontani dalla produzione ad alto budget. Indipendenza e creatività giovanile non dispongono di grandi risorse, quindi il cortometraggio diventa il primo pensiero per chi non ha la possibilità di produrre un film di durata superiore ai trenta minuti, sia dal punto di vista di tempo effettivamente speso per riprese e montaggio, sia per questioni finanziarie ed organizzative, soprattutto in termini di maestranze implicate nel lavoro.

A tal proposito l'esempio del mio Appunti di vite : il primo pensiero è andato alla possibilità di girare il cortometraggio in pellicola , ho formulato a tal proposito un preventivo che, affiancato alla sceneggiatura, è passato sul tavolo di lavoro di numerosi produttori (più o meno importanti), di manager d'azienda interessati al mondo cinematografico, enti ed istituti che offrono sponsorizzazioni. L'unico modo per realizzare il mio cortometraggio con l'ausilio della celluloide sarebbe stato, infatti, quello di farlo produrre: sarebbe, sottolineo, poiché non trovando uno sbocco in questo senso, ho dovuto modificare il mio approccio, limitando le maestranze richieste e, soprattutto, il supporto utilizzato per le riprese.

Fortunatamente la tecnologia viene incontro a questo tipo di approccio al cinema e il digitale offre, oltre