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Incontri ed Interviste

Intervista a Nicolas Philibert, Orso d’oro per Sur l’Adamant

Quando ci incontriamo con Nicolas Philibert l’Orso d’oro è ancora una aspettativa. Sur l’Adamant, che lo ha vinto in uno dei migliori palmarès di ogni festival degli ultimi anni con la giuria presieduta da Kristen Stewart, era appena passato in concorso, quasi verso la fine: un delicato ritratto di una realtà di cura psichiatrica in un barcone sulla Senna, lungo il Quai de Repèe, che fa riferimento al Polo Psichiatrico del centro di Parigi. Lì pazienti e curanti si incontrano ogni giorno e vivono insieme una dimensione di scoperta attraverso la relazione umana, la cultura, la musica, i libri, i film.

Una sfida, nata diversi anni fa da un progetto curato dalla psicologa e psichiatra Linda De Zitter che aveva messo insieme architetti, pazienti e curanti perché questo sogno divenisse realtà. «Conoscevo l’Adamant da tempo, poi mi è capitato di andarci, mi hanno invitato a alcuni workshop mostrando i miei film» racconta il regista.

Da cosa sei partito per filmare la vita sull’Adamant? Non è la prima volta che ti confronti con una istituzione psichiatrica, «La Moindre des choses» parlava della clinica di La Borde.

Mi interessava l’idea della cura che non può essere ridotta all’amministrazione quotidiana di visite, medicine e così via, e che invece dovrebbe mettere al centro della sua pratica la relazione umana, la singolarità di ciascuno. La psichiatria mi ha sempre interessato, è uno spazio che inquieta e al tempo stesso pone delle sfide, che fa pensare a noi stessi e ai nostri limiti. È uno specchio che ci dice molto sulla nostra vita. Purtroppo negli ultimi venticinque anni nel settore pubblico ha subito un decadimento dovuto ai tagli di budget, a promesse disattese, a situazioni che pian piano hanno demotivato chi vi lavora. L’Adamant è un luogo di resistenza rispetto a questo, ogni paziente ha un suo peso specifico, perché la psichiatria non è una scienza esatta. C’è chi pensa sia giusto riempire i pazienti di medicine per normalizzarli, e chi invece prova altre strade. Lì appunto non si cerca di «normalizzare» i pazienti ma si lavora su come ciascuno è, considerandolo nella sua unicità. Alcuni di loro sono ospedalizzati, altri no, ma al di là delle situazioni sull’Adamant trovano un’umanità che in altri casi è preclusa. Quella realtà ci dimostra anche che tutte le istituzioni, oltre alla sanità anche la scuola e la famiglia, devono essere curate.

In che senso?

Si deve evitare la routine, la burocrazia, la ripetizione che uccidono il desiderio necessario a praticare qualsiasi forma di cura. Ci vuole invenzione, passione, non ci si può affidare a gesti meccanici, stanchi, di chi non è coinvolto in quello che fa e perciò non riesce a coinvolgere neppure chi cura. Non si tratta solo di professionalità, ci possono essere stagisti di primo livello che hanno capacità meravigliose di curare, di attenzione, più di tanti iper-specialisti. Nella realtà dell’Adamant questa energia, questa invenzione costante sono vive; e non significa confondere lo statuto professionale né le funzioni di curante e curato ma è rilanciare questa relazione all’interno di una dimensione collettiva dove la cura è anche un scambio, curare fa bene a chi lo fa, permette di scoprire delle cose insieme. Sull’Adamant non ci sono etichette: chi cura non è identificato da una divisa o da un distintivo.

Come ti sei avvicinato alle persone? Ci sono alcune figure che tornano più spesso mentre il paesaggio intorno, e gli abiti, suggeriscono un movimento che ha attraversato diverse stagioni.

In realtà ho lasciato passare un po’ di tempo tra una ripresa e l’altra per prendermi una distanza e per non stare troppo addosso alla gente. Volevo far respirare le persone che filmavo, non prenderle in ostaggio. Se qualcuno si avvicinava e parlava un po’ con me allora filmavo, li seguivo, poi li perdevo. Ci sono molte questioni che ci si pone filmando un disagio, una malattia, come fare per non utilizzare un potere della macchina da presa, come porsi in modo da non «sfruttarli». Ho cercato di essere il più aperto possibile alle suggestioni intorno, anche perché credo, e ancora di più oggi, che il cinema sia una dialettica tra ciò che vedo o che penso io come regista e quello che si aspetta lo spettatore. Mi piace lasciare spazio, creare dei fuoricampo mentre adesso si cerca di spiegare ogni dettaglio dicendo al pubblico cosa deve pensare, che deve vedere. Questa idea di mostrare tutto, di rendere tutto visibile e evidente appartiene molto del nostro tempo, basta guardare i social network: la gente mette quello che mangia a cena, dove va in vacanza, ogni istante. Fa vedere tutto per non dire niente.

Articolo di Cristina Piccino  per ilmanifesto.it

 

Tonino Guerra racconta il suo rapporto con il cinema

Nell'intervista Tonino Guerra racconta il suo rapporto con il cinema e ricorda i grandi personaggi che ha incontrato, a partire da Federico Fellini. 

da lacompagniadellibro.tv

SYDNEY SIBILIA dai CORTI a SMETTO QUANDO VOGLIO! Intervista con Dario Moccia

Conosciamo un giovane regista che si è fatto strada nel cinema grazie ai primi Cortometraggi per approdare ai lavori di grande successo, tra cui l'amatissimo Smetto quando voglio!

Paragrafi dell'Intervista:

00:00 Momento appunti

02:00 L'ombra della chiave inglese

05:30 Prime influenze

07:40 Pellicola

13:00 La palestra degli spot

17:25 Matteo Rovere

21:45 Smetto quando voglio

27:52 L'incredibile storia dell'isola delle rose

31:32 Streaming e sala

37:10 Mixed by Erry

 

 

Intervista al regista americano John Singleton

John Singleton è un ragazzo prodigio del cinema nero americano. E' l'autore di uno dei film che hanno segnato lo scorso decennio: Boyz'n the hood, raccontava per la prima volta sullo schermo, con impressionante realismo, l'ordinaria criminalità della Downtown di Los Angeles. Grazie a quel primo film, John Singleton è stato il più giovane regista che abbia mai ricevuto una nomination all'Oscar. La statuetta non l'ha vinta, ma per uno che ha la pelle nera il Premio Oscar è quasi un traguardo impossibile. John Singleton, del resto, è una specie di piccolo leader dei neri americani, e questo spiega perché ha firmato il remake di Shaft, vecchia bandiera del black cinema. Ma nonostante ciò, Singleton è un regista di scuola europea, che ha studiato Vittorio De Sica e François Truffaut, i suoi maestri preferiti insieme a Akira Kurosawa. Abbiamo incontrato John Singleton a Los Angeles nei luoghi di Boyz'n the hood, a Downtown, dove si trova il suo ufficio, proprio nel momento in cui esce in Italia il suo nuovo film Baby Boy.

John, il protagonista del tuo ultimo film, “Baby Boy”, è così mammone che sembra un italiano.

Ho sentito dire che in Italia ci sono molti uomini legati alle loro famiglie, alle loro madri. Quelli che voi chiamate “mammoni” in America vengono chiamati, appunto, “baby boys”.

E' molto diffuso il mammone nelle famiglie nere americane?

Abbastanza. In molte famiglie ci sono ragazzi che si sentono a loro agio solo con la madre. In questo film ho raccontato la storia di un ragazzo che si trova a metà strada tra l'uomo e il bambino. Il suo amore per la madre gli impedisce di crescere, di andarsene ed è alimentato dalla paura di essere ucciso per la strada.

Non credo che questo personaggio sia autobiografico, giusto?

Infatti non lo è. Io me ne sono andato di casa a 17 anni.

Quando eri ragazzino hai conosciuto qualcuno che assomigliava al tuo personaggio?

Sono cresciuto in mezzo a persone come Jody, il ragazzo di Baby Boy. Questo film è una specie di seguito di Boyz'n the hood ed è ambientato nello stesso posto, il ghetto di Los Angeles. E' un quartiere bellissimo, ma è una specie di Far West, sulle strade la gente si spara.

Ma immagino che in quel ghetto ci fosse di tutto, anche i ricchi...

Esattamente. Il film è iperrealistico. Il periodo è quello del dopoguerra, dell'avvento della televisione, quando le telecamere iniziavano ad essere più piccole e più leggere. E si girava nelle strade, si usavano attori che non erano attori ma persone comuni. Anch'io nel mio film ho fatto la stessa cosa. Ho utilizzato persone che non erano attori per conferire un maggiore realismo al film, come facevano De Sica e Rossellini...

Il tuo film ricorda il primo Spike Lee, “Lola Darling”.

Sì, sono d'accordo. Forse perché è un film centrale. In America abbiamo bisogno di film centrali. In questo film ho davvero cercato di creare una centralità totale. E' un film sull'amore e sul sesso, con scene esplicite, con bellissimi attori di colore. I film americani sono troppo tranquilli, troppo politically correct, non c'è quasi mai niente di stimolante.

E' come se avessero addosso un preservativo.

Esatto. C'è un preservativo sul cinema americano. E io l'ho voluto togliere.

Da tanto il cinema americano non riesce più ad essere sensuale...

Perché c'è molta più violenza che sesso. I registi europei fanno film sulle emozioni mentre quelli americani fanno film basati sugli effetti.

John, tu sei uno dei pochi membri di colore dell'Academy Award. Sei stato il più giovane regista ad ottenere una nomination. Ma non hai vinto l'Oscar. I neri non riescono quasi mai a vincere.

Succede ogni morte di papa, ma mai dire. Voglio dire, l'Academy è composta da 5000 persone. Si potrebbero mettere tutti su un palcoscenico se si volesse. Insomma, è solo un'Academy.

E quanti sono i membri di colore?

Non saprei, credo meno di 300.

Ecco perché non vincete mai, ecco perché Denzel Washington non ha mai vinto.

Denzel Washington aveva avuto una nomination per Hurricane. La sua interpretazione era fenomenale.

Come è possibile cambiare la situazione?

Penso che sia necessario stabilire un rispetto reciproco tra gli artisti, indipendentemente dal fatto che siano bianchi o di colore. E' questo che deve cambiare. E' una questione politica. Gli studios di Hollywood spendono un sacco di soldi per poter vincere un Oscar. E' come durante una campagna elettorale. Si spendono molti soldi per convincere la gente che quello è il candidato giusto. Purtroppo, anche l'Academy Award è diventata così.

Non credi che oggi non sia più utile fare del cinema nero, solo con i neri, solo per i neri?

Non faccio rientrare i miei film in nessun genere. I miei film parlano la lingua del cinema.

Perché non hai mai scelto attori bianchi?

Non so. Non si è mai presentata l'occasione. Dipende dai film che voglio fare. A volte voglio fare un film sull'Africa, altre volte voglio fare un film su New York oppure su Roma. Dipende solo da questo.

Se dovessi scegliere solo attori bianchi quali sceglieresti?

Non saprei. Mi piacerebbe dare un film con Robert De Niro, che è un mio amico. Me ce ne sono altri con cui vorrei fare un film. Penso che Edward Norton sia un bravo attore. E anche Giancarlo Giannini. L'ho visto in Hannibal. E' bravissimo.

Quand'è che hai deciso di diventare un regista?

Avevo soltanto 9 anni. Avevo visto Guerre Stellari. Credo di averlo visto almeno 10 volte. E più guardavo il film, più pensavo a come era stato fatto, come era stato costruito. Avevo cominciato a capire che un film doveva essere diretto, scritto, doveva essere curato, fotografato, e gli attori dovevano essere guidati. La persona che metteva insieme tutti questi elementi si chiamava regista. E così mi dissi: “Ecco cosa voglio fare. Voglio fare il regista”.

So che ti piace molto il cinema europeo. Chi è il tuo regista preferito?

François Truffaut. Mi piace Bernardo Bertolucci, ma François Truffaut lo adoro perché la sua vita rispecchia la mia. Il cinema mi ha strappato alla delinquenza. Ho scoperto che a François Truffaut è successa la stessa cosa. Allora ha iniziato a considerare il suo lavoro sotto questo aspetto, e mi sono completamente identificato nel personaggio dei suoi primi film, Antoine Doinel, il protagonista dei Quattrocento Colpi.

Nel tuo ufficio ci sono anche manifesti di Akira Kurosawa, di Sergio Leone...

Mio padre aveva l'abitudine di andare a Downtown per vedere i film non americani. Era un appassionato di cinema. Gli piaceva descrivermi il modo in cui Toshiro Mifune sferrava i calci. Io gli chiedevo: “E chi è Toshiro Mifune?”. Quando frequentavo la scuola di cinema, ho visto Toshiro Mifune in Sanjuro di Kurosawa e ho capito che quello era l'uomo di cui parlava sempre mio padre. Sempre alla scuola di cinema, ho scoperto che Sergio Leone è stato influenzato da Kurosawa. E' stata una bella avventura per me crescere con i film e con il cinema. Sono uscito dalla scuola a 22 anni e sono subito entrato nel mondo del lavoro. Mi sono diplomato nel maggio del 1990 e a giugno stavo già lavorando a Boyz'n the hood.

Come hai fatto?

Avevo sentito dire che Steven Spielberg aveva girato il suo primo film all'età di 26 anni e volevo fare come lui. Anzi prima di lui. E così, ho girato il mio primo film a 22 anni.

Sei un regista dalla personalità molto riconoscibile. Me ne sono accorto vedendo “Shaft”.

Shaft è il mio film pop-corn. Mi ha divertito molto farlo.

In Italia “Boyz'n the hood” si intitolava “Strade violente”. Sono cambiate quelle strade negli ultimi anni?

Sono cambiate, ma penso che cambieranno molto di più con la nuova generazione. I ragazzi neri hanno sempre meno paura. Era la paura a spingerli a fare le cose che facevano.

Intervista di David Grieco – L'UNITA' – 12/11/2001

Intervista a Matteo Rovere sul cortometraggio "Homo Homini Lupus"

Ci può parlare del suo lavoro "Homo Homini Lupus"?
Matteo Rovere: Il cortometraggio "Homo Homini Lupus" è la storia delle ultime ore di vita di un Partigiano, ed è basato su vicende reali accadute nell'Aprile 1943 all'interno delle campagne del Lazio. La sceneggiatura unisce due piani: il primo, estremamente realista e duro, racconta queste ultime ore. Il secondo, soggettivo ed interiore, racconta il percorso emotivo del protagonista durante lo svolgersi di questi drammatici avvenimenti. Il fine del film è quello di portare lo spettatore "all'interno" della vicenda stessa, per meglio comunicare il messaggio che il sacrificio di quest'uomo ha significato.
Come mai ha scelto di descrivere le ultime ore di un partigiano? Da cosa ha tratto il soggetto e come ha elaborato la sceneggiatura?
Matteo Rovere: Il cortometraggio nasce da un vero e proprio "colpo di fulmine": la lettura della lettera di un Partigiano, Paolo Braccini. L'uomo, il giorno prima di essere fucilato, scrive una lettera alla propria figlia, che però non conoscerà mai (la moglie è ancora incinta). Sono parole struggenti, cariche di vita in modo assoluto, sebbene così consapevoli e vicine alla morte. Ho sentito davvero l'animo umano, intimo e reale, nascosto dietro la Storia universale, che in quelle poche parole si fondeva in modo inscindibile con la storia di un individuo: qualcosa di molto lontano dalle nozioni apprese sui libri. Questo sentimento ha fatto nascere in me l'esigenza di proporre il cortometraggio.

Come mai il titolo del film è "Homo Homini Lupus"?
Matteo Rovere: L'homo homini lupus di Hobbes in questo contesto sintetizza la guerra come espressione della natura ferina, dell'istinto umano violento e bestiale. Il protagonista, sopraffatto, torturato e circondato da un mondo tragico e inumano, fino alla fine non sa di poter volare più in alto dell'homo homini lupus. È un personaggio che cresce, che muore libero perché ha saputo trovare questa libertà dentro se stesso, nel significato che riesce ad attribuire alla sua vita, correndo in uno spazio dove nemmeno le torture riescono ad arrivare.
Come è avvenuta la scelta di Filippo Timi per il ruolo di Angelo Pietrostefani?
Sono un grande appassionato del lavoro e del percorso di Filippo Timi: ho quindi cercato Filippo attraverso la sua agenzia, Officine Artistiche, proponendogli il progetto, e rimanendo molto felice del suo entusiasmo a partecipare. E' un attore di talento e grandissima energia: questo breve film trova in lui un deciso punto di forza.
"Homo Homini Lupus" ha vinto diversi premi. Cosa crede colpisca di più nello spettatore del suo lavoro?
Matteo Rovere: Forse la capacità del film di trasportare lo spettatore in una realtà lontana nel tempo, che attraverso una resa estremamente realistica, viene riportata alla luce come presente, facendoci immedesimare nella vicenda raccontata.

Ci può parlare un po' della Ascent Film, la casa di produzione del film?
La Ascent Film (www.ascentfilm.com) è la casa di produzione fondata da Andrea Paris. Si tratta di una realtà produttiva in grande crescita, che può contare su un know how dinamico e attento ai giovani e alla qualità dei progetti proposti. E' il tipo di struttura che, in Italia, spero possa trovare sempre più spazio: ne abbiamo davvero bisogno.
Come considera il panorama cinematografico italiano del momento?
Matteo Rovere: Il cinema italiano mi sembra in crescita dal punto di vista dei risultati al botteghino, ma non mi pare di poter affermare lo stesso per quanto riguarda la qualità. E' vero che esistono diversi tipi di "cinema", ed è giusto che sia così, ma le produzioni e i finanziatori devono trovare il coraggio e la spinta per investire i buoni risultati ottenuti anche in nuovi film di qualità vera, che possano fornire un'alternativa reale alla televisione, e non un'emulazione, pallida sia dal punto di vista formale che contenutistico. Il pubblico secondo me deve essere stimolato, non sottovalutato.
Come crede si possa migliorare la distribuzione delle pellicole italiane in sala?
Matteo Rovere: Forme "di protezione" da parte dello stato, simili a quelle presenti in Francia, potrebbero essere un buon inizio. Il cinema francese va da Ozon a I Fiumi di Porpora, da Audiard a Besson, ovvero da un cinema di intrattenimento quasi hollywoodiano a un cinema intellettuale ed elitario: come mai riescono a convivere bene queste anime così diverse? E' la dimostrazione che aiutare l'espansione del settore sarebbe solo un fatto positivo; esistono vastissime fette di pubblico che ancora non prendono in considerazione il cinema italiano: la colpa è nostra, dobbiamo riconquistarle.
 
Intervista di Simone Pinchiorri  per cinemaitaliano.info  del 07/05/2007
 
 

Intervista all’autore, regista e sceneggiatore Valerio Vestoso

Classe 1987, Valerio Vestoso nasce a Benevento, la sua corsa verso il traguardo, parte già bene, nel 2009, scrive “Erennio Decimo Lavativo”, commedia teatrale per la regia di Ugo Gregoretti, per poi approdare al cortometraggio con “Tacco 12”, mockumentary sull’ossessione per il ballo di gruppo che ottiene più di 40 riconoscimenti in tutta Europa. La sua carriera continua con altri cortometraggi, direzioni di numerosi branded content e commercial tv.

Come  riesce oggi uno sceneggiatore o un regista a realizzare il suo sogno?

Adesso fare un film è molto complicato. Non c’è più un produttore che mette i soldi suoi, nessuno rischia più su un nuovo talento. Questo porta ad un appiattimento dei contenuti. Il cortometraggio per un aspirante regista non è più un trampolino, ma diventa un buon biglietto da visita, ma non è propedeutico a un film, come era un tempo. La strada è quella di trovare qualcuno che abbraccia con te l’idea di un film. È tosta, è tostissima, ma spero di farcela.  Un’ottima esperienza professionale per me è stata lavorare con, The Jackal.  Ho girato molti spot con loro, palestra fondamentale, sono stati il mio, Centro Sperimentale.

Oltre al cinema, sei anche autore televisivo, di uno dei programmi più folli e riusciti degli ultimi anni, “Una pezza di Lundini”. Come è nata l’idea di questo format?

L’idea nasce da Giovanni Benincasa e Valerio Lundini, nel periodo pandemico iniziale. Emanuela Fanelli mi ha coinvolto, mi ha fatto vedere una puntata zero e ho pensato: “È una follia totale.” C’erano dei tempi televisivi che non erano tempi televisivi, cose assurde, un modo di rapportarsi all’ospite diverso, disinteressato, l’opposto di quello che è oggi la televisione. Tutto questo mi ha attirato, ma penso che alletterebbe qualsiasi autore. Abbiamo la fortuna di poter scrivere idee e di sperimentarle, per un autore, per uno sceneggiatore è il massimo.

Come è iniziata la tua carriera?

Io vengo dal cortometraggio, dopo tre lavori abbastanza fortunati, l’ultimo è Le buone maniere, che è stato in selezione ad Alice nella città (sezione autonoma e parallela della Festa del Cinema di Roma dedicata alle nuove generazioni) sta girando un bel po’, e ha vinto l’edizione 2021 di Cortinametraggio, ho girato un documentario, Essere Gigione su un personaggio molto strano, si chiama appunto Gigione ed è il re delle feste di piazza italiane.  Una persona assurda che nelle sue canzoni mescola sacro e profano. Ha molto seguito, nonostante sia senza una casa discografica. Con il suo stile, riesce a cogliere l’espressione un po’ folk e popolare del pubblico di provincia. Ci sono molte persone che lo seguono e quasi lo hanno divinizzato come una sorta di Dio del folk. Questo mi ha stuzzicato, l’ho seguito per due anni, siamo andati in giro per le piazze. Anche questo documentario ha avuto abbastanza successo. Lavorandoci ho scoperto come Gigione, nel mondo della provincia, orfano di punti di riferimento, politici, culturali, religiosi, ha riempito questo vuoto. Ho cercato di dare a questa storia un taglio più profondo e meno folkloristico concentrandomi soprattutto con il rapporto che ha con i suoi fans.

...... dall'intervista di  Elena Cirioni  per banquo.it

 

Intervista a Daniele Ciprì, tra cortometraggio e lungometraggio

Tu sei stato direttore della fotografia e regista di lungometraggi e cortometraggi. Qual è la specificità, se c’è, del lavoro su un cortometraggio?

Per me sono due cose identiche come forma di lavoro e di passione. Come forma di libertà, invece, ne hai di più con il cortometraggio. Io il cortometraggio lo faccio come autore, ne ho girati diversi, ne ho fatti tanti con le scuole e, da giovane, con Franco Maresco. Sono dei momenti in cui un regista è più libero, può studiare una forma nuova per raccontare o mettere in scena una storia che non è adatta a un lungo. È un’occasione in cui sei più indipendente, in cui hai meno responsabilità rispetto a un lungometraggio, anche perché hai meno budget. Quindi non è solo una questione di durata. Questa libertà ti consente di sperimentare. Nei miei cortometraggi credo sia ancora più evidente la mia passione per il cinema e la sperimentazione di forme di racconto attraverso questo specifico linguaggio.

Io indirizzo sempre i giovani autori che vogliono raccontare storie attraverso il cortometraggio a fare più sperimentazione. Con il lungometraggio si è più vincolati, devi raccontare una storia che possa intrattenere il pubblico, convincere un produttore e un distributore. Hai un altro tipo di percorso rispetto al corto, che è più libero e anche più internazionale. Non a caso i cortometraggi italiani vengono visti in tutto il mondo, girano tantissimi festival (i nostri lungometraggi, invece, fanno decisamente più fatica). Negli ultimi anni, poi, si stanno moltiplicando festival di corti e cresce l’attenzione verso questa forma d’arte.

L’audacia e un senso fortissimo della visione non è mai mancata nel tuo lavoro. Quanta ne vedi nel cinema italiano in generale e nei corti di questi giovani autori in particolare?

Nell’edizione di quest’anno di Corto Dorico ne ho vista un po’ meno, negli anni precedenti c’era molta più visionarietà, anche raccontando la realtà. Quasi come un rimprovero, dico agli autori che c’è troppa attenzione alla realtà, ma nessuna visione del concetto del proprio mondo immaginario; non trasportano, insomma, la realtà nel loro mondo immaginario. Questo è il rischio che il cinema (non solo breve) può avere come tipo di caduta, nel senso che non deve essere solo il cinema del reale quello che deve dare forza alla narrazione ed esserne oggetto. La realtà la puoi raccontare seguendo il tuo mondo interiore, è una cosa che ci hanno insegnato Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini, François Truffaut, che tu prendi la realtà e la trasferisci, la trasformi nel tuo immaginario. Questo è il tipo di lavoro che io faccio sia nel lungo che nel corto. Quel tipo di atteggiamento che ti permette anche di capire e raccontare te stesso, il tuo mondo, esorcizzare nell’arte i tuoi fantasmi. È questa la mia visione ed è questo che cerco anche nel cinema degli altri.

Quali sono stati i modelli che hanno illuminato la tua visione del cinema?

Io ho visto tanto cinema sin da ragazzo. Carl Theodor Dreyer mi ha assolutamente catturato. Ingmar Bergman, John Ford, Orson Wells, tutte queste diverse sfaccettature del cinema, ma anche registi meno riconosciuti dal canone, quelli del cosiddetto B Movie, autori come Mario Bava, anche quelli mi hanno affascinato e fatto appassionare al cinema. Mi hanno indotto a capire che poteva essere un modo per raccontare storie, trasfigurare i propri sentimenti e paure. Il cinema è una forma d’arte che mi appartiene. Posso dire che mi ha colpito proprio il cinema del passato. Io non ho molti riferimenti contemporanei, arrivo a Stanley Kubrick, ai giorni nostri fino a David Lynch. Dopodiché, quando faccio un film, parlo sempre di cinema con me stesso. Mi dico: questa la faccio alla Orson Wells, quest’altra alla John Ford, quest’altra ancora alla Roman Polanski. Ho questo continuo dialogo con me stesso sul set, che mi appassiona a quello che faccio e m’innamora sempre di più del cinema, in un continuo confronto.

Quanto può incidere un direttore della fotografia su un film?

Io, come direttore della fotografia, quando non sto facendo un mio film, dico sempre che sono colui che coglie l’immaginario altrui. Sono al servizio di una storia, proponendo anche altre possibilità, il mio mondo creativo, ma sempre in maniera vicaria, perché poi il regista deve essere libero, anche di sbagliare, soprattutto se giovane. Quindi, da direttore della fotografia, cerco di dare forma alle visioni degli altri. Quando faccio un mio film, invece, litigo con me stesso, perché faccio contemporaneamente il regista e il direttore della fotografia e cerco di capire come poter raccontare una storia. Parto sempre da un input che mi viene dalla realtà, dopodiché scrivo la sceneggiatura insieme ai miei collaboratori, che mettono ordine alle mie idee e mi aiutano a realizzarle.

Hai lavorato con grandi maestri come Marco Bellocchio. Quanto s’impara da un regista così?

Tantissimo. Fui felicissimo quando Marco Bellocchio mi chiamò, ero al settimo cielo. Era un autore che avevo sempre ammirato. Mi propose una sfida difficile come direttore della fotografia di Vincere. Una collaborazione che lasciò molto soddisfatto anche lui, tanto che mi confermò per i film successivi. Una collaborazione che non è finita, c’è un grandissimo rapporto di stima e amicizia tra noi due, anche se lui vorrebbe che mi concentrassi di più a fare i miei film. Il suo parere conta sempre molto, che faccia un mio film o di altri, per me è un punto di riferimento. Nel tempo ho stretto anche altre collaborazioni, rapporti importanti e pieni di soddisfazioni con Roberta Torre, Claudio Giovannesi e altri. Passo da un regista all’altro in maniera serena, mi piace fare esperienze diverse, conoscere altri mondi narrativi e modi di raccontare storie attraverso il cinema. Mi muovo senza problemi dalla commedia al dramma, attraversando generi diversi. E poi mi dedico anche al teatro, come regista o disegnatore delle luci. La mia è una passione che si completa affrontando i più diversi campi della rappresentazione artistica.

Quanto è stimolante, invece, lavorare con giovani registi e crescere con loro?

Per me è importante, quando si avvia un rapporto lavorativo, artistico, che ci sia un feeling. Ed è meraviglioso veder crescere un giovane regista, anche indipendentemente dall’approccio che volevi dare tu. Poi magari si fanno i film per i fatti loro, ma è giusto e va bene così, ne sono felice. Però è importante per loro avere una guida, che funziona quando si crea una sintonia, una magia che nasce quando l’incontro si fonda su una comune passione, sia da parte del più giovane che da parte del “maestro”, anche se io non voglio mai essere chiamato così. E poi, devo dirti la verità, a me una collaborazione con un giovane regista stimola, mi fa continuare ad amare questo mestiere, rinfocola la mia passione per quest’arte e mi dà continuamente la possibilità di rimettermi in gioco, di rinnovarmi. Poi può anche capitare di rimanere delusi, ma mi è successo raramente, perché scelgo sempre con grande cura le persone con cui lavorare. Quando accade, però, quella persona non la voglio vedere più, non ci voglio più collaborare, è come se mi avesse dato un autentico dolore.

Quali sono i film a cui hai lavorato a cui sei più legato?

Ai miei in maniera particolare. Tutti quelli che ho fatto con Franco Maresco, perché è stato il primo percorso, il più lungo e duraturo, all’interno di questo mestiere. Da Cinico Tv ai film è stato un  lavoro di libertà, abbiamo fatto quello che volevamo, indipendenti poiché ci autoproducevamo. E poi tanti altri film anche non miei, prima parlavamo di Vincere, per esempio. Tutti i film con Marco Bellocchio sono nel mio mondo, una cosa bellissima e, devo dirti, aggiungo anche tutti quelli con Roberta Torre, una regista che mi ha dato la possibilità, allora, quando ero a Palermo, di sperimentare. Abbiamo fatto Tano da morire, Sud Side Stori, Angela, Mare nero. Film che mi hanno dato la possibilità di dare un’immagine più moderna al mio universo visivo e, quindi, prepararmi anche ad altro. Ho fatto tutti i generi cinematografici possibili con Roberta Torre e di questo devo ringraziarla, della possibilità che mi ha dato di esplorare.

........... dall'articolo di  Davide Magnisi per taxidrivers.it

 

Intervista a Ingmar Bergman

In rarissime occasioni Ingmar Bergman si è lasciato intervistare: la sua autobiografia “Lanterna magica” lascia propendere per un desiderio di solitudine piuttosto che un difetto di comunicazione. Riportiamo le più significative dichiarazioni rilasciate nelle poche interviste concesse.

Cosa significa essere un regista cinematografico? Un regista cinematografico è una persona che ha il tempo di pensare solo ai suoi problemi. Non è una definizione mia, ma sembra piuttosto esatta. Parlando di ciò di cui consiste si può dire che sia la trasformazione di idee, sogni o speranze in immagini che trasmettano efficacemente agli spettatori queste visioni, questi sentimenti. Questo viene prima del prodotto finale, quale che sia, merce od opera d'arte.

Cos'è la luce? La luce è il mio sguardo, i miei ricordi.

La luce ha un ruolo da protagonista nei suoi film. Stendere la luce su un volto umano è un infinito mistero espressivo, un piacere, una preghiera. Prima di girare Luci d'inverno sono restato dall'alba al tramonto con Sven Nykvist a fotografare i passaggi della luce e a discuterne, a cercare di comprendere come trasformare quella luce in un film. In Sven ho trovato un fratello, qualcuno innamorato della luce come lo sono io.

Qual è l'impostazione del montaggio? Il montaggio nasce prima di iniziare a girare: il ritmo che avrà un mio film viene deciso con la sceneggiatura, quando poi uso la cinepresa non v'è alcuna improvvisazione. Il cinema è illusione, e per funzionare ritengo che tutto debba essere progettato fin nei minimi dettagli.

Come funziona quest'illusione? Bisogna far differenza tra illusione e trucco: lo spettatore ha coscienza della finzione, quando va a vedere un film mette da parte l'intelletto per fare spazio all'illusione.

Qual è il suo rapporto col pubblico? Vi sono due lati di questo rapporto che devono sempre esser tenuti presenti: da una parte ci sono io, che mi impongo sempre di agire in armonia con la mia coscienza -intendo quella artistica-; dall'altra c'è il pubblico, che venendo a vedere un mio film ha il diritto di pretendere di trovarvi delle emozioni, ed io ho il dovere di dargliele.

Parliamo di cinema in relazione alla televisione ed al teatro. Sono sempre rimasto affascinato dalla televisione: ha un'eccezionale possibilità di comunicazione e di penetrazione, un'immediatezza, un potere di trasmissione, un livello drammatico che nessun film è in grado di far proprio; il cinema non può stimolare l'immaginazione quanto la televisione. Inoltre, avendo lavorato molto per la televisione, ho constatato che tutto ciò che ho realizzato per il piccolo schermo è puntualmente stato accolto anche dal grande. Per quanto riguarda il teatro v'è una differenza sostanziale nel modo di lavorare: durante le prove si ha il tempo per sviluppare un rapporto di intimità con gli attori, cosa che nel cinema, sul set, non è possibile.

Quali messaggi possono giungere attraverso il cinema o il teatro? Non c'è modo di cambiare il mondo, né io ho questa voglia: quello che faccio, come chiunque, lo faccio prima di tutto per me stesso. Ma da questo lavoro, alla fine, la gente può ricevere un'emozione, uno shock; questo è importante, ed a questo mi limito.

Altri registi? Ammiro molto Fellini; per anni ci siamo scritti, e quando finalmente ci siamo conosciuti ho avuto l'impressione di incontrare un fratello, qualcuno che avesse, artisticamente, il mio stesso sangue.

Stoccolma, 20 luglio 2004: Ho deciso che è finita, ne ho abbastanza. Non avranno bisogno di condurmi fuori dal teatro, me ne vado da solo con le mie gambe. Nessuno dovrà poter dire: il vecchio deve sapere che è ora di smettere.

Dal www.cinemadelsilenzio.it

Intervista a Steven Soderbergh: reinventarsi, sempre

Quasi trent'anni dopo aver stravolto la scena indie, Soderbergh spiega perché l'evoluzione dell'arte cinematografica è solo una questione di esperienza.

Ci vuole coraggio per essere creativi, una lezione che Soderbergh ha imparato con il suo quarto lungometraggio da regista. Già incoronato star del cinema indipendente, nel 1995 aveva accettato di dirigere Torbide ossessioni per la Universal e si era ritrovato intrappolato in un progetto che non gli interessava, ma che non poteva neppure abbandonare.

Soderbergh ammette che il processo creativo di questo thriller-noir – basato sul romanzo Criss-Cross di Don Tracy e remake dell'adattamento cinematografico del 1949 – lo ha costretto a interrogarsi sulla sua identità di regista. Oggi si scusa apertamente con la Universal per aver bruciato 6,5 milioni di dollari in un progetto che non è riuscito a rientrare neppure del 10% con le vendite al botteghino, ma è convinto che l'investimento non sia andato perduto. "Ne è valsa la pena perché mi ha fatto capire che non volevo mai più entrare in quello spazio creativo."

In realtà, Torbide ossessioni non è scadente in termini di trama e produzione, ma nel complesso è un'opera piatta, esile, deludente, e questo Soderbergh non riesce a perdonarselo.

"Non mi sono mai più sentito così nei confronti di un film e ho avuto bisogno di attraversare l'orrore giornaliero di girarlo per imparare una lezione preziosa sulla creatività e l'autoconservazione."

E infatti il regista, nato ad Atlanta 55 anni fa, è convinto che l'evoluzione creativa sia possibile soltanto attraverso i fallimenti artistici. Gli piace ricordare quel film come il momento in cui ha finito per allontanarsi troppo dalla propria identità personale e artistica; come se, accecato dalle luci di Los Angeles, non riuscisse più a vedere quella bellezza e quei principi che lo avevano spinto ad avvicinarsi al cinema. 

"Non dico di essermi "venduto", ma quel tipo d'arte non mi dava soddisfazioni e penso non fosse neppure meritevole d'attenzione. Più o meno a metà riprese avevo cominciato a odiare il film, con tutto me stesso; e non vedevo l'ora di finirlo."

Prima della caduta, la sua era tra le stelle più luminose di Hollywood. A 26 anni, Soderbergh era diventato il più giovane regista a ricevere la Palma d'oro a Cannes per il graffiante debutto Sesso, bugie e videotape. Soprannominato "l'icona della generazione Sundance", guidava una nuova stagione del cinema, fatta di cultura, emozioni, arte, di nuove idee rappresentative della ribellione sociale post anni Ottanta.

"Per essere etichettati come pensatori all'interno dell'industria cinematografica – o all'interno di qualunque altra industria – bisogna essere abbastanza coraggiosi da considerare la propria arte al di sopra del giudizio dei critici o persino del pubblico," spiega. "Bisogna essere così coraggiosi da seguire le proprie convinzioni, anche quando le persone che ti circondano fanno fatica a capirti perché, in fin dei conti, tu sai qual è il tuo obiettivo."

"Sono tanti gli esempi," continua. "Esistono film che influenzano moltissimi registi, ma che non hanno avuto alcun successo al momento della loro uscita. Io cito spesso Operazione diabolica di John Frankenheimer. Datato 1966 e detestato da tutti in quegli anni, nessuno riusciva a capirne il senso o la rilevanza. Eppure, oggi è uno dei film più dibattuti tra gli addetti ai lavori e tutti lo considerano una vera ispirazione." 

E poi c'è Perché un assassino, un importante thriller paranoico degli anni Settanta [diretto da Alan J Pakula]. Flop al botteghino, non troppo amato dalla critica al momento dell'uscita e invece oggi imitato da tutti i registi che conosco, di continuo.

"Per questo è interessante ricordare e rispettare ciò che ci influenza, nella vita in generale, perché non si tratta sempre di successi. E meno male."

Intervista a Steven Soderbergh: reinventarsi, sempre 02

Forse vale la pena sottolineare che Schizopolis, una specie di film-catarsi per Soderbergh seguito allo sfortunato Torbide ossessioni, ha ricevuto diverse critiche per la sequenza di scene, personaggi (due interpretati dallo stesso Soderbergh) e dialoghi inquietanti, confusi e incomprensibili. Ma per l'autore del progetto, Schizopolis ha rappresentato la forma più pura di terapia: gli ha permesso di liberarsi dal torpore, cristallizzare un processo e una direzione futura, riappropriarsi di quell'arte che aveva sempre voluto perfezionare, sin da bambino.

Oggi sono passati vent'anni. La sua opera divide ancora i critici, ma di certo Soderbergh rimane un innovatore del cinema. Con ogni film – nel 2019 sono previste tre novità, High Flying Bird, a tema sportivo, The Torture Report, una storia sulla CIA, e la produzione Netflix The Laundromat – il regista continua a distinguersi per eleganza, intensità e audacia nella caratterizzazione dei personaggi.

"Faccio un esempio: di solito i film si concentrano sulla storia di due amanti, che magari si ritrovano in un hotel," racconta. "Per me non è quello il mistero. Io penso: "Va bene, ma le persone che devono rifare i letti e cambiare gli asciugamani... chi sono, qual è la loro storia? E che cosa vedono loro? È questo che conta per me."

La passione di Soderbergh per gli elementi più nascosti emerge in tutti i suoi film, qualunque sia il suo ruolo (spesso più di uno nello stesso progetto): regista (per esempio nel provocante Ocean's Twelve, in Che o nell'eccezionale L'inglese), autore (Solaris, Eros, Criminal), direttore della fotografia (Effetti collaterali, Contagion), montatore (Knockout - Resa dei conti e nell'attesissimo La truffa dei Logan) oppure produttore (35 film a oggi). Soderbergh è un perfezionista e ha fame di stimoli, che arrivino dal cinema o dalla tv, poco importa. Il suo ultimo progetto, Mosaic, serie per HBO con Sharon Stone, è nato innanzitutto come app, una trovata rivoluzionaria. Lo spettatore può infatti seguire la storia da prospettive diverse, e mettersi nei panni dell'investigatore per trovare l'assassino. 

Se da un lato Sharon Stone e il cast lavoravano con un copione di 500 pagine e ricevevano la parte soltanto la sera prima delle riprese, la serie è riuscita a rispecchiare la passione di Soderbergh per l'innovazione con un occhio alla tecnologia, e non solo al copione.

"Viviamo in un'epoca di esperienze e coinvolgimento e mi sembra diabolico pensare che i film debbano continuare a seguire una sola direzione," sostiene. "Non riesco a immaginare un futuro in cui non siamo coinvolti in ogni elemento del film e in cui la tecnologia non assuma un ruolo da protagonista, migliorando la nostra comprensione e fruizione dell'arte stessa. Dobbiamo cercare nuovi mezzi per avvicinare l'estetica del cinema allo spettatore, perché così, grazie a questa specie di natura voyeurìstica – quest'idea che stiamo guardando qualcosa che non dovremmo vedere, a volte senza saperlo a livello conscio – riusciamo a sviluppare un'intimità che aiuta moltissimo."

Quest'anno Soderbergh ha raggiunto un'altra tappa importantissima nella sua personale evoluzione. Unsane, interamente girato con un iPhone 7s, e anche per questo costato soltanto 1,5 milioni di dollari. "È stata una scelta creativa, certo," conferma il regista. "Non era una questione di budget perché avrei potuto usare qualunque altra strumentazione. Ma a questo film serviva quella capacità di poter girare in ogni luogo e in ogni momento, in pochi secondi. 

"Unsane aveva bisogno di quella fisicità che solo uno strumento così maneggevole può offrire. Per questo mi è sembrata una scelta creativa legittima. Oggi guardo il film e penso che avevo ragione, non sarebbe stato così efficace se l'avessi girato in maniera tradizionale. Ma tutto porta con sé sfide e ostacoli. Non c'è mai una soluzione giusta senza conseguenze. Il nostro problema principale era legato alla leggerezza del telefono e alla sua sensibilità alle vibrazioni. Abbiamo anche scoperto che nessuno ha ancora inventato super teleobiettivi per queste videocamere. Per usare un obiettivo 300 mm ho dovuto tirar fuori una DSLR [videocamera] e girare con quella. 

Ma a parte questo, e ricordarsi di tirare fuori le SIM card nel mezzo di una scena, non è andata male!"

Soderbergh è capace di reinventare se stesso e il modo in cui fa cinema, e per questo i suoi film meritano così tanta attenzione, a prescindere dalla capacità del pubblico di apprezzarli o capirli. Viviamo un periodo di appiattimento cinematografico, dove non sono solo gli attori a interpretare ruoli sempre uguali, ma autori e produttori.

"Io spero solo che le ore passate sul set mi abbiano aiutato a migliorare il mio processo decisionale e la mia capacità di filtrare. È tutto un processo. Ho fatto progressi e così i miei film; e non so dove andranno a finire... ma non rimarranno sempre uguali, questo è sicuro."

A proposito della dicotomia tra serie tv e cinema, Soderbergh rimanda all'esperienza dello spettatore. "Nell'ultimo periodo ho notato una tendenza a dividere tutto in categorie – prodotto creato per Netflix, per il cinema o altro. È chiaro che le differenze ci sono, ma per un produttore l'idea è la stessa. Io voglio offrire un'esperienza allo spettatore e dargli la possibilità di imparare qualcosa da quello che vede. E lo stesso vale per i personaggi, a me non importa se sono creati per il grande o il piccolo schermo, voglio semplicemente permettere loro di esprimersi al meglio."

L'ultima passione di Soderbergh? Gli elementi di base, come la luce. "In fondo è un mezzo poco costoso per creare un effetto per il pubblico. Anche se mi concentro sulla luce, quando mi sposto da uno spazio fisico a un altro faccio attenzione alla sensazione che provo in base a tipo, posizione, colore e intensità della fonte luminosa. Il cinema cerca di trasportare il pubblico in un universo inesistente, ma per crearlo servono solo fantasia ed esperienza; e anche volontà di sbagliare durante il percorso verso il proprio obiettivo."

Forte di questa filosofia, Soderbergh continua a rappresentare gli innovatori della creatività indipendente. Finché Soderbergh continuerà a trasformare con eleganza l'esperienza visiva e quello che rappresenta, siamo certi che l'integrità artistica dell'industria cinematografica è in buone mani.

dal sito https://www.pirelli.com del 22/02/2019

Intervista al regista Alessio Maria Federici

Classe ’76 romano nel cuore, Alessio Maria Federici, ha più di 16 anni di carriera come regista. Si considera uno shooter più che un regista ma i suoi film, che spaziano dalla commedia esilarante a quella romantica, hanno conquistato il pubblico italiano da anni. Ha lavorato con i più importanti volti della recitazione e della comicità nostrana, impossibile non aver visto almeno uno dei suoi film, ma soprattutto ha portato sul grande schermo la voglia di leggerezza e di sorridere. Una leggerezza che non fa rima con superficialità, anzi tutto il contrario, ma con voglia di strappare un sorriso, talvolta amaro o ironico, al suo pubblico. Lo abbiamo intervistato in seguito all’uscita del suo film” 4 metà”, con Ilenia Pastorelli, Matilde Gioli, Giuseppe Maggio e Matteo Martari, disponibile su Netflix e già in classifica tra i top 10 film più visti della piattaforma. E non solo in Italia. Due storie d’amore piene, che si incontrano si scontrano, sovrapponendosi tra le difficoltà e le gioie del caso. Un racconto che fa emozionare e riflettere sull’esistenza del fato e sull’idea che davvero possa esistere un’anima gemella per ognuno di noi. Tra le scene più coinvolgenti della pellicola, un tipico Jewish wedding, con musiche e balli tradizionali, funge da scenario perfetto per il primo appuntamento di due dei protagonisti.

Lei è un regista prevalentemente di commedie, spesso romantiche. Perchè?

 Partiamo dal presupposto che io non mi sento un regista, bensì uno shooter, le cose che vedo o i libri che leggo prima di andare a dormire sono le immagini e le istruzioni per la macchina da presa dei miei film. Il mio sogno è girare “uno di tutto” dal giallo alla commedia, qualsiasi genere. E infatti ho molti progetti in cantiere. È pur vero però che con la commedia mi ritrovo di più rispetto ad altri generi. Sembra semplice ma in realtà anche sorridere ed emozionare è difficile, è tutta questione di equilibrio. Forse perché sono stato, come tutti del resto, parecchio chiuso dentro casa ma ho capito forse per la prima volta che potevo raccontare delle storie reali, umane. La difficoltà maggiore è stata l’aver dovuto costruire e preparare otto personaggi, e non quattro personaggi, proprio perché queste storie d’amore si sovrappongono in un certo senso.

In una delle prime scene del suo film due dei protagonisti si ritrovano ad un matrimonio ebraico, come mai questa scelta?

Fondamentalmente avevo bisogno di una festa in cui c’erano balli e si creavano situazioni nel quale uomini e donne fossero divisi. Mi piacevano i balli tipici dei matrimoni ebraici, se avessi scelto un altro tipo di matrimonio non sarebbe uscita una scena così “partecipata”, sarebbe stato il solito evento un po' statico con la gente a sedere. Ho molti amici di religione ebraica e io stesso ho partecipato a molti eventi come matrimoni o Bar Mitzvà; dunque, oltre che una bella atmosfera mi è sembrato qualcosa di davvero funzionale per la scena. Rendeva l’incontro tra i due personaggi molto più magico per la narrazione.

Nel suo film “4 metà” tra i protagonisti della storia c’è anche una grande protagonista: Roma. Con i suoi luoghi simbolici, è un caso o aveva studiato una narrazione del genere?

Alcuni luoghi di Roma hanno il potere di diventare simboli, quasi involontariamente. Essendo romano mi viene quasi normale immortalare i luoghi che vivo e vedo da tutta la vita. Il movimento del fiume, che accompagna alcune scene del film, è un po' lo stesso movimento che ho visto tutta la vita, e che vedo ogni mattina quando accompagno i miei figli a scuola.  Il film in questione è stato infatti girato con una tecnica particolare, un nuovo mezzo: “Trinity”, una sorta di macchina da presa attaccata ad un bastone che segue proprio i protagonisti, permettendo inquadrature e movimenti perfetti, questo ha fatto sì che sia data una certa struttura ai personaggi e ai luoghi, senza allontanarsi mai dalla narrazione. Il film è stato inoltre girato durante il Lockdown quindi anche la città si è prestata molto.

La comicità è l’ingrediente principale dei suoi film. Ha mai preso ispirazione dalla comicità ebraica nota per essere molto autoironica?

Più che la comicità qualcosa da cui ho preso ispirazione è sicuramente la serialità israeliana. Credo che serie come Fauda possano essere considerate tra le più belle di Netflix. Doron, il protagonista, è un personaggio di casa per me. Ho preso davvero molte tecnicità dal loro modo di fare serie. Non solo il livello tecnico della serialità ma il modo in cui i produttori sono riusciti a far crescere il prodotto stagione dopo stagione credo sia qualcosa di straordinario. La grande qualità è stata proprio quella di mandare avanti il racconto senza annoiare. C’è veramente una notevole dinamica narrativa. In generale credo che tutti i comici abbiano molto “rubato” qualcosa dalla comicità ebraica, e più in particolare quella del ghetto, sagace ma simpatica, in grado però di far riflettere. Pensiamo a Verdone, ad esempio, cresciuto proprio in quelle zone di Roma. Ritornando alle serie israeliane credo che in questo senso rappresentino un prodotto davvero notevole e in crescita. Mia moglie spesso le guarda in lingua originale, e per me quella litania è qualcosa di davvero speciale che mi rievoca ricordi d’infanzia. Ho ricevuto un’educazione religiosa e mi ricordo che quando ero più piccolo mia madre mi aveva fatto fare un corso di ebraico, proprio nell’edificio della sinagoga di Roma, non ricordo moltissimo ma quella lingua, quando l’ascolto è ancora molto evocativa.

La pandemia ha cambiato molte cose, e purtroppo per molto tempo i cinema sono stati chiusi, in questo modo si sono usate molto di più le piattaforme streaming come Netflix o Prime Video. Pensa che a lungo raggio questo possa cambiare il rapporto con il cinema?

Per molto tempo il cinema è stato chiuso, e successivamente era rischioso andarci. Così abbiamo passato molto più tempo a casa utilizzando molto di più le piattaforme streaming. Penso in realtà che bisogna rimanere equilibrati. Il mio film doveva inizialmente uscire al cinema, ma Netflix ha permesso al prodotto una maggiore visibilità, in questa maniera la pellicola è arrivata in 50 paesi, con più di 16 milioni di visualizzazioni. Senza contare dalle prime settimane della sua uscita è stato secondo in classifica dei film più visti di Netflix, il tutto accanto a prodotti cinematografici che costavano milioni. Il film è esploso proprio grazie alla piattaforma. Tuttavia, penso che la magia della sala sia unica, la situazione che si crea guardando un film al cinema è qualcosa di speciale. La situazione cinema è preoccupante si, ma non bisogna demonizzare la piattaforma. Il pubblico è cambiato, ma dobbiamo pensare che oggi possiamo finalmente raccontare le nostre storie e non più quelle degli altri, perché qualcuno dall’altra parte del mondo potrà vederle.

Intervista di MICHELLE ZARFATI  per shalom.it

 

Intervista a Saverio Costanzo

Costanzo è senza dubbio uno dei registi “giovani” (lo è davvero, avendo superato da poco la soglia dei 30) più interessanti del nostro cinema. Ha al suo attivo le sceneggiature di spot sociali e cortometraggi e la regia di alcuni documentari come “Caffè Mille Luci”, “Brooklyn”, “New York” dove si descrive la comunità italo-americana partendo dai clienti di un piccolo bar e “Sala Rossa” (2001), una docu-fiction in 6 episodi sulle lotte e le tragedie vissute in un pronto soccorso ospedaliero, presentato con successo al Torino Film Festival. Il passaggio al lungometraggio è felice e viene subito notato anche in ambito internazionale: i suoi due lavori vengono proiettati al Festival di Locarno e al Festival di Berlino.
Per la felicità di voi lettori e per testimoniare l’esperienza artistica di un uomo di cinema, lo scrivano si defila e, grazie alla disponibilità di Saverio, cede spazio alle sue parole.

I tuoi due lungometraggi analizzano le dinamiche personali tra uomini costretti all’interno di quattro mura. Un caso o una dimensione narrativa che senti familiare?
Non parlerei di caso ma piuttosto di un meccanismo (che ho già utilizzato anche nei miei lavori documentari) che mi permette di trattare il tema della libertà umana con le sue costrizioni e aspirazioni che tutti noi sentiamo.

Tu dimostri nel film In memoria di me un indiscutibile talento visivo, capace di creare immagini davvero coinvolgenti. La stessa storia si configura come un thriller metafisico girato in un convento. Quali i tuoi riferimenti figurativi?
Per alcune scene mi sono rifatto al ricordo di maestri di un cinema che ben raffigura le inquietudini umane, come il Kubrick di “Shining” e “Full Metal Racket” o gli ultimi lavori di David Lynch. Per una sequenza particolare (una camminata dei novizi visti frontalmente in un’atmosfera chiaroscurata), ho attualizzato una scena vista in “Platoon” di Oliver Stone (in quel caso si era trattato di marines al ritorno da una battaglia in Vietnam).
Effettivamente ho voluto usare gli stilemi del genere thriller per avvicinare lo spettatore a temi ben più alti, quali quelli che coinvolgono i novizi. L’operazione è stata anche molto rischiosa: sarebbe stato più facile compromettersi con un thriller a discapito dell’intima natura del film, che è ben altro che un film orrorifico. Sono davvero felice perché molti spettatori mi dicono che alcune scene restano impresse e ritornano alla memoria dopo giorni dalla visione del film. Uno dei problemi che vedo nell’attuale cinema italiano è riuscire a trovare fette di pubblico attento all’interno di un mercato cinematografico che brucia i prodotti in un tempo brevissimo.

Il film ha avuto recensioni davvero entusiaste (La Repubblica e Il Sole 24 ore in primis) mentre l’Osservatore Romano è stato critico. Inevitabile la domanda sul tuo pensiero nei confronti della spiritualità e sulla Chiesa cattolica come istituzione.
Attualmente la Chiesa mi appare come il convento del film (sull’isola di San Giorgio a Venezia): un’isola perduta nel mare. I novizi vedono il mondo intorno a loro (le navi che passano sui canali e i fuochi artificiali sparati dalla terraferma) ma non interagiscono mai con esso. La stessa scelta di far parlare alcuni attori in un italiano dall’intonazione straniera è stato un mezzo per accentuare ancor di più la distanza tra i novizi e la società che li circonda. Io sono davvero pessimista. Da non credente quale sono, penso che la Chiesa non avvicini l’uomo moderno alla sua dimensione spirituale, ma lo spinga ad avvicinarsi a spiritualità diverse come quelle orientali.

 Intervista di Davide Bracco per sermig.org

Intervista a Ugo Fangareggi: una faccia da cinema

Ugo Fangareggi attoreHa lavorato con Scola e Fellini, con Vittorio Gassman, Dario Argento e Mario Monicelli. Ma ha fatto anche film con Franco e Ciccio, un Pierino, una Pierina e Attenti a quei P2!. Ugo Fangareggi è uno dei grandi caratteristi del cinema italiano, un volto inconfondibile che passa attraverso cento film e oltre mezzo secolo di set. E’ il soldato Mangoldo che nell’Armata Brancaleone sta al fianco di Gassman dall’inizio alla fine, è Agonia di Operazione San Gennaro, è il mitico Gigi Scalogna che nel Gatto a nove code vince la gara di insulti, infilandoci dentro anche colorite espressioni genovesi. Ed è un attore di cinema e televisione che non ha mai voluto smettere di fare teatro: anche perché dal teatro era partito, e dalla porta principale.

“Eravamo nel 1961, e avevo letto che Squarzina cercava attori da inserire nei suoi spettacoli dello Stabile di Genova, perché in città non c’era una scuola e così dovevano andarli sempre a cercare a Milano o Roma. Io facevo l’attore dilettante con una compagnia serale di amici, avevamo cominciato facendo recite e mimi alle feste, avevamo anche fondato il club Oltre il ritmo al bar Cremonte di via Manuzio, a Genova. Ne aveva parlato Siliotti in un articolo sulla Gazzetta del lunedì. Sono andato al provino dello Stabile insieme all’amico Gianni Fenzi e ci hanno preso entrambi. Con Squarzina ho fatto Ciascuno a suo modo, l’abbiamo portato in tournée a Roma, Parigi… Dicevo poche battute, ma veder lavorare tutte le sere gente come Lionello o Turi Ferro vale più di qualsiasi scuola. Poi sono andato alla Compagnia dei Giovani, con De Lullo, Romolo Valli e Rossella Falk. Fu Nico Pepe a dirmi di mandare le mie foto alle case di produzione. E così è arrivata la chiamata dal cinema, e mi sono fermato a Roma, dove ero andato per le repliche di Ciascuno a suo modo”

Era il 1962…

“Carotenuto vide una mia foto e mi portò a Colpo grosso all’italiana di Lucio Fulci, un regista che poi mi ha chiamato spesso. Nella Parmigiana di Pietrangeli ho conosciuto Volonté, che inizialmente doveva interpretare la parte poi andata a Buzzanca. Ma il secondo film era Odio mortale, un film di pirati fatto dopo I moschettieri del mare: lo diresse Comencini, ma siccome era un film “di recupero” lo firmò il suo aiuto Montemurro. Però lo fece Comencini. E lì ho conosciuto tutto il mondo degli acrobati di cinema, una grande esperienza. L’ho rivisto di recente, non era affatto brutto come lo giudicavamo allora. Molti film di quegli anni sono da rivedere, li guardavamo un po’ troppo da intellettuali, oggi li vedo in modo diverso”.

Lavorò subito molto, e in film di primissimo piano…

“Per La congiuntura stavo andando a portare le foto alla produzione, quando Scola mi vide e mi prese subito. Ma non ho nemmeno lasciato ancora le foto… E lui: si va lunedì a girare a Rapallo! Ho fatto la scena in cui a Gassman viene rubata l’auto sul lungomare, e io lo mando dal boss: gli esterni sono liguri, ma gli interni sono stati poi fatti a Roma. E subito le cose si sono messe in moto. Scola mi ha presentato a Monicelli, ho fatto l’uno dopo l’altro L’Armata Brancaleone, Operazione San Gennaro di Risi, Non stuzzicate la zanzara della Wertmuller. Poi film con Fulci, Manfredi, Buzzanca, in Francia con Luis de Funès, ma anche Le avventure di Gérard di Skolimowski, dove ero con Carletto Delle Piane.

E Colpo rovente con Carmelo Bene, un cult.

“Avevo già conosciuto Bene anni prima, quando facevo La partita a scacchi alla Borsa d’Arlecchino di Genova, prima ancora di andare da Squarzina. Credo che avesse interpretato la nostra rappresentazione in termini d’avanguardia, mentre in realtà era tradizionalissima. Bene mi voleva per il suo Sade, ma ho dovuto dire di no perché mi impegnava troppo. Così come ho dovuto dire no a Dario Fo. Non potevo fare tutta la stagione con loro, questi mostri sacri ti impegnano per tutto l’anno e io volevo fare cose diverse. Mi annoia rifare tutte le sere le stesse cose, preferivo fare testi che stavano su 15 giorni, non mi impegnavano troppo a lungo ma al tempo stesso imparavo parecchio, più che stare un anno a far sempre la stessa cosa”.

Preferisce cambiare…

“Sì, come mi rompe l’eccesso di rigore, quei registi che fanno sempre provare e riprovare…”

Al teatro è sempre rimasto fedele, nonostante i cento film?
“Ho sempre fatto molto teatro. Con Giancarlo Sepe e Carletto Delle Piane avevamo fatto anche uno spettacolo sui fratelli Lumière, Lumière Cinématographique. Poi Delle Piane entrò in una delle sue crisi e ci piantò in asso poco prima dell’inizio. Sepe ebbe allora l’idea di partire dai funerali di uno dei due fratelli: restavo solo io, l’altro Lumière”

E Gigi Scalogna con Dario Argento, nel Gatto a nove code? Era già così?

“Dario veniva a vedere Lumière Cinématographique, mi parlava molto dei personaggi. Gigi Scalogna con la gara di insulti e l’accento genovese erano già nella sceneggiatura. Io ho recitato in inglese, poi l’ho rifatto in genovese, ma quando c’è stato da doppiare il film, la cooperativa dei doppiatori ha messo uno dei suoi. Succedeva spesso, è la casta dei doppiatori: dicevano che non trovavano l’attore, che era impegnato, ma era tutta una manfrina per metterci uno dei loro. Lì però mi sono veramente arrabbiato. In Bella, ricca, lieve difetto fisico, due anni dopo, invece sono riuscito a doppiarmi in genovese, facevo il carcerato”.

Con Gassman lavorò anche a teatro.

“Fu quando facevamo Brancaleone. Gassman interpretava a teatro i monologhi da Dostoevskij, Kafka, Beckett e Campton, mi ha chiamato per dodici giorni al teatro delle Muse e ho fatto questo spettacolo. Facevo dei numeri da mimo e recitavo il monologo sulla bomba atomica. Fu emozionante, bellissimo. Facevo anche un numero con le monetine: e una sera, quando caddero in platea, a raccoglierle fu Carmelo Bene, seduto in prima fila”

La componente mimica sembra importante nella sua recitazione…

“Sì, il mimo è sempre stato il mio forte. Quando ero con Gassman, un critico – Cibotto – scrisse che ero un mimo raro ed eccezionale. Anche in coppia con Carletto Delle Piane lavoravamo molto sull’aspetto del mimo”

In quegli anni fece anche 6 gendarmi in fuga, con Luis de Funès.

“Siamo andati a girarlo a Saint-Tropez, mi sono trovato benissimo. Il regista era Jean Girault, che mi ha poi chiamato anche altre volte”

Faceva l’hippie.

“Sì, io non ho mai fumato, ma lì fumavano tutti, con tutto quel “fumo” passivo uscivo di testa anch’io”

Ma si è trovato sempre bene dappertutto? Non c’è stata mai una lavorazione da incubo, un regista o un attore con cui si è trovato male?

“Mai trovato male con nessuno. Esasperato solo quando ci facevano fare troppe prove. Ad esempio a teatro, con Cobelli e altri. Una volta sono esploso: basta provare, mi sono rotto le balle! Secondo me, una volta che hai trovato la chiave non puoi continuare a provare. Ho una mia compagnia a Rieti, da qualche anno: una volta che fai due o tre prove poi basta, altrimenti diventa esasperante. Ma questo a teatro. Al cinema, mi sono sempre trovato bene, ho solo bei ricordi: con registi, attori, i direttori di fotografia li ho conosciuti veramente tutti”

Ha lavorato molto con Manfredi.

“Sì con Manfredi ho fatto otto o nove cose, ma ho fatto tanto anche con Franco e Ciccio”

Com’erano sul set?

“Uguali. Ciccio faceva un po’ l’intellettuale… Mi trovavo bene con loro”

E l’incontro con Fellini?

“Con Fellini è una storia lunga. Nel ’62 ero appena arrivato a Roma, mi trovavo al Valle con lo Stabile di Genova e cominciavo a distribuire fotografie alle case di produzione. Mi ero appena messo d’accordo con De Lullo e Valli per andare in tournée con loro, appuntamento il giorno dopo a Milano, quando alla sera torno a casa dalla vecchia zia a Montemario e lei mi dice: ha chiamato un certo Felliiini, che devi andare domani in via Tevere alle sei per un appuntamento con lui. Ma ormai mi ero impegnato ad andare a Milano, certo avrei potuto dire che ritardavo un giorno e andare da Fellini… Seppi poi che Fellini mi voleva portare con lui per un’intervista in televisione, perché gli interessava la mia faccia”

Ma vent’anni dopo c’è stato E la nave va…

“L’ho ancora rivisto per due o tre film, però non se n’è mai fatto nulla. Finché l’occasione buona è arrivata con E la nave va, dove faccio il capocameriere. Ma a quel punto avevo scoperto una cosa che prima ignoravo. Spesso il regista ti voleva per un piccolo ruolo, ma l’aiuto o gli altri della produzione volevano mettere altra gente e così gli dicevano non si trova, è impegnato, non risponde… ma volevano solo mettere i loro amici. Così Fellini quella volta mi chiamò direttamente, e anche Axel Corti si impuntò: mi voleva per La puttana del re, con Timothy Dalton e Valeria Golino, ma gli dicevano che non mi trovavano”

Ad inizio carriera fece anche un film che abbiamo riscoperto di recente, Al mare pago io, dove fa il finanziere in una scena alla frontiera svizzera, ma girata a San Rocco di Camogli.

“Durante la lavorazione il film s’intitolava Solo e c’era un produttore gentilissimo, Nunnari, veramente una brava persona. In Svizzera poi ero andato a girare alcuni Caroselli con Carlo Delle Piane, per i wafer Saiwa. Per la tv svizzera ho fatto anche il protagonista in Calandrino e l’elitropia, dal Boccaccio: la regia era di Grytzko Mascioni, un intellettuale che lavorò molto a teatro. Tra le parti che ho avuto come protagonista ricordo anche Sette monache a Kansas City, uno strano western parodistico, dove eravamo due ragazzi gay che andavano nel West per rimorchiare… Mi sono divertito un sacco!”.

Come vede adesso quel periodo d’oro anni ’60-’70 del cinema italiano, quando si facevano film di tutti i tipi e di tutti i generi? Adesso c’è la televisione…

Il cinema era molto più divertente. Con la tv si va di fretta, ma si lavora bene anche in televisione, e in fondo la gente ti vede anche di più. Certo al cinema c’è un bel ricordo, il rapporto con i registi, i tecnici, ma non ho rimpianto, la tv la faccio volentieri. Ho fatto di recente una puntata del maresciallo Rocca: Proietti lo conosco fin da quando faceva teatro sperimentale… Ora mi hanno chiamato per una puntata di Don Matteo. E il teatro non l’ho mai abbandonato. Uno degli spettacoli più intensi è stato Memorie di classe, dove facevo un vecchio che rievocava la tragedia del Vajont: era il maestro che non era riuscito ad andare alla partita di calcio della sua classe, e i ragazzini erano morti tutti, si era salvato solo lui. L’abbiamo fatto nel 1993, a trent’anni dalla tragedia, ebbero l’idea il figlio di un magistrato che s’era occupato dell’inchiesta e Maurizio Donadoni. Paolini ci aveva visto, poi mi ha chiamato quando ha fatto il monologo. Non andai, perché quello spettacolo mi aveva lasciato esausto, era troppo straziante, non ce la facevo più. Ho poi visto Paolini in tv, mi è piaciuto moltissimo”

Ma il ruolo della carriera cui tiene di più?

“Be’, in Brancaleone: è da lì che poi mi hanno sempre chiamato. A volte mi chiamano per pochi giorni, a volte per qualche settimana, a volte più a lungo. Ma prima portavo le foto, poi da Brancaleone in poi mi chiamavano loro. E così non ho mai dovuto fare nessuna telefonata…”.


Intervista di  Renato Venturelli  per filmdoc.it

Intervista con IAN BARLING regista del Cortometraggio "SAFE"

Qual è stato il tuo percorso artistico?

Come molte delle mie principali scelte di vita, la mia decisione di dedicarmi al cinema è stata influenzata dall’amore per una donna. Sebbene abbia suonato in vari gruppi punk rock durante la mia giovinezza, non ho mai preso in considerazione una carriera artistica fino ai miei 20 anni, quando ho incontrato e mi sono innamorato di una scrittrice. Ammiravo il modo in cui guardava gli oggetti, osservava le persone, raccontava storie, e questa ammirazione mi ha spinto a decidere di iniziare a studiare cinema. Dopo la laurea in analisi e filosofia del cinema, avevo intenzione di diventare professore di cinema. Tuttavia, ho presto sviluppato l’urgenza di creare immagini piuttosto che scrivere sulle creazioni degli altri. Quindi, mi sono trasferito a Los Angeles e ho iniziato a perseguire una carriera nel cinema. Quella ricerca è durata diversi anni fino a quando ho sviluppato un altro bisogno di concepire l’opera stessa. Ho girato il mio primo cortometraggio e l’ho usato per fare domanda alla scuola di cinema di specializzazione, così mi sono iscritto al programma di cinema della New York University, dove ho realizzato diversi cortometraggi e ho iniziato a plasmare i miei gusti e la mia sensibilità cinematografica.

Parliamo del tuo progetto in concorso al Laceno d’Oro, qual è stata la scintilla? Come è cominciato questo lavoro?

Safe nasce dal desiderio di raccontare una storia che riguarda la mia città natale e le persone che la compongono. Ero anche interessato ad esplorare una relazione padre/figlio come una sorta di re-imaging o ipotetica esplorazione della connessione fratturata che ho con mio padre in gran parte assente. La sceneggiatura originale era molto diversa da quella che alla fine abbiamo girato. Non è stata definita fino a quando non mi sono imbattuto nel casinò defunto e completamente sventrato mostrato nel film, così ho deciso di riscrivere la sceneggiatura per sfruttare quello spazio impressionante e inquietante.

Finalmente il cinema e i festival stanno tornando nelle sale. Pensi che dopo questi due anni il cinema, dalla produzione alla distribuzione e alla fruizione, sia inesorabilmente cambiato?

È una domanda molto complicata a cui cercare di rispondere. E suppongo che dipenda da cosa si intende per “cambiamento”. Quello che ho notato è che molte persone hanno un forte entusiasmo per il ritorno al cinema, il che è incoraggiante. Perché, secondo la mia opinione (non così controversa), i film tendono a colpirci in modo più potente, a toccarci più profondamente, quando vengono visti nelle sale. Forse è semplicemente la dimensione dello schermo, la qualità dell’audio, la comunità. O forse è qualcos’altro. D’altra parte, i film sembrano essere sempre più progettati per l’esperienza di visione domestica. E mentre i registi di diversa estrazione hanno più opportunità che mai di raccontare storie particolari, non posso fare a meno di notare una tendenza all’uniformità estetica e narrativa che credo sia almeno in parte dettata dalla struttura economica dei servizi di streaming. Si spera che, nel tempo, gli spettatori possano dimostrare alle piattaforme streaming di avere un appetito per film tanto formalmente e strutturalmente audaci quanto le storie stesse sono specifiche e diverse.

Articolo da lacenodoro.it

Intervista a Federico Del Buono, regista del cortometraggio "Il Muro tra di noi"

Il giovane regista Federico Del Buono ha realizzato Il Muro tra di Noi, un cortometraggio emozionante e sincero sul rapporto padre-figlio interpretato dai bravissimi Ivano Marescotti e Stefano Pesce. Alla morte della moglie, Pietro, 70 anni, ha messo tra sé e il resto del mondo un muro fatto di silenzi, a partire dai figli Alex e Monica, già grandi. Dopo il tentativo di Cesare, dottore di famiglia, di rinchiudere Pietro in una casa di riposo da lui gestita, Monica abbandona la casa paterna, lasciando Alex solo con il padre dopo moltissimo tempo. In aggiunta, Silvia, l’ex-moglie di Alex, gli impedisce di vedere la figlia Aurora. Un limbo: Alex non può essere vicino a sua figlia e al tempo stesso non può abbandonare il padre, che rivolge la parola solo ad un fiore in giardino. Dopo una furiosa litigata con il padre, Alex raggiunge il punto di rottura e distrugge brutalmente il fiore. Ma questa rottura ha messo a nudo una verità che nessuno dei due voleva o riusciva a vedere: Alex sta iniziando ad essere sempre più simile a Pietro, e se vuole salvare il suo rapporto con Aurora deve riuscire a comprendere ciò che sta succedendo e riprendersi la sua vita.

Abbiamo avuto il piacere di incontrare il regista che ci ha parlato di questo suo interessante progetto che, sicuramente, segna solo l’inizio di una carriera di successo dietro la macchina da presa.

Come è nata l’idea di questo cortometraggio?

Il muro tra di noi è nato durante la preparazione di Conquista il Mondo da un’idea dell’altro sceneggiatore Filippo Marchi. All’epoca ero concentrato solo sull’altro cortometraggio quindi non gli diedi troppo peso, ma finite le riprese iniziai subito a pensare al progetto successivo. Mi ritrovai per caso tra le mani questo vecchio copione e mi convinsi che fosse la storia giusta da raccontare per poter alzare l’asticella. Sapevo che andavo incontro ad un rischio nel raccontare una storia sicuramente già vista, quindi ho cercato di strutturare il tutto sotto una luce diversa, attraversi un approccio più intimo, diretto e giocando con gli sguardi e i silenzi dei personaggi immersi in una bolla unica come l’Appennino bolognese.

Come ha coinvolto i due protagonisti Pesce e Marescotti?

Se questo corto ha visto la luce, molto del merito va a Giorgio Ciani. Non solo è stato un grande produttore, ma soprattutto un mentore paziente. Quando gli proposi il progetto mi resi conto di essermi ritrovato davanti un altro folle sognatore come me, perché entrambi eravamo convinti che per fare grande questa storia servivano degli attori di spessore, ma l’idea che davvero ci stuzzicò più di altre era quella di coinvolgere grandi nomi del nostro territorio. La cosa buffa è che ci riuscimmo per davvero! Marescotti era “la scelta”, non pensammo minimamente ad un’alternativa perché sapevamo che solo lui avrebbe potuto interpretare al meglio il ruolo di Pietro. Con Stefano invece è nata una bellissima alchimia perché sposò immediatamente il progetto con grandissimo entusiasmo. Lavorare con loro mi ha mostrato varie sfumature di attori di grande calibro come loro con esperienza: la saggezza di Marescotti contrapposta alla praticità ed entusiasmo di Pesce mi ha permesso di lavorare con un materiale umano e artistico di grandissimo spessore.

Al centro del corto c’è un rapporto conflittuale padre/figlio. Come lo descriverebbe?

Come detto prima ero conscio di lavorare ad una storia (o meglio un argomento) già visto e rivisto, ma essendo un tema molto delicato credo che faccia bene parlarne il più possibile. Fortunatamente non ho potuto attingere a esperienze personali, avendo un rapporto straordinario con mio padre e mia madre, e questo si è rivelata una sfida ancora più affascinante. Ho cercato di concentrarmi sui dettagli per raccontare questa storia, che poi sono quelli a determinare a mio avviso le rotture o i riavvicinamenti all’interno dei rapporti umani, rendendo questa storia il più umile possibile; mostrando un uomo anziano fragile costretto a piegarsi sulle ginocchia per parlare con il ricordo terreno della moglie o di un uomo capace di urlare al telefono all’ex moglie ma non di correre per salvare il suo rapporto con sua figlia. Ecco perché ho scelto un fiore e un fischietto come i veri protagonisti del film, perché sono elementi semplici ma che possono avere infinite spiegazioni.

Ha modelli di riferimento o fonti di ispirazione come regista?

Per me è una fonte di ispirazione chiunque mette coraggio e passione in ciò che fa e in ciò in cui crede. Non mi limito ad “osservare” e studiare i grandi registi, perché anche un attore può ispirarti, così come uno scenografo, una truccatrice o un assistente di produzione. Ovviamente per poter migliorare uno deve anche saper “rubare” il lavoro ai propri colleghi apprendendo da chi ne sa sicuramente di più e non è necessario, a mio avviso, dover fare molta strada per trovarne. Guadagnino, Zanasi, Garrone, Sorrentino o Muccino. La lista dei grandi registi italiani è lunga, senza contare i grandi nomi del passato chiaramente.

Quale futuro sogna per questo cortometraggio?

Ovviamente esistono due futuri sognabili quando si realizza un film o un corto: presentarlo al pubblico nei cinema e presentarlo a festival in tutto il mondo. Sono due facce della stessa medaglia e il primo è importante tanto quanto il secondo, perché il pubblico è passionale e la critica obiettiva, e per poter crescere e migliora sono necessari entrambi gli aspetti. Dopo l’esperienza di Conquista il Mondo, che contro ogni pronostico ha vinto in ogni angolo del mondo, sono molto curioso di vedere la reazione del pubblico e della critica (che fino ad ora si è dimostrata molto positiva) per Il muro tra di noi che a mio avviso è qualche gradino rispetto al precedente. Inoltre sono curioso di vedere se la coppia Pesce-Marescotti vincerà più premi dell’esordiente Vanessa Montanari che nel ruolo della protagonista in Conquista il Mondo ha fatto scintille!

Ha incontrato difficoltà produttive?

Credo che non esistano produzioni cinematografiche dove non esistano difficoltà, e più si vuole alzare l’asticella e più è facile sbagliare. Fortunatamente ho avuto dalla mia parte uno staff e un cast di produzione davvero unico! Da un alto la freschezza e l’energia di due amici e incredibili professionisti come Alessandro Atti e Alessandro Botteon, dall’altro invece la grande esperienza e la guida importante di Paolo Muran e, ovviamente, del già citato Giorgio Ciani. Ciò che però mi ha sorpreso di più è stato vedere quanto sia stato facile collaborare con le istituzioni per questo progetto nonostante tutto quello che si dica in Italia: a partire dal piccolo ma entusiasta comune di Monte San Pietro che ci ha ospitato facendoci sentire a casa, fino alla grande Regione Emilia Romagna (nella figura della film commission) e il Comune di Bologna che si sono messi immediatamente e con grande passione a nostra disposizione per aiutarci a realizzare questo bellissimo progetto. Infine penso sia giusto ringraziare anche realtà “private” come i bravissimi ragazzi di “succede solo a Bologna” e il vulcanico e dinamico Paolo Rossi Pisu con “Genoma Films” che oltre a darci una mano a livello economico ci hanno supportato a livello tecnico.

Come è stato lavorare con il cast?

Un cast del genere è il sogno di qualunque regista. Come già detto, Pesce e Marescotti hanno costruito due personaggi di spessore, andando ben oltre a ciò che avevo immaginato quando glielo proposi, ma se il film ha convinto la critica finora è anche grazie a due spalle di assoluto valore come Stefano “Vito” Bicocchi e Vanessa Montanari. Per il primo basterebbe il suo curriculum come presentazione, ma penso che il vero Vito lo si scopra molto di più nei meandri del set che sul grande o il piccolo schermo. È una persona meravigliosa, che migliora ogni ambiente in cui si trova con il suo fortissimo umorismo e sensibilità e vi assicuro che assistere a delle scene fuori set tra due vecchie volpi come Marescotti e Vito è stato qualcosa di assolutamente spassoso! Per Vanessa invece è tutto un altro discorso. Molti la definiscono la mia “musa” e penso che in qualche modo sia vero. Dopo tutti questi anni e progetti ho capito che lavorare con un’attrice come lei sia diverso che con qualunque altro attore o attrice, famoso o non famoso, perché è una ragazza sensibile, umile, intelligente, di un livello artistico assoluto (molto più di quello che crede lei) ma soprattutto una grandissima testona! Il bello di lavorare con Vanessa è che puoi passare intere sedute di prove a discutere e litigare con lei sulla costruzione del personaggio, poi entra in scena e lo fa totalmente a modo suo! Il problema è che ogni volta ha ragione lei! Dovendo affrontare tre “titani” del cinema italiano e bolognese come Vito, Pesce e Marescotti sapevo che avrebbe avuto delle difficoltà emotive, così come sapevo che a qualcuno di esterno la scelta di un’attrice “non famosa” come lei insieme a loro avrebbe fatto storcere il naso, ma come detto prima il bello di quella ragazza è che una volta che abbandona i panni di Vanessa Montanari per indossare quelli dei suoi personaggi si trasforma talmente tanto da cancellare ogni dubbio dimostrando, ogni volta, perché a mio avviso sia una delle migliori attrici esordienti in circolazione, con un futuro ancora tutto da scrivere nel cinema.

I suoi progetti futuri?

Il finale del 2019 e il 2020 saranno ricchi di grandi novità e progetti ma al momento non sono “autorizzato” a parlarne, però vi assicuro che sarà qualcosa di unico e soprattutto… di magico!

Articolo di  Redazione per https://www.cultora.it

Intervista al regista e produttore indipendente Carlo Luglio

Cosa significa fare “cinema indipendente” oggi?  Devo dire che sotto l’ombrello di questa definizione si trovano una varietà di tipologie non sempre consone alla autonomia che dovrebbe necessitare un Cinema senza diktat. Purtroppo in Italia viviamo in un sistema dove pure gli autori conclamati si sono piegati alle supposte leggi del mercato dove un film di successo deve nascere spesso da un libro famoso oppure dalle vite di personaggi celebri. Dunque lottare per scrivere storie originali e cast liberi da vincoli è già il primo gradino per realizzare un film davvero indipendente.  Poi bisogna  affrontare le lotte con i selezionatori dei festival e con i distributori per i quali, se non sei facilmente etichettabile (impegno civile, cinema rigoroso d’autore o sperimentale, per i primi; fenomeno da botteghino popolare o “autoriale”, per gli altri, non riesci a ritagliarti uno spazio.

Ed in questo periodo di emergenza Covid è ancora più difficile per te come regista muoverti?  Paradossalmente il lockdown è stato un periodo dove nell’isolamento è germinata la creatività. Un silenzio e una pausa che hanno acuito sia una creatività divergente sfociata in nuovi progetti, che una strategia per dare visibilità, per esempio, al mio ultimo film “Il Ladro di Cardellini”, altrimenti ibernato per una concausa di eventi da tempo. Infatti, son riuscito a farlo girare in rassegne e festival estivi e ora è stato appena presentato in concorso come unico film italiano al prestigioso Festival de la Commedie di Montecarlo creato e condotto da Ezio Greggio con il compianto Mario Monicelli, dove Nando Paone ha vinto il premio come miglior attore protagonista! Finalmente questa opportunità, auspico offrirà ad un film anomalo e originale di uscire pure nelle sale ed avere una propria collocazione.

A questo proposito mi parli di come è nato questo film? Premesso che questo è il terzo lungometraggio in venti anni di percorso registico, (“Capo Nord”, “Sotto la stessa luna”), vi è da dire che in questo periodo ho realizzato pure sei documentari. Spesso legati ad antiche tradizioni del mio Sud e con un particolare sguardo sul mondo musicale. (“Radici”, su e con Enzo Gragnaniello, “Magma” sui contadini delle tammorre vesuviane, “L’Ultimo Fuorilegge” -inedito- su e con Pino Mauro, re della sceneggiata). Nel 2005 invece realizzai “Cardilli addolorati” che racconta di questo mondo magico e desueto dei patiti degli uccellini domestici, che li catturano, collezionano, smerciano in modo illegale che però è pure così assurdo che stimola tenerezza e sorrisi. Tutto gravita attorno al canto e al colore dei Cardellini. Il che crea pure scommesse, rapine, furti e camuffi. La commedia che ha poi  scritto Diego Olivares riprendendo un soggetto scritto a più mani e germinato in varie declinazioni tra me, Massimiliano Virgilio e Annarita Altieri Pignalosa, racconta questo mondo come contesto in cui si animano però le relazioni umane quotidiane e straordinarie del protagonista con sua figlia, la moglie morta e il nutrito gruppo di personaggi che lo circondano. Sarà un gioco funambolico per lo spettatore districarsi tra la vita intima e lunatica del protagonista e le azioni corali e picaresche che traccia insieme al gruppo di anziani e scalcinati bracconieri. Da una parte si porta avanti la mancanza di forza di gravità che serve proprio a noi autori a scrollarci di dosso quell’adesione ad un realismo spesso sterile. Dall’altra, un approccio diverso con la morte che incombe o che ci portiamo dentro. Una strana convivenza naturale e leggera di Pasquale Cardinale (Nando Paone che interpreta magistralmente questo candido Don Chisciotte), con un immaginario distorto che viene a stimolare sia la spinta verso un cambiamento (sarà costretto dalla figlia ad un paradossale matrimonio di convenienza con una rumena); che ad esorcizzare il tempo che passa assumendo improbabili droghe chimiche come un po’ tutti i vecchietti della combriccola.

Che paesaggi hai utilizzato per ambientare le riprese? Anche questo è un punto di rilievo del film che si svolge sospeso in un non luogo del mediterraneo senza tempo e in spazi desueti e accoglienti di una provincia che sfrigola scintille di vita genuina ancora tra case di cortile dai muri consunti e scoloriti, e campagne amene. Non era il caso di raccontare per l’ennesima volta una Napoli di periferia degradata oppure da cartolina. Innanzitutto le pistole sono appese al chiodo in questo film dove non è presente la solita violenza criminale. E l’ingenuità del protagonista stride con il cinismo  a cui siamo avvezzi. Perciò mi interessava rappresentare un Sud dalle tradizioni genuine seppur sempre un pò sopra le righe ma mai grottesco, malavitoso  o bozzettistico. Quel mio sud che è a nord di tutto, che non piega il capo, quel sud che non tradisce. Fatto di gente fiera che sa aspettare e in silenzio sa sognare. E poi volare come i cardellini della storia.

Progetti per il futuro?  Un film,”Assediati”, una coproduzione italo francese, che sfaterà tutti i pregiudizi su intolleranza e razzismo che vigono qui da noi. Un guerra tra poveri che non vince nessuno dove tutti sono umiliati,offesi e sconfitti. Un film che porteremo a Cannes e che ci darà soddisfazioni.

Chi sono i tuoi riferimenti cinematografici attuali e passati? Chi ama il cinema come me in modo onnivoro si nutre da decenni di varietà infinite di autori. Da Truffaut e Godard a Cassavetes, Kubrick e Fellini, da Lynch, Cronenberg e Bunuel, ad Hasby e Forman, fino ad  Altman, Cimino, Scorsese, Coppola, Ferreri e Bertolucci. Ma poi adoro Monicelli, De Seta, Scola e Risi. Ed oggi in Italia Virzì, Maresco e Sorrentino. E nel mondo Xavier Dolan, Eastwood, Malick, Paul Thomas Anderson, Sean Penn e tutto il cinema indipendente che sbriglia emozioni e fantasie. Facendoci scoprire la vita ignota e acuendo il nostro bagaglio emotivo e il nostro spirito critico.

Trump o Biden? Jane Fonda o Jack Nicholson for president! Per l’Italia se fossero vivi, Ugo Tognazzi presidente del consiglio e Marcello Mastroianni presidente della Repubblica.

Biografia e Filmografia  di Carlo Luglio

E’ nato a Castellammare di Stabia (Napoli) nel 1967. Laureato in Storia del Cinema al DAMS, ha realizzato due film lungometraggi (Capo Nord e Sotto La Stessa Luna), quattro documentari (Pittura a mano armata, Il Cinema Salato, Cardilli Addolorati e Radici ), e un cortometraggio “Ciao Mamma” che hanno partecipato a vari festival internazionali (Torino, Montreal, Valencia, Locarno, Annency, Cairo e Venezia), raccogliendo premi e menzioni. Per tutti, la Palma d’argento per “Capo Nord” al Festival di Valencia nel 2004, il Golden Award al Festival del Cairo 2006 per “Sotto la stessa luna”, Migliore documentario a Torino Cinema Ambiente 2005 per “Cardilli Addolorati” e Miglior cortometraggio al Napoli Film Festival 2014. 

Dal blog di Carlo Franza per ilgiornale.it

Intervista col regista Leonardo Di Costanzo

“Ariaferma” è un film uscito nel 2021 e diretto da Leonardo di Costanzo. Ambientato in un carcere quasi sospeso nel tempo e nello spazio, dove secondini e detenuti vengono esposti alla progressiva disgregazione dei loro ruoli, il film vede Toni Servillo e Silvio Orlando interpretare personaggi molto distanti dalla normale cifra dei due attori. Presentato fuori concorso alla 78ma Mostra del cinema di Venezia, “Ariaferma” sarà proiettato a Berlino, nell’ambito dell’Italian Film Festival, sabato 13 novembre, presso il Kino in der Kulturbrauerei. Nell’attesa, Lucia Conti ha intervistato il regista, Leonardo di Costanzo.

Partiamo dai protagonisti di “Ariaferma”, Toni Servillo e Silvio Orlando. Si è già detto che li hai spiazzati, dando a ognuno un ruolo che in realtà sembra fatto apposta per l’altro…

Ma non per il desiderio di spiazzare, non volevo intenzionalmente disorientarli. È che mi serviva esattamente quello che ho ottenuto “invertendo” i ruoli.

Spiegami meglio

Secondo me, per un film come “Ariaferma”, fatto di cose così piccole e trattenute, se loro fossero ricorsi, ed era probabile, a quella che è la loro formazione originaria, sarebbe stato facile ritrovare quelle maschere che conoscono bene e questo avrebbe nuociuto molto al film. Io ho lavorato sempre con attori non professionisti, perché sono delle pagine bianche, anche per gli spettatori, che li scoprono per la prima volta, riempiendo di significato corpi, gesti, facce. Quando hai a che fare con attori come Orlando o Servillo, invece, lo spettatore guarda il personaggio, ma lo guarda come continuazione della storia dell’attore.

La prima cosa da fare, in questo tipo di film fatto di assenza di parole e tutto incentrato sui volti, è distruggere l’immagine che lo spettatore ha degli attori già noti.

C’è stato qualche momento in cui Orlando o Servillo ti hanno detto: “Non ce la faccio”?

Abbiamo parlato a lungo. All’inizio mi hanno un po’ studiato, per capire se potessero fidarsi, poi si sono resi conto che dietro alla mia richiesta c’erano un’idea e un ragionamento. Inoltre avevo anche un’altra necessità e cioè che la loro recitazione si avvicinasse il più possibile a quella degli attori non professionisti presenti in “Ariaferma”. Ti dirò, il mio principale problema è stato proprio questo.

Ho detto: “Ragazzi, io non posso chiedere ad attori non professionisti la pasta recitativa che può darmi chi fa questo lavoro da 40 anni“. Erano 
i protagonisti a doversi avvicinare agli altri e potevano farlo, proprio perché sono dei grandi attori.

Immagino che tu abbia chiesto a Orlando e Servillo di lavorare per sottrazione

Esatto. Loro non sapevano cosa togliere e questo discorso è stato interessantissimo, nei due giorni in cui ne abbiamo parlato approfonditamente, paragonando la recitazione teatrale con quella cinematografica, la recitazione realistica con quella “portata”. È stato molto bello e se avessi filmato tutto avrei un bellissimo documentario sul mestiere dell’attore.

Mi piacerebbe analizzare anche altri personaggi di “Ariaferma”, che  spiccano anche per il talento dei loro interpreti. Su tutti, la guardia carceraria più dura e meno empatica…

Fabrizio Ferracane. Attore straordinario!

Oltretutto Ferracane è riuscito a rendere l’ostilità che il personaggio ha verso i detenuti con micro-espressioni facciali e gesti contenuti, senza mai esplodere. Cosa difficilissima! Come hai concepito questo personaggio?

Ferracane è un attore che a me piace molto, è bravissimo. Ha recitato nel film di Bellocchio su Buscetta, “Il traditore”, e in “Anime Nere”, di Francesco Munzi, sempre in ruoli un po’ secondari, ma lui è straordinario. Non abbiamo potuto lavorare molto in presenza, prima, perché lui fa parecchi film, ma c’è stato tra noi un continuo scambio di messaggi, mail e telefonate. Lui è molto serio, lavora tanto e bene e ci siamo sentiti spessissimo per cercare di costruire questo personaggio, che è un po’ il cattivo, l’antieroe del film.

Durante le riprese, Ferracane si lamentava del fatto che con lui non parlassi molto e io gli rispondevo: “È che tu sei sempre giusto! Sei bravissimo! L’hai trovato, il personaggio, e fai dei piccoli movimenti, con delle piccolissime sfumature che mi incantano. Che ti devo chiedere di più?”.

 

di   Lucia Conti  11 November 202  per ilmitte.com

 

“Roma è lo scenario naturale dei miei film” intervista a Nanni Moretti

Nanni Moretti è uno dei più importanti rappresentanti del cinema italiano contemporaneo; regista, attore, sceneggiatore, produttore e proprietario di una sala cinematografica, ha esordito come autore nel 1973 (con il cortometraggio La sconfitta), firmando negli anni ’70-’90 film che hanno formato una generazione come Io sono un autarchico, Ecce bombo, Bianca, Palombella rossa, Caro diario, Aprile e altri. I suoi film raccontano storie personali che diventano universali e fondono il tragico e il comico in un racconto sincero e coinvolgente. Ha conseguito numerosi premi e riconoscimenti, tra cui la Palma d’Oro di Cannes per La stanza del figlio, otto David di Donatello e undici Nastri d’argento.

Morettin latuaitalia.ruI suoi film sono molto legati a Roma. Capitale italiana, culla della storia e dell’arte nota in tutto il mondo, Roma ha comunque zone molto interessanti, ma quasi sconosciute ai turisti. Penso a esempio ai quartieri di Garbatella e Spinaceto, in cui ha ambientato il film Caro diario. Ci sono altri luoghi di Roma che ama?

Certamente! Penso, ad esempio, a un quartiere come l’EUR, che possiede un fascino particolare, simile a un quadro di De Chirico… un’atmosfera quasi metafisica. 

In Caro Diario Roma rappresenta quasi un personaggio protagonista, anziché una semplice ambientazione. Ci sono altre città italiane in cui le sarebbe piaciuto girare un film?

Ho ambientato La stanza del figlio ad Ancona. Ai miei occhi, era un posto più giusto per raccontare quella storia così dolorosa. Gli anconetani erano molto stupiti da questa mia scelta e mi chiedevano: “Come mai sei venuto a girare qui il tuo film?”. Mi sembrava fosse giusto allontanarmi da una metropoli e raccontare questo grande dolore in una piccola città dove — magari mi illudo — è ancora vivo un senso di comunità.

Roma continua a ispirare tantissimi registi, che ne restituiscono ogni volta rappresentazioni diverse. C’è qualche suo collega di cui condivide la visione della città?

Sì, certo. Mi viene in mente Estate romana di Matteo Garrone oppure Pranzo di ferragosto di Gianni di Gregorio. In entrambi i film Roma viene raccontata con affetto, ironia, dall’interno… questo non ha potuto che incuriosirmi.

Lei è ancora legato ai luoghi di Caro Diario?

Direi di sì. Anche e soprattutto agli oggetti: come la Vespa, ad esempio. Purtroppo però ormai è troppo malandata e da tre anni l’ho dovuta mettere in pensione. Ho deciso di donarla quindi al Museo del Cinema di Torino.

Quale rapporto ha con il territorio italiano? Quanto è importante il paesaggio – che sia urbano o di campagna — per i suoi film?

Roma è sempre stata — tranne per il caso de La stanza del figlio — lo scenario naturale dei miei film. Le mie prime opere sono a tutti gli effetti “film romani”… probabilmente senza volerlo ho raccontato un luogo, oltre che un ambiente politico, sociale e generazionale. In realtà, ho girato i miei film in quel posto così preciso geograficamente – Roma Nord, quartiere Prati – perché rappresentava la destinazione naturale delle storie che mi venivano in mente.

E l’episodio delle isole in Caro Diario sono pure basati su esperienze autobiografiche?

No, quell’episodio mi è venuto in mente un giorno in cui sorvolavo l’arcipelago delle Isole Eolie e le ho viste in un’unica immagine, in un’unica inquadratura. Allora mi è venuta in mente questa rivalità — che non c’è assolutamente tra gli abitanti dell’arcipelago, ma che c’è invece stranamente tra i rispettivi villeggianti. Chi sceglie Panarea detesta quelli che scelgono Stromboli o Salina; chi sceglie Alicudi detesta chi sceglie Lipari o Panarea: c’è una forte competizione tra i vari villeggianti, clienti delle isole, cosa che, ripeto, non appartiene assolutamente agli indigeni, a chi ci vive. E allora mi è venuto in mente di raccontare questa rivalità così feroce tra isole così vicine tra loro.

A lei piace trascorrere le vacanze in Italia? C’è qualche luogo poco conosciuto che si sentirebbe di suggerire ai nostri lettori?

Sono passato velocemente a Lecce un paio di volte, però tutti mi dicono che dovrei trascorrere più tempo in questa terra, il bellissimo Salento. Io, se devo suggerire un luogo, penso al Conero, un promontorio vicino ad Ancona, a cui sono legato perché vivevo lì, in un piccolo paese, quando giravo la Stanza del figlio. Ho speso diversi mesi lì…

Può nominare due-tre film italiani che deve assolutamente vedere una persona che vuole farsi una prima impressione dell’Italia di oggi?

È difficile! Non so… dico i primi che mi vengono in mente: Gomorra di Mattero Garrone, Il capitale umano di Paolo Virzì e Il ladro di bambini di Gianni Amelio.

Intervista in it.latuaitalia.ru

 

Mettere in luce le donne nel mondo del cinema

Incontra tre delle donne che stanno aprendo la strada alla nuova generazione di registe. Gli studi dimostrano che le donne sono ancora davvero poco rappresentate nel settore cinematografico. Nel 2019, era donna solo il 20% dei registi, autori, produttori, produttori esecutivi, tecnici del montaggio e direttori della fotografia che hanno lavorato ai 100 film con il maggiore incasso negli Stati Uniti. Chiaramente, il settore ha ancora molta strada da fare in termini di inclusione delle donne, ma ci sono stati dei progressi.

La campagna Women Who Photo & Film è stata lanciata da The Photography Show & The Video Show nel 2018 per mettere in luce il lavoro di fotografe e registe. Quest'anno la mostra si è svolta virtualmente e ha coinvolto 21 ambasciatrici.

Carys Kaiser ha svolto quasi tutti i lavori del settore, dalla registrazione del suono fino a diventare produttrice e regista autonoma. Ha lavorato a produzioni televisive nel Regno Unito per oltre 17 anni e nel 2015 ha iniziato a dedicarsi alla fotografia con i droni.

Heather Hughes è diventata sorda all'età di tre anni, ma non ha mai lasciato che questo le impedisse di fare carriera come videografa, producendo video di viaggio, per aziende e social, oltre a realizzare filmati di matrimoni.

La regista Ashleigh Jadee ha iniziato a lavorare nel campo della fotografia prima di passare alla videografia, alla produzione e alla regia. È specializzata nella regia di video per l'industria della musica e della moda e ha collaborato con artisti come Skepta, Wiley e Wretch 32.

Qui le tre professioniste, tutte del Regno Unito, condividono le loro esperienze di lavoro nel settore cinematografica e offrono consigli a chi spera di seguire le loro orme.

La filmmaker Heather Hughes racconta che le ci è voluto un po' di tempo per trovare la sua strada. "Penso che tu debba fare molti errori, poi improvvisamente i pezzi andranno al loro posto e penserai: 'Oh sì, questo è quello che voglio dire, ed è così che lo dirò'".

Come sei entrata nel mondo del cinema?

Carys ha iniziato come truccatrice, ma ben presto ha capito di voler lavorare con le videocamere. "Guardavo gli operatori, tutti uomini, e i registi, tutti uomini, e pensavo: 'Voglio fare il loro lavoro'". Incontrare una filmmaker tramite il suo lavoro sul set le ha insegnato qualcosa sul settore e l'ha ispirata a fare il passo successivo.

Heather è stata project manager in una casa editrice per 18 anni prima di essere licenziata. "Ho trovato un corso di regia narrativa al City Lit College di Londra", racconta. "Ho realizzato uno sketch comico di tre minuti. Credo di essere stata l'unica ad avere effettivamente finito, e tutti l'hanno trovato divertente quando l'hanno visto". Heather ha accompagnato un'amica come videografa a un matrimonio e poi ha iniziato a occuparsi di filmati a livello professionale.

"Quando avevo circa 20 anni, ho deciso di passare a una fotocamera Canon", racconta Ashleigh, che scattava con Canon EOS 60D (ora sostituita da Canon EOS 90D). "È stato allora che ho iniziato a giocare con i video, perché avevo sia video che foto in un solo dispositivo. Ho iniziato filmando i miei amici che facevano freestyle".

Ashleigh ha girato un documentario su un suo amico che stava realizzando un album, poi ha lavorato per un breve periodo nell'ambito della produzione, prima di riprendere in mano una videocamera per girare un video musicale per un'amica, grazie al quale è stata scelta dalla Universal Records per il suo primo ruolo da regista.

"A volte penso di dovermi dare un pizzicotto", afferma la filmmaker Carys Kaiser. "Mi sento molto fortunata ad avere tutte queste opportunità. Ma poi mi guardo attorno e i miei amici mi dicono: 'Non ti dai abbastanza credito. Hai lavorato duramente per arrivare fin qui'".

Dove trovi l'ispirazione?

"Guardo ogni genere di cose", afferma Carys. "Se sto realizzando un filmato creativo, potrebbe essere qualcosa che ho visto su YouTube tre o quattro anni fa, o potrebbe essere un libro, una rivista o un programma televisivo".

Anche la collaborazione con gli altri membri del panel Women Who Photo & Film è stata fonte di ispirazione. "Ogni donna che sta portando avanti il proprio viaggio nel campo della fotografia o del cinema è fonte di ispirazione", sostiene.

Heather prende spunto dalla TV e dai film. "Adoro i programmi come Firefly", spiega, riferendosi alla popolare serie di fantascienza. "In realtà prendo molta ispirazione dalla teoria della TV, guardando come vengono effettuate le riprese e l'atmosfera che si crea".

Come Heather, anche Ashleigh ama guardare vecchi film e video musicali. "Prendo una scena o una parte memorabile e la ricreo nel mio lavoro", afferma. "A volte, se si tratta di raccontare una storia, uso le mie esperienze personali".

Cosa ne pensi della campagna Women Who Photo & Film?

"La campagna mette in luce le diverse esperienze delle donne", spiega Carys. "Mostra che le donne non si occupano solo di matrimoni, ma fanno di tutto".

"Vado all'evento The Photography Show da quando è iniziato", racconta Heather. "Ogni anno lo trovavo davvero molto stimolante, perché all'inizio della mia carriera non sapevo che tipo di foto o video avrei voluto realizzare".

Ashleigh sostiene che iniziative come questa sono molto importanti, perché l'industria rimane fortemente dominata dagli uomini. "Credo che le persone debbano sentirsi rappresentate in tutto, a livello di razza, sesso e altro. Vedere qualcuno nella posizione in cui vorresti essere tu può incoraggiarti a smettere di dubitare di te stessa e fare il primo passo per realizzare i tuoi obiettivi".

A woman stands on a hill overlooking a valley ringed with mountains. She is operating a camera on a tripod

Le donne nel settore della produzione cinematografica: come farsi spazio

Le produttrici più famose raccontano come hanno fatto ad affermarsi nel settore del cinema e offrono consigli alle donne che desiderano seguire il loro stesso percorso.

Hai percepito la disparità di genere nel settore cinematografico?

Quando Carys ha iniziato a dedicarsi al lavoro con i droni, non è stata sempre presa sul serio. "Qualcuno mi ha detto: 'È troppo complicato. Non riusciresti a farlo'. Poi mi è venuto in mente che, in realtà, tutte le professioni che svolgo hanno una prevalenza maschile: fotografo, videografo, regista, tecnico del montaggio, operatore di droni.

"Penso però che la situazione stia cambiando. Non mi sono impegnata per diventare un modello per le donne, è successo e basta. Ma se posso ispirare qualcuno a pilotare un drone, maschio o femmina che sia, a me sta bene".

"Il settore è piuttosto maschilista, soprattutto nell'ambito del broadcast", afferma Heather. "Ho una telecamera broadcast che utilizzo, l'ho presa in parte per essere sicura di potermi sentire allo stesso livello [degli uomini]. Ci sono uomini che iniziano a parlare di cose tecniche e alcune donne si sentono intimidite da questo".

Carys sta lavorando a un libro di fotografie scattate con i droni, intitolato "A girl from above". Il suo interesse per la fotografia con i droni l'ha portata a specializzarsi nel mestiere e ora è una dei migliori piloti di droni del paese. 

Cosa c'è nel tuo kit?

Heather utilizza Canon XF705 per le sue riprese. "È una videocamera vera e propria", afferma. "Quando intervisto delle persone utilizzo Canon XF705. La messa a fuoco automatica ha delle prestazioni incredibili. È come essere in studio, è perfetta".

Carys ha utilizzato Canon EOS C300 Mark III e Canon EOS C500 Mark II per il suo lavoro televisivo. "Quello che offrono, a differenza di altri produttori di videocamere televisive, è lo spazio colore", sostiene. "Tutte le tonalità della pelle hanno un bell'aspetto sulle videocamere Canon".

Quali consigli daresti a chi vuole entrare nel mondo del cinema o a chi sta passando dalla fotografia al video?

Carys, che ha lavorato sia con le foto che con i video, incoraggia le persone a essere sicure di sé. "Se riesci a creare l'inquadratura di una foto, hai già l'abilità necessaria per i video. Impara quali sono le regole e poi inizia a infrangerle per creare il tuo stile".

All'inizio, molti giovani filmmaker sono tentati di lavorare gratis per ottenere un po' di visibilità e crearsi delle connessioni nel settore, ma Carys consiglia di essere prudenti. "Non svenderti. Ho passato molto tempo a sottovalutarmi, ma poi ho iniziato a farmi valere, economicamente parlando. Non solo mi sento meglio riguardo a quello che faccio, ma la gente mi apprezza di più".

Heather esorta i principianti a non darsi per vinti. "Non mi rendevo conto di quanti alti e bassi ci sarebbero stati, quanto sarebbe stato difficile crearmi delle connessioni. Devi imparare a farti scivolare le cose addosso. Ma ricordati di ascoltare sempre la tua voce e di sapere cosa vuoi fare ".

Il consiglio di Ashleigh per chi entra nel settore è di fare rete, incontrare persone e lavorare sulla fiducia in sé stessi. "È tutta una questione di relazioni", afferma. "Sono sempre stata molto timida, e senza fiducia in me stessa, il che mi avrebbe impedito fare determinate cose".

Suggerisce agli aspiranti registi di lavorare sulla crescita personale. "Devi capire le persone e come muoverti sul set, perché tutti gli occhi sono puntati su di te Oltre al lavoro su commissione, concentrati su progetti che ti appassionano, perché questo ti aiuterà a mostrare che tipo di regista sei veramente".

Qual è stata la parte migliore della tua carriera finora?

"Sono sempre entusiasta di ogni singolo lavoro che faccio", afferma Carys. "Di recente ho girato con Heather Small, Alexandra Burke e David Grant per Songs of Praise - Gospel Singer of the Year, ma oggi è stato davvero emozionante perché ho filmato un uomo su una collina con un asse da stiro. Mi sento come se questo fosse il lavoro più bello del mondo: è questa per me la parte migliore".

"La parte migliore è l'affiatamento che sento con gli altri filmmaker", afferma Heather. "Ho trovato una comunità, è divertente e le persone sono fantastiche".

"Uno dei miei momenti migliori è stato poter dirigere i video digitali Out-of-Home per la campagna di Natale 2018 di H&M", afferma Ashleigh. "È stato pazzesco perché ho potuto vedere il mio lavoro su enormi cartelloni pubblicitari e su Oxford Street mentre andavo in un centro commerciale Westfield. Un altro momento indimenticabile è stato probabilmente il mio primo video, perché è stato allora che ho pensato 'Voglio sentirmi così ogni volta che vado al lavoro'".

Scritto da Tamzin Wilks  per  https://www.canon.it/

Il letto è una rosa, il mémoire bizzarramente dadaista, gioiosamente arruffato e oniricamente felliniano di Monica Vitti

Monica Vitti Il letto e una rosa 195x300A leggere tutto d’un fiato il libro (120 pagine per Mondadori) viene quasi voglia di farle una carezza, a questa donna che ha reso grande il cinema italiano, seppellendo involontariamente nella sua anima il dondolio giusto e gentile del quieto vivere.  Se volete farvi un regalo in ricordo di Monica Vitti, a un anno esatto dalla sua scomparsa, per una volta scartate la possibilità di uno dei tanti bei film interpretati in quarant’anni di carriera e concedetevi il suo divertito e spumeggiante mémoire. Si tratta de Il letto è una rosa che Mondadori ripropone in una nuova edizione quasi trent’anni dopo la sua prima pubblicazione del 1995. Una composizione bizzarramente dadaista, gioiosamente arruffata, oniricamente felliniana, che la Vitti si autodipinge addosso lungo la prima infanzia, adolescenza, età adulta, sogno spesso rocambolesco e proiezione di sé oltre il reale, come fosse un personaggio alla Borges.   “La mia vita, però, non la so raccontare, perché appena la guardo per farla diventare parole, si nasconde”, reitera il concetto più volte nel suo libro la protagonista de La ragazza con la pistola e Ninì Tirabusciò. Il letto è una rosa è tutto un inseguimento del ricordare, rapide e succinte tracce esistenziali che c’entrano poco con l’aneddotica professionale nel cinema. Così se la memoria, che sfugge, è “una truffa” (meglio “il ricordo”); e se la “smemoratella”, così i genitori chiamavano Monica piccina, invece sui set aveva “una memoria di ferro”, ecco che la ricostruzione di una vita non passa per forza dal passato, ma si inchina nella confusione creativa e psicologica del presente, il presente Vitti del 1995 che sembra ri-nascere in un pomeriggio di primavera dentro alla saletta della moviola, a Roma, in via Margutta. Nel ricostruire un’altra storia, quella del fantomatico film Pareti bianche e occhi azzurri, la Vitti, che montatrice non è mai stata, ma dentro le storie ha montato emozioni, significati, direzioni, si cimenta nell’impossibile lavoro da concludere e consegnare ad un produttore (francese ed incazzato per il ritardo). È qui che mente e desiderio cominciano a frullare. Tra statue che camminano, alberi che cambiano posizione, una chiacchierata con il cappotto appeso all’attaccapanni, un sogno con una donna che la prende a sberle perché non la sta facendo “ridere” e l’immagine di mamma riflessa in uno specchio che intima ordini Monica Vitti 690x362prima di scomparire, l’attrice romana ricostruisce un sé sfuggito e sfuggente, utilizzando l’umorismo per suturare la perdita per strada dei dettagli. Ha sempre fame, Monica. Ha sempre avuto fame la protagonista del trittico L’avventura-La notte-L’eclisse: un “panino al prosciutto” quando scriveva soggetti e sceneggiature, “mele annurche” mentre era alla ricerca di aggettivi, almeno “due bignè e un cono gelato” dopo dieci minuti di inattività. Buffa e disperata, Monica che scrive “per aprire le porte chiuse, per portare una candela nella stanza buia, per trovare una lettera che mi racconti quello che è successo”; ma anche per non “suicidarsi” anche se con un pennino, piano piano, scavando potrebbe arrivare al cuore.  La Vitti, come riproponendo il personaggio della maturità, quel prisma femminile carico di vivace sensualità e svampita comicità, balbetta, circumnaviga, ostenta il controllo della materia esistenziale e sceglie ancora una volta una captatio divertita e assertiva. Come quanto chiede rispetto per la (sua) pazzia (“quasi nessuno accetta volentieri la libertà di un pazzo. Il che è giusto nel caso di un pazzo aggressivo e violento; ma la libertà di un pazzo tranquillo e sereno, che non fa male a nessuno, a chi mai può far paura? Se non la si accetta, è tutta invidia”) o rievoca quel collega dell’Accademia che la invitò distratto ed altezzoso a salire in casa sua e lei prima titubante, poi convinta, infine lo lasciò con pantaloni e mutande calate optando per un altro impegno giù da basso. Buffa Monica che rivorrebbe il suo cane che “con gli occhi la rasserenava”, elogia gli uomini con la barba (“un viso pulito è anche un po’ banale”), sbeffeggia gli psicanalisti (“troppo facile, ascoltare e prendere i soldi. Venga a casa a risolvere i miei problemi, compreso quello dell’idraulico. Non faccia finta di essere un vero medico, non lo è, è uno con cui si parla, un confidente”) e che infine svela dolce e delicata la verità su quel “male ai capelli” in Deserto Rosso: “Che i capelli mi abbiano sempre fatto male, a me sembra molto naturale, cioè mi stupisco che non facciano male anche agli altri. È una parte del corpo, ha diritto al dolore. Ma intanto qualcuno ne ha approfittato per etichettarmi: “Le fanno male i capelli, poverina, che ci vuoi fare, è alienata”. Così a leggere tutto d’un fiato Il letto è una rosa (120 pagine) viene quasi voglia di farle una carezza, a questa donna che ha reso grande il cinema italiano, seppellendo involontariamente nella sua anima il dondolio giusto e gentile del quieto vivere.

 

Articolo di Davide Turrini  per IlFattoQuotidiano.it  2 FEBBRAIO 2023

Paolo Villaggio racconta Monicelli

 

Ischia Film Festival: Paolo Villaggio racconta Monicelli. Una serata evento per due protagonisti assoluti del cinema italiano.
Ischia Film Festival: Paolo Villaggio racconta Monicelli.  Una serata evento per due protagonisti assoluti del cinema italiano.
[Ischia, 4 luglio 2009] Ischia festeggerà Mario Monicelli, uno dei massimi registi italiani in una serata evento il 9 luglio prossimo al Castello Aragonese di Ischia Ponte.
Padre fondatore della commedia all'italiana, autore che ha saputo rappresentare sul grande schermo, con indomito cinismo (e un pizzico di umanissima malinconia) vizi e difetti degli italiani, Monicelli incontrerà il pubblico e parlerà della sua vita e della sua carriera insieme ad un altro grande protagonista del nostro cinema, Paolo Villaggio, al Festival per omaggiare e raccontare il regista de "I soliti ignoti" e "La grande guerra".
"Ringrazio pubblicamente il Maestro Monicelli  e Paolo Villaggio per aver accettato di prendere parte a questo evento" ha dichiarato Michelangelo Messina, ideatore e direttore artistico dell'Ischia Film Festival, " e per aver contribuito entrambi,  in maniera esemplare e sempre coraggiosa, a realizzare alcuni tra i grandi capolavori del cinema italiano, opere che sono destinate a rimanere come impareggiabili e acute analisi della storia e del costume di questo paese".
Nel corso della serata, per celebrare il regista nato a Viareggio nel 1915, sarà proiettato "Vicino al Colosseo c'è Monti". Nato da un'idea di Chiara Rapaccini, il cortometraggio è un ritratto del quartiere di Roma Monti, dove lo stesso regista vive da tempo. Un viaggio alla scoperta di uno dei posti più belli (e più antichi) della capitale,  un microcosmo nel quale tutti si conoscono e tutti parlano tra di loro, e nel quale Monicelli si è divertito a fare da "guida" al luogo e a farsi seguire mentre fa la spesa, va dal barbiere o visita i tipici negozietti della zona.
"Volevo raccontare un rione di Roma, forse il più antico" ha dichiarato Monicelli, "non con toni enfatici e imperiali ma quotidiani.  Volevo parlare di un paese con gli artigiani e di antiche vie percorse da processioni. In fondo credo di esserci riuscito".
 

 

Tarantino tarantolato...

TARANTINO TARANTOLATO (PIÙ CHE CINEFILO, “CINEFAGO”) - LA FOLLE PASSIONE PER LA SETTIMA ARTE DEL REGISTA DI “PULP FICTION” (1994) - “BUSH O OBAMA NON POSSONO CAMBIARE IL CORSO DELLA STORIA. I PERSONAGGIO DEI MIEI FILM SÌ…”

Quentin Tarantino ha un passo dinoccolato da adolescente di 46 anni. Regista che non assomiglia a nessun altro suo collega, è anche unico per il suo essere un vero cinefilo. Nei grandi e piccoli festival, quando li frequenta, nelle città in cui fa sosta, entra nella sala, si mette nell'ultima fila, mescolandosi con il pubblico normale. Tarantino è sempre impaziente di vedere film altrui.

Pierre Rissient, il re non incoronato del cinema mondiale, uno degli scopritori del regista, ritiene che il successo e la celebrità ormai planetarie non l'abbiano cambiato: "È restato lo stesso, in tutti questi anni. È schietto e spontaneo, e queste sono le sue qualità principali. Il pubblico lo percepisce e lo considera come uno dei suoi. Non ha quell'aria snob di alcuni registi".

Tarantino è stato proclamato l'enfant terrible del cinema americano dopo lo shock del 1992 con 'Le iene'. Due anni dopo con 'Pulp Fiction' è entrato nella leggenda. Sono seguiti i due 'Kill Bill' e ora, ad autunno, in Italia potremo vedere 'Inglorious Basterds'. Lui, la sua passione la racconta così: "Da bambino ero l'unico della mia classe ad andare a vedere film che nessuno dei miei coetanei si prendeva la briga di guardare. Di conseguenza non potevo condividere con nessuno la mia cinefilia. Quando più avanti, a festival del cinema più o meno famosi, ho incontrato appassionati come me, attaccavo bottone con loro e non smettevo mai di parlare, per ore intere".

Quentin Tarantino

Tarantino ama anche questa sensazione particolare: sentirsi in sintonia con centinaia di sconosciuti, una sensazione che si prova soltanto al buio della sala. Quando lo si incontra si deve parlare di cinema. Di che altro vorrebbe mai parlare? La domanda gli sembra del tutto incongrua. E poi, dice: "Del resto anche 'Inglorious Basterds' mostra come il potere del cinema può cambiare il corso della storia". La pellicola racconta di un commando di soldati ebrei che riescono ad ammazzare Hitler e i capi del nazismo, in un cineclub di Parigi.

Da bambino Quentin non aveva paure né di mostri né di fantasmi, ma temeva pericoli più concreti: "Il primo film che mi ha terrorizzato dev'essere stato 'L'ultima casa a sinistra', una pellicola di Wes Craven del 1972. Avevo nove anni e rimasi sconvolto e terrorizzato all'idea che delle persone spietate potessero introdursi e violare la sicurezza della mia casa", racconta serio.

Per Tarantino il cinema è infatti ancora qualcosa di viscerale, anzi, di 'ancestrale'. Anche se si tratta di un film di secondo piano, c'è sempre un momento in cui scatta qualcosa e la storia ci avvince, un attore ci commuove. "È per questo che amo i film di ogni genere, e anche i loro sottogeneri", dice.

Tarantino ama i registi che vanno fino in fondo. Come Douglas Sirk, per esempio: "Sirk prende un genere, diciamo il melodramma, e lo spinge alle sue estreme conseguenze, senza compromessi. 'La magnifica ossessione' del 1954, con Rock Hudson e Jane Wyman, fa parte dei suoi film più arditi del genere. Lo spettatore lo segue, senza porsi la minima domanda, completamente fiducioso, malgrado i colpi di scena talora improbabili della storia. Oggi il pubblico americano sogghigna davanti a questo genere di film, e io avrei proprio voglia di strangolare questa gente".

L'ironia ha sostituito l'innocenza, il pubblico è diventato troppo esigente. Tarantino dice di voler girare un melodramma, ma "dovrei farlo in spagnolo. Dovrei girare in Spagna, fare qualcosa 'alla Almodóvar'. Il pubblico spagnolo non ha perso il gusto per il melodramma come noi in America".

Oltre che cinefilo, il regista si dichiara 'cinefago': colleziona copie in 16 mm, dvd, guarda il canale Turner Classic Movies per buona parte della notte. Insomma: Tarantino vede ogni film, ma ha visto davvero tutto? "Ci sono pellicole che mi riservo per una grande occasione. Per esempio, non ho mai visto 'È nata una stella' di George Cukor, con Judy Garland. C'è stato un periodo in cui ero fissato per Judy Garland, ma di proposito ho lasciato quel film da parte. Per altri tempi".

Bastardi senza gloria

Ci sono registi che amano gli attori e quelli che invece amano dirigerli. Tarantino a quale delle due specie appartiene? Alla prima, risponde senza esitare. E racconta di essere stato quasi sul punto di abbandonare il suo ultimo progetto, 'Inglorious Basterds', perché non trovava l'interprete adatto per uno dei ruoli chiave.

"Non riuscivo a trovare l'attore giusto per il personaggio del colonnello nazista Hans Landa. Landa è un vero genio della parola e delle lingue. Mi serviva quindi un attore capace di incarnare quel talento. Qualcuno che potesse esprimere la poesia delle parole in quattro idiomi: inglese, francese, tedesco e italiano. Quando ci siamo trovati a due giorni dalla scadenza che ci eravamo fissati, prima di gettare definitivamente la spugna è arrivato l'austriaco Christoph Waltz. Già vedendolo camminare, e dopo poche scene, ho capito che il film si sarebbe fatto".

Intervistato a proposito della sua collaborazione con Tarantino, Waltz ha espresso tutta la stima che nutre per lui: "Girare un film con Tarantino è come fare un viaggio da sogno. È l'osservatore più preciso, incisivo e intelligente che io conosca per ciò che concerne il cinema. Riesce a farti fare quello che vuole lui, senza alcuno sforzo". E Brad Pitt, protagonista numero uno del film, così racconta l'attenzione di Tarantino ai particolari: "Ho molto apprezzato il rispetto per le lingue nella pellicola, la scelta di usare attori francesi per ruoli francesi, attori di lingua tedesca per ruoli tedeschi e così via".

KILL BILL

Che la scelta fosse giusta lo prova il fatto che il 53enne Waltz ha ottenuto il premio come miglior protagonista maschile al Festival di Cannes. Quando però si entra più nello specifico e gli si chiede quali siano i suoi attori idoli, Tarantino cita per primi quelli considerati di seconda fila: Aldo Ray e Ralph Meeker. John Wayne, Cary Grant e Humphrey Bogart vengono soltanto dopo.

"Molto spesso provo più interesse per gli attori che non hanno avuto la carriera che si meritavano". Ralph Meeker? Se non ricordate chi è, provate a pensare al ruolo secondario di pellicole come 'Orizzonti di gloria' di Stanley Kubrick, o 'Quella sporca dozzina' di Robert Aldrich.

Parlando invece di Bogart, Tarantino esclama: "Se solo si pensa che Bogart, in inglese, è diventato un nome di uso comune, perfino un verbo e un aggettivo. Non è formidabile il potere del cinema?". Stessa reazione suscitano in lui le attrici: a 16 anni ha avuto una passione sfrenata per Jean Arthur che aveva scoperto nei film di Frank Capra. Poi ricorda la bella bionda Ilona Massey, attrice di origine ungherese. "Era eccezionale in 'Joe, l'inafferrabile', un film di serie B del 1942", ricorda. Veronica Lake e Barbara Stanwyck le ha amate, ma soltanto in seguito.

Dai suoi attori Tarantino si aspetta una grande curiosità intellettuale e una disciplina di ferro. "Adoro che i miei attori sappiano ciò di cui parlano, che comprendano fino in fondo il loro personaggio oltre che i dialoghi. Prima di girare faccio vedere loro moltissimi film, e anche durante le riprese".

Quando erano sul set di 'Pulp Fiction', per esempio, Quentin ha mostrato a tutto il cast il film 'La signora del venerdì', con Cary Grant e Rosalind Russel. Quel film di Howard Hawks è una commedia molto vivace, nella quale gli attori parlano come altrettante mitragliette: "Per me i dialoghi sono fondamentali: gli attori devono capire che il segreto di tutto sta nella loro recitazione".

Tarantino vuole dunque che i suoi attori comprendano anche ciò che c'è dietro i dialoghi: "Ricordo un film di Woody Allen, 'Mariti e mogli', nel quale due personaggi parlano dei film di Leni Riefenstahl ed è evidente che nessuno di loro aveva la più pallida idea di chi fosse. si vedeva. Per me questo è l'esatto contrario di quello che io voglio fare al cinema e il pubblico se ne accorge".

Per quanto concerne la politica, Tarantino sa solo una cosa: ha detestato George W. Bush mentre ora è affascinato dal presidente Barack Obama. Ma l'immagine degli inquilini della Casa Bianca lo fanno tornare a 'Inglorious Basterds'. Commenta Tarantino: "I miei personaggi hanno cambiato il corso della storia. Quel che intendo dire è che, se quegli uomini fossero realmente esistiti, tutto ciò che accade nel film sarebbe plausibile e sarebbe potuto capitare sul serio".

 Agnès C. Poirier per "L'espresso" (traduzione di Anna Bissanti)
da DAGOSPIA,COM [03-07-2009]

 

Intervista a Giulio Mastromauro, regista di Inverno, il cortometraggio vincitore del David di Donatello

corto inverno regista Giulio MastromauroGiunto al suo quinto cortometraggio, Giulio Mastromauro con Inverno si è aggiudicato il David di Donatello. Lo abbiamo incontrato. 

La stagione dell’inverno è la metafora di una dimensione dell’anima, interiore. La dedica conclusiva è rivolta a tua madre, che hai perso in tenera età. Nello specifico, quanto c’è di autobiografico nella narrazione? 

Ci sono i ricordi di me bambino. Confusi, ma allo stesso tempo estremamente nitidi. Riportare sullo schermo la mia storia attraverso quella di Timo e della sua famiglia è stato un modo per me di elaborare, forse per la prima volta, questa dolorosa perdita e, allo stesso tempo, esprimere il mio desiderio di condividerla con chi ha purtroppo vissuto un’esperienza analoga alla mia. Il film ha una forte matrice autobiografica, ad eccezione dell’ambientazione. Avevo bisogno di un luogo reale, con persone reali, che mi riportassero indietro nel tempo, alla mia infanzia. E l’ho trovato nel mondo dei giostrai e dei circensi, così profondo e ricco di umanità. Mi sono sentito a casa.

La giostra è la metafora della vita, che prosegue nonostante tutto, nonostante il peggio. Nella parte conclusiva, quando sale su di essa, Timo assume ugualmente un connotato malinconico e nostalgico. Potevi concludere, rappresentando uno stato d’animo più positivo. Hai scelto, invece, di rappresentare molto realisticamente sempre lo stessa sensazione emotiva. S’intravede chiaramente una forma di rassegnazione alla realtà. Lo confermi?

Ho cercato di dare forma a un dolore. Di elaborarlo e reinterpretarlo. Di essere osservatore attento e pieno di pudore. In questa storia chiunque abbia vissuto una perdita può ritrovarsi. Molte persone mi hanno scritto ringraziandomi. È una storia che unisce. Il finale però non è affatto rassegnato. Nel pianto del bambino c’è dolore, ma anche forza, speranza. C’è la voglia di continuare a lottare, di continuare a vivere. Di smetterla di trattenere e nascondere a se stessi il proprio dolore. Quel pianto per me è vita. Dietro quel pianto c’è tutta la dignità dell’essere umano.

Come mai, invece, hai deciso di ambientare la storia in un comunità greca?

Amo la cultura greca e il “suono” della loro lingua. Duro, ma allo stesso tempo caldo, familiare. Ho perfino dato a mio figlio un nome greco: Theo (con l’h). Giulio Beranek ha vissuto la sua infanzia in Grecia ed è stato lui a innescare la scintilla. Ne ho parlato poi con Babak Karimi ed Elisabetta De Vito e anche loro hanno accettato la sfida. La lingua e l’ambientazione hanno reso il film molto più reale e vero.

Com’è stato rivivere il ricordo di un momento così intenso emotivamente e rappresentarlo sullo schermo tramite un personaggio, in questo caso il piccolo Timo?

Non è semplice decidere di affrontare un pezzo importante della tua vita. Richiede tanta energia. Quando ho deciso di raccontare questa storia, sapevo che avrei dovuto superare tanti ostacoli, non solo produttivi. Il più grande di tutti, per ovvi motivi, era trovare il piccolo protagonista. Non smetterò mai di ringraziare l’universo per avermi fatto incontrare Christian Petaroscia. Christian ha 7 anni, è vivacissimo e a tratti un po’ discolo. Caratterialmente è l’esatto opposto rispetto al personaggio di Timo. Ma è un bambino dolce e sensibile e ha uno sguardo che ti fa perdere. Non ho mai avuto dubbi su di lui. È stato amore a prima vista tra noi e si è subito creato un legame speciale. Girare la scena finale, poi, è stato qualcosa di incredibile. Ci siamo raccontati, abbracciati forte e abbiamo pianto insieme. È stata una sorta di epifania.

Timo vive la perdita della madre attraverso gli sguardi, i sospiri, le lacrime dei cari, degli adulti. Hai rappresentato molto bene quest’aspetto psicologico, cruciale in un’esperienza di questo tipo. In generale, il bambino concepisce una rappresentazione del mondo a partire dalle esperienze e dalle emozioni circostanti. Reputi, pertanto, l’inverno una parte di te stesso ancora viva ora che sei adulto, ma metabolizzata anche attraverso la messa in scena di questo ricordo?

Tempo fa mi sono imbattuto in questo post su Facebook di Carlo Verdone: “Una mamma che scompare troppo presto è il peggior vuoto nel quale sprofondi. Non c’è giorno che non penso a lei e il solo ricordo mi dà la forza di sentirla ancora dietro le mie spalle“. L’inverno della storia è il dolore che graffia, logora. Che strappa via una parte di te, ma allo stesso tempo si piazza al centro del tuo cuore e dei tuoi ricordi e non ti lascia più.

Ti sei aggiudicato il prestigioso David Di Donatello. Cosa puoi dirci di questa esperienza e come proseguirà la distribuzione del cortometraggio? Quali sono i prossimi progetti che ti vedranno protagonista?

È un onore immenso, ma soprattutto un grande onere. In questo momento ho i piedi ben piantati per terra e continuo a lavorare sodo. I miei progetti futuri sono l’esordio al lungometraggio e continuare a far crescere Zen Movie insieme alla mia socia e compagna Virginia Gherardini.

  • Anno: 2019
  • Durata: 15'
  • Genere: Cortometraggio
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Giulio Mastromauro

di  Eleonora Anna Bove  per https://www.taxidrivers.it/

Gina Lollobrigida

Gina LollobrigidaUna bellezza abbagliante, in gioventù, quella di Gina Lollobrigida (all’anagrafe Luigia), emblema insieme alle altre “maggiorate fisiche” - fu Vittorio De Sica in persona, nell’episodio Il processo di Frine del film Altri tempi - Zibaldone n. 1 diretto da Alessandro Blasetti nel 1952, a ribattezzarla così - dell’Italia che si stava risollevando dalla desolazione della seconda guerra mondiale e poteva esibire delle figure del femminile prosperose, speranza e promessa per il futuro. Mentre il corpo materno di Anna Magnani incarnava il lento processo di ritorno alla vita di un intero Paese dopo le sofferenze e la miseria provocate dal recente conflitto, la fisicità ostentata e procace della “Lollo”, della “rivale” Sophia Loren, di Silvana Mangano ed Eleonora Rossi Drago è comune denominatore di una geografia del Bel Paese che si sta parcellizzando in regioni e città ben precise (pensiamo solo ad alcuni titoli di film molto rappresentativi di quel periodo: Le ragazze di Piazza di Spagna di Luciano Emmer, 1952, La provinciale di Mario Soldati, 1953, La romana di Luigi Zampa e L’oro di Napoli di Vittorio De Sica, entrambi del 1954). Nata il 4 luglio 1927 a Subiaco, in provincia di Roma, da un produttore di mobili che cade in disgrazia dopo aver perso tutti i suoi averi a seguito di un bombardamento anglo-americano, la Lollobrigida inizia a frequentare da ragazza l’istituto di Belle Arti di Roma, dove la famiglia si Gina Lollobrigida 2trasferisce nel 1944. Per mantenersi agli studi, ma anche per ferma volontà di affermarsi, Gina si propone come attrice nei fotoromanzi (con lo pseudonimo di Diana Loris) e comparsa a Cinecittà, ma la grande occasione arriva nel 1947 con il concorso di Miss Italia, in cui si classifica al terzo posto dopo Lucia Bosè e Gianna Maria Canale. È il trampolino di lancio per il successo: dal piccolo ruolo (non accreditato) in Lucia di Lammermoor di Piero Ballerini - nel 1946 - l’attrice inizia a lavorare a ritmo serrato per autori importanti, tra i quali, Luigi Zampa (Campane a martello,1949, e il già citato La romana), Carlo Lizzani (Achtung, Banditi!, 1951), Christian Jaque (Fanfan la Tulipe, 1951). Nel 1952 il regista francese René Clair la sceglie per interpretare una particina nel film Le belle della notte: da qui la carriera della Lollobrigida inizia ad assumere un respiro internazionale. Per l’ex ragazza di Subiaco si spalancano le porte di Hollywood, dove ha occasione di recitare accanto ai divi più famosi e affermati dell’epoca: da Humphrey Bogart a Yul Brinner, da Sean Connery a Rock Hudson, Burt Lancaster, Anthony Quinn, Frank Sinatra. Le produzioni cinematografiche a cui partecipa sono firmate da grandi registi: tra i molteplici esempi, Il tesoro dell’Africa di John Huston (1953), Trapezio di Carol Reed e Il gobbo di Notre Dame di Jean Delannoy (entrambi del 1956), Salomone e la regina di Saba di King Vidor (1959), Venere imperiale di Jean Delannoy (1962). Con La donna più bella del mondo di Robert Z. Leonard (1955), che ricostruisce, romanzandola, la vita del soprano Lina Cavalieri, Gina Lollobrigida offre una prova molto efficace del suo talento canoro, vincendo l’appena istituito David di Donatello come migliore attrice protagonista. In Italia, l’acme del suo successo viene raggiunto nel 1953 con il personaggio della Bersagliera, la maliziosa e avvenente fanciulla di Pane amore e fantasia di Luigi Comencini che fa innamorare di sé l’attempato maresciallo dei carabinieri Antonio Carotenuto (Vittorio De Sica). La Lollo vince il Nastro d’argento, il film, invece, l’Orso d’argento al Festival di Berlino e viene candidato agli Oscar nella categoria Miglior soggetto. Nel 1954 esce sugli schermi Pane, amore e gelosia - sempre di Comencini e con la ritrovata coppia De Sica-Lollobrigida - che riscuote il medesimo successo del primo capitolo; tuttavia, l’attrice rifiuta di girare il terzo, nel 1955 e viene sostituita da Sophia Loren. La carriera della Lollobrigida prosegue ricca di successi per molti anni: in età più matura, nel 1972, riveste i panni della Fata Turchina in Le avventure di Pinocchio, film per la televisione che le offre la possibilità di tornare a lavorare con Luigi Comencini. Verso la metà degli anni Settanta la diva si concede con maggiore riluttanza alla macchina da presa, dedicandosi, invece, a tre sue grandi passioni: il giornalismo (nel 1973 intervista in esclusiva il leader Fidel Castro), la fotografia (nel suo carnet ci sono tra gli altri, David Cassidy, Salvador Dalí, Ella Fitzgerald, Audrey Hepburn, Henry Kissinger e Paul Newman) e la scultura, con esposizioni in Cina, Francia, Qatar, Russia, Spagna, Stati Uniti. Nel 1984 la Lollobrigida partecipa ad alcune puntate del serial americano Falcon Crest, mentre nel 1986 è sul set di Love Boat. Nel 1988 accetta di interpretare il ruolo della madre della protagonista in La Romana di Giuseppe Patroni Griffi, remake dell’omonimo film da lei interpretato nel 1954. Il 2 febbraio del 2018 le viene dedicata una stella sulla celebre Hollywood Walk of Fame di Los Angeles. Negli ultimi anni è sempre più rarefatta la presenza della Lollo sia nel mondo della settima arte che della televisione: quest’ultima la ospita ripetutamente per raccoglierne le memorie cinematografiche e di vita, che comprendono anche l’amicizia con Marilyn Monroe e un duro lavoro su se stessa per apprendere il più possibile dalle star che la circondavano: «Dal momento in cui decisi che avrei voluto fare carriera nel mondo del cinema, ho guardato quanti più film possibile. Li guardavo e riguardavo, imparando dagli errori degli attori meno bravi e delle mie icone preferite, Bette Davis, Katharine Hepburn e Lilli Palmer».

Barbara Rossi

da diaricineclub_082.pdf

Intervista a FRANCESCO VONA regista di Esperienza

FRANCESCO VONA esperienza filmMANIFESTO 0:

Com'è nata l'idea di "Esperienza"?

FRANCESCO VONA:

"Esperienza" nasce da un’idea che avevo da tempo: volevo realizzare un film che avesse un carattere introspettivo, fatto di silenzi ed atmosfere, ma soprattutto che fosse chiuso in sé stesso, nichilista, ermetico e criptico. Già il titolo Esperienza, un termine dai molteplici significati, ne anticipa il carattere introverso e silenzioso, difatti il ritmo del film è decisamente statico, quasi immobile, apatico, una sorta di stato comatoso della protagonista e di conseguenza dello spettatore. Lo trovo molto elegante come concetto da proporre nel cinema omologato di oggi, ma so che non è un film affatto facile da seguire.

MANIFESTO 0:

Scegliendo di realizzare un thriller/horror (se tale si può cercare di definire) senza sangue, che al posto della suspance usa contrariamente un ritmo politicamente avverso allo standard dei blockbuster statunitensi non ti ha fatto sorgere dubbi o preoccupazioni nel momento in cui il film avrebbe incontrato un pubblico abituato ad altro?

FRANCESCO VONA:

No, non ci ho mai pensato.

Il cinema è una forma d’arte e come tale ha il diritto e, da un certo punto di vista, anche il dovere, di proporre qualsiasi stato percettivo ed emotivo, anche quelli più ostici.

"Esperienza" si basa sulla catatonia, sulla paranoia e sull’alienazione; concetti difficili sia da assorbire sia da interpretare, ma che possono ancora essere presenti nel cinema odierno se vogliamo continuare a considerarlo una forma d’espressione.

Non avevo preoccupazioni. Sapevo che "Esperienza" non è un film facile da seguire, ne sono sempre stato cosciente. 

MANIFESTO 0:

Quali sono stati i caratteri determinanti nel processo di realizzazione dell'accuratissima realizzazione del tappeto sonoro? 

FRANCESCO VONA:

Insieme al compositore, Jacopo Bimbi, abbiamo lavorato a lungo per ottenere un tappeto sonoro minimalista, così come lo è tutto il film, che avesse una personalità propria. I suoni infatti, non hanno lo scopo tipico di accompagnare le immagini, ma sono parte integrante e attiva della storia. Una sorta di metalinguaggio sonoro.

Ne sono molto soddisfatto. La colonna sonora è talmente complessa che potrebbe addirittura essere un’opera a sé stante all’interno del film e i suoni realizzati da Jacopo mi piacciono moltissimo perché riescono a immergermi ogni volta in quell’atmosfera alienante che volevo proporre.

MANIFESTO 0:

In fase di produzione e distribuzione come ti sei comportato? Immagino che entrambe le strade non siano state facili, ma piene di difficoltà, specialmente per chi opera nell'indipendente..

FRANCESCO VONA:

Quando ho cominciato a scrivere la sceneggiatura di "Esperienza" sapevo che avrei incontrato grosse difficoltà a trovare un produttore, quindi ho optato per una sceneggiatura che si potesse produrre anche con un minimo sforzo economico.

Insieme a Gabrio Contino, il DOP, ho formato una troupe di giovani professionisti che hanno accettato di prendere parte al film.

Dopo aver finalmente trovato un’attrice, Loredana De Luca, che fosse in grado di dare forti emozioni con il solo aiuto della propria espressività, ci siamo rinchiusi tutti quanti al Carlton Hotel a Chianciano Terme, in chiusura invernale, ospitati da uno dei gestori più fantastici che abbia mai incontrato, e siamo rimasti lì dentro per cinque settimane. Sono stato fortunato: il meccanismo di produzione è stato inaspettatamente perfetto, e sul set ho lavorato con un’armonia e una coesione che raramente ho visto su un set di un lungometraggio. La fase di ricerca della distribuzione invece è stata piuttosto rapida. Sapevo che proiettarlo al cinema era fuori discussione, perché è un circuito troppo complesso ed esclusivo, inoltre richiede conoscenze che io non ho, quindi mi sono dedicato fin da subito all’home video. Alla CG Entertiment si sono mostrati subito interessati, forse anche grazie al premio come migliore opera prima vinto al Terra di Siena Film Festival, e dopo un periodo relativamente breve il film è stato distribuito.

MANIFESTO 0:

Cosa ne pensi del cinema italiano?

FRANCESCO VONA:

Al cinema italiano purtroppo manca il coraggio.

In generale facciamo bei film, ma abbiamo solo due tipologie di cinema: drammatico o commedia. Non c’è altro, non esiste nient’altro e con il tempo siamo diventati noiosi e ripetitivi: se vado a vedere un film drammatico so cosa aspettarmi e lo stesso vale per una commedia, a cominciare dai nomi degli attori. Ci servirebbe un po’ più di audacia, in modo da creare, come in tutti gli altri paesi europei, un’industria cinematografica che sia in grado di realizzare film di genere.


da https://emme0mzero.wixsite.com/manifesto0/esperienza

 

Monicelli, l'addio di un grande

Mario Monicelli regista 1Quali nuovi progetti ha in mente?  "Ormai non mi sento più creativo. Non intendo esserlo. Nel mio mestiere ci sono tanti giovani che vogliono raccontare il loro tempo - spero, almeno, che ci siano - ma non dispongono dei mezzi per farlo. Non voglio che, vedendomi lavorare ancora a un film, mi mandino a dire: 'Stia calmo, si metta tranquillo, si riposi'".  In che modo lei, da giovane, si accostò al cinema? C'erano precedenti familiari?  "In un certo senso sì. Mio padre, prima della Grande Guerra, fondò una rivista di cinema, 'In Penombra', che raccontava al pubblico questa nuova forma espressiva: le immagini in movimento. All'epoca non ero ancora nato. Poco più tardi, dal 1920 in poi, mia madre, che aveva cinque figli, quasi ogni pomeriggio prendeva me e mio fratello Franco, d'un paio d'anni più grande di me, e ci portava al cinema. Passavamo mezza giornata in quelle sale fumose, sporche, affollatissime, con gente seduta per terra.

Mario Monicelli regista 2Donne che allattavano i bambini fissavano le scene che passavano sul lenzuolo. Era come se in sala si esibisse una seconda compagnia d'arte. Si faceva il tifo per i 'nostri' che stavano arrivando, si difendeva la ragazza innocente e si condannava quella 'perversa', s' inveiva contro il traditore e il nemico. Ci si commuoveva. Si gioiva. Si urlava e piangeva con molto rumore. Posso dire di non aver mai visto film più sonori dei film muti. Ne ero conquistato".

Il sonoro stava comunque per arrivare: diciamo, fra il '29 e il '30.
"Essendo io del 1915, per lungo tempo mi sono abbeverato a quegli spettacoli. Di fronte agli occhi di un pubblico ingenuo transitavano vicende tenere, romantiche, pietose, allegre, crudeli. Per gustarle non era necessario conoscere alcuna lingua, nemmeno la propria. Fluttuava per l'aria un linguaggio universale. Come la musica".

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Ma spostiamoci nel dopoguerra. Per lungo tempo la commedia all'italiana, veniva ufficialmente considerata spazzatura. Poi ha trionfato anche in sede critica. Perché?
"I primi ad apprezzare quei film furono i francesi. Li trovavano realistici, polemici, sferzanti. Fu l'inizio d'una consacrazione. Oggi siamo addirittura al panegirico: un'esagerazione".

Come considera i padri del cinema italiano: Rossellini, De Sica, Visconti. Chi fra loro ha frequentato più da vicino?
"De Sica. Oltre che un regista celebre era un ottimo attore. L'ho diretto in due o tre film".

È meglio Fellini o Antonioni?
"Sono così diversi. Ma una preferenza personale ce l'ho: Antonioni. Vorrei aver fatto i film che ha fatto lui: 'L'avventura', 'Blow Up', 'Professione reporter'".

Ci sarà qualche mostro sacro del cinema mondiale che non la entusiasma.
"Ingmar Bergman, un grande regista di pellicole odiose. Racconta in maniera magistrale una società miserabile, depravata. Si specchia nell'alta borghesia del nord Europa, che è del tutto priva di pietà sociale".
Mi ricordi gli attori più grandi con i quali ha lavorato.

"Oltre a De Sica, Sordi, Mastroianni, Gassman, Tognazzi, Claudia Cardinale, Monica Vitti. Ne dimentico qualcuno?".

Uno dei meriti della commedia all'italiana è di aver trasformato attori drammatici in personaggi, appunto, da commedia.
"Anche a me è capitato di farlo. Prima di diventare quel pugile suonato e un po' sbruffone dei 'Soliti ignoti', Gassman si esibiva nel grande teatro. Al cinema faceva il cattivo, l'Antagonista. Ricorda 'Riso amaro'? La Vitti, che era stata con Antonioni un'interprete dell'incomunicabilità aggrappandosi spesso alle tende, nella 'Ragazza con la pistola' diventò una donna sedotta e abbandonata che vuole vendicarsi. Liv Ullmann, quella dei film di Bergman, quando nell'85 la chiamai per 'Speriamo che sia femmina' quasi non riusciva a crederci".

Si sa che Mario Monicelli non si è mai innamorato d'una sua attrice. Come ci è riuscito?
"Ho fatto per molti anni l'assistente alla regìa. Vedevo a quali guai si esponevano i registi quando gli capitava di mettersi con un'attrice. Gelosie non tanto sentimentali quanto d'immagine, di presenza, di locandina e manifesto. Dio ce ne guardi. Mi sono astenuto. Ci sono donne bellissime anche fuori dello spettacolo".

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Un estratto dall'intervista 'Mondo Monicelli' di Nello Ajello, pubblicata su  'L'Espresso' n. 19 del 14 maggio 2009

Stanley Kubrick: genio e sregolatezza

Ricordo di un geniale, visionario e immaginifico regista a vent’anni dalla scomparsa. “Le sue opere sono tra i più importanti contributi alla cinematografia mondiale del Ventesimo secolo” (Michel Ciment). “Amato o odiato, Stanley Kubrick è forse l’unico regista della vecchia generazione, quella di Orson Welles per intenderci, che è riuscito a fare esattamente ciò che voleva fare con il cinema in un sogno megalomane e solitario di onnipotenza. “ (Marco Giusti).

Stanley Kubrick 1Stanley Kubrick muore e va in Paradiso. Anche Steven Spielberg è appena morto (è solo un exemplum fictum, ché il grande regista è vivo e gode di buona salute) e viene accolto dall’Arcangelo Gabriele, che gli dice: - “Dio ha apprezzato moltissimo i tuoi film e vuole esser certo che ti troverai bene qui da noi. Per qualsiasi cosa tu abbia bisogno, chiamami pure.” E Steven: - “Vedi, mi piacerebbe tanto incontrare Stanley Kubrick. Pensi di poterlo fare?”. Gabriele lo guarda e fa: - “Ma Steven, con tutte le cose che potevi chiedermi, perché proprio questa? Lo sai che Stanley odia i meeting”. - “Ma tu mi avevi detto che per qualsiasi cosa...”- “Mi dispiace davvero, ma questo non mi è possibile.” Così, Gabriele lo accompagna in giro per il Paradiso e a un certo punto Steven vede un tizio con la barba, capelli lunghi, una divisa militare e scarpe da tennis, che se ne va in giro in bicicletta. Allora Steven dice a Gabriele: -“Mio Dio, guarda, quello è Stanley Kubrick! Possiamo salutarlo?!?...”. Gabriele prende da parte Steven e gli dice: - “Ma no! Quello non è Stanley Kubrick; è Dio! Dio che crede di essere Stanley Kubrick!...”.

Stanley Kubrick 2Questa barzelletta, che non si sa come nacque, ma che fu raccontata a Kubrick da Matthew Modine (l’attore protagonista di Full Metal Jacket), a Kubrick piaceva moltissimo. E non c’è da meravigliarsi, se si considera la sua personalità: megalomane, maniaco della perfezione, ingegnoso, oltre che – specie negli ultimi anni, quando dalla nativa New York si trasferì in Inghilterra – paranoico, misantropo, ossessionato dalla propria “privacy” e dal desiderio di vivere isolato nella sua fattoria; anche se – come dice Peter Bogdanovih – molti amici lo consideravano, al contrario, sereno, divertente ed affettuoso. In ogni caso, stiamo parlando di un grande maestro del cinema, di un genio, di cui ricorre il ventennale della scomparsa, essendo nato a Manhattan / New York (Usa) il 26 luglio 1928, e morto ad Harpeden (Regno Unito) il 7 marzo 1999, all’età di 70 anni. Ricordiamo, en passant, titoli come Orizzonti di gloria, Spartacus, Lolita, Dr. Stranamore, 2001 Odissea nello spazio, Arancia Meccanica, Shining, che sono entrati nell’immaginario collettivo della gente (non solo dei “cinefili” e degli “addetti ai lavori”) e impreziosiscono la sua filmografia, composta solo da 13 titoli, che, però, hanno lasciato tutti una traccia indelebile nella storia del cinema mondiale.
Stanley Kubrick giovaneKubrick ebbe una personalità eclettica, poliedrica: fu regista, direttore della fotografia, montatore, scenografo, creatore di effetti speciali, ecc.; ma anche un bravissimo fotografo, con cui iniziò la sua carriera prima di passare dietro la macchina da presa. E fu un perfezionista ai massimi livelli: basti pensare che seguiva i suoi film interamente, in tutte le fasi della produzione, che faceva ripetere una scena della quale non era soddisfatto anche centinaia di volte (Tom Cruise e Nicole Kidman ne sanno qualcosa relativamente al suo ultimo film, Eyes Wide Shut; e vi furono attori, anche famosi, che esasperati dalla sua meticolosità, abbandonarono il set a riprese iniziate e dovettero essere sostituiti); inoltre, seguiva le sorti dei suoi film anche nei vari Paesi in cui uscivano, quindi – praticamente – in tutto il mondo, occupandosi perfino del doppiaggio. Ecco perché, quando si dice “un film di Stanley Kubrick”, parliamo davvero di un’opera che è tutta sua, interamente sua!... Una caratteristica che contraddistingue la sua breve, ma intensa carriera è la sua abile capacità di reinventare, reinterpretare secondo la sua visione del mondo tutti i “generi” cinematografici: i “film di guerra”, con il suo primo lungometraggio, Paura e desiderio (Fear and Desire, 1953), film sulla psicologia dei soldati in guerra, in bilico tra follia ed orrore, e prima metafora filosofica sulla realtà drammatica della guerra, che, però, Kubrick detestava, ritenendolo un immaturo esercizio di stile, “noioso e pretenzioso”; stupendo, invece, Orizzonti di gloria (Pants of Glory, 1957), prodotto ed interpretato da Kirk Douglas, film anti-militarista e pacifista, che si svolge nelle trincee francesi della grande guerra (anche se, per il divieto della Francia, è girato in Germania); e Full Metal Jacket (1987), che, invece, fa vedere la drammatica crudeltà della guerra attraverso l’intervento armato degli Americani nel Vietnam.
Stanley Kubrick 3Ed ancora: il “noir”, con Il bacio dell’assassino (Killer’s Kiss, 1955); il “thriller”, con Rapina a mano armata (The Killing, 1956), incentrato stilisticamente sulla frammentazione narrativa, in cui non viene più seguito l’ordine cronologico, temporale, di svolgimento delle azioni (anticipando, in tal modo, il Tarantino de Le Jene, di Pulp fiction e di altri suoi film); il “peplum”, con un ”kolossal” come Spartacus (1960, tratto dall’omonimo romanzo di Howard Fast), una delle produzioni più imponenti di Hollywood, con un budget di 6 milioni di dollari, divenuti, alla fine 12 (quindi, esattamente il doppio dell’investimento preventivato), che si avvale dell’interpretazione di un cast eccezionale di attori (Kirk Douglas, Jean Simmons, Tony Curtis, Laurence Olivier, Peter Ustinov, Charles Laughton, Woody Strode, John Gavin ed altri) e che vinse un “Golden Globe” e ben 4 Premi Oscar (Scenografia, Fotografia, Costumi, Migliore Attore Non Protagonista Peter Ustinov); la “commedia nera” o “dramma” che dir si voglia, con lo “scandaloso” (per quei tempi) Lolita (1962), tratto da un romanzo di Vladimir Nabokov, con James Mason, Sue Lyon e Shelley Winters; la “satira politica”, con Il Dottor Stranamore, ovvero come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba (Dr. Strangelove…, 1968, dal romanzo Red Alert di Peter George), interpretato da un eccezionale Peter Sellers (che dà vita a diversi personaggi); la “fantascienza”, con lo stupendo (e, quando uscì, poco capito) 2001 - Odissea nello spazio (2001: A Space Odissey, 1968), riflessione “filosofica” sul significato stesso dell’esistenza, sulla natura dell’uomo nella sua evoluzione e sul suo futuro in rapporto con l’universo che ci circonda, che si avvale di una serie di avveniristici “effetti speciali”, da lui stesso realizzati (insieme con Douglas Trumbull) e così ben congegnati che coloro i quali, ancora oggi, ritengono che l’uomo non abbia mai messo piede sulla luna, attribuiscono alla maestrìa di Kubrick le scene dell’allunaggio e del paesaggio lunare (e fu l’unica “categoria” per la quale Kubrick vinse un Premio Oscar; il film, nel 1969, ha vinto anche Stanley Kubrick 4il “David di Donatello” come migliore film straniero); memorabile la sequenza iniziale in cui, con un salto di millenni, nell’ellissi più ardita della storia del cinema, l’osso lanciato in aria da uno scimpanzé si trasforma in un’astronave, che si libra, quasi danzando, nello spazio, accompagnata dalle musiche di Strauss (notevole l’influenza delle musiche scelte, in genere dal repertorio classico, che accompagnano tutte le opere di Kubrick); il soggetto era dello scrittore di fantascienza Arthur C. Clarke, basato sul suo racconto La Sentinella; ma Kubrick lo stravolse a tal punto che Clarke, dopo l’uscita del film, ne trasse un suo romanzo, in cui, in maniera meno ermetica rispetto all’opera cinematografica, spiegava il significato e l’assunto del racconto; ricordiamo, inoltre, che il film è stato restaurato nel 2018, a cinquant’anni dalla sua uscita nei cinema, proposto a Cannes ed uscito di nuovo nella sale, per le “nuove generazioni, che si spera l’abbiano adeguatamente apprezzato; il genere, per così dire, “sociologico”, con un altro film “cult”, come Arancia meccanica (Clockwork Orange, 1971, dal romanzo di Anthony Burgess), che fu perfino proibito in alcuni Paesi per l’impatto e l’influenza negativa che avrebbe potuto avere sulle giovani generazioni; il film “storico”, in costume, con l’immaginifico e scenografico Barry Lyndon (1975), che si svolge in un Settecento, di cui Kubrick, con la meticolosa preparazione che sta alla base delle sue opere, ha studiato i quadri, i paesaggi, la musica, dando vita ad un’opera in cui nulla è lasciato al caso (basti pensare che gli interni sono davvero girati a lume di candela, senza il supporto di altre luci, grazie alle super-luminose ottiche avute dalla Nasa e dalla Zeiss); l’”horror” con Shining (1980), rivisitazione geniale di un romanzo di Stephen King, in cui tre soli personaggi (marito, moglie e figlio), chiusi nell’ambiente circoscritto di un hotel, in seguito allo svilupparsi degli eventi e alla crescente follia del protagonista (un superbo Jack Nicholson), riescono a creare negli spettatori un profondo senso di inquietudine, un’atmosfera da incubo; il “dramma psicologico”, con Eyes Wide Shut (1999, dal romanzo Doppio sogno di Arthur Schnitzler), ultima, ermetica, ma suggestiva opera del grande Maestro.

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dall'articolo di Nino Genovese per DiariCineclub_071

40 anni fa: Profondo Rosso di Dario Argento: “Bellissima storia scritta d’un fiato”

Profondo rosso dario argentoProfondo rosso 40 anni dopo. Il capolavoro di Dario Argento uscì nelle sale il 7 marzo 1975 e il thriller italiano non fu più lo stesso. L’immaginario e le coordinate di quel racconto di suspense e paura girato in pochi mesi (settembre-dicembre 1974) fanno ancora oggi scuola per chi anche solo lontanamente si avvicina al genere. Profondo rosso spaventa sempre lo spettatore, da qualsiasi latitudine esso provenga. È un dato di fatto. Nel novembre scorso al festival di Torino per la proiezione speciale del film nessun gridolino davanti alla sequenza di David Hammings nel corridoio degli specchi, nessuna risata di fronte ai più macabri e sanguinolenti omicidi di molti protagonisti del film, ma solo mani davanti agli occhi e salti sulla poltroncina. Probabile che nel #ProfondoRossoDay che si svolgerà a Torino per l’intera giornata di sabato 7 marzo 2015 le reazioni saranno le stesse. La copia del film restaurata digitalmente verrà proiettata alle 20 e alle 22 al cinema Massimo sala tre, mentre durante il giorno all’interno dell’Aula del Tempio della Mole Antonelliana, dove a sede il Museo del Cinema, potranno essere visionati materiali di scena originali, locandine, fotobuste, libri e riproduzioni di oggetti scenici di Profondo Rosso. Tra i cimeli da non perdere la mannaia dell’assassina Clara Calamai e il tavolo dove trova la morte Glauco Mauri, entrambi realizzati da Germano Natali.

Profondo rosso dario argento 1“Mentre giravo quel film sapevo esattamente ciò che volevo”, spiega Dario Argento al fattoquotidiano.it. “Ero molto rilassato, non sentivo lo stress. E poi la storia è bellissima. L’ho scritta in pochi giorni tutta d’un fiato. Fu miracoloso. Basta guardare un film per capire come sta il regista nel momento in cui l’ha girato”. Sua la sceneggiatura di Profondo Rosso, sua la regia, sua la scelta dei Goblin e della filastrocca nenia di Giorgio Gaslini come leitmotiv terrificante della presenza dell’assassino, sue le mani che stringono colli, accoltellano, spingono teste contro gli spigoli dei caminetti per spappolare dentature e crani: “Ho seguito il mio istinto – continua Argento – anche per il titolo che, per molto tempo, prima delle riprese e a sceneggiatura già finita con attori pronti a girare, non c’era. Prima ho sviato la stampa dicendo che si sarebbe dovuto intitolare La tigre con i denti a sciabola, poi mentre ero in macchina mi è venuto in mente Profondo Rosso. Ai produttori della CineRiz non piacque, dissero che era sbagliato, suggerivano al massimo Rosso Profondo. Per fortuna che m’impuntai”.

Sul set del film, girato in alcuni studi di posa ed esterni a Roma, ma soprattutto in memorabili esterni notte a Torino – si veda la sequenza del primo omicidio in piazza C.L.N. con tanto di baretto alla Hopper ricostruito in un angolo -, Argento conobbe l’attrice Daria Nicolodi e se ne innamorò: “È il film più bello di Dario”, racconta al fattoquotidiano.it Gabriele Lavia, nel film è Carlo l’amico del protagonista Marc/David Hemmings. “Nella regia si avverte qualcosa in più, una strana cosa che credo sia l’amore, quello di Dario per Paura profondo rosso dario argentoDaria”. L’attore di origine siciliana che proprio in quegli anni interpretò parecchi titoli thriller e horror (Zeder di Avati e ancora Inferno di Argento) ricorda con affetto il set di Profondo Rosso: “Mi alzavo alle 6 del mattino a Milano per girare lo sceneggiato tv Marco Visconti e alle 17 arrivava una Lancia della produzione di Dario per portarmi a Torino sul set del film. Giravamo sempre di notte e per almeno una settimana credo di non aver mai dormito – continua Lavia -. La scena in piazza CLN fu molto complessa e spettacolare. Venne usato un innovativo dolly Chapman lasciato in Italia da una produzione americana. Comunque Profondo Rosso è davvero bello, e lo posso dire da poco tempo perché il film non l’ho mai voluto vedere se non pochi anni fa assieme a mia figlia”.

Numerosi gli aneddoti di scena del film che ultimamente si possono ritrovare anche nel libro autobiografico di Dario Argento, Paura, edito da Einaudi. Tra i tanti, come l’uso di cocaina sul set o la microcamera snodabile Snorkel per carrellate ravvicinate sugli oggetti, ne va ricordato uno davvero singolare: dopo aver tolto l’intervallo durante Quattro mosche di velluto grigio, Argento non volle che si entrasse in sala a Profondo Rosso iniziato. La paura è un sentimento che va servito per bene, senza troppe distrazioni, perché come l’oramai 75enne regista romano ha sempre raccontato: “Finché là fuori c’è una persona da spaventare potrò dirmi una persona felice”.

di Davide Turrini per ilfattoquotidiano.it

Ermanno Olmi: Il mio film sulla Prima Guerra Mondiale è un inno alla pace

Ermanno Olmi grande guerraErmanno Olmi ha voluto vere facce da freddo per 'Torneranno i prati', film sulla guerra del '15-'18 che ha appena finito di girare. E così, invece di utilizzare uno studio, si è esposto a quasi 83 anni al gelo della neve dell'Altopiano dei Sette Comuni (Asiago, Vicenza) per girare una sola notte di trincea. Ma oggi sul set del film il regista vola su tutti i temi: onestà, coraggio, disubbidienza e aggiunge: "Vorrei che questo film fosse più che bello, soprattutto utile contro la guerra".

Tutto si svolge su l'altopiano innevato dei Sette Comuni dove sono state ricostruite due trincee, una a circa 1.100 metri d'altezza e una ancora più in alto, a 1.800 metri in località Dosso di Sopra, Val Formica. Creato e scritto dallo stesso Olmi, interpretato da Claudio Santamaria, Jacopo Crovella, Andrea Di Maria, Francesco Formichetti, Camillo Grassi e Niccolò Senni, racconta una storia realmente accaduta. Riconosciuto di Interesse Culturale con il sostegno del Ministero per i Beni Culturali e con il sostegno della Presidenza del Consiglio dei Ministri è stato realizzato nell'ambito delle celebrazioni del Centenario della Prima Guerra Mondiale.

In 'Torneranno i prati', prodotto da Cinema Undici e Ipotesi Cinema con Rai Cinema, tutto parte dai ricordi di un vecchio pastore, chiamato 'Toni matto' che visse da giovane soldato i combattimenti della prima guerra mondiale. Combattimenti avvenuti là dove da anziano fa pascolare i suoi animali e da bambino aveva giocato e vissuto. "Vorrei che più che un bel film sia un film utile. Un film che ci faccia chiedere - dice Ermanno Olmi - perchè questa guerra mondiale è accaduta. Le versioni ufficiali su queste cose non sono mai davvero credibili. Così, a 100 anni di distanza, il miglior modo di festeggiarlo è capire quello che è successo come capire perché oggi si parli ancora di conflitti". Per il regista de 'Il mestiere delle armi' ci sono ancora "nubi burrascose.

Nubi che preludono a un conflitto mondiale, ma ce la faremo". E aggiunge: "Ognuno di noi può fare qualcosa per evitare la guerra. L'onestà dovrebbe essere un dovere e tutti dovrebbero praticarla perchè le cose vadano avanti meglio. Chi non sopporto proprio sono quelli che non vanno a votare, perchè non capiscono quanto è stato doloroso per molti conquistare questo diritto". La storia, quella vera, aggiunge Olmi, "è quella raccontata da anonimi. Da persone che sono soli dati anagrafici. Non quella raccontata dagli scrittori famosi".

Del film, costato 3,5 milioni di euro per 7 settimane di riprese e girato in condizioni ambientali spesso avverse, Olmi tiene riservata la trama. Solo alla fine rivela che in 'Torneranno i prati' che si svolge nell'autunno del 1917 poco prima di Caporetto (24 ottobre), ci sarà un atto di disobbedienza: "Quello di un alto ufficiale e quello di un soldato semplice. La disubbidienza è giusta - dice il regista -.
Questi due personaggi, infatti, fanno valere la propria coscienza sulle esigenze militari. La disubbidienza in questo caso è un atto morale che diventa eroicità quando si porta avanti fino alla morte".

E, sempre riguardo alla guerra, Olmi aggiunge citando Einstein: "Non possiamo pensare che lo cose cambino se noi tutti continuiamo a fare le stesse cose". Mentre per quanto riguarda il suo ritorno dietro la macchina da presa, dopo che aveva annunciato nel 2007 il suo ritiro, dice: "a questo impegno non potevo sottrarmi. Raccontare la prima guerra mondiale in cui anche mio padre aveva partecipato come bersagliere e mi faceva capire, in memoria della guerra, come fosse importante anche un boccone avanzato".
La guerra comunque, aggiunge: "non è un'epidemia ma a volte è una cosa che nasce da piccole difficoltà, bisogna dunque cominciare a lavorare su sè stessi per evitare che ce ne siano ancora. 'Torneranno i prati', ormai in postproduzione (sarà pronto solo in autunno), potrebbe a tutto diritto partecipare al prossimo Festival di Venezia mentre per quello di Cannes i tempi sarebbero davvero ristretti.

Spaghetti Story: Ciro De Caro dai corti al film

Spaghetti story Ciro De CaroQuattro “giovani adulti” dei nostri tempi, alle prese col Problema dei nostri tempi: la crisi. Il regista quasi loro coetaneo Ciro De Caro racconta con originalità e spirito scanzonato una storia in cui i trentenni d’oggi possano riconoscersi, con un sorriso amaro che sfocia spesso in risata. E si avvale coerentemente di attori poco conosciuti e di un budget pressoché simbolico. Valerio è un attore ventinovenne, che non riesce a trovare ruoli all’altezza del suo idealismo e delle sue aspirazioni e quindi accetta frustranti impieghi part-time. Il suo amico Scheggia vive ancora con la nonna, e cerca di nobilitare la sua attività di pusher con un pragmatismo simpatico che annacqua l’amoralità delle sue scelte. Serena persegue un dottorato e tenta invano di sondare se anche il suo compagno Valerio voglia mettere su famiglia. Giovanna, la sorella di Valerio, continua a prestargli soldi rimproverandolo per la sua inconcretezza, e fra una stancante seduta e l’altra di massoterapia coltiva il sogno di diventare chef di cucina cinese.
Quattro “giovani adulti” dei nostri tempi, alle prese col Problema dei nostri tempi: la crisi. Il regista quasi loro coetaneo Ciro De Caro racconta con originalità e spirito scanzonato una storia in cui i trentenni d’oggi possano riconoscersi, con un sorriso amaro che sfocia spesso in risata.
E si avvale coerentemente di attori poco conosciuti e di un budget pressoché simbolico, dimostrando che un film per vedere la luce necessita solamente dell’urgenza di essere realizzato. I continui jump-cut sembrano sottolineare stilisticamente le aspettative puntualmente abortite dei quattro personaggi, che nell’arco della storia compiranno, insieme e individualmente, un’evoluzione e, forse, avranno più chiara la direzione da prendere. Perché quando un quinto personaggio più sfortunato di loro, una prostituta cinese, incrocerà le loro vite, ognuno capirà se temporeggiare ancora o autoresponsabilizzarsi.
Nella solida sceneggiatura si alternano siparietti gustosi con coppie di personaggi antitetici: Valerio e Scheggia in primis. L’uno ingenuo, l’altro spensieratamente cinico, formano un duo collaudato, con tempi comici perfetti e dialoghi esilaranti quanto veritieri. La scena in cui Scheggia accompagna Valerio a un provino, per esempio, riesce a divertire ritraendo realisticamente la situazione lavorativa attuale: per fare carriera, più della professionalità e della competenza, pagano la disinvoltura e la sfacciataggine. Così, quando Valerio snocciola le sue esperienze teatrali con registi dal nome pretenzioso a un regista che ostenta la propria noia, non possiamo fare a meno di ridere e arrabbiarci.
Allora perdoniamo anche il finale vagamente buonista, che allevia la frustrazione di immedesimarci con tanta facilità in personaggi perennemente in bilico.  (da sentieriselvaggi.it)

Di seguito l'articolo di Francesco Persili per Dagospia

Solo posti in piedi. Ma fuori c'è ancora gente, che si fa? Aggiungi un posto in sala. Uno, due, tre. Alla fine, si aggiungerà un'intera fila di sedie color nostalgia. Come fossimo in qualche nuovo cinema Paradiso o in una arena estiva. E, invece, siamo al cinema Aquila di Roma, in mezzo alla bohème del Pigneto, in fuga da tombolate e calcio inglese ché è pur sempre il 26 dicembre, ad aspettare l'inizio di ‘Spaghetti Story', il film indipendente sui trentenni di oggi che qui ha battuto anche il cinepanettone dei record.

Come sia possibile che una commedia generazionale ‘costata come un'utilitaria' diventi un piccolo caso cinematografico è qualcosa da cercare in quella formula magica chiamata passaparola. Sold out all'Aquila e al Tiziano (l'altro cinema di Roma in cui il film viene proiettato), il numero degli spettacoli quotidiani raddoppiati fino al 2 gennaio, applausi in sala che nemmeno alla prima di Ritorno al Futuro, un blabla che non è più circoscritto alla scena off. Una sorpresa anche per il regista, Ciro De Caro, quello di ‘Salame milanese', che nel 2011 ha passato 6 mesi a scrivere il suo primo lungo e poi ha impiegato 11 giorni per girarlo.

spaghetti story

Dopo averlo portato in giro per il mondo (Mosca, Rekyavik), adesso officia con il resto del cast tutti gli spettacoli. E coglie ogni occasione per ribadire che il film è ‘no budget' e di come ‘la mancanza di mezzi può diventare un'opportunità' prima di cercare la didascalia giusta per una commedia che è stata celebrata perfino in Russia dall'Izvestia come ‘una boccata d'aria fresca'. Una storia contemporanea - spiega De Caro - che racconta un modo tutto italiano di fare le cose: semplice ma non privo di creatività, appassionato e popolare. Alla portata di tutti, come un piatto di spaghetti, appunto. Spaghetti way of life.

spaghetti story

Una pellicola che si tiene lontano dagli orizzonti di boria e dalle velleità pseudo-intellò dei noiosissimi circuiti alternativi: il sospetto di un crepuscolarismo due camere e cucina viene tenuto a bada da una comicità perfido- romanesca che attenua il drammone esistenziale di questi 4 trentenni in cerca d'autore: il pusher post-pasoliniano ‘Scheggia' imbottito di Tavor e realismo (Cristian Di Sante), l'aspirante attore senza arte, né parte (Valerio Di Benedetto) con annessa fidanzatina che sogna un bambino e la famiglia (Sara Tosti), la massoterapista chef (Rossella D'Andrea).

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‘Giovani, carini e disoccupati in salsa capitolina', ma nemmeno troppo. Neorealismo sfig e vena ‘malincomica', autoironia e difetti speciali, lagne e magagne di una combriccola di giovani adulti. Non senza forzature: così dopo il Coso di Argentero (vedi ‘Un Boss in salotto') anche qui c'è un altro trentenne irrisolto che fugge le responsabilità e si ritrova a giocare la sera col trenino: psyco-commedia all'italiana.

SPAGHETTI STORY

Dopo la proiezione, segue ancora dibattito. Non sono solo demi-monde cinematografaro e artistoidi in ordine sparso, tra gli spettatori molte persone comuni che incalzano i protagonisti. "Ma sei un attore vero? E se non sei attore, che fai?", chiedono a ‘Scheggia'. "Non faccio il pusher, tranquillo", replica lui, con ironia. "E' un film anche per i bambini?". "Sì, nel gatto della fortuna non c'è la droga ma il Nesquik"...

spaghetti story

Battute, dialogo senza rete, risate. Poi c'è ancora tempo per qualche rivelazione del regista sulla selezione degli attori, a partire dalla strepitosa ‘nonna' incontrata a Trastevere e convinta con un cesto di frutta', e sul montaggio, ‘volutamente imperfetto'.

Mentre sulla scelta di ridurre la profondità di campo, arriva impietoso il contrappunto popolare: ‘Ahò, io faccio er tassinaro, mi diverto a riconoscere i posti in cui viene girato un film ma stavolta non c'ho capito ‘na mazza'...

Regia: Ciro De Caro
Interpreti: Valerio Di Benedetto, Cristian Di Sante, Sara Tosti, Rossella D’Andrea, Deng Xueying, Tsang Wei Min
Origine: Italia, 2013
Distribuzione: Distribuzione Indipendente
Durata: 82’

I quindici cortometraggi mai girati

Giorgio ScerbanencoQuindici cortometraggi per la tivù. Da girare a colori tra Roma e dintorni, benché la Rai di allora trasmettesse ancora rigorosamente in bianco e nero. Gli spunti li forniva la cronaca nera ma ancor più il costume dell’epoca, con temi che ormai avevano fatto irruzione nell’Italia post-boom di fine Anni Sessanta: la moda, la grande distribuzione commerciale, gli sport d’élite, il turismo, la stessa televisione.  Per quanto possa sembrar strano Giorgio Scerbanenco, il padre del noir italiano, autore strettamente legato all’immagine della mala milanese e agli orizzonti polizieschi della costiera adriatica veneto-romagnola, stava per dare una svolta romana alla sua carriera di scrittore. E soprattutto, dopo aver avuto rapporti controversi con il cinema, aveva deciso di puntare tutto sulla televisione, di cui aveva intravisto le grandi potenzialità narrative. 

Lo conferma la figlia dello scrittore, Cecilia, che in occasione del festival letterario Grado Giallo, parlerà proprio del rapporto fra il padre e il piccolo schermo. Un rapporto appena abbozzato, che si interruppe il 27 ottobre del 1969 a causa della prematura morte dell’autore di origine ucraina.  «Papà credeva molto nel mezzo televisivo – sottolinea Cecilia Scerbanenco, che sta curando una monumentale biografia sul padre – Dopo tanti anni trascorsi nel mondo della carta stampata, fra giornalismo ed editoria, forse aveva voglia di cambiare. Anzi, stava pensando di lasciare Milano e trasferirsi a Roma proprio per seguire meglio questo progetto televisivo e altre iniziative legate al cinema».

Difficile per i fan immaginare uno Scerbanenco che abbandona i navigli e la nebbia delle periferie milanesi per far muovere i suoi cupi personaggi in riva al Tevere. Eppure, per lui, sarebbe stato un ritorno a casa, nella città dove visse fino all’età di quindici anni dopo una travagliata e traumatica infanzia russa (il padre fu ucciso nel corso della rivoluzione sovietica).  

Benché a Roma avesse trascorso gli anni dell’adolescenza, Scerbanenco non vi ambientò mai nessuno dei suoi numerosissimi romanzi a sfondo noir. «La Capitale compare solo in due titoli degli Anni Quaranta - conferma la figlia - Opere di genere “rosa”, non certo poliziesco: Si vive bene in due e Quando ameremo un angelo». 

Nel 1969 l’incontro con il produttore cinematografico Gigi Martello convinse Scerbanenco a rimodulare la sua produzione letteraria. E soprattutto a dare una svolta televisiva alla sua carriera di scrittore. Il progetto «Televisione a colori» era già definito e le quindici sceneggiature pronte per essere girate. I soggetti originali si trovano ora nell’archivio della biblioteca civica di Lignano Sabbiadoro, la cittadina friulana che l’aveva «adottato» e dove vive la figlia.  

Fitte pagine di appunti scritti a mano, forse al Bar Gabbiano, di fronte al mare, dove Scerbanenco trascorreva le sue mattinate. E poi ricopiati dall’autore con la macchina per scrivere.  

Quindici sceneggiature con titoli che portano l’inconfondibile marchio del maestro del noir: A Fregene col cadavere, Come uccidere una giornalista, Supermorte al supermercato, All’Olgiata si muore meglio, Requiem per un cavallo, La clinica che uccide, Allah a Fiumicino, I milioni delle Mantellate.  

La narrazione è volutamente scarna, sincopata, sommariamente descrittiva come si conviene a una sceneggiatura. Ma i lettori di Scerbanenco vi riconosceranno senza difficoltà lo stile dell’autore di Venere privata e I milanesi ammazzano il sabato. Ecco un breve estratto dalla sceneggiatura di A Fregene col cadavere:  

«Antonio e Cristina sulla Mercedes, che vagano per Fregene. La povera Maria Giovanna è sempre nel baule. Sole, sole e frenesia di corpi e di nudo anche per la strada. Antonio: Ti ho detto che adesso vado dai carabinieri e gli consegno la ragazza. Io sono solo un ladro, non voglio aver niente a che fare con gli assassini. Cristina: ma ti mettono in galera per trent’anni. Antonio: Spero di no. Tu scendi e torna al tuo ente provinciale del turismo, scemetta – le fa una carezza, mentre lei ha una smorfia di pianto, e quasi la butta fuori dalla macchina. Poi Antonio riparte subito, MdP (macchina da presa, ndr) inquadra Cristina dall’alto, Cristina diviene sempre più piccola».  

«Il muso della Mercedes adesso corre in un vialetto secondario, sullo sfondo si vede una targa: Carabinieri. Antonio guida deciso verso la caserma dei carabinieri, deciso a confessare tutto pur sapendo che saranno mesi e mesi di galera, se va bene, se no forse anni. Un uomo all’improvviso gli sbarra la strada. È Michelone che girella per Fregene alla ricerca della “sua” Mercedes, e ora l’ha vista. Antonio è costretto a fermarsi, Michelone sale, impugna la rivoltella, la punta contro Antonio – Vai senza storie. Dove hai trovato questa Mercedes? Sulla strada da Macconese (sic, probabilmente si tratta di Maccarese, ndr) a qui, a Fregene? Hai per caso guardato nel baule? Sì – Antonio sussulta per la rivoltella che Michelone gli affonda nel fianco. E cosa hai trovato? Una ragazza morta. È Maria Giovanna, ne parlano tutti i giornali... Bravo, sei informato. Adesso mi aiuterai a sistemare la ragazza...».

di Giorgio Ballario per lastampa.it

Intervista con Cristina Comencini: “Essere donne nel cinema non è facile, ma non si può fermare il cambiamento”

Sabato, 26 novembre, all’apertura di Verso Sud, il festival di cinema italiano di Francoforte, la proiezione serale era dedicata all’ospite d’onore di quest’anno. Ogni edizione il festival decide di approfondire l’opera di un grande autore o autrice del nostro paese.

Questa volta si tratta di Cristina Comencini, regista tra le più apprezzate anche all’estero come testimonia la candidatura all’Oscar nel 2006 con il film la Bestia nel cuore e i cui film purtroppo in Germania sebbene sia conosciuta e riconosciuta, non sempre hanno trovato un distributore per le sale.

Abbiamo avuto il piacere di incontrarla poco prima della proiezione del suo film Latin Lover, uscito nel 2015.

Ai tavolini del Filmmuseum iniziamo un’intervista che si trasforma in una breve e rilassata conversazione. Le domande di rito sulla sua impressione riguardo a Francoforte e alla Germania sono una pratica sbrigata in fretta. Ci dice che a Francoforte è la prima volta ma è appena arrivata: “ho visto solo una grande e bella città, tutta natalizia”. In Germania invece non è la prima volta, è stata a Berlino che, si capisce, le piace molto: “Sono stata a Berlino per La bestia nel cuore, che ha anche vinto un premio, quindi diciamo che ho un buon rapporto col pubblico tedesco. Vorrei conoscerla di più, mi piace molto”.

La presenza nel cuore della Germania è occasione per discutere, se non della città, almeno della sua impressione sulle differenze “cinematografiche” con l’Italia. Ci dice che “il festival di Berlino è un festival molto impegnato. C’è una differenza forse a livello popolare. Ho la sensazione che ci sia una grande organizzazione molto buona per il cinema d’essay e per i festival, ma poi a livello popolare invece vada più il cinema americano. Noi invece abbiamo un cinema popolare, il nostro cinema è stato storicamente un cinema popolare anche se ha avuto un calo”. Ci fa notare così che questa è un’arte che ha bisogno di rinnovarsi continuamente, così se vogliamo trovare una ragione  alla diminuzione degli spettatori di film italiani avanza l’ipotesi che poi ribadirà anche alla fine della proiezione, quando risponde alle domande del pubblico “io ho l’impressione che in Italia abbiamo fatto troppe commedie, le produzioni hanno visto che funzionavano e ne abbiamo fatte tantissime” e poi di nuovo sollecitata ammette il dubbio che “se in Germania il cinema francese riesce a venire distribuito e quello italiano no, non è perchè manca l’interesse ma forse perchè qualcuno sbaglia a promuovere i nostri film all’estero“.

Ci chiediamo se non sia anche un problema di regolamentazione. Altri, sempre nel contesto del festival del cinema italiano ci hanno esposto lamentele, non particolarmente originali, sull’inefficienza del sostegno delle istituzioni all’arte cinematografica e soprattutto alla sua diffusione. “Io sono contro le lamentele” taglia corto, “hanno appena passato una legge, da poco, che dovrebbe riordinare un po’ le cose, ora stiamo a vedere. Io sono contro il lamento, la mia filosofia è quella di capire cosa anche in noi cineasti non funziona”.

Poi il discorso verte abbastanza velocemente sul tema delle relazioni tra donne e uomini nella nostra società. “Al cinema le donne si sono avvicinate molto tardi, perché è un lavoro di comando, è sempre stato un lavoro maschile”.

Traccia poi un parallelo con la letteratura, l’altra sua grande passione. Cristina Comencini infatti è anche scrittrice, l’ultimo suo libro è Essere vivi e poi è anche autrice di teatro alcune di esse da lei stessa trasposte sul grande schermo. “In letteratura le donne hanno iniziato ad essere presenti già nell’Ottocento. Nel cinema dobbiamo ancora fare questo lavoro. D’altronde la storia delle donne è una storia millenaria. È una trasformazione epocale, è la prima volta nella storia.”

Il tema è affrontato nell’opera di Cristina Comencini, anche nel film proiettato quella sera stessa. La questione di genere però non è un semplice oggetto da spulciare, ma parlando con l’autrice, emerge in maniera chiara che si tratti di qualcosa di più. Come una cornice generale che permette e pervade il suo lavoro, non come semplice scelta: “Il cinema rispecchia la società e quando nella società le donne riprendono la scena, aumentano anche i film girati da donne. Ma non è che le donne debbano affrontare solo questioni ‘da donne’. Io penso che lo sguardo femminile sia su tutto”.

Ne ha anche per gli uomini, soggetti evaporati – come si sente dire a volte – un po’ come il Latin Lover del film, morto e idealizzato che da “fantasma” continua a condizionare le vite dei suoi amori e delle figlie tramite un’immagine di cui egli stesso è in parte imprigionato. Un film la cui lettura più volte, anche dopo la proiezione, la regista identifica e rimanda alla rappresentazione e all’omaggio al grande cinema italiano del passato, ma che si presta facilmente per essere letto come uno smascheramento della figura classica del latin lover.

“Io credo che siamo arrivati ad un punto in cui le donne non possono più andare avanti da sole. Siamo ad un punto in cui non c’è avanzamento se non con gli uomini. Gli uomini devono fare un lavoro su di sé che ancora non è cominciato. Gli uomini dicono che son solidali con le donne ma è come se non volessero vedersi”. L’idea è che le donne che sempre di più acquisiscono sicurezza e potere non solo impauriscono l’uomo ma ne scatenano la reazione.

Ma le cose stanno cambiando: “Avanza lentamente una cosa gigantesca e ci vuole del tempo. E non si torna indietro mai” ci dice. Riporta un ricordo di uno dei fratelli Taviani, “Una volta durante un dibattito uno dei fratelli Taviani mi disse: “Cristina la verità è che un po’ di sangue deve scorrere” cioè le cose cambiano ma non possono farlo morbidamente”. Ci vorrà del tempo.

Alessandro Grassi

di Alessandro Grassi  per https://ilmitte.com/

IL MESTIERE DI SCRIVERE SECONDO MURAKAMI

Uno scrittore è un po’ come l’E.T. del film di Steven Spielberg. Quando deve costruire una ricetrasmittente improvvisata per ricollegarsi con i confratelli va in un ripostiglio e assembla creativamente quel che trova: un ombrello, una lampada a piede, dei piatti, un giradischi. Un romanzo si può costruire in un modo analogo, con uno stock di buon ciarpame. La qualità degli ingredienti non è molto importante, quel che conta è avere accumulato un gruzzolo di dettagli concreti e peculiari, quelli che attirano la nostra attenzione, tanto meglio se inspiegabili. Occorre collezionare questi frammenti, metterci un’etichetta e chiuderli in un’apposita cassettiera mentale, da dove la memoria si incarica di ricuperarli e utilizzarli al momento giusto. Ad animarli penserà la magia, quella non può mancare. “Si possono utilizzare rozzi materiali d’uso quotidiano, semplici parole disadorne, ma se c’è la magia, riusciamo a creare un apparecchio sorprendentemente raffinato”, o almeno efficace.
Così parlò Murakami Haruki, il più occidentale e il più tradotto dei narratori giapponesi, l’autore di Norwegian Wood, Kafka sulla spiaggia e 1Q84, best-seller mondiale e oggetto di culto (molti suoi adepti dichiarano di adorarlo anche se non sanno spiegare perché, ma a lui va benissimo così, tenendo in sovrano disdegno la critica togata, che talvolta è arrivata a dargli del venditore di fumo). La notizia è che uno scrittore ombroso e riservato, che non ama la socialità e fa di tutto per non apparire, che rifiuta festival e sedute di firma-copie, vive autorecluso e si rallegra quando al ristorante non solo non lo riconoscono ma gli danno anche il tavolo peggiore, si sia deciso a parlare di sé, con abbondanza di dettagli autobiografici, e addirittura del Mestiere di scrittore, come suona il titolo del volume ora tradotto in italiano da Antonietta Pastore per Einaudi (pp.190, euro 18,00). Dove più che di letteratura e di tecniche narrative si finisce per parlare di precetti per vivere in sano equilibrio tra corpo e mente. Perché l’E.T. nipponico è un maratoneta convinto e praticante (ne ha corse a decine), un cultore di triathlon, uno che tutti i giorni corre o nuota per almeno un’ora. Scrivere, dice, è un pratica lenta e faticosa, che richiede pazienza, determinazione, energia, come qualsiasi altro lavoro usurante. La buona condizione fisica è indispensabile alla forza morale e spirituale, quella che ti fa superare i dubbi, le critiche feroci, gli insuccessi, gli amici che ti voltano le spalle. Kafka, anche se morto a quarant’anni di tisi, era vegetariano, nuotava ogni giorno nella Moldava per un miglio e faceva lunghe sedute di ginnastica. (Ma come faceva il povero Proust, tormentato dall’asma?).
Le scuole di scrittura si moltiplicano (numerosi i giovani scrittori che, arrivati al secondo libro, si sentono autorizzati all’insegnamento), continuano a uscire volumi che dispensano buoni consigli sul “come si fa”. Ancora recentemente sono state edite, con tanto di annesso cd audio, le classiche, insuperabili lezioni di Peppo Pontiggia, in cui il gran lombardo dispensa amabilmente il suo sapere (Dentro la sera. Conversazioni sullo scrivere, Belleville editore, pp. 320, euro 21,00). Guido Conti è ricorso al magistero dei classici. In Imparare a scrivere con i grandi antologizza i big per dimostrare come si affrontano i problemi legati agli incipit, alla trama, a stile e forma, montaggio e ritmo, colpi di scena e generi, da Puskin e Cechov a Jack London e a Carver (Bur, pp. 550, euro 15,00).
Murakami batte tutt’altre strade. Stile, forma, scrittura non gli interessano più che tanto. Sembra accentrare la sua attenzione su tutto quello che precede l’atto dello scrivere, sulle condizioni esistenziali che fanno scattare la scintilla. Per lui scrivere romanzi non richiede un’intelligenza superiore, solo un livello minimo di talento, istruzione, e conoscenze. E la pazienza che ci vuole per costruire navi in bottiglia. Un lavoro non poi molto dissimile da altri che si compiono ripetitivamente nel chiuso di una stanza, giorno dopo giorno. Tutto il contrario dell’immagine romantica dell’artista maledetto, bohémien, incline alle droghe, gran bevitore e donnaiolo, che finisce per autodistruggersi. Il suo ideale è il metodico Anthony Trollope, lo scrittore inglese dell’Ottocento che lavorava alle Poste e continuò a farlo anche dopo il successo, inventando la famosa cassetta rossa per imbucare la corrispondenza. Ma anche Kafka, scrupoloso impiegato delle Assicurazioni Generali, ramo infortuni sul lavoro, apprezzato dai colleghi per il suo puntiglio. Lo diceva già Flaubert: “Siate borghesi nella vita per essere rivoluzionari nell’arte”.
Al romanzo Murakami arriva sui trent’anni. Prima si è sposato, e a prezzo di pesanti sacrifici ha aperto un locale a Tokyo dove faceva ascoltare musica jazz e serviva caffè e alcolici. Un giorno porta da casa un vecchio piano verticale che suonava da ragazzo e nei weekend fa un po’ di musica live. Sin da piccolo adorava la lettura, dai classici russi agli hard boiled americani. Poi nel 1978 durante una partita di baseball una sorta di folgorazione. Una voce interiore gli annuncia di avere accumulato le energie interne necessarie per cominciare a scrivere. In un’altra occasione, ha anche detto di essere stato ispirato dalla pallina di un flipper, dai suoi scatti imprevedibili, emblema delle traiettorie capricciose che incrociano i destini degli uomini. Palla da baseball o flipper che sia, si attacca a una vecchia Olivetti e comincia a darci dentro. Portare a termine il primo romanzo breve, Ascolta la canzone del vento, è stata una fatica improba, confessa. Nessuna idea di come scriverlo, nessun indirizzo programmatico. Semplicemente un procedere per tentativi, un “raccontare le cose come le sentivo, come le avevo nella testa, liberamente, come più mi piaceva”
Incomincia a scrivere in inglese, che non padroneggia nemmeno tanto bene, perché vuole esprimersi in un linguaggio essenziale, togliendo tutto il grasso superfluo. Capisce la cosa fondamentale: bisogna trovare il ritmo giusto, congeniale, quello che definisce uno stile personale: “una narrazione che vada dritta al punto senza divagazioni, con descrizioni precise ma non contemplative”.
Scrivere rientra allora qualcosa di assai vicino al fare musica: “Mantenere il ritmo, trovare begli accordi, credere nella forza dell’improvvisazione” . Trovare l’originalità che si impone, quella stessa che aveva colpito lui ragazzo ascoltando per la prima volta Please please me dei Beatles o Surfin’ USA dei Beach Boys, e sapendo che si può non essere accettati subito, basti pensare allo sconcerto che nel 1913 accolse La sagra della primavera di Stravinskij o alle stroncature della musica di Mahler, definita “triste, brutta, incompleta e circonvoluta”.
Come arrivare all’originalità? Bisogna soddisfare alcuni criteri di base. Prima cosa, distinguersi dagli altri ed elaborare uno stile unico e immediatamente riconoscibile. Secondo punto, migliorare quello stile, farlo evolvere, non accontentarsi dei risultati raggiunti. Terzo, con il passare del tempo diventare fonte d’ispirazione per le generazioni che seguono. Come diceva il poeta polacco Zbigniew Herbert, “per arrivare alla sorgente bisogna nuotare risalendo la corrente. A scendere galleggiando sull’acqua è solo la spazzatura”. Conseguentemente, Murakami rigetta le tradizionali categorie di avanguardia o retroguardia, destra o sinistra, letteratura pura o di intrattenimento. Uscito dalla generazione delle rivolte studentesche fine anni 60 ha sviluppato una forte avversione al sistema, da cui si è sempre chiamato fuori.
Come diceva Thelonius Monk, non potendo piacere a tutti, meglio piacere a se stessi, almeno uno si diverte. Più che sul divertimento, Murakami sembra però insistere sulla fatica operaia che la scrittura comporta. Per arrivare a configurare uno stile riconoscibile occorre procedere per sottrazione, fare piazza pulita dei troppi carichi, perché la sovrabbondanza di contenuti finisce per provocare ingorghi. Capire cosa è necessario e cosa non lo è, per lui è facile: bisogna provare piacere, una sorta di allegria naturale e spontanea, l’impulso a trasmettere a un gran numero di persone un sentimento di libertà, una gioia che non conosce restrizioni. Se questa eccitazione virtuosa non si produce, meglio tornare al punto di partenza e ripensare tutto. La domanda da farsi non è “Che cosa sto cercando?”, quanto piuttosto: “Prima di cercare qualcosa, come sono fatto io?”. La scrittura può e deve diventare autoanalisi per essere in grado di trasmettere al lettore l’emozione primigenia, lo stupore e la grata meraviglia con la quale accogliamo le opere che cambiano la nostra percezione del mondo.
Torna l’idea pirandelliana dei personaggi che, una volta creati, se ne vanno poi per conto loro e fanno quello che vogliono. Torna l’idea dello scrittore sciamano, che si lascia attraversare da flussi di sensazioni e di immagini che sgorgano dalle profondità dell’inconscio e riproducono il flusso ingovernabile dell’esistenza. La porta tra mondo reale e mondo fantastico è sempre aperta, e Murakami la attraversa quando vuole, in sovrana libertà. L’onirico e il surreale dei mondi alternativi si nutrono di dettagli realistici anche minimi, creando quei cortocircuiti mentali che sconcertano e affascinano i suoi lettori: si sentono sempre sul punto di risolvere il mistero, e ne rimangono ogni volta esclusi. Ma l’avrà contata giusta, il maratoneta maniaco-depressivo (parole sue) giustamente restio a parlare di sé, perché sono sempre le opere che devono dire quel che c’è da dire? Non è che questi precetti a metà tra il fitness e le illuminazioni iniziatiche sono un modo, molto gentile e molto giapponese, per depistarci e difendere ancor meglio il proprio diritto alla privacy? Diavolo d’un uomo ordinato, controllato e metodico, non lo sapremo mai.


Articolo di Ernesto Ferrero per “Sette/Corriere della sera”, 24 febbraio 2017

Haruki Murakami è stato tradotto in circa cinquanta lingue e i suoi best seller hanno venduto milioni di copie. Le sue opere di narrativa si sono guadagnate il consenso della critica e numerosi premi, sia in Giappone che a livello internazionale, come il premio World Fantasy (2006), il Frank O'Connor International Short Story Award (2006), il Premio Franz Kafka (2006) e il Jerusalem Prize (2009).  Fra i suoi titoli più celebri si ricordano Nel segno della pecora (1982), Norwegian Wood (1987), L'uccello che girava le viti del mondo (1994-1995), Kafka sulla spiaggia (2002) e 1Q84 (2009–2010). da wikipedia.org

Registi emergenti: ‘Matilde’ di Vito Palmieri

MATILDE

Matilde è una bimba non udente, vispa ed intelligente, ma a scuola sembra che qualcosa la turbi. Lei però non si perde d’animo e con le forbici della mamma e delle palline da tennis, trova una soluzione geniale per i suoi problemi…

Con la delicatezza e la dolcezza che gli sono congeniali, Vito Palmieri indaga ancora una volta le dinamiche infantili entrando nel mondo di Matilde, una bimba sorda dalle mille risorse. Grazie ad un uso magistrale di fotografia, montaggio e musiche (cui d’altronde il regista ci ha abituati già nei lavori precedenti), si resta affascinati dalla storia e dai modi di fare della piccola protagonista, straordinariamente interpretata dalla giovanissima Matilde De Silva.

LE DOMANDE AL REGISTA

Ciao Vito, bentornato su cinemio. Iniziamo dal tema del corto di cui sei autore del soggetto e della sceneggiatura. Come sei arrivato a questa idea?

E’ stata l’Agfa/Fiadda a chiedermi di realizzarlo. Volevano un corto per i non udenti interpretato da persone sorde. Nei miei lavori ho spesso raccontato storie di bambini. Rappresentare il quotidiano di una bambina sorda, però, è stata un’esperienza nuova. Inizialmente avevo qualche perplessità. Non sapevo se avrei trovato il linguaggio appropriato per raccontare questa vicenda legata alla sordità. Poi ho trovato la chiave giusta dalle storie dei membri dell’Agfa. In primis dal padre di Matilde che mi ha raccontato un episodio sulle palline da tennis che mi ha colpito e che ho voluto inserito nel corto.

Un altro ragazzo sordo mi ha raccontato che da bambino aveva chiesto al maestro di tagliarsi i baffi perché non riusciva a capire ciò che diceva. Nei giorni in cui abbiamo sviluppato l’idea del corto ho anche frequentato il Senza nome, un bar di Bologna aperto da poco, gestito e frequentato da sordi. Lì ho avuto modo di conoscere molti ragazzi che mi hanno raccontato le loro esperienze sin dai banchi di scuola e a cui mi sono ispirato per altri dettagli del film.

Un’immagine del backstage

Alla fine del corto tieni a precisare che tutti gli attori protagonisti e non che hanno recitato sono sordi. Immagino sia stata una novità per te. Com’è andata?

Sotto consiglio dell’Agfa, ho scelto di lavorare esclusivamente con attori sordi per testimoniare che anche loro possono interpretare un film. L’Agfa mi ha anche chiesto che il film venisse sempre distribuito con i sottotitoli in italiano o nella lingua del paese in cui verrà proiettato. “Matilde” è un film fatto per i non udenti. Ho voluto inserire una scena in cui anche gli spettatori udenti sono obbligati a leggere il labiale perché non sentono le battute dei personaggi, in quanto la scena si svolge in un interno mentre la macchina da presa è posizionata al di là di un vetro e dunque in esterno.

La piccola Matilde de silva, protagonista del corto, è veramente molto brava. Come l’hai scelta?

Riguardo la scelta della protagonista, non ho dovuto fare dei casting. Quando mi hanno suggerito di scegliere Matilde, che è il vero nome della bambina che recita, sono andato nella sua classe. Tra tutti i ragazzi spiccava il suo sguardo acuto e il taglio degli occhi. Non avevo dubbi riguardo alla scelta. Matilde era perfetta.

Nella tua filmografia i bambini ed i ragazzi la fanno da padrone. Come mai questa voglia di raccontare il loro mondo?

Tutto è nato grazie a Tana libera tutti dove ho raccontato il mondo dell’infanzia, poi ho insegnato nelle scuole medie e molti soggetti li ho scritti con i miei stessi alunni. Poi ho capito che il percorso che stavo seguendo era quello giusto, anche perché in qualche modo mi è stato confermato dalle selezione al festival di Berlino proprio nella sezione Generation, dove selezionano film rivolti o interpretati da bambini.

Matilde De Silva e Vito Palmieri alla Berlinale

Non ho potuto non notare la collaborazione, alla sceneggiatura e alla regia, di Francesco Niccolai, regista che è stato anche ospite di questa rubrica. Vuoi parlarci del tuo rapporto con lui e di com’è andata la collaborazione durante la preparazione del corto?

Francesco Niccolai l’ho conosciuto a Bologna, la nostra collaborazione è iniziata nel 2009, dove mi ha aiutato per la realizzazione del mio documentario Il valzer dello zecchino, poi abbiamo scritto insieme un corto tributo a Lucio Dalla Anna bello sguardo e subito dopo abbiamo scritto Matilde. Sul corto Matilde è stato anche assistente alla regia, quindi ha seguito molto anche il lavoro della piccola prtagonista sul set.

Il tuo corto ha partecipato e continua a farlo, a numerosi festival nazionali ed internazionali ed ha già vinto al Riff ed al festival del cinema europeo. Qual è la tua impressione a riguardo? c’è un complimento che più di altri ti è rimasto nel cuore?

C’è da dire che è stato tutto inaspettato. Il corto è nato come un progetto molto semplice e non pensavo avesse questo tipo di distribuzione e attenzione in vari Festival stranieri e Italiani. Spero continui così. Ogni motivazione di una giuria mi conferma che siamo riusciti a fare un buon lavoro e di conseguenza li considero dei bei complimenti.

Ed ora uno sguardo al futuro. Mentre Matilde prosegue il suo percorso vittorioso tra festival stai già pensando ad un nuovo progetto? magari un lungometraggio che vede protagonisti i ragazzi…

Ho scritto un soggetto per un film e spero di avere la possibilità di realizzarlo, soprattutto dopo questa partecipazione al Festival di Berlino e i vari premi che sta ricevendo il mio corto. Posso solo dire che segue il mio percorso registico e avrà come protagonisti i bambini.

Il regista Vito Palmieri

Ringrazio Vito Palmieri per la disponibilità e lo saluto in attesa di conoscere novità riguardo questo suo nuovo interessante progetto.

 

di Antonella Molinaro per https://cinemio.it/

Wim Wenders ci spiega come realizzare un film perfetto

Come raggiungere la perfezione cinematografica? Ce lo svela Wim Wenders, protagonista del nuovo spot pubblicitario di Stella Artois, celebre marca di birre dalla provenienza belga. Il cineasta, autore di pellicole rinomate come Il cielo sopra Berlino (1987), Paris, Texas (1984) e Lampi sull'acqua – Nick's movie (1980) spiega agli spettatori ed aspiranti registi come riuscire a fare un film impeccabile. Ecco i punti salienti del suo discorso: 

Wim Wenders regista- Come prima cosa, dovete trovare un bel titolo. 

- Secondo, ricordatevi che la continuity è sopravvalutata. D'altronde, basti vedere proprio Il cielo sopra Berlino e il suo evadere le convenzioni narrative più tradizionali. 

- Rispettate gli attori: il loro lavoro è 10 volte più pericoloso del vostro. 

- Non innamoratevi dell'attrice protagonista.

- Evitate di lavorare con degli animali. Non fanno mai ciò che volete facciano.

- Non quotate altri film. Non raccontate storie che altri potrebbero raccontare meglio. Non girate un Western se non vi piacciono i cavalli.

- Tenete in mente che anche le altre persone potrebbero avere buone idee. Forse.

- Aspettate sempre altri 5 secondi prima di dare lo stop. Non si sa mai.

- Infine, la regola più importante di tutte: non esistono regole.

Ovviamente, trattandosi di uno spot pubblicitario per una birra, l'atmosfera è quella rilassata e ludica dell'ironia. Wenders, come un sofisticato lord, si trova in una sala cinematografica vuota, tra momenti di giocosità e divertimento. È comunque bello vedere un autore così rinomato e rispettato partecipare alla pubblicità di un prodotto mainstream come la Stella Artois. 

Attualmente, il cineasta è impegnato nella post-produzione della sua ultima pellicola, Every Thing Will Be Fine, che racconterà le vicende di un uomo che investe accidentalmente un povero bambino. Nel cast, nomi celebri come James Franco, Rachel McAdams e Charlotte Gainsbourg. Era invece a Cannes The Salt of The Earth, documentario biografico che l'autore ha dedicato al fotografo errante Sebastião Salgado, che negli ultimi decenni ha viaggiato per i continenti catturando alcuni eventi storici come guerre e conflitti internazionali. Inoltre, ha immortalato con la sua macchina fotografica alcuni dei paesaggi più belli e nascosti del mondo, inoltrandosi nella fauna più selvaggia. 

Articolo da farefilm.it

 

Giuseppe Tornatore. Cinema, passione, sogno

«Sono felicissimo di essere ad Assisi i primi di dicembre, di rivedere i miei film con il pubblico, con gli studiosi di cinema». Così, in un video messaggio diffuso in queste ore sui social network, Giuseppe Tornatore ha annunciato la sua partecipazione alla XXXIII edizione di Primo Piano sull’Autore, la rassegna del Cinema Italiano che si terrà ad Assisi dal 1 al 6 dicembre e che quest’anno, con il titolo Giuseppe Tornatore. Cinema, passione, sogno, è dedicata alla carriera del vincitore del premio Oscar con Nuovo cinema Paradiso.

Ogni anno la Rassegna (diretta da Franco Mariotti e promossa dall’associazione culturale Amarcord in collaborazione con il Comune di Assisi e il contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali - Direzione Generale per il Cinema ) è dedicata alla rilettura dell'opera di un protagonista che ha segnato la cultura italiana ed internazionale. In questi anni ad Assisi si sono avvicendati Carlo Lizzani, Ermanno Olmi, Dino Risi, Alberto Lattuada, Pietro Germi, Michelangelo Antonioni, Lina Wertmuller, Luigi Comencini, Gillo Pontecorvo, Damiano Damiani, Mauro Bolognini, Carlo Di Carlo, Mario Monicelli, Alberto Sordi, Bernardo Bertolucci, Luigi Magni, Giuliano Montaldo, Franco Zeffirelli, Carlo Verdone, Michele Placido, le famiglie Vanzina e Gassman, Giancarlo Giannini, Aurelio De Laurentiis, Bud Spencer & Terence Hill, Francesco Rosi, Pupi Avati, Enrico Lucherini, Lino Banfi, Gina Lollobrigida e Neri Parenti.

«Ricevere tale riguardo - ha aggiunto Tornatore - tale onorificenza mi dà un senso di grande ansia, di grande responsabilità perché, innanzitutto, mi dà la sensazione che il tempo voli via troppo rapidamente, ma nello stesso tempo mi dà un senso di grande responsabilità. Mi chiedo se dopo nomi di cineasti così importanti come quelli che già sono stati oggetto di studio nelle edizioni precedenti di Primo Piano sull'Autore ad Assisi, sia all'altezza del compito e se quello che ho fatto è meritevole di tale attenzione». 

Nato a Bagheria il 27 maggio 1956, Tornatore debutta alla regista nel 1986 con Il camorrista (Nastro d’argento per il miglior esordio). Dopo Nuovo cinema Paradiso, nel 1990 gira Stanno tutti bene, con Marcello Mastroianni. Del 1994 è Una pura formalità. Nel 1995 firma L'uomo delle stelle, che vince il David di Donatello, il Nastro d'Argento e il Gran Premio della Giuria a Venezia. Nel 1999, con La leggenda del pianista sull’oceano, vince David, Efebo d'oro, Ciak d'Oro e 2 Nastri d'Argento. Dopo Malèna (2000), torna sul grande schermo nel 2006 con La sconosciuta, che vince 3 David di Donatello e viene scelto per rappresentare l’Italia agli Oscar. Nel 2009 firma Baarìa. Il suo ultimo film è La migliore offerta (2013).

Il programma di Primo Piano sull’Autore prevede la proiezione, al cinema Metastasio di Assisi, di tutti i film di Tornatore e una tre giorni di studi con il regista, che incontrerà gli studenti dell’Università per Stranieri di Perugia (4 dicembre) e quelli delle scuole superiori del comprensorio di Assisi (5 dicembre). Il 5 dicembre, Tornatore incontrerà il pubblico al cinema Zenit di Perugia, dopo la proiezione di un suo film. Lo stesso regista sarà il protagonista del convegno del 6 dicembre ad Assisi con storici e critici del cinema e con attori, attrici, produttori e sceneggiatori che hanno collaborato con lui.

Anche quest’anno Primo Piano sull’Autore ospiterà la sezione collaterale Dove va il cinema italiano? Oltre la commedia, le nuove proposte, che analizza i nuovi generi del nostro cinema, con proiezioni di film di recente produzione, in contemporanea con l’uscita in sala ma anche vere anteprime sul territorio assisano.

La Rassegna si chiuderà la sera del 6 dicembre con la consegna della Targa onorifica di Assisi a Tornatore e con l’assegnazione dei premi della XXIII edizione del Domenico Meccoli - ScriverediCinema, dedicati a quanti si sono distinti, nel 2014, nella scrittura e nella promozione del cinema attraverso i media.

 

COLONNA SONORA Viaggio attraverso la musica del cinema italiano

La musica nel film. Parallela all'immagine che racconta, una linea musicale che scorre, a sottolineare e a commentare. Naturalmente non ci si fa caso, non si entra in un cinema per ascoltare la colonna sonora del film. In un certo senso la si subisce, quasi a nostra insaputa.

COLONNA SONORA  Viaggio attraverso la musica del cinema italiano
Un programma di Glauco Pellegrini - presentato da Giulietta Masina - consulenza musicale: Guido M. Gatti - r., s., sc.: Glauco Pellegrini - f.: Sandro Messina - coll. al mo.: Jolanda Benvenuti - organizzatore. Luigi Alessandrini - assistente alla r.: Laura Rossi Guerra - p.: RAI-Radiotelevisione italiana. (Sei trasmissioni di un'ora e dieci minuti ciascuna con la partecipazione dell'Orchestra Sinfonica di Roma della RAI diretta da Armando La Rosa Parodi, dell'Orchestra di musica leggera diretta da Piero Umiliani e dei critici Luigi Chiarini, Filippo Sacchi, Vinicio Marinucci, Mario Verdone, Gino Visentini).

Per gentile concessione della RAI-TV pubblichiamo integralmente i testi del programma televisivo Colonna Sonora, che ha avuto il merito di accostare ad un vasto pubblico, in forma di intelligente divulgazione, i problemi ed i valori della colonna sonora ed in particolare della musica nel film, costituendo un utile esempio di come il mezzo televisivo possa venire impiegato anche a fini di formazione di ampi strati di spettatori nei confronti del cinema.

Prendono parte alla trasmissione:
PRIMA PUNTATA: Luigi Chiarini, Alberto Lattuada, Gian Francesco Malipiero, Pier Paolo Pasolini, Federico Fellini, Nino Rota.
SECONDA PUNTATA: Mario Camerini, Mario Soldati, Filippo Sacchi, Alberto Lattuada.
TERZA PUNTATA: Renzo Rossellini, Roberto Rossellini, Giuseppe De Santis, Goffredo Petrassi, Vinicio Marinucci, Giovanni Fusco.
QUARTA PUNTATA: Vittorio De Sica, Cesare Zavattini, Alessandro Cicognini, Ugo Tognazzi, Franco Cristaldi, Carlo Rustichelli, Mario Verdone.
QUINTA PUNTATA: Francesco Rosi, Piero Piccioni, Gino Visentini, Roman Vlad, Valerio Zurlini, Mario Nascimbene, Moris Ergas, Carlo Rustichelli.
SESTA PUNTATA: Angelo Francesco Lavagnino, Sandra Milo, Mario Soldati, Federico Fellini, Nino Rota, Luigi Chiarini.

In sintesi, la trasmissione vuole raccontare la storia del cinema italiano attraverso i commenti musicali. Dai tempi del muto, in cui una orchestrina accompagna le immagini in movimento eseguendo brani musicali di vario genere, alle canzoni più famose apparse nei primi film italiani, alla influenza del melodramma ottocentesco, agli esempi di utilizzazione di musica classica, fino ad un ampio discorso sul presente: questo è il tema della prima puntata, dove è illustrato il contributo di tre importanti compositori cinematografici degli anni trenta: Antonio Veretti, Giorgio Federigo Ghedini, Gian Francesco Malipiero.
La puntata successiva esamina i rapporti fra musica e letteratura. E quindi i film italiani tratti da opere di Manzoni, Bacchelli, Fogazzaro, Pugkin, D'Annunzio, Gogol, con musiche di Ildebrando Pizzetti, Enzo Masetti, Vincenzo Tommasini, Giuseppe Rosati, Felice Lattuada.
La terza puntata è dedicata al neorealismo e presenta l'opera di quattro musicisti: Renzo Rossellini, Goffredo Petrassi, Gino Gorini e Giovanni Fusco.
La quarta, sempre nel quadro del neorealismo, si volge alla commedia: con i commenti di Alessandro Cicognini, il jazz di Piero Umiliani, Armando Trovajoli e Teo Usuelli, e le partiture di Mario Zafred e di Carlo Rustichelli, quest'ultimo particolarmente legato ai film di Pietro Germi.
La quinta puntata ha per tema i film sulla violenza: e illustra i contributi di Piero Piccioni, Roman Vlad, Mario Nascimbene, ancora Rustichelli.
La sesta è dedicata al documentario di lungometraggio, con le musiche di Angelo Francesco Lavagnino, e alla collaborazione di Nino Rota con Federico Fellini.

Si riportano, di seguito, i testi dei vari interventi.

PRIMA PUNTATA

GIULIETTA MASINA (presentatrice): La musica nel film. Parallela all'immagine che racconta, una linea musicale che scorre, a sottolineare e a commentare. Naturalmente non ci si fa caso, non si entra in un cinema per ascoltare la colonna sonora del film. In un certo senso la si subisce, quasi a nostra insaputa.
Eppure, anche se non ce ne accorgiamo, è certo che noi restiamo più profondamente suggestionati dalle immagini, proprio per la presenza del commento musicale. Un complemento: capace però di caricare dí espressività la stessa immagine.
Vogliamo provare, una volta, ad ascoltare i film oltre che a vederli? È quanto ci propone Colonna sonora.
Rivedremo insieme sequenze tratte da oltre cinquanta film, sequenze che riesamineremo interessati soprattutto alla loro colonna sonora. Panorama musicale di quarant'anni di cinema italiano. Visione antologica, forse inevitabilmente incompleta: ma che ha il proposito di tracciare una storia, una linea logica dell'evolversi del commento musicale, perché anche la musica ha la sua importante pagine nella storia del cinema. Ricordate High Noon (Mezzogiorno di fuoco), The Third Man (Il terzo uomo), Sous les toits de Paris (Sotto i tetti di Parigi), Lime-light (Luci della ribalta), The Man with the Golden Harm (L'uomo dal braccio d'oro), Exodus: grandi film, ma anche grandi commenti musicali.

LUIGI CHIARINI: Questa Colonna sonora dedicata al cinema italiano comincia con esempi stranieri, e c'è una ragione: perché il problema della musica nel film è problema che ha un più vasto ambito internazionale.
L'esempio che abbiamo visto è tratto dal film Aleksandr Nevskij di Ejzengtein, musicato da Prokoviev. Si tratta della «battaglia sul ghiaccio»; la battaglia sul ghiaccio che segna l'acme del film, ma anche l'acme della colonna sonora, anche l'acme della musica. Ejzengtein e Prokoviev hanno in fondo risolto tutti i problemi che si sono poi posti sotto questo riguardo; e hanno risolto questi problemi perché hanno considerato il film come un'opera unitaria.
Non ci sono stati nella loro collaborazione né un sopraffattore né un sopraffatto; tant'è vero che alcune parti sono state prima composte e poi il montaggio del film, delle immagini, è stato fatto sulla musica già incisa, registrata. In altre parti invece la musica è stata realizzata, scritta da Prokoviev sui pezzi già montati di cinema, di film. Prokoviev era al suo primo film, eppure Ejzengtein diceva che Prokoviev era un musicista cinematografico. Perché un musicista cinematografico? Perché, diceva Ejzengtein, Prokoviev dà l'interiorità delle cose e non l'esteriorità delle cose. Ed è proprio di questa interiorità delle cose che il cinema ha bisogno; e l'immagine realistica cinematografica ha bisogno della musica in modo che si integri in una immagine unica che dà interno ed esterno.
Vedrete, per esempio, nel film Rashomon, il bandito sdraiato che medita l'uccisione del Samurai; e la musica ... la musica dà i suoi pensieri.
Così come nel film Lost Week-end (Giorni perduti), un film sul-l'alcoolismo, la musica dà il disgregamento della personalità dell'alco-lizzato. Le immagini dànno quello che lui vede: i pipistrelli, i topi ecc., ma la musica il suo disfacimento interiore.
Questa collaborazione tra persone di talento è mostrata anche nel film di Pabst e Honnegger Mademoiselle Docteur (Salonicco nido di spie) in cui un grande regista e un grande musicista hanno creato un'opera che ha la sua unità. 
Certo, problemi di rapporti tra musicista e regista, tra il realismo di un'immagine cinematografica e l'astrazione di quella musicale, sí sono sempre posti; ma direi che sono i problemi che si pongono i cattivi musicisti e i cattivi registi. D'altra parte è anche vero che solo nel film artistico non si parla più di musica di commento, di musica illustrativa, oppure di musica di «ammobiliamento» come dicono i francesi, cioè quella musica che serve a riempire í vuoti della colonna sonora. Su questo problema della musica da film, secondo me, non ci sono regole; ed è per questo che questa trasmissione dà degli esempi, che sono quelli che contano.


ALBERTO LATTUADA: Il « bajon » del film Anna ha avuto nel film una funzione proprio peculiare: si trattava di descrivere la dissociazione di un carattere. Una ragazza aveva in sé i germi del male e del bene. Era, prima, ragazza che lavorava in un «night-club», poi la vediamo suora.
Il «bajon» è stato inventato non per dare un godimento, per così dire, «ritmico» al pubblico, ma proprio per sottolineare, diciamo, la parte demoniaca, istintiva, violenta di questo carattere, in contrasto con l'altra, che, dopo un certo dramma che la storia raccontava, la votava per sempre al sacrificio e la chiudeva per sempre nella sua funzione di servire l'umanità come suora.

GIAN FRANCESCO MALIPIERO: Il mio amico Cecchi chiamò Pirandello, prima di me, per fare il soggetto di Acciaio, poi Ruttmann per la parte visiva, diremo, e la musica l'affidò a me.
Io non avevo mai fatto film, e sono andato come un condannato a morte: vediamo che cosa succede!
E difatti successe che io scrissi la musica per conto mio, e gli altri fecero il film per conto loro. Non andavamo d'accordo, con vari incidenti che finirono piuttosto male per la musica. A mio parere, fu tutto sbagliato. Bisognava prima fare il film, poi cronometrarlo, e poi fare la musica sopra il testo.
Precisato questo particolare che mi sembra essenziale, io ho fatto questa musica. Chi l'ascolta, la sente e chi non ha avuto la fortuna di ascoltarla, non la sente. Più di questo non saprei dire. Vi furono vari incidenti, durante la realizzazione, che generarono malcontento. È per questo che la musica sta per conto suo, e il film fa altrettanto. Non so che sorte abbia avuto il film. Non lo ricordo, dopo tanti anni, e con la guerra in mezzo: perciò non saprei cosa dire di più. Che il film sia piaciuto come «macchine» sì, come «storia» no. Non era come l'aveva voluto Pirandello, perché Pirandello aveva pensato tutta un'altra cosa. Ruttmann fece in questa produzione il despota: giudicherete voi che risultato ha ottenuto; perché, sì, ... le «macchine» erano belle, ma non trovo che si possa fare tutto con le «macchine». Ci vuole un po' più di umanità.

PIER PAOLO PASOLINI: In Accattone ho voluto rappresentare la degradazione e l'umile condizione umana di un personaggio che vive nel fango e nella polvere delle borgate di Roma. Io sentivo, sapevo, che dentro questa degradazione c'era qualcosa di sacro, qualcosa di religioso in senso vago e generale della parola, e allora questo aggettivo, «sacro», l'ho aggiunto con la musica. Ho detto, cioè, che la degradazione di Accattone è, sì, una degradazione, ma una degradazione in qualche modo sacra, e Bach mi è servito a far capire ai vasti pubblici queste mie intenzioni.

FEDERICO FELLINI-NINO ROTA.

FELLINI: E qui siamo alla solita storia della «marcetta dei gladiatori». La faccenda sta così: che io sono stato molto tentato, francamente, di lasciare questo motivo nel film perché mi sembrava proprio il più immediatamente evocativo; quindi ho girato con questa marcetta di colore, che è la marcetta del circo. Però, nello stesso tempo, non vorrei che questa evocazione fosse così realisticamente evocativa, cioè che richiamasse esattamente il circo. Come, nel fotografico, ho tentato di fare una specie di ricordo del circo, come può immaginarselo un bambino, qui ci vorrebbe, e tu solo, Nino, puoi farlo, una musica che rievocasse l'atmosfera del circo, che rievocasse la « marcetta dei gladiatori», ma fosse completamente diversa: cioè un ricordo della «marcetta dei gladiatori». Mi rendo conto che è un discorso un po' confuso e anche un pochino difficile, però, proprio per seguire questa operazione che credo sia abbastanza riuscita nel figurativo, si potrebbe fare la stessa cosa sulla colonna sonora: cioè dare il profumo della musica del circo a questa parte di Giulietta degli spiriti ...

 ROTA: Posso tentare: per esempio, un valzerino ... ma si può vedere se con un altro ritmo viene fuori una cosa più adatta ...

FELLINI: Soprattutto più «fracassona». L'attacco deve essere proprio così, a chic, estremamente violento e «fracassone» come la musica del circo. Un tipo di sonorità estremamente vistosa, ma che nello stesso tempo possa prestarsi poi ad essere attenuata senza perdere di violenza, perché poi, sotto, ci va il dialogo ... Come faresti? come fa il valzerino?

ROTA: Il valzerino fa così ... (eseguisce al piano). L'atmosfera è sempre quella del music-hall. Basta fare ...

FELLINI: Un attacco violento, questo attacco sulla ballerina che va indietro con l'altalena ...

ROTA: Ecco ... te lo posso far sentire al piano ...

da COLONNA SONORA Viaggio attraverso la musica del cinema italiano di Glauco Pellegrini
in BIANCO E NERO Rassegna mensile di studi cinematografici e televisivi
Centro Sperimentale di Cinematografia - Anno XXVIII - Numero 3-4 Marzo-Aprile 1967

 

COSTUMI DA OSCAR Gabriella Pescucci: come si creano gli abiti per il cinema

COSTUMI DA OSCAR Gabriella Pescucci"La macchinetta in cui inserisci la moneta e viene fuori il costume non l'hanno ancora inventata". Con una battuta di spirito Gabriella Pescucci si schermisce, e aggiunge: "Purtroppo stiamo perdendo la mentalità artigianale, non c'è ricambio di generazioni, oggi i giovani preferiscono andare a lavorare in una jeanseria, eppure il lavoro artigianale in una sartoria è estremamente creativo". La costumista "Oscar '94", circondata dai costumi de "L'età dell'innocenza" montati sui manichini nel salottino della gloriosa sartoria di Tirelli, da cui sono usciti anche quelli del Gattopardo e di Ludwig - e in cui la Pescucci ha creato gli abiti di grandi film come Il nome della Rosa, C'era una volta in America, La città delle donne, Il barone di Munchausen, materializzando i sogni di Fellini, Leone, Gillian, Annaud - risponde con gentilezza e amabilità alle nostre domande. Rivela eleganza, discrezione e soprattutto passione per il proprio lavoro, che lei considera di gruppo: "Ci vorrebbe poco per far sì che il mio lavoro si veda molto, invece che una paillette piccola se ne mette una grossa e il gioco è fatto, ma è bello quando il lavoro è d'equipe, amalgamato in modo che nessuno prevarichi, dove tutto è nelle mani del regista che diventa un po' come il direttore d'orchestra". Stupisce la modestia e la grande professionalità di questa costumista il cui lavoro ha determinato il sapore d'epoca suggestivo e preciso di film che rimarranno nella storia del cinema, un lavoro consacrato dall'Oscar per un film, quello di Scorsese, dove il colore, la pittoricità, la ricostruzione maniacalmente esatta dell'immagine della aristocrazia newyorkese fine Ottocento sono elementi fondamentali del fascino visivo. "Avevo molto amato il romanzo della Wharton nella mia giovinezza, per cui mi ci sono buttata con molto calore e anche coraggio, Scorsese aveva fretta di girare e non avevo molto tempo per la preparazione, ma lui è stato magnifico, mi ha lasciato la massima libertà...".
Come è avvenuto lo studio dei personaggi? "Partendo dal libro che è descrittivo al massimo, quasi didascalico, poi decidendo insieme a Scorsese, ad esempio, che Helen doveva essere una donna più "donna", con una femminilità prorompente, con più carattere, rispetto all'altra, Mary, che invece doveva risultare più ragazzina, con un'aria più ingenua. Questa diversità tra le due immagini, sottolineata dai colori e dalla scelta dei dettagli, rendeva più drammatica la situazione del protagonista, diviso tra due sentimenti".
Questo lavoro così minuzioso sui dettagli ha fatto scrivere ad alcuni il nome di Luchino Visconti...
"Ogni volta che si fa un grande film in costume la critica cita Visconti. Visconti è stato un grande maestro, io da ragazzina ho avuto la fortuna di lavorarci, ma non si può citarlo ogni volta. Io trovo che il lavoro di Scorsese è completamente diverso: a Visconti interessava il quadro di una società, di un mondo in disfacimento osservato nella sua crisi, a Scorsese interessa andare "dentro" con la macchina da presa, con cattiveria, curiosità, avidità: un altro modo di raccontare..."
Certo, ma l'amore per la ricostruzione critica di un'epoca li accomuna. "Visconti è stato un caposcuola dell'esattezza di ricostruzione, dell'amore per il passato, questa lezione certamente Scorsese l'ha tenuta presente".
Per lei è fondamentale la documentazione e la ricerca di tipo storico? Oppure lascia spazio alla fantasia... "Fantasia è una parola molto vaga: nessuno inventa niente. Il mio lavoro è una ricerca il più possibile accurata di quello che è stato il modo che devo ricreare, dopo di che posso dire, questo era quel mondo, ora cerco di appropriarmene, magari distorcendolo... ma chi inventa o crede di farlo, lo fa per ignoranza, tutto è stato fatto, non si fa che ricreare, riproporre".
Ma quanto è grande secondo lei il margine tra verità documentata e invenzione? "Si parte sempre dal massimo della conoscenza dell'epoca, o del mondo fantastico che si vuole interpretare. Per Il Barone di Munchausen dissero che avevo "inventato", ma io non inventai nulla, piuttosto partii da una documentazione di varie epoche, distorcendo e pasticciando, mescolando vari stili perché in quel caso l'esigenza della regia me lo permetteva".
E per "The Age of innocence" come ha proceduto? "Sono partita da una documentazione soprattutto pittorica, assimilando il gusto di pittori come Tissot o Sargent, che erano di moda nell'ambiente aristocratico newyorkese del 1880".
E' stata, questa iconografia, una fonte ispirativa o semplicemente un dato di documentazione? "Il mondo pittorico o fotografico d'epoca è sempre per me una fonte di emozione, ogni volta che inizio un film c'è come un innamoramento, per un pittore o per un fotografo, dal quale parto per immergermi in profondità nel clima di un'epoca storica".
Com'è il rapporto di collaborazione con Dante Ferretti, scenografo con cui spesso lavora in coppia? "E' un rapporto unico, ci capiamo al volo, abbiamo cominciato insieme facendo gli assistenti. L'accordo non ha bisogno nemmeno di consultazioni, a volte scopriamo per caso che lui ha messo una certa carta da parati proprio del colore che io ho in mente per gli abiti di quella scena. Ne L'età dell'innocenza per esempio lui aveva fatto l'interno di una stanza tutta con cineserie, e io avevo pensato di far indossare all'attrice proprio una vestaglia cinese!"
Lei ha lavorato anche per il teatro e la lirica, che differenza c'è con il cinema? "Io che vengo dal cinema, quando faccio il teatro (ultimamente La vestale alla Scala), mi viene naturale renderlo più realistico e minuzioso possibile, ma considero la distanza. Il cinema va "dentro", a teatro perché arrivi qualcosa si deve un po' esagerare... ma io amo il cinema sempre di più, amo il lavoro quotidiano e l'incontro con il set..."

Intervista di  BRUNO ROBERTI da VIVI IL CINEMA Aprile-maggio 1994

 

Trent'anni senza Sergio Leone, ecco come "un romano de Roma" reinventò il genere western

sergio leone clint eastwoodTrent'anni senza il grande regista, che moriva il 30 aprile 1989, capace di rivoluzionare il modo di usare la cinepresa e di traghettarci nel cinema moderno. Chi lo avrebbe mai detto? Chi avrebbe potuto immaginare che il western, "il cinema americano per eccellenza" (parole di John Ford), sarebbe stato reinventato, ridisegnato, dinamitato addirittura da "un romano de Roma"? Come sostiene Alex de la Iglesia, il western è il più astratto dei generi cinematografici, il più lontano dalla realtà: quello, in un certo senso, che ha "creato" il cinema.

E Sergio Leone, allora, cresciuto in pieno clima neorealista italiano e perfino figurante – a meno di vent'anni – in Ladri di biciclette? Certo, Sergio era nato al centro stesso del mondo cinematografico romano: figlio di Roberto Roberti (pseudonimo di Vincenzo Leone, regista di una quarantina di film) e dell’attrice romana Bice Waleran. Ma quello, appunto, era il tempo dei film-opera, dei peplum, delle fantasie salgariane; mentre i western se ne stavano rigorosamente dall’altra parte dell’Oceano. E infatti Leone cominciò come sceneggiatore (Nel segno di Roma), assistente alla regia (Sodoma e Gomorra), o anche direttore della seconda unità (non accreditato) per i blockbuster della Hollywood sul Tevere: Quo vadis?, Elena di Troia, Ben Hur.

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sergio leone Per un pugno di dollariLeone fu, se non il primo, uno dei primi a convertirsi allo spaghetti-western, di cui colse e distillò l’essenza diventando subito il più celebre regista del genere; che, grazie a lui, avrebbe foraggiato l’industria cinematografica italiana per più di un decennio. Sergio, del resto, non poteva sbagliare, unendo l’amore per i classici di Ford, Zinnemann, Aldrich con una inclinazione per la cultura giapponese che ritroveremo sia nei soggetti, sia nelle “maschere” impenetrabili di alcuni cowboy. Nel 1964 il suo primo western, Per un pugno di dollari (che uscì firmato Bob Robertson, in onore allo pseudonimo paterno), stupì e conquistò il pubblico, col suo eroe dalla faccia di pietra (il semisconosciuto Clint Eastwood, dopo che il poco lungimirante Rory Calhoun, già protagonista del Colosso di Rodi, aveva disdegnato il ruolo), con le musiche orecchiabilissime di Ennio Morricone e con una nuova, esibita amoralità, consona ai tempi che si andavano profilando. È noto che il film procurò a Leone parecchie grane: largamente basato sulla Sfida del samurai di Akira Kurosawa, suscitò le ire del maestro giapponese; che intentò una causa al collega italiano, vincendola.

sergio leone e felliniTuttavia Per un pugno di dollari non era un colpo di fortuna, o un mero frutto del caso. L’universo che, in un sol colpo, aveva creato, esigeva di essere ripreso e valorizzato. Lo fu doppiamente: con Per qualche dollaro in più e Il buono, il brutto, il cattivo; che, assieme al prototipo, andarono a comporre la famosa "trilogia del dollaro". Poi Leone, circonfuso di fama e riconoscimenti internazionali, volle ampliare ulteriormente le proporzioni delle sue opere e – come dire? – l'angolo visuale del suo acuto occhio registico. Lo fece con un blockbuster come C'era una volta il West, fitto di star che aveva amato da spettatore seduto il platea (Henry Fonda, Charles Bronson); col suo film "rivoluzionario" Giù la testa; con la maxi-saga gangsteristica C'era una volta in America, dalla visione troppo europea per piacere al pubblico americano. E c'è da giurare che l'avrebbe fatto all’ennesima potenza con L'assedio di Leningrado, che si preparava ad andare a girare on location in Russia, pochi giorni prima di morire per un attacco cardiaco a soli sessant'anni.

Che Sergio Leone abbia contribuito in modo decisivo a cambiare il modo di usare la cinepresa, inaugurando un suo (e molto imitato) stile di "cinema moderno", lo hanno detto voci autorevoli del mestiere, da Clint Eastwood a Quentin Tarantino, cui sarebbe troppo facile accodarsi. Piace, invece, ricordare un episodio che dimostra come il regista non fosse narcisisticamente innamorato dei propri film, ma riflessivo e sempre pronto a migliorarsi. Lo ha raccontato così, per i suoi novant’anni, il complice e collaboratore di una vita, Ennio Morricone: "un anno dopo l’uscita Per un pugno di dollari era ancora nelle sale e con Sergio andammo a vederlo al Cinema Quirinale. Uscendo, ci guardammo e, nello stesso istante, esclamammo: che brutto film abbiamo fatto!".

dall'articolo di  ROBERTO NEPOTI  per Repubblica.it

'C'era una volta Sergio Leone', dopo Parigi la mostra a dicembre a Roma

 

Deadline: Intervista a José Rodriguez

Dietro le quinte del corto Deadline girato in cinematografia digitaleIntervista a José Rodriguez, il regista / creatore di "Deadline", un cortometraggio d'azione interamente realizzato in cinematografia digitale. Tanto impegno e passione hanno permesso di creare un cortometraggio con una CG spettacolare. Scopriamo come.

 

So che "Deadline" era il progetto finale di un corso. Puoi dire ai nostri lettori qualcosa di più su come è nato?

José Rodriguez: Circa tre anni fa, nel 2009, ho deciso di approfondire la mia passione per il 3D, per gli effetti speciali, e più in generale per il film-making. Per farlo ho consultato una scuola di Barcellona, FX Animation, e partendo dalle premesse di quello che mi interessava realizzare abbiamo stabilito un percorso di studio che comprendeva l'animazione 3D con LightWave 3D e il compositing 2D con Fusion. Ho iniziato così e per completare il corso e considerare superato l'esame, il requisito era quello di consegnare un progetto finale.

camion

Un classico del cinema Hollywoodiano, il grande camion sull'autostrada: a costo zero

Per me, la migliore motivazione in un progetto è: "Fai quello che ti piace guardare al cinema". Così, fin dall'inizio ho deciso che volevo fare un cortometraggio di azione con inseguimenti automobilistici.

Quanto tempo ci è voluto per realizzarlo?

Dato che il cortometraggio è stato realizzato nel mio tempo libero (in altre parole la sera, dopo il lavoro e dopo aver frequentato le lezioni del corso stesso), mi ci sono voluti circa un anno e mezzo per completare il corto. Devo dire che ci sono state parecchie settimane nelle quali non sono stato assolutamente in grado di lavorarci, quindi questa durata di un anno e mezzo è molto più di quanto in realtà sarebbe servito se mi ci fossi dedicato a tempo pieno.

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Rendering spettacolari permettono di produrre a costo zero scene da cinema

Deadline è partito da un'idea o si è evoluto da una classica scena di inseguimento in auto?

La verità è che è iniziato e si è sviluppato in base a quello che richiedeva l'azione, aggiungendo qualcosa di simile a una storia per colmare i "vuoti" e per giustificare, almeno in minima parte, ciò che accade sullo schermo.

Gli obiettivi del progetto erano di dimostrare le capacità del 3D, del compositing e gli effetti speciali. Non ho fatto quasi nulla per preparare uno script: il soggetto della storia è decisamente qualcosa in secondo piano in Deadline.

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Simulazione dinamica della collisione e effetti di particelle

Da quanto dura la passione per gli effetti visivi e il film making?

Il mio interesse nella regia e nel 3D risale al 1996. Nel cinema mi è sempre piaciuto in modo particolare tutto ciò che è nello stile classico degli "Hollywood blockbuster". Non appena ho potuto mettere le mani su una videocamera, ho iniziato subito a girare cortometraggi. Ma le mie non sono le storie che si incentrano sui personaggi.

Mi interessa il corto di intrattenimento, l'obiettivo è far saltare in aria le cose e sparare a qualsiasi cosa si muova sullo schermo.

Ovviamente, le prime realizzazioni sono state ben lontane dal somigliare a quello che avevo intenzione di creare quando le ho fatte (ci sono circa un paio di miei cortometraggi, che è davvero vietato guardare :-) ).

Ma la mia speranza è che nel corso del tempo, con l'affinarsi delle conoscenze e delle tecniche, i miei lavori riescano a essere sempre di più vicini all'idea che ho nella mia testa e che cerco di realizzare. Con "Deadline" penso di aver ottenuto più o meno quello che volevo e naturalmente, lavoro dopo lavoro, spero di migliorare in tutto quello che faccio.

Quali sono i registi che più hanno influito sulla tua visione del cinema?

Lo stile visivo di Michael Bay è il riferimento più diretto, cerco sempre di tenere a mente quel modo di mettere in scena l'azione. Non parlo di cose come la qualità della trama dei suoi film, credo che come regista d'azione non abbia rivali. Bay è in grado di mettere lo spettatore all'interno di tutte le sequenze d'azione, ed è quello che, in qualche modo, desidero ottenere anche io.

"Deadline", essendo al 95% creato completamente in CGI, mi ha dato la libertà di pensare a come e dove posizionare le telecamere, quante macchine da presa volevo, quali obiettivi fossero i più appropriati da utilizzare. Ho potuto girare in controluce, e simulare molti shot come li avrebbe fatti Bay (o perlomeno, come penso che li avrebbe fatti).

Insomma, tutto è stato fatto come se stessi lavorando a una ripresa vera e propria. Nel cortometraggio al quale sto lavorando adesso, la percentuale di CGI è scesa al 30% o giù di lì, e questo significa che ho molti più limiti tecnici (e di budget, lol). E quindi non penso di riuscire ad avere un risultato in stile "produzione di Bay".

Ma bisogna sempre tentare!

Il cortometraggio "Deadline", i pochi shot girati dal vero (le persone) sono stati fatti con una miniDV.

Per "Deadline" hai fatto storyboard dell'inseguimento?

Ho fatto una "previz" per l'intera sequenza di introduzione e per tutto l'inseguimento attraverso il tunnel, era un requisito del progetto. Ma il resto del corto l'ho fatto molto più liberamente.

Poiché soltanto io ho lavorato al progetto, era subito molto chiaro come avrei voluto le riprese e non avevo bisogno di realizzare un "premontato" di tutto per spiegare le scene a me stesso. In un certo senso, il fatto che fosse tutto CGI, mi ha dato la possibilità di escludere delle idee e modificarle, prima di passare alla "ripresa" (cioè, al rendering ;) ).

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Un altro grande classico: in quanti film abbiamo visto questo canale?

Il montaggio è molto serrato ma anche con un'ottima continuità. È stato scartato molto materiale durante l'editing?

No, in realtà non è stato scartato quasi nulla del rendering durante il montaggio. Poiché ho pianificato le sequenze complete come se fossero una ripresa reale, mettendo le telecamere di Lightwave nelle posizioni alle quali ero interessato, tutto quello che ho fatto è stato di attivare il plugin "CameraSelector" e alternare da una macchina da presa all'altra quando lo volevo.

Essendo la stessa sequenza, vista da ciascuna macchina da presa, la continuità era automaticamente esatta. Quindi ho solo dovuto decidere gli intervalli di fotogrammi dei quali avevo bisogno per ogni shot.

Puoi condividere qualche suggerimento sull'animazione? È molto realistica.

La maggior parte dell'animazione è fatta con keyframe manuali, e una parte è stata automatizzata. Ad esempio, ogni macchina aveva un "volante virtuale", che mi ha permesso, quando lo ruotavo, di influenzare la rotazione delle gomme e il rollio della carrozzeria.

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Ancora un esempio di ambiente e elementi 3D da Deadline

Un rig permetteva di collegare la rotazione delle ruote alla effettiva velocità e allo spazio percorso. Tutto quello che ha richiesto un' interazione fisica, come l'impatto dell'auto o le travi metalliche che cadono dal camion, è stato calcolato utilizzando simulazioni dinamiche.

Le travi che cadono le ho realizzate con il sistema di fisica nativo di Lightwave (niente Bullet Physics, a quei tempi c'era solo la versione 9.6 di Lightwave), e le collisioni delle auto con una plugin in 3DS Max, che importava una geometria di base per l'automobile, calcolava la simulazione, e quindi esportava l'animazione finale pronta per il rendering in Lightwave.

Qualche consiglio sul rendering? In Deadline è spettacolare. Ed è tutto opera di una sola persona.

La maggior parte è rendering direttamente da Lightwave senza alcuna modifica (insomma, senza passate di rendering, layer di riflessione, colore, ombra, etc.). Fatta eccezione per la necessaria post produzione, come ad esempio la correzione del colore, l'aggiunta di lens flare dell'obiettivo e altri ritocchi classici. Ho fatto il rendering per passate solo per quanto riguarda gli effetti come il fumo. È molto più facile controllare il risultato degli effetti particellari se si fa il rendering come strati separati e poi li si ricompone in 2D.

Tutti i rendering sono stati calcolati con l'illuminazione globale. Uno dei punti di forza del motore di rendering di Lightave è la sua velocità. Il tempo di render medio per ogni fotogramma è stato di circa 6 o 7 minuti. Bisogna tener presente che la risoluzione non era HD, ma DVD PAL. Nonostante questo credo che i tempi di rendering siano stati decisamente buoni.

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Wireframe e rendering finale si alternano — si riesce anche a vedere il rig slider di animazione

Da quanto tempo lavoravi con Lightwave quando hai realizzato "Deadline"?

Ho iniziato ad usare Lightwave quando ho fatto il corso di 3D e effetti speciali. In passato ero un utente 3D Studio Max. Il passaggio da 3ds Max a Lightwave, per me, è stato molto produttivo.

Hai fatto riferimento a un nuovo cortometraggio. Di cosa si tratta?

Si tratta di un corto d'azione, che è un video promozionale per una squadra di airsoft nella quale si trovano alcuni dei miei amici. L'idea è di creare qualcosa come un "Call of Duty" ripreso dal vivo, ma resta da vedere se ci riesco oppure no.

Dal punto di vista della storia non c'è molto da dire. Questa è una missione di salvataggio di un ostaggio, effettuata da un gruppo militare. Ma è un tentativo da parte mia di girare scene d' azione riprese dal vero, e certamente è stato un passo importante nel mio percorso di regia. Quando abbiamo girato ho dovuto coordinare un gruppo di circa 20 persone, con tante inquadrature diverse. È stato difficile, ma non credo che sia andato male.

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Il girato originale con una DSLR 550D Canon

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E i "piccoli" cambiamenti ottenuti con la postproduzione digitale

In questo momento, la post produzione è completa per più del 60%, ma è arrivata alla parte più difficile, le sequenze finali, dove ci sarà per la maggior parte CGI, perché devo creare ovunque degli spari, delle esplosioni e dei veicoli (e le esplosioni dei veicoli! lol).

Questo nuovo corto è girato con una DSLR? Che esperienza hai avuto con il Rolling Shutter?

Sì, per questo progetto, ho usato una EOS 550D per le riprese. Infatti, il Rolling Shutter è uno dei peggiori difetti del sistema DSLR, se non il peggiore. L'effetto "gelatina" può essere più o meno presente, e forse non si nota in alcune riprese, ma quando si tratta di integrare 3D e immagini reali uno shot con il Rolling Shutter è lo scenario peggiore possibile.

È vero che ci sono plugin basate sui sistemi di analisi del movimento e che queste possono correggere in parte il problema. Ma il risultato non è perfetto, lascia degli "artefatti" sulle immagini, e comunque gli oggetti 3D non sono perfettamente integrati con le riprese live action.

Girare con i sistemi DSLR è eccellente. Dalle possibilità di scelta degli obiettivi, al controllo su apertura e filtri. Danno un'ottima flessibilità di ripresa. E soprattutto, danno un tocco cinematografico molto difficile da eguagliare. Ma quando si tratta di scene d'azione , o peggio, scene d'azione con elementi 3D e effetti speciali... non è sicuramente la soluzione migliore.

Cosa pensi di Lightwave?

Per me è la migliore soluzione in termini di software "out of the box". È in grado di dare buoni risultati in poco tempo. Il motore di rendering nativo è eccellente e dà una qualità molto fotorealistica con tempi di rendering decisamente bassi. Ora con la versione 11, hanno ottimizzato molto il sistema di antialiasing, e questo permette di ottenere la stessa qualità delle versioni precedenti, o addirittura una qualità superiore, con tempi di rendering ancora più ristretti.

A mio parere, è meno utilizzato nelle grandi produzioni, dove le società di effetti speciali sono in grado di sviluppare le proprie soluzioni basate di solito su Maya e Houdini. Ma quando si tratta di ottenere risultati con meno risorse e meno tempo, per me, Lightwave è lo strumento da utilizzare.

Ma, come dico sempre lo strumento non è importante. Con qualsiasi software si può ottenere tutto!

Cosa suggeriresti a qualcuno che volesse girare cortometraggi come i tuoi?

Se si tratta di una produzione 3D, per me la cosa più importante ai fini di un risultato realistico è di pensare come se si trattasse di una ripresa reale.

  • "Si potrebbe davvero mettere la macchina da presa lì?"
  • "Di quale attrezzatura, quali lenti, dolly, gru, o illuminazione, avrei bisogno per fare questo nella realtà?"
  • "Se abbasso la macchina da presa in questo modo, potrei farlo anche dal vero?"

Prendendo in considerazione tutto questo, i risultati saranno già un po' più vicini alla realtà. E oltre a questo, è sempre bene di aver visto tanti, tanti film d'azione, e cercare di ricordare quali elementi hanno avuto un impatto più forte e particolare.

José, grazie per l'intervista e per tutti i preziosi consigli. La prima volta che ho visto Deadline su YouTube ho pensato che veramente, finalmente, il mondo della produzione indipendente era cambiato. È impressionante che tu abbia realizzato da solo tutto questo. Non è solo tecnicamente eccezionale, ha il ritmo e il "polso" di una produzione ad alto costo. Insomma, è uno stimolo per tutti a fare sempre di più. Grazie ancora!

Massimiliano Marras

dal sito vfxwizard.com - Corsi Online Effetti Speciali: Corso professionale effetti speciali, compositing e animazione 3D (After Effects, Lightwave, Maya, zBrush, VUE)

 

L'ULTIMA ZINGARATA. Un funeralone da fargli pigliare un colpo!

Il cortometraggio “L’ultima Zingarata”, remake della celebre scena finale del film “Amici Miei”, presentato alla 67° edizione della Mostra del cinema di Venezia,  diventa un film documentario dal titolo “L’Ultima Zingarata. Un funeralone da fargli pigliare un colpo!” che sarà presentato a Firenze, in anteprima nazionale, al cinema Odeon, martedì 15 febbraio.

Ideato e prodotto da Francesco Conforti, con la regia di Federico Micali e Yuri Parrettini, il film documentario ripercorre la straordinaria storia della nascita del cortometraggio. Ne racconta la genesi, offre uno spaccato inedito delle riprese, si avvicina alle mille comparse volontarie, per poi concludersi a Venezia, dove il cortometraggio è stato proiettato nell’ambito delle Giornate degli autori della 67° edizione della Mostra del cinema.

Perla del film è l’intervista inedita a Mario Monicelli e il suo cameo come attore. Il regista della commedia italiana, nella sua ultima partecipazione a un progetto filmico, racconta, tra aneddoti e curiosità sullo sfondo di Amici miei, anche le origini delle cosiddette “zingarate” e delle “supercazzole”.

“Queste zingarate – spiega Monicelli nel documentario – erano vere, tutte cose che si raccontavano a Firenze. Così come la “supercazzola”: un nostro caro amico, tale Raffaello Pacini, in questo era sublime. Fermava la gente per strada, chiunque fosse, la teneva lì per pochi minuti senza dire niente ma prendendoli in giro. Era bravissimo”. Relativamente alla celebre scena degli schiaffi ai viaggiatori alla stazione di Santa Maria Novella di Firenze, racconta che “le comparse sul treno non sapevano che avrebbero preso degli schiaffi dai cinque amici. Fu una sorpresa per tutti e ci fu un’insurrezione delle stesse comparse”.

Il documentario di Federico Micali e Yuri Parrettini - che già avevano indagato il rapporto particolare tra i film e i suoi spettatori con “Cinema Universale d'essai”, distribuito al cinema nel 2009 -, immerge lo spettatore nella Firenze di “Amici Miei”, rievocandone lo spirito goliardico, ironico e a volte amaro anche grazie a rielaborazioni e ricostruzioni grafiche. Il documentario ritrae una generazione d’intramontabile comicità dando voce agli stessi protagonisti del film cult: Gastone Moschin, Milena Vukotic, Maurizio Scattorin (nel film originale figlio del Perozzi) e il fornaio “becco” Tommaso Bianco (tutti saranno presenti all’anteprima all’Odeon). Non manca la testimonianza della moglie del regista, Chiara Rapaccini, anche lei presente all’anteprima.

Il documentario termina con il cortometraggio girato il 6 giugno 2010 in piazza Santo Spirito di Firenze alla presenza di oltre un migliaio di “zingari” vestiti a lutto e accorsi spontaneamente (contattate anche tramite facebook) da tutta Italia. La clip segue le stesse inquadrature iniziali dell'originale (con poche persone), per poi aprirsi a raccontare un funerale surreale e onirico dove tutti sono vestiti eccentricamente a lutto, per spaziare tra corone di fiori e majorettes, tra bande musicali e giocolieri del Circo Nero, fino agli Hare Krishna a chiudere il corteo. Proprio come avrebbe voluto l’architetto Melandri per il suo caro amico Perozzi. Nella parte dell’architetto Melandri c’è nuovamente l’attore Gastone Moschin e nella parte che fu di Adolfo Celi il cameo di Mario Monicelli che, prima della morte, non potendo essere presente alle riprese, lasciò un audio “messaggio di speranza” per Firenze.

“Ragazzi - disse il maestro davanti alle mille comparse - non sono potuto venire a Firenze, non ho l'eta' per fare queste cose. Vi ringrazio di essere tutti presenti in questa Santo Spirito meravigliosa e soprattutto di aver partecipato a questa 'zingarata', forse una delle ultime. Beati voi che siete fiorentini, che siete nati in una citta' dove si fanno le 'zingarate', dove c'e' la liberta' di ridere, di divertirsi e di avere a disposizione tutta questa gente. Come vedete questo spirito a Firenze c'e' ancora e speriamo che non muoia mai. E che si ripeta ancora e ci sia qualcuno che lo faccia vedere al mondo come e' successo per il film 'Amici miei”.

“L’ultima zingarata. Un funeralone da fargli pigliare un colpo!” sarà distribuito insieme a un libro fotografico per Giunti Editori come supplemento al quotidiano La Nazione e venduto in tutte le librerie Giunti al Punto d’Italia. Parte del ricavato delle vendite sarà devoluto all’associazione Busajo Onlus (www.busajo.org) che sostiene il progetto “Smiling Children Town” contribuendo a reperire i fondi per aiutare i bambini di strada in Etiopia.  

Dichiarazioni di Federico Micali e Yuri Parrettini (registi):

Un giorno mi squilla il telefono e sento fare “Si, Micali? Sono Mario Monicelli” e dice “Volete rifare il funerale del Perozzi? E’ un’idea fantastica. Io ci sto”.
L'idea di rifare il funerale del Perozzi ci era sembrata da subito una follia …. e quindi ci sembrava assolutamente pertinente allo spirito dell'Oltrarno, forse l'ultima parte di Firenze che rappresenta ancora l'anima della città, almeno come siamo abituati a conoscerla.
E infatti durante l'organizzione delle riprese del cortometraggio ci siamo resi conto di come alla fine intorno al progetto si stesse muovendo “la pancia” di una città legata a doppio filo con uno dei film che la rappresenta di più. In qualche modo era la stessa Firenze che avevamo incontrato durante le riprese di Cinema Universale d'essai, il nostro precedente lavoro incentrato sulle alterne vicende di una fantastica e anarchica sala cinematografica di San Frediano dove il pubblico in sala interagiva liberamente con lo schermo riscrivendo la trama dei film.
L'incontro con Mario Monicelli- che per l'appunto aveva molto apprezzato proprio Cinema Universale d'essai – è stato il momento in cui abbiamo capito che oltra al cortometraggio dovevamo andare a raccontare tutto quello che si stava muovendo intorno allo stesso. E quindi la fantastica partecipazione di Gastone Moschin, di Milena Vukotic,del figlio del Perzozzi e del fornaio becco, ma anche e sopratutto di quelle centinaia e centinaia di persone che una calda domenica di giusgno si sono presentati vestiti a lutto in Piazza Santo Spirito per amore del cinema.
Monicelli ha subito apprezzato il piglio dell'iniziativa, che gli pareva toccare le corde della sua commedia all'italiana. Ci ha regalato anche un cameo attoriale- insieme all'immenso orgoglio di averlo diretto per qualche minuto- interpretando i panni che furono di Adolfo Celi... quelli del boss.
E non poteva essere altrimenti: il boss geniale, un punto di riferimento assoluto sia autoriale che ideologico che ci mancherà veramente tanto.

Dichiarazioni di Francesco Conforti (ideatore e produttore):

…abbiamo pensato, ma perchè seguendo le parole del Melandri alla fine del film non rifacciamo un Funeralone come avrebbero voluto loro, con bande, bandiere, corone , telegrammi , puttane e militari… tutte cose che in piazza S.Spirito si  trovano con una certa facilità!
E’ stato un anno intenso: dal concepimento dell’idea al suo sviluppo e realizzazione, dalla partecipazione a Venezia alle zingarate per l’Italia per raccogliere le tante interviste che fanno da punteggiatura al film. Un anno confortato da tanti amici che ci hanno aiutato, sia economicamente che moralmente, da vecchi Amici con la A maiuscola, grazie ai quali ‘L’Ultima Zingarata’ potrà avere una diffusione ben oltre i nostri confini cittadini e portare una ventata d’Oltrarno per l’Italia, e da tanti nuovi amici come Mario Monicelli che purtroppo nel frattempo ha deciso di andarsene e al quale io, Federico, Clementina e tutta Firenze dedichiamo questo film, certi che questo “Funeralone” sia venuto proprio come lui lo avrebbe voluto!

Grazie “AMICI MIEI” !

Mario Monicelli nel documentario:

“Pietro Germi lo voleva girare a Bologna. Lui era di Genova, e pensava che anche i bolognesi fossero simpatici e cordiali. Poi quando arrivai io, dissi: io sono Toscano, il film si fa a Firenze”.

“Queste ‘zingarate’ erano tutte cose che si raccontavano a Firenze, non è stato inventato…non so se fossero reali ma si raccontavano”

“A Firenze c’erano almeno 15 persone che facevano la supercazzola molto meglio degli attori. Uno era un amico nostro, Raffaello Pacini, la faceva in una maniera sublime. Fermava la gente per strada, chiunque fosse, la teneva lì 6-7 minuti senza dirgli nulla, prendendoli in giro. Erano bravissimi”.

“La verità è che la comparse non lo sapevano che avrebbero preso degli schiaffi. Quando si sposta il treno dissi “fuori fuori” e ci fu una insurrezioni delle comparse”

“'Ragazzi non sono potuto venire a Firenze, non ho l'eta' per fare queste cose. Vi ringrazio di essere tutti presenti in questa Santo Spirito meravigliosa e soprattutto di aver partecipato a questa 'zingarata', forse una delle ultime. Beati voi che siete fiorentini, che siete nati in una citta' dove si fanno le 'zingarate', dove c'e' la liberta' di ridere, di divertirsi e di avere a disposizione tutta questa gente. Come vedete questo spirito a Firenze c'e' ancora e speriamo che non muoia mai. E che si ripeta ancora e ci sia qualcuno che lo faccia vedere al mondo come e' successo per il film 'Amici miei'''. (Messaggio audio trasmesso in piazza Santo Spirito durante le riprese)”.

‘‘Hanno messo insieme un funerale spettacoloso a Santo Spirito a Firenze. E’ un omaggio al mio film e a me’’.

Chiara Rapaccini nel documentario:

‘‘ Durante Amici Miei ho conosciuto Mario...ho lavorato esageratamente come comparsa, mi chiamava sempre...poi anche il mio babbo e la mia mamma furono presi da Monicelli, per l’appunto la mia famiglia venne tutta ingaggiata’’.

‘‘Quando il film è finito e il cinema ha lasciato Firenze è stata una cosa molto malinconica perchè Amici Miei aveva riempito la città di buonumore...sono tornati tutti a Roma ed io, che mi ero innamorata di Mario in modo un pò assurdo (40 anni di differenza) sono andata un pomeriggio da mia madre e le ho detto: ‘vado a Parigi con Monicelli, vado a vivere con lui’ .

Cesare Prandelli nel documentario:

“Dentro di noi c’è sempre un Perozzi. Bisogna tirarlo fuori”

Gastone Moschin nel documentario

‘‘Molti mi chiedevano: ma inventavate lì per lì? Non era scritto niente? E invece era scritto tutto solo che a noi stessi risultava di una tale freschezza, quando si dicevano le battute, da risultare inventate lì per lì. E’ stato il segreto del film, il segreto anche della direzione di Mario Monicelli che più che altro segnava i confini’’.

‘‘Il Melandri vero l’ho conosciuto: era un compagno di corso alla Scuola di Cinema di Germi e gli aveva raccontato queste storie vere che aveva vissuto a Firenze, con i nomi veri dei personaggi, e poi Germi si è ricordato le storie a distanza di tempo e ha pensato di reinventarle, arricchendole’’.

“E so na’ sega. A uno zingaro quando gli gira e gli gira”

Milena Vukoti? nel documentario:

‘’Amici Miei è stata una bellissima avventura, le giornate erano sempre molto cariche, molto intense, perchè sul set c’era sempre una grande vivacità’, non c’erano momenti di stasi’’.

L'ULTIMA ZINGARATA. Un funeralone da fargli pigliare un colpo!

Regia: Federico Micali e Yuri Parrettini
Produzione e ideazione: Francesco Conforti
Assistente alla produzione: Clementina Ricci
Montaggio e Post Produzione Video: Yuri Parrettini
Direttore della fotografia: Sirio Zabberoni
Riprese: Jonathan Chiti, Yuri Parrettini, Gianluca Marzo, Andrea Ponzecchi

Segretaria di Edizione: Martina Bartalini
Assistente di Regia: Giovanni Savi
Colonna sonora: Montefiori Cocktail, la banda musicale La Primula di Fucecchio

Anno di produzione: 2011
Produzione: Geronto Film
Durata: 69’

Distribuzione: dvd per Giunti al Punto

Produzione di Francesco Conforti
e il supporto dei Commerciarti di Piazza Santo Spirito e Savio Firmino, Ristorante Conte Mascetti  e gli esercizi commerciali dell'Oltrarno.

Con la collaborazione di
PiazzArt e Toscana Film Commission, Firenze, Busajo Onlus e Controradio 

Ideazione: Francesco Conforti
Web Marketing: Linda Bonacchi

Ufficio Stampa: PS Comunicazione di Antonio Pirozzi e Jacopo Storni – www.pscomunicazione.it

Interpreti:

Con la partecipazione straordinaria di
MARIO MONICELLI
GASTONE MOSCHIN

e con
MILENA VUKOTIC
MAURIZIO SCATTORIN
CHIARA RAPACCINI
TOMMASO BIANCO
CESARE PRANDELLI
“IL RIGHI” PAOLINO MONTAGNANI
"IL PEROZZI" ALESSANDRO BORGHI

Gli Amici
ANDREA OVALEO PANDOLFO
FRANCESCO CONFORTI
GIOVAMBATTISTA “GIAMBACCIO” GIANNANGELI
COSIMO SAVIO
FRANCESCO FRILLI
MICHELE GERVASUTI
ALESSANDRO JOMMI
L’Arciprete
Padre GIANMICHELE BARONI

e la partecipazione straordinaria del Circo Nero

Con all’interno il cortometraggio “L’ultima Zingarata” presentato in anteprima alle Giornate degli autori della Mostra del cinema di Venezia 2010.

“…Come vorrei che venisse fuori un funeralone da fargli prendere un colpo: e migliaia di persone, tutte a piangere, e corone, telegrammi, bande, bandiere, puttane, militari…”  

(Amici miei - 1975)

 

LUNEDI' 3 OTTOBRE 2011 - ORE 21:00 al Teatro Vascello a Roma
Come raggiungerci: Il Teatro Vascello si trova in Via Giacinto Carini 78 a Monteverde Vecchio a Roma sopra a Trastevere. 

 

Attori e registi, NY ha fatto scuola

Los Angeles o Manhattan? Il premio oscar Giuseppe Tornatorenon sceglie: «A me il cinema americano piace tutto. Loro sono l’industria, ma dall’Italia hanno davvero imparato molto»

Il cinema americano è sempre stato prioritario, decisivo nella storia di quest’arte così straordinaria. E noi ne siamo stati tutti affascinati e condizionati in maniera sostanziale. È tuttora così, anche se spesso siamo portati a pensare che oggi la cinematografia d’oltreoceano non sia più grande com’era una volta. Ma credere che quello che viviamo oggi sia meno importante di quello che abbiamo vissuto ieri, è un vizio comune nel quale inciampiamo spesso e temo che sarà sempre così anche tra cinquant’anni. Personalmente, come spettatore vedo e amo tutto e il contrario di tutto. La prima volta che sono entrato in una sala da solo me la ricordo ancora. Davano Gli argonauti di Don Chaffey (1963), la storia di Giasone alla conquista del vello d’oro: un film tutto effetti speciali, che mi ha letteralmente folgorato. Poi ho adorato John Ford e la grande epopea del western americano, L’uomo che uccise Liberty Valance (1962) è un’opera per me importantissima.

Come i divi, i grandi attori, da Robert Mitchum a Paul Newman, che sono i primi che mi saltano in mente. E Marilyn Monroe, che da ragazzino mi piaceva da pazzi. Però amavo tantissimo anche Bette Davis, straordinaria, grande, grandissima. E quando nel 1972 è venuta in Italia insieme a Joseph Cotten a girare con Luigi Comencini Lo scopone scientifico, a fianco di Alberto Sordi e Silvana Mangano, mi è sembrata una cosa davvero straordinaria. Mi fa sempre questa impressione tutte le volte che dei grandi attori americani arrivano a lavorare qui da noi: trovo sia un modo eccezionale per dimostrare che i legami tra il nostro cinema e quello americano sono molto più forti di quel che pensiamo. Ma arriviamo agli anni ’80, con altri fantastici protagonisti della storia del cinema: Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, Steven Spielberg che hanno segnato una stagione cinematografica fondamentale.

Trovare le ragioni vere della supremazia incontrastata del cinema Usa però non è semplice. Ci hanno provato in tanti, da sempre. Di sicuro è un’industria potente, la seconda più importante del Paese, e questo gli dà più forza, più energia. E ha fatto nascere più scuole. E non si tratta solo di scuola di New York o di Los Angeles, la prima più vicina all’Europa, più “antropomorfica” come direbbe Visconti, la seconda più attenta al consumo e al cinema di “genere”. L’aspetto più importante è che gli americani hanno sempre pensato all’arte del cinema come a una materia da studiare e da insegnare, mentre qui da noi è sempre stata considerata la strada per chi voleva tentare la fortuna. In più in America, a differenza di quel che capita in Europa, non c’è mai stata difficoltà a coniugare contenuti e divertimento. Da noi si è sempre considerato che solleticare il pubblico sia una cosa che non si fa, e così il cinema d’autore ha una casella e quello “di genere” ne ha un’altra. Loro, invece, non hanno mai avuto il complesso di fare film per divertire, sconvolgere, intrattenere gli spettatori. Come non si sono mai preoccupati dei limiti: gli americani fanno i film come si deve e se non hanno i mezzi non li fanno. Noi ci siamo sempre dovuti arrangiare, anche se questo - con tutte le implicazioni positive e negative che ne derivano - ci ha fatto produrre del grandissimo cinema.

Ma c’è un’altra ragione, secondo me, alla base della supremazia del cinema statunitense: è che riesce a ispirarsi e prendere dagli altri senza crearsi problemi. Anzi ammettendolo serenamente. Un esempio: il cinema d’impegno civile degli anni ’70, come Tutti gli uomini del presidente di Alan Pakula (1974) o I tre giorni del condor di Sydney Pollack (1975), ha preso le mosse dal nostro cinema impegnato di quegli anni. In fondo gli americani si sono nutriti di noi più che noi di loro. Sono meno chiusi e settorializzati, più aperti rispetto a noi europei che, condizionati anche dalla storia dei nostri Paesi, siamo sempre costretti a lottare per poter esistere. Sono più aperti in assoluto. Un “vecchio” come Clint Eastwood in Italia farebbe fatica a lavorare. Non gli darebbero una lira per fare un film, come a tutti i nostri grandi vecchi che allo scoccare dei 70 anni hanno cominciato ad avere difficoltà a trovare un produttore.

Sì, certo, c’è l’eccezione di Mario Monicelli, ultranovantenne ancora all’opera: però, quanto ha faticato per fare il suo ultimo film? Fosse stato in America avrebbe lavorato di più e con tempi di attesa molto più brevi. Adesso però anche oltreoceano qualche segno di crisi creativa si intravede. Puntano sui remake (a questo proposito, sta per uscire anche quello del mio Stanno tutti bene, con De Niro al posto di Mastroianni, e io lo aspetto con curiosità e con lo stupore che mi prende tutte le volte in cui un mio film viene amato in Paesi diversi da quello per cui era stato pensato), ripiegano sulla fantascienza e sembra che di quel grande cinema resti poco, che ora ci sia meno grandezza di allora. Stavolta però non è colpa del voler vedere l’ieri meglio dell’oggi, piuttosto dipende forse dall’immane rivoluzione tecnologica che sta trasformando la cinematografia mondiale. E che causa smarrimento.

Giuseppe Tornatore
24 marzo 2009

 da: http://www.corriere.it/cinema

 

C'era una volta in Sicila

"BAARÌA" APRE LA 6ª MOSTRA DI VENEZIA. PARLA IL REGISTA GIUSEPPE TORNATORE
C'ERA UNA VOLTA IN SICILIA
Un secolo di storia nel racconto di una famiglia del paese. Un budget mai visto. «Ma non chiamatelo kolossal».

Tre anni di lavoro, dal giorno in cui riemerse da un cassetto la prima bozza del soggetto. Sei mesi di riprese, intervallati da lunghe pause per problemi meteorologici e organizzativi. Due set principali, uno allestito a Bagheria, presso Palermo, e l’altro a Ben Arous, località a una ventina di chilometri da Tunisi, dov’è stato ricostruito l’antico aspetto del paese siciliano (con il lavoro di 350 carpentieri). Tra professionisti e non, 210 gli attori. Per le scene di massa, 35 mila comparse. E poi 1.500 animali di scena, 2.800 costumi, 1.431 musicisti, 27 temi musicali composti da Ennio Morricone, 300 mila metri di pellicola ridotti a due ore e mezza di film in un anno di lavoro in sala di montaggio. Due edizioni, una in dialetto siculo con sottotitoli e l’altra in italiano.

Bastano i numeri a spiegare lo sforzo produttivo e perciò l’enorme attesa per Baarìa - La porta del vento, pellicola con cui Giuseppe Tornatore è stato chiamato a inaugurare la 66ª Mostra del cinema di Venezia, onore che da vent’anni non toccava a un titolo italiano. Ma c’è di più, molto di più. Perché il regista siciliano che ha vinto l’Oscar nel 1990 col suo secondo film, Nuovo Cinema Paradiso, e ha avuto l’abilità di farsi scoprire da un grande produttore come Franco Cristaldi, è da sempre artista che divide e fa discutere, amato od osteggiato. Uno dei pochi cineasti italiani conosciuti oggi nel mondo i cui film sappiano conquistare pubblico all’estero. 

«Siamo in Italia. E a Venezia lo sport più praticato è quello di sparare a zero sui film italiani», dice Tornatore. «Ma io sono in pace con me stesso, so di aver fatto Baarìa con impegno, senza risparmio. È pur vero che mai mi era capitato di mandare a un festival un film appena finito: è come partorire un figlio e mandarlo subito a fare il servizio militare».

  • Paura di un salto nel buio?

«Alla Mostra del cinema esistono tre tipologie di spettatori: quelli a cui sto simpatico e vedono ogni mio lavoro con atteggiamento affettuoso; quelli che guardano senza preconcetti e solo dopo giudicano; poi c’è la fazione di coloro i quali, prima ancora di mettere piede in sala, già sanno che odieranno un mio film. Io posso soltanto sperare che i primi due partiti prevalgano sul terzo. Quest’anno, però, è già successo di peggio».

  • A che cosa si riferisce?

«Al dilagare di uno strano sport, nato attorno al budget di Baarìa. A me dispiace che gli incidenti capitati durante la lavorazione, i ripetuti problemi meteorologici, le difficoltà impreviste, abbiano fatto lievitare il budget fino a 20 milioni di euro. È stata la mia impresa più complicata, più ancora de La leggenda del pianista sull’oceano. Ma nessun atto di superbia, né voglia di dilapidare denaro. I soldi spesi si vedono tutti. E non è vero che il mio sia il film più costoso della storia del cinema italiano. Basta attualizzare le cifre spese per certi grossi film dell’epoca d’oro. Invece c’è chi, senza cognizione di causa, spara numeri. Tanto per alzare la tensione attorno alla pellicola, esasperando le aspettative. Addirittura, prima del galà a Venezia, ho sentito parlare di 30 milioni di euro! Il costo del film sta lievitando proporzionalmente all’antipatia nei miei confronti. Uno sport che non mi piace. Non penso faccia bene al nostro cinema».

  • Ma è vero che lei non avrebbe voluto girare questo film. Almeno non ora?

«La verità è che mi sono sempre portato appresso una montagna di immagini e di personaggi della natìa Sicilia, solo alcuni dei quali finiti in altri miei film. Mi dicevo che sarebbe stato bello farci un’altra pellicola, però solo dopo i 60 anni, con un certo distacco. Invece, ho commesso l’errore di parlarne con i produttori di Medusa. Mi hanno detto: "Facciamolo ora". È stato come cancellare un alibi. Dopo Nuovo Cinema Paradiso, L’uomo delle stelle e Malèna, ho chiuso un’involontaria quadrilogia. Adesso, mi pare di aver distillato tutte quelle cose che sentivo dentro di me e che avevano diritto di essere raccontate».

  • Come definirebbe Baarìa?

«La sola etichetta che m’infastidisce è kolossal. C’è chi parla di storia corale, chi di affresco d’epoca o di commedia all’italiana... Io parlerei di una commedia epica. Ci sono l’amore, l’amicizia, il tradimento. Una storia a tratti seria, a tratti divertente. La vena ironica è stata rafforzata dal lavoro degli attori sul set, capaci di far ridere ma anche di far riflettere su certi aspetti della vita nel nostro Paese. Insomma, il tentativo di narrare la storia con la "s" minuscola facendo sentire l’eco di quella con la "S" maiuscola».

  • Il film è centrato sulle travagliate vicende di una famiglia di Bagherìa (Baarìa in siculo) dagli anni ’30 ai ’70, con prologo a inizio Novecento ed epilogo ai giorni nostri.

«Quasi un secolo di storia italica per narrare un amore, ma far anche riflettere su che cosa sia cambiato nel nostro Paese. Spesso in peggio».

  • Per esempio?

«La concezione stessa della politica. Un tempo vissuta come emancipazione, speranza di un futuro migliore per sé stessi e per i propri figli. Oggi, invece, ridotta a ricettacolo di vizi pubblici e privati, coacervo d’interessi egoistici e di odii primordiali».

Protagonista è Francesco Scianna, alias Peppino, semisconosciuto alla grande platea ma attore strepitoso. Al suo fianco l’esordiente Margareth Madè, nei panni della moglie Mannina. Attorno a loro una pletora di personaggi affidati ad attori di vaglia: da Angela Molina a Lina Sastri, da Lo Cascio a Michele Placido, da Beppe Fiorello a Ficarra e Picone, da Salemme a Raoul Bova, da Monica Bellucci alla Finocchiaro. Ciascuno ruba la scena all’altro, in un gioco a incastri.

  • Nessuna defezione?

«Rosario Fiorello ha dovuto rinunciare. In cambio Aldo, senza Giovanni e Giacomo, fa per la prima volta un personaggio cattivissimo».

  • Perché ha girato in dialetto? Hanno ragione i leghisti?

«I dialetti, tutti, sono la ricchezza della nostra cultura popolare. Ma vanno insegnati per unire, ritrovare le radici comuni. Non per dividere».


di Maurizio Turrioni

da Famiglia Cristiana

 

GIÙ LA TESTA di Sergio Leone


CANNES CLASSICS giovedì 21/05 ore 15.30 Salle du Soixantième

LA VERSIONE COMPLETA E RESTAURATA DI GIÙ LA TESTA DI SERGIO LEONE 

Non poteva mancare l’omaggio di Cannes Classics a Sergio Leone nel ventennale della morte: giovedì 21 maggio, ore 15.30, Salle du Soixantième, verrà presentato Giù la testa, nella versione restaurata dal laboratorio L’Immagine Ritrovata per la Cineteca di Bologna.

Alla proiezione saranno presenti i figli del regista Andrea e Raffaella, e la signora Carla Leone.

Per la Cineteca di Bologna L’Immagine Ritrovata è la terza tappa del cammino voluto dalla famiglia del regista verso il restauro dell’intera opera di Sergio Leone, dopo quelle di Per qualche dollaro in più e Il buono, il brutto e il cattivo, già raggiunte assieme a Sky. 

GIÙ LA TESTA

di Sergio Leone, 1971

GIÙ LA TESTA di Sergio LeoneSoggetto: Sergio Leone, Sergio Donati. Sceneggiatura: Sergio Leone, Sergio Donati, Luciano Vincenzoni. Direttore della fotografia (Technicolor, Techniscope): Giuseppe Ruzzolini. Scene: Andrea Crisanti. Montaggio: Nino Baragli. Costumi: Franco Carretti. Musica: Ennio Morricone. Con: James Coburn (John H. Mallory), Rod Steiger (Juan Miranda), Romolo Valli (Dr. Villega), Maria Monti (Adelita), Franco Graziosi (Governor Jaime), Antoine Saint-John (Gutierez). Prodotto da: Fulvio Morsella/Rafran Cinematografica.

Durata: 153’. Colore. Lingua: inglese con sottotitoli francesi.

Il restauro di Giù la testa è stato eseguito a partire dal negativo originale e sulla colonna sonora magnetica della Fondazione Sergio Leone. Questa copia corrisponde alla versione completa che Sergio Leone approvò nel 1971.

Il negativo Techniscope è stato scansionato a una risoluzione di 2k e restaurato digitalmente; la color correction è stata eseguita tenendo come riferimento una stampa positiva del 1971.

La versione sonora inglese è stata restaurata dai materiali magnetici originali utilizzati per il missaggio in mono.

Il film è stato restaurato dalla Cineteca di Bologna al laboratorio L’Immagine Ritrovata nel 2009, con l’approvazione della Fondazione Sergio Leone.

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«Ho scelto un contesto storico e un genere, il western, come pretesto per parlare di qualcos’altro. I cadaveri nella caverna, la trincea e la fuga del governatore in treno fanno riferimento a episodi ben precisi (che il pubblico italiano conosce) accaduti nella lotta contro il fascismo in Italia, nello specifico, la scoperta di 350 corpi di cittadini ebrei in una cava vicino a Roma e la fuga di Mussolini.

Ancora una volta si rinnova la lezione di Chaplin: con le sue commedie ha detto e fatto molto di più per il socialismo di qualunque politico. La scena della banca con Steiger che guida i prigionieri liberati viene direttamente da Tempi moderni quando Charlie sventola la bandiera rossa tra la folla.

Dato il ruolo centrale che ha la musica di Morricone nei miei film, spesso questi sono stati associati all’opera. Mi sento molto più vicino al grande melodramma e a Omero, o al romanzo picaresco, dove non ci sono eroi, né buoni o cattivi.

Amo i primi piani perché esprimono l’anima. Di solito il cinema li usa per evidenziare un evento particolarmente importante, mentre si tratta della vita stessa: quando parliamo con un’altra persona o la guardiamo, questo è un primo piano. In una diligenza, la camera che si avvicina sempre di più vuole trasformare le facce borghesi in facce da culo. Mentre nel caso del colonnello Gutierez è l’espressione della violenza che monta.

In passato, nessuno è stato capace nel western di afferrare la realtà come John Ford. Ma Ford è un ottimista: nei suoi film, quando un personaggio apre la finestra guarda l’orizzonte con speranza. Io sono un pessimista: è la paura di essere ammazzati che ispira la stessa azione».

Sergio Leone, Maggio 1972 (intervistato da Guy Braucourt).

Ufficio Stampa Cineteca di Bologna: Patrizia Minghetti'

Un sogno divenuto realtà: come da registi di Corti si arriva a dirigere un lungometraggio con John Savage

Questa è l'intervista fatta a Cristian Scardigno, un ragazzo con tanti sogni nel cassetto che è riuscito a dirigere un film in Italia.
La prima naturale domanda è stata: Come ti è nato l'amore per il Cinema?

Non saprei identificare questa “nascita” con un giorno o un momento preciso della mia vita. Ricordo un periodo dell’adolescenza in cui vedevo film a ripetizione. Entravo e uscivo dalle videoteche, soprattutto d’estate. Divoravo qualsiasi cosa, specialmente il cinema americano degli anni ’80 e ’90. Quello probabilmente è stato l’inizio di tutto. Allo stesso tempo mi piaceva cimentarmi con la scrittura, non con racconti o poesie, ma solamente con storie che potevano essere visualizzate su uno schermo. Credo di aver fatto i primi tentativi cercando di scrivere nuovi episodi di serie televisive già famose. E’ a quel punto che ho cominciato a pensare che dietro ad un film c’erano delle persone che lavoravano duramente. Con l’università ho deciso definitivamente che questa doveva essere la mia strada.

Quando e come hai deciso di girare il tuo primo corto?
Tolti i maldestri tentativi fino ai 18 anni di girare qualcosa da solo coinvolgendo i miei amici, il primo corto risale al 2007/2008. Avevo appena finito l’accademia di cinema e conosciuto diverse persone che come me avevano voglia di mettersi in gioco. Scrissi in quel periodo “Anch’io ti amo”, un piccolo corto da girare a budget zero in una stanza con due attrici. Troupe ridottissima, tre giorni intensi di lavoro, mezzi tecnici prestati o addirittura creati da zero, nel caso delle luci. E’ stata la mia prima esperienza, la prima volta che mi sono rapportato con attori e troupe.

E come sono nati gli altri due?
Gli altri due sono arrivati in automatico, uno dietro l’altro. Finito di montare il primo, ho subito scritto il secondo corto. Mentre cercavo di promuovere “Anch’io ti amo” con tanta fatica tra i festival, organizzavo la pre-produzione di “Nella sua mente”, girato poi alla fine del 2008. Ho alzato leggermente l’asticella: più persone nella troupe, più attori e ambienti, quasi una settimana di riprese in trasferta, aiutato da un mio amico che mi fece a tutti gli effetti da produttore/organizzatore. Il corto andò abbastanza bene nei festival, arrivarono i primi premi e questo mi aiutò a realizzare il terzo cortometraggio, che fu una vera e propria odissea. Più di un anno di preparazione per girare “La terra sopra di noi” nel 2009 e terminarlo nel 2010. Lì giocavo in casa, nel mio paese, Cisterna di Latina. Era un corto complicato, girato interamente sotto grotte profonde decine di metri, ambientato durante la seconda guerra mondiale, con più di 100 persone coinvolte tra troupe, cast principale e comparse. Fu un’esperienza indimenticabile. Un corto che ho prodotto personalmente con l’aiuto di istituzioni e sponsor locali. Numericamente è ancora il corto che mi ha portato in più festival, oltre 30 in tutto il mondo, con almeno una decina di premi vinti.

E cosa hai pensato quando un produttore inglese ti ha chiesto di girare un suo lungo (Teen Star Academy) per le sale, un film che ha ottenuto ottime recensioni?
C’era già stato il mio esordio nel lungometraggio con “Amoreodio”. Un’altra lunga avventura produttiva durata oltre tre anni, che mi ha portato sia in festival internazionali di prestigio (anteprima mondiale a Montreal, Canada, in concorso a Festroia, Portogallo, un premio ad Annecy in Francia) che nelle sale cinematografiche italiane. Quando mi è stato proposto di fare un film per ragazzi, inizialmente mi è sembrato molto strano, perché avevo a che fare con un’esperienza nuova e assolutamente lontana dalle mie corde. Arrivavo da un film drammatico che avevo prodotto, scritto, diretto e curato in ogni minimo particolare. Stavolta si trattava di una sfida, poichè mi veniva chiesto semplicemente di curare la parte tecnica, partendo da una sceneggiatura già scritta, un casting già organizzato e location già scelte. E’ il tipico caso di un film che appartiene al produttore e allo sceneggiatore piuttosto che al regista. La differenza stilistica e narrativa con altri prodotti che ho diretto è evidente. E’ stata sicuramente un’esperienza che mi ha fatto crescere.

E quando hai saputo che dovevi dirigere un grande attore americano come John Savage?
Inizialmente c’era euforia e anche un po’ di tensione. Il solo pensiero di stare sul set con un attore di quel calibro mi metteva un po’ di agitazione. Poi è bastata la presentazione, una stretta di mano e cinque minuti dopo eravamo già a girare il primo ciak. John ti mette a tuo agio e soprattutto è sempre a completa disposizione. E questo vale sia nel rapporto avuto con me sia con tutti i ragazzi della troupe. C’è stato un grande rispetto reciproco e non dimenticherò mai i suoi complimenti nei miei confronti a film finito. Quello probabilmente è il ricordo che mi porterò dietro per sempre.

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SINOSSI “ANCH’IO TI AMO”

Due ragazze in una stanza. Un passato che irrompe, trascinandole sull’orlo di una crisi esistenziale. Quale sarà la conseguenza delle loro azioni? Un intreccio tra passato, presente e futuro. Uno sguardo su due donne innamorate. Un incubo d’amore.

SINOSSI “NELLA SUA MENTE”

Un uomo esce di casa con la propria famiglia. Una ragazza scatta foto artistiche in una piazza. L’incontro tra l’uomo e la ragazza è casuale, ma significativo per le vite di entrambi. I due incrociano lo sguardo per un attimo che sembra una vita. Nei loro occhi ci sono sentimenti oscuri che riacutizzano vecchi incubi.

SINOSSI “LA TERRA SOPRA DI NOI”

Cisterna di Latina, 22 gennaio 1944. Per sfuggire ai bombardamenti, Francesca si rifugia insieme a sua madre e ad altre centinaia di persone all’interno di grotte situate decine di metri sotto la superficie. Lì trascorreranno giorni interminabili di paura, dolore e speranza.

SINOSSI “AMOREODIO”
Katia, 17 anni, apatica e frustrata, trascorre le giornate in compagnia del suo ragazzo, Andrea. Quando non è con lui, incontra di nascosto altri ragazzi, guarda video proibiti su internet e litiga continuamente con i propri genitori. La monotonia del piccolo paese in cui vive, la trascina in un vortice di immoralità e trasgressione che, insieme ad Andrea, la porterà ad un tragico epilogo.
Cristian Scardigno Teen star academy

DATI DEL FILM "TEEN STAR ACADEMY"

  • Regia: Cristian Scardigno
  • Cast: John Savage, Bret Roberts, Blanca Blanco, Youma Diakite, Adriana Volpe
  • Genere: Commedia musicale, colore
  • Durata: 90 minuti
  • Produzione: Movieon
  • Distribuzione: Fourlab
  • Data di uscita: 8 giugno 2017

 

 

 

Questo il trailer del film:

 

 

 

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Peter Greenaway, regista e artista

Ha detto che per fare film servirebbe prima studiare arte per tre anni e che, tra l'altro, «il cinema non è un mezzo adatto alla narrazione». Il suo primo cortometraggio – Death of Sentiment, del 1962 – è stato girato in quattro cimiteri di Londra. Il primo lungometraggio l’ha diretto negli anni Ottanta, dopo aver studiato, dipinto, scritto e lavorato come montatore e regista di cortometraggi (suoi) o documentari (di altri).

Peter Greenaway fotoPeter Greenaway  è un regista, ma anche un artista: soprattutto pittore, ma non solo. E anche da regista è uno da film strani, complicati, di nicchia e d’autore. Ha fatto tante cose nel cinema e anche fuori dal cinema, o al confine tra il cinema e l’arte più concettuale. Greenaway – nato a Newport, in Galles, il 5 aprile 1942 – prima e durante la sua carriera da regista di lungometraggi cinematografici (i film) è stato, ha fatto e ha detto tante altre cose. Il primo lungometraggio l’ha diretto negli anni Ottanta, dopo aver studiato, dipinto, scritto e lavorato come montatore e regista di cortometraggi (suoi) o documentari (di altri).

Greenaway ha fatto film con un particolare approccio alla composizione delle inquadrature, alla luce, ai contrasti; e con tantissimi riferimenti alla pittura e alla sua storia. Ha fatto film di quelli che non passano al multisala, ha sperimentato molto, ha usato spessissimo il numero 92 (è anche appassionato di numerologia), ha toccato temi drammatici (a volte con approccio umoristico), ha fatto film che secondo i critici mostrano una chiara influenza rinascimentale, barocca e della pittura fiamminga, ha fatto installazioni multimediali di vario tipo, ha detto molte cose piuttosto drastiche sul cinema.

Per esempio: «Penso che nessun giovane cineasta agli inizi dovrebbe avere il permesso di usare una macchina da presa o una videocamera senza avere prima frequentato tre anni di una scuola d’arte». Del cinema ha detto anche – in una frase riportata in varie versioni, ma il cui concetto è sempre quello – che non lo ritiene un «mezzo adatto alla narrazione» perché «se vuoi raccontare una storia, è meglio che tu faccia il romanziere». Quando nel 1993, sul set del suo film Il bambino di Mâcon, alcuni suoi attori gli fecero notare che nel film che stava girando c’erano errori di continuità (quella cosa per cui, per esempio, se un personaggio indossa una maglietta rossa in una scena non può averla blu in quella subito dopo, senza che la cosa sia mostrata o motivata) rispose: «La continuità è noiosa». Queste frasi già potrebbero dare un’idea di che tipo sia Greenaway; un’idea un po’ più dettagliata la danno aneddoti, sintesi di alcuni suoi film, video dei suoi cortometraggi, curiosità e cose da sapere.

    • È nato in Galles ma dopo pochi anni la famiglia si spostò nell’Essex, in Inghilterra. Suo padre era appassionato di ornitologia e uno dei suoi primi cortometraggi è intitolato Un viaggio attraverso H (La reincarnazione di un ornitologo)
    • Il suo primo cortometraggio – Death of Sentiment, del 1962 – è stato girato in quattro cimiteri di Londra
    • Tra i suoi film preferiti ci sono L’anno scorso a Marienbad (di Alain Resnais del 1961) e Il settimo sigillo (di Ingmar Bergman, del 1967), quello che – disse – gli fece venir voglia di fare il regista. Ha anche detto di apprezzare molto l’attrice francese Delphine Seyrig, morta nel 1990
    • Ha detto di aver smesso di fare documentari dopo che, a fine anni Sessanta, vide il regista del documentario di cui era assistente che diede della colla da far sniffare a un bambino, per girare una scena che altrimenti non avrebbe potuto girare come avrebbe voluto
    • Dalla metà degli anni Novanta vive ad Amsterdam
    • Ha lavorato per 15 anni come montatore, documentarista e aiuto regista per il Central Office of Information, un ente del governo britannico. Tra i cortometraggi fatti in quegli anni: uno su un treno, uno su un albero che cresce in mezzo all’asfalto, uno sulle mappe di un paese che non esiste, uno (scrive MyMovies) «su tredici cicli di tredici secondi che mostrano per tre volte le stesse immagini di Venezia, montate però su colonne sonore differenti» e Windows:
    • Intanto, dipingeva, scriveva romanzi, faceva illustrazioni e scriveva recensioni cinematografiche
    • È esperto di musica (le colonne sonore sono parte rilevante di molti suoi film) e ha collaborato molto spesso con il compositore Michael Nyman
    • Nei suoi film c’è un personaggio immaginario e ricorrente: lo scienziato Tulse Luper
    • Gli piacciono molto le inquadrature centrate
  • Queste sono invece poche righe per farvi nel caso venir voglia di vedere o rivedere alcuni dei suoi lungometraggi:

    • I misteri del giardino di Compton House è ambientato nel Diciassettesimo secolo e parla di un pittore che finisce in mezzo a varie vicissitudini della famiglia che gli ha commissionato un dipinto. Un film con temi che molti critici hanno paragonato a quelli di Blow Up di Michelangelo Antonioni 
    • Lo zoo di Venere è drammatico e grottesco (come altri film di Greenaway) e parla degli esperimenti di due zoologi e, così, tra le altre cose, ripercorre le tappe dell’evoluzione così come le individuò Charles Darwin. Contiene la frase: «Pensi che la zebra sia un animale bianco con strisce nere o un animale nero con strisce bianche?». Inizia così:
    • Il ventre dell’architetto parla di un architetto arrivato a Roma, ed è strapieno di simboli e riferimenti all’architettura classica.
    • Giochi nell’acqua parla di (SPOILER) tre donne – nonna, madre e figlia – che uccidono i mariti, con scene che, dicono i critici, ripercorrono la storia dell’arte.
    • Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante è ispirato a due quadri: La cena in casa Levi di Veronese e Il banchetto degli ufficiali del corpo degli arcieri di San Giorgio di Hals.
    • 8 donne e 1/2 è un omaggio a 8½ di Federico Fellini e parla, tra le altre cose, delle fantasie sessuali dell’immaginario maschile
    • Nightwatching, del 2007, gira tutto intorno al quadro Ronda di notte di Peter Greenaway

Articolo de ilpost.it (5/4/2017)

Ricordando LUCIO FULCI regista, sceneggiatore, paroliere, scrittore

Lucio Fulci 1Moriva a Roma il 13 marzo Lucio Fulci paroliere, scrittore, regista, sceneggiatore, attore e produttore italiano, uno dei più grandi e versatili del cinema di genere. I suoi film, spesso prodotti con budget limitati, sono dei veri e propri cult che hanno segnato la storia del cinema mondiale, grazie al suo stile inconfondibile incentrato sullo stravolgimento dei profili classici dei generi cinematografici che provoca e sciocca gli spettatori. Spesso è stato omaggiato nel cinema, nella musica e nei fumetti.

Oltre alla propria carriera cinematografica, Fulci è stato attivo anche come paroliere, scrivendo dei classici della musica leggere quali “24.000 baci” e “Il tuo bacio è come un rock” (ambedue cantate da Adriano Celentano) e come autore di racconti brevi.

Lucio Fulci, infatti, inizia la sua carriera nei musicarelli con I RAGAZZI DEL JUKE-BOX (1959) e URLATORI ALLA SBARRA (1960), entrambi con Celentano, dopo esser stato assistente di regia in alcuni peplum, aver realizzato dei documentari sull'arte ed essersi diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia.

Nato nella capitale, il 17 giugno 1927, poco più che trentenne esordisce, per caso, alla regia nel 1959 con una commedia il cui interprete principale è Totò: I LADRI. L'attore e Fulci già si conoscevano in quanto il regista, qualche anno prima aveva scritto diverse sceneggiature che vedevano Totò come protagonista.

Dagli anni '60 Fulci dirige film comici, parodie (molte interpretate da Franco e Ciccio) e commedie sexy all'italiana, tra cui LA PRETORA, cult che presenta per la prima volta nel 1976 un nudo integrale di Edwige Fenech e che inaugura il filone del poliziesco-giudiziario erotico, grazie anche alle indimenticabili scene della doccia e dei molteplici nudi espliciti.

Nello stesso periodo inizia a dirigere anche alcuni spaghetti western tra cui LE COLT CANTARONO LA MORTE E FU...TEMPO DI MASSACRO (1966) con Franco Nero, scritto da Fernando Di Leo, considerato ancora oggi uno dei western più cruenti della storia. Seguirono ZANNA BIANCA (1973) dedicato alle famiglie e I QUATTRO DELL'APOCALISSE (1975), interpretato da Tomas Milian. Quest'ultimo film è pregno di scene splatter, cannibalismo e stupri.

Picture NON SI SEVIZIA UN PAPERINO 03 586x249Negli anni '70 si cimenta nel giallo, altro genere che lo contraddistingue dagli altri registi. Particolari sono UNA LUCERTOLA CON LA PELLE DI DONNA (1971), la cui scena dei cani vivisezionati è rimasta impressa a molti (cani finti costruiti dal grande Carlo Rambaldi), SETTE NOTE IN NERO (1977), dai profondi aspetti psicologici e pieno di momenti onirici, il capolavoro NON SI SEVIZIA UN PAPERINO (1972), thriller ambientato nel profondo sud Italia. Il film ha una grande importanza economica-produttiva in quanto è stato il primo realizzato dalla neo casa di produzione Medusa Film. Grazie a questi film Fulci inizia a dare del filo da torcere a Dario Argento, in quanto i suoi film se pur rientravano nella categoria horror, riscuotevano un ottimo successo di pubblico grazie allo stile macabro, splatter e anticonformista. Fulci è stato un caso particolare, per la sua capacità di uscire dagli stereotipi e creare qualcosa di innovativo che la maggior parte dei film di allora non avevano, alcune sue trovate sono talmente geniali che anni dopo gli viene attribuito il soprannome di “terrorista dei generi”.

Quella villa accanto al cimitero titoli di testaNel 1979, gli arriva casualmente la regia di ZOMBIE 2 che doveva invece essere diretto da Joe D'Amato e da Enzo Castellari. Il film è la svolta all'interno della sua carriera in quanto lo consacra maestro dello splatter, oltre che poeta del macabro con altre pellicole del 1981 come L'ALDILA'..E TU VIVRAI NEL TERRORE e QUELLA VILLA ACCANTO AL CIMITERO.

Negli anni '80 Fulci ha avuto diversi progetti incompiuti a causa di diverse questioni, compresi quelli commissionati dell'Alpha Cinematografica, che gli commissiona alcune supervisioni di pellicole horror, alcune delle quali non vanno in porto. In questo decennio sperimenta anche il fantasy e il post-atomico nei quali inserisce alcune scene horror. Stessa storia accade per il noir-poliziesco LUCA IL CONTRABBANDIERE (1980) il quale contiene scene molto violente e crude.

Gira i suoi ultimi film negli anni '90, nonostante la malattia che già l'aveva colpito nel decennio precedenti.

Muore a Roma, il 13 marzo 1996, mentre sta preparando il suo successivo film horror in collaborazione con Dario Argento, LA MASCHERA DI CERA, poi diretto dal curatore degli effetti speciali Sergio Stivaletti.

Articolo di Eleonora Gasparotto Nascimben per Manifesto 0

Le mie prime volte sul set

Oddo Bernardini è un celebre operatore di macchina, con oltre 100 film all'attivo. La sua carriera inizia a Roma nel 1961 quando, poco meno che ventenne, affascinato dal mestiere del padre Bianco Bernardini (meccanico cinematografico e operatore di macchina di film degli anni ’50) inizia a lavorare sui set di Cinecittà. Gli incontri professionali, gli aneddoti divertenti, le curiosità: nello straordinario archivio della memoria di Oddo Bernardini c'è un segmento fondamentale della storia del nostro cinema. Iniziamo questo viaggio cinefilo partendo proprio dai suoi primi passi sul set. 

Ho iniziato questo mestiere per caso. Andavo a scuola, facevo il quarto anno di Elettrotecnica e, oggi come allora, balbettavo, ma molto più di adesso. Una professoressa quell’anno mi prese di punta: io studiavo, ma non riuscivo a esprimermi, così durante le interrogazioni non aprivo bocca e mi rimandava al banco con un due. Per la frustrazione ho cominciato a bigiare, a “fare sega” come si dice a Roma, e ho passato l’inverno ai giardinetti, al freddo, sotto la pioggia. A un certo punto presi coraggio e dissi a mio padre che volevo lasciare la scuola e intraprendere il suo mestiere.

Mio padre, nato a Pavia e operaio della Necchi, si era trasferito a Roma dove lavorava a Cinecittà riparando le macchine da presa. All’inizio era molto deluso, temeva che non fossi all’altezza del mestiere, ma poi si convinse e mi prese con lui sul set. Per i primi tre mesi spazzai per terra e poco altro. Nel 1961, dopo qualche mese di apprendistato accanto a mio padre, cominciai a lavorare da solo al primo film. Ero talmente agitato che non ricordo neppure il titolo: era un film americano e lavorai 88 giorni nei magazzini a caricare pellicola. Ero troppo timido per farmi vedere sul set: la mia balbuzie mi faceva vergognare e quando mi chiamavano mi nascondevo.

Solo qualche anno più tardi ho capito che per lavorare nel mondo del cinema avrei dovuto mettere da parte le mie paure e buttarmi nella mischia. All’inizio mi sono occupato soprattutto di film musicali, i cosiddetti “musicarelli” con cantanti pop come Gianni Morandi, Al Bano, Caterina Caselli. Il mestiere dell’operatore l’ho imparato da autodidatta. Mio padre aveva una squadra di sette-otto persone che lavoravano con lui sui set: cercavo di seguire il loro lavoro, ma spesso era difficile trovare risposte alle mie domande teoriche. Così ho cominciato a studiare sui libri di notte, con grande fatica, anche perché un conto è leggere e un conto è applicare la teoria alla pratica: però leggendo i concetti restano molto più in mente.

In tutto ho fatto 100 film in venticinque anni di carriera e “Caroselli” a bizzeffe. In sostanza, ho cominciato a fare l’aiuto, caricando la pellicola nei magazzini, poi l’assistente operatore e alla fine sono diventato operatore di macchina. Da un set all’altro, ho avuto lo straordinario privilegio di lavorare con grandi attori e grandi registi: da Ettore Scola a Dino Risi, da Nanni Loy a Franco Zeffirelli. Il mio racconto comincia qui.

A cura di: Camilla Maccaferri di Oddo Bernardini per farefilm.it 

Intervista a Michael Tolkin. Sceneggiatore e regista

La prima l'ho scritta quando avevo vent'anni, era il sequel di Easy Rider, ma l'ho persa in un aereo. La seconda, Curios — negozio di cianfrusaglie — doveva essere il seguito ideale di Strada a doppia corsia di Monte Hellman. Era la storia della morte di una città, quando arrivava l'autostrada...

Michael TolkinMichael Tolkin ha diretto due film, The Rapture (1991, edito in cassetta come Sacrificio fatale), e The New Age (The New Age — Nuove tendenze, 1994). Ha scritto due romanzi, The Player (1990) e Among the Dead (1993), tradotti presso Bompiani come I protagonisti e Il sopravvissuto. Ha scritto le sceneggiature, oltre che dei suoi film, di Gleaming the Cube (1989, California Skate) di Graeme Clifford, Deep Cover (Massima copertura, 1992) di Bill Duke e The Player (I protagonisti, 1992) di Roberto Altman. Come romanziere, Tolkin ama mettere i suoi personaggi nelle situazioni più sgradevoli, per portare alla luce i lati più oscuri e inquietanti della loro personalità. Immaginate come scriverebbe Patricia Highsmith se fosse un uomo, e molto, molto più cattiva di quello che è già. Come regista e sceneggiatore, Tolkin parte da argomenti forti e sociologicamente connotati (la follia dei fondamentalisti religiosi in The Rapture, la crisi dei nuovi ricchi in The New Age), portando la storia verso esiti imprevedibili. Girare finti film a tesi, e scegliere l'ambiguità (in The Rapture l'Apocalisse accade veramente) significa tagliarsi ogni possibilità di successo commerciale, a Hollywood e non solo. Ma ciò che rende interessante parlare con Tolkin è anche la sua posizione di indipendente che si confronta con gli Studios, interno ed esterno al sistema: come pochi, oggi (il primo nome che viene in mente è quello di Oliver Stone), sanno fare senza compromessi.

La sua prima sceneggiatura che è stata realizzata...
... è stata la settima o l'ottava che ho scritto, Gleaming the Cube. La prima l'ho scritta quando avevo vent'anni, era il sequel di Easy Rider, ma l'ho persa in un aereo. La seconda, Curios — negozio di cianfrusaglie — doveva essere il seguito ideale di Strada a doppia corsia di Monte Hellman. Era la storia della morte di una città, quando arrivava l'autostrada, ma non mettevano un'uscita. La spedii a Spielberg, mi disse di mandargli qualcos'altro, ma non l'ho mai fatto (ride)... forse quando ne avevo scritto un'altra era già diventato troppo famoso. Poi sono entrato in un periodo in cui cercavo di essere commerciale, finché ho scritto una buona sceneggiatura con mio fratello, un incrocio di Piombo rovente e La dolce vita. Ne sono stati girati venti minuti a Londra, il regista era Don Boyd, ma poi il budget si è dileguato.

Come è andata con Gleaming the Cube?
L'ho venduta in tre giorni. Il mio agente l'ha letta, non ne era troppo convinto, e voleva vendere solo l'opzione per un anno. Il mio legale ha detto no, meglio venderla subito. Per l'epoca ho preso molti soldi. I produttori erano Lawrence Turner, David Foster e David Spiegelman per la Twentieth Century Fox. Il film è andato abbastanza bene, specialmente in video.

È stato soddisfatto del risultato finale?
Il film l'ha diretto Graeme Clifford, e mi ha deluso. Se avesse avuto più successo, mi avrebbero fatto scrivere un film d'azione a grosso budget, ma non era quello che cercavo. La sceneggiatura comunque è stata riscritta, anche se sono stato accreditato solo io.

Perché a Hollywood si usa spesso far riscrivere le sceneggiature?
Una delle mie teorie è che gli Studios non si fidano di un solo sceneggiatore. A loro interessa vedere quanto può essere peggiorata una storia: se può essere fatta a pezzi e sta ancora in piedi, vuol dire che resisterà anche al giudizio del pubblico; ma se la storia è fragile, e non sopporta che troppi ci lavorino, vuol dire che non va bene. A parte questo, è molto difficile per una persona sola prendere le distanze dal proprio lavoro, e vedere il film nel suo complesso. Oppure, quando si inizia a girare il film, alla star non piace il copione, e vuole battute migliori. Ci sono alcuni — pochi — che ogni anno guadagnano qualche milione di dollari per riscrivere sceneggiature, e molto spesso non sono accreditati.

Che cosa è stato modificato in Gleaming the Cube?
Christian Slater è un punk — il film l'ho scritto nell'85 — che indaga sulla morte del fratellastro, un orfano vietnamita, che è stata mascherata da suicidio. Per risolvere il crimine dove fare finta di non essere più punk, si taglia i capelli, si toglie gli orecchini, ma ogni notte esce col suo skateboard, un po' come Zorro. Nella mia storia era importante questo cambiamento tra giorno e notte: ogni volta era come se tradisse se stesso o i genitori. E questo è scomparso. Poi c'era un poliziotto che si compromette aiutando Christian. L'unico modo per giustificare il fatto era che avesse quasi la stessa età, che fosse il più giovane possibile per un poliziotto. Invece hanno preso un attore di 32 anni, è rimasto solo il cliché.

Quando ha scritto The Rapture pensava di dirigerlo lei?
Era fuori discussione, lo volevo dirigere io. Se non ci fossi riuscito, ne avrei tratto un romanzo. Ma non penso che nessun altro avrebbe voluto dirigerlo.

Qual era l'idea di partenza?
Avevo visto un adesivo su un paraurti che diceva: "Attenzione, in caso di rapimento in cielo [rapture] questa vettura sarà priva del conducente". I cristiani evangelici credono che coloro che sono rinati, Dio li trasformerà istantaneamente in spiriti prima della battaglia di Armageddon, e li trasporterà in cielo senza fargli soffrire la morte fisica. Secondo le statistiche più recenti, il 61% degli americani crede che questo succederà. quando ho scritto il film, erano il 39%. Avevamo queste cifre da sbandierare ai produttori, per mostrare che l'argomento aveva un pubblico. E poi mi sono messo a guardare la Tv evangelica via cavo. Soprattutto quando parlano dei media, la loro critica culturale può essere interessante, anche se non sono d'accordo con la cura che propongono. Cercavo di capirli, anziché disprezzarli, come fanno tutti quelli di sinistra.

Come ha fatto a girare The Rapture?
Nick Wechsler, che aveva prodotto Sesso, bugie e videotape, ha letto The Rapture in una versione più breve, e mi ha detto di scriverlo per esteso per trovare i soldi. Tannenbaum e Parker sono andati alla New Line, abbiamo avuto molti incontri, ma in pratica si sono decisi dopo che ha accettato la parte Mimi Rogers. Aveva appena divorziato da Tom Cruise, e pensavano che lo scandalo avrebbe aiutato il film.

Come è andato il film?
Male nelle sale, meglio in video. Certi l'hanno odiato, altri l'hanno amato molto. Un rabbino mi ha detto che dimostrerebbe la malvagità del Dio cristiano. Sulla Tv via cavo ha avuto tante repliche quanto i film più importanti. I distributori non sanno mai cosa fare dei miei film, avevano dei problemi anche con I protagonisti, che è andato bene, ma poteva andare meglio.

Che budget ha avuto per The Rapture?
Tre milioni di dollari, che per me erano moltissimi. Ci sono certe cose che non ho potuto fare, non ho girato la scena del rapimento in cielo: avrei dovuto avere i soldi per rifare tutta un'autostrada, ma avrebbe rischiato di essere troppo kitsch. Se l'intenzione è chiara, credo, l'esecuzione o lo stile importano di meno. Penso che per un po' non mi daranno molti soldi, e se si possono suggerire le cose è meglio. La gente finisce anche per stancarsi. Perché Natural Born Killers è migliore di True Lies? True Lies non solo è stupido e razzista, ma ha anche gli effetti speciali più complicati mai visti. Ma sono completamente inutili.

Qual era l'idea di partenza dei Protagonisti?
Quando ho iniziato a scrivere non ero tanto interessato a Hollywood, quanto all'idea di colpa, come è cambiata nel ventesimo secolo. Per Dostoevskij la colpa non scompare mai, per Kafka c'è anche se non hai fatto nulla. L'America contemporanea, specialmente i repubblicani, i tecnocrati, hanno trasceso il senso di colpa. Non penso siano perseguitati da brutti sogni. Se dovessi dare un altro titolo a The Player, lo chiamerei Il repubblicano.

Come ha lavorato con Altman?
Siamo andati d'accordo. Altman è famoso per non andare d'accordo con gli sceneggiatori. Ovviamente lui e gli attori hanno cambiato molto, ma la cosa buffa è che la maggior parte dei cambiamenti non sono finiti sullo schermo. Vedendo i giornalieri ero inorridito da alcune improvvisazioni, ma ho capito che era il suo modo: sperimentava, non funzionava, buttava via. Alla fine sono rimaste solo le scene che servivano per il racconto. E stata una lezione. Nella maggior parte dei film che si girano, il dieci-quindici per cento della sceneggiatura viene buttata via in sala montaggio: che è un bello spreco. Una volta si diceva, un po' per scherzo, che una pagina di sceneggiatura equivale a un minuto di film. Oggi la gente è così lenta che siamo sul minuto e mezzo. La cosa più furba sarebbe fare sceneggiature di 90-95 pagine anziché 110.

È soddisfatto di Massima copertura?
È stata un'altra delusione. L'avevo scritto dopo The Rapture, ed è stato riscritto da Henry Bean mentre dirigevo il mio primo film. Aveva bisogno di essere girato più alla grande, con altri 3-4 milioni. Sono contento perché comunque non è un poliziesco come tanti: è rimasto il rapporto tra il nero e l'ebreo — non il nero e il bianco — e il tema di essere corrotti mentre si cerca di scoprire la corruzione. Lo so che è buffo citare Adorno in proposito, ma quando l'ho scritto mi sono ricordato di una sua frase, che per conoscere veramente il male bisogna fare esperienza del male, e quindi esserne toccati.

Che cosa è stato cambiato?
Il personaggio dell'avvocato corrotto, Jeff Goldblum all'inizio era più grigio: era il poliziotto, Larry Fishburne, a fargli scoprire la vita in grande stile. Il personaggio che viene buttato fuori dalla limousine in origine veniva inseguito fin dentro in un ospedale e gli sparavano in una sala operatoria: mentre moriva, inciampava sul tavolo operatorio dove era in corso un'operazione a cuore aperto, e il cuore del paziente cadeva sul pavimento (ride). Adesso ne posso ridere, ma sapevo che se fosse stata girata sarebbe stata una scena memorabile. Ciò che è divertente in una scena del genere è il fatto che è tanto disgustosa, ed è tanto disgustosa non solo per il fatto di vedere l'immagine del cuore, ma per il fatto che l'abbia pensato qualcuno, e abbia osato farla.

Approfittiamone per dire qualcosa sulla violenza...
Ci sentiamo tutti molto superiori al pubblico degli spettacoli dei gladiatori, ma non credo che sia tanto diverso quando si prova piacere nel vedere cose truculente sullo schermo. Una parte del piacere di scrivere o vedere una scena violenta è il piacere della trasgressione, non solo meccanico, ma emotivo. E come la pornografia. C'è un regista, Andrew Blake, che ho scoperto in un canale porno della Tv via cavo di un albergo, e che oggi pare sia il migliore nel suo genere. Nel film che ho visto c'era una scena in cui una donna ne scopa un'altra con un fallo di ghiaccio. Un'altra volta, penso che sia interessante non solo l'immagine, quanto che qualcuno l'abbia pensata e realizzata; ma ciò che la rende eccitante, penso, è che a un certo livello tutti sappiamo che non dovremmo guardare queste cose.

Mi ricordo il culmine emotivo del suo romanzo Il sopravvissuto, quando il protagonista riconosce all'obitorio i cadaveri sfigurati della moglie e della figlia.
Ero consapevole di quanto stavo facendo. Ho due figlie, e all'inizio la bambola della bambina del libro si chiamava corna la bambola di mia figlia. Mi chiedevo: posso farlo? Posso spingermi così lontano? Non so se sia un bene. Un'ideologia dice di sì, ma non ne sono più tanto sicuro.

Da dove viene l'idea di The New Age?
L'idea era come l'amore possa sopravvivere ai problemi economici... (ride). Mi interessava il rapporto tra amore e denaro, e poi il fatto che in America la gente si rovini la vita dopo avere assorbito un paio di idee filosofiche o religiose, quante ce ne possono stare su una t-shirt.

Che cosa ha fatto Oliver Stone?
È stato uno dei produttori esecutivi, ha messo i soldi, ha sostenuto il film. Mi spiace per lui che non abbia guadagnato. E costato 7 milioni di dollari e mezzo, è andato al festival di Toronto, ma è stato distribuito dalla Warner Brothers in appena quindici città. L'hanno tenuto nascosto. Non posso dire che li odio, ma non erano adatti a distribuirlo. Per loro è più semplice spendere 5 milioni di dollari per promuovere un film, che 200.000 nel modo giusto.

Che cosa pensa della censura oggi negli Stati Uniti?
Ce n'è poca, e ce ne dovrebbe essere di più. Forse credo nella censura perché aiuta la clandestinità. Con la censura giusta rimarrebbero solo i più forti (ride) e allora si vedrebbe chi vuole affrontare veramente argomenti scomodi. Io ho subìto la censura del box office, e non voglio certo che ritorni Torquemada, ma penso che sia un peccato che non ci sia più un underground. Il pasto nudo era un libro migliore quando era più difficile da trovare. Adesso che si trova tutto, non c'è più opposizione, e il 61% degli americani non si preoccupano della giustizia o del sistema scolastico: perché investire nel futuro se non c'é futuro, se Dio da un giorno all'altro ti può prendere in cielo? La conseguenza politica è che nelle ultime elezioni abbiamo avuto una maggioranza di repubblicani privi di senso di colpa. E proprio come Shampoo di Hal Ashby: sembra che parli dei problemi di questo stupido parrucchiere, ma intanto viene eletto Nixon. Quelli che dovrebbero tenere gli occhi aperti si crogiolano nell'autocommiserazione, e lasciano che arrivino i mostri.

a cura di Alberto Pezzotta

Testo e immagini da Dentro e fuori Hollywood tra scrittura e regìa in SegnoCinema n.73 Mag/Giu 1995

Sergio Salvati: L'arte del costume di Pierino Tosi

Ecco perché nel "cinema" lavorare in "équipe" è indispensabile per un buon prodotto. Ognuno nella propria qualifica senza i suoi collaboratori si sente un po' perso, perché nessuno è prescindibile dagli altri. Formare una troupe, per un determinato film, significa mettere insieme capi reparto e maestranze che vadano professionalmente all'unisono.

Tempo fa incontrai Pierino Tosi.
Parlando del più e del meno, sempre inerente al nostro lavoro, gli feci la solita domanda che tanto vuol dire e anche nulla: "come va?"
Mi rispose con il suo solito innato garbo: "Mi mancano, se non lavoro, le MIE SARTINE"! Che risposta dolce e piena di amore per i propri collaboratori.
Anche un Generale senza soldati non può fare la "battaglia"!
sergio salvatiEcco perché nel "cinema" lavorare in "équipe" è indispensabile per un buon prodotto. Ognuno nella propria qualifica senza i suoi collaboratori si sente un po' perso, perché nessuno è prescindibile dagli altri. Formare una troupe, per un determinato film, significa mettere insieme capi reparto e maestranze che vadano professionalmente all'unisono. Questo va a vantaggio della qualità del prodotto ed al risparmio della produzione.
Quando ciò non avviene è tutto il film a non reggere ed è come non averlo fatto. Un grande costumista ha grandi assistenti, pignoli tagliatori, sarte molto esperte e laboratori -sartorie che sanno tutto, e così il trucco - calzolai - parrucchieri e quanti altri. E con tutto questo, se gli attori non sono bravi e la fotografia è poco curata, certo non si migliora la situazione!
Ecco perché è necessario lavorare in una troupe cinematografica "tutti" a favore del prodotto con amore. Sempre e comunque perché siamo "liberi" in un lavoro che ci lega per sempre - tutti più che necessari, indispensabili.
Grazie "COSTUMISTI" (grandi creatori, grandi artisti, grandi... educatori di pellicole) insieme a tutti gli altri "GRAZIE" per aver condiviso con me il mio lavoro e renderlo... ricordabile!
Vi sono grato.

Sergio Salvati

I met Pierino Tosi some time ago. While we were talking about this and that, but always in relation to our work, I asked him the usual question - which can either mean a lot or nothing:"How's it going?" He replied with his innate charm: "If I don't work, I miss MY LIME SEAMSTRESSES!" What a sweet thing to say, so full of regard for his collaborators.
Even a general can't fight a baule without soldiers!
That's why working as a team in movies is essential to creating a good product. Each of us, in our relative professions, feels a bit lost without our coworkers, because everyone is necessary. Making up a crew for a film means putting together department heads and skilled workers who are capable of working as one, which improves the quality of the product and saves the production company money.
When that doesn't happen the film falls apart; it's as if it hadn't been made. A great costume designer has great assistants, meticulous cutters, expert seamstresses, and wardrobe work-rooms that know all there is to know, and the same goes for makeup, footwear, hairdressing and all the other departments. But if the actors are no good and the photography is slapdash, it doesn't help any!
So everyone in the crew has to work for the product, with love. Because we're always 'free', anyhow, in this profession that will always see us united - everyone is more than necessary, indispensable.
Thank you COSTUME DESIGNERS (great creators, great artists, great... educators of film) and everyone else, THANK YOU for having shared my work and made it... memorable!
I'm truly grateful to you.

Sergio Salvati

Articolo ed immagini da Cinematografia & Costumi by AIC

LInk su Sergio Salvati: https://www.ilcorto.eu/chi-siamo.html

Video di ALBERTO CORRIDORI ed intervista di FRANCESCO ROMANO.Video di ALBERTO CORRIDORI ed intervista di FRANCESCO ROMANO.

IL MESTIERE DELLA SCENEGGIATRICE (parte 2)

INCONTRI - IL MESTIERE DELLA SCENEGGIATRICE (parte 2)
Anita Trivelli a colloquio con Doriana Leondeff

A proposito di figure femminili. Che cosa significa essere oggi in Italia una giovane sceneggiatrice, in termini di accesso alla professione e di rapporto con colleghi, registi e produttori?
È difficile, ma credo non più che in altri campi. Personalmente, ho passato i primi anni che mi sono affacciata alla professione quasi cercando di far dimenticare il più possibile il fatto che ero una donna. Ogni volta che mi trovavo in una riunione di lavoro, partecipavo a incontri, cercavo proprio di azzerare la mia femminilità, di pormi il più possibile così, per non creare equivoci, per essere apprezzata per quella che ero. Poi ho capito che tutto questo era abbastanza contraddittorio e forzato. Solo che l'insicurezza, l'inesperienza, il trovarsi comunque sempre di fronte a interlocutori che, tranne rare eccezioni, sono per la maggior parte uomini, mi metteva in una condizione strana. Come se dovessi scusarmi di qualcosa. Usando sempre il condizionale, insomma. Quando poi gli uomini sono lì, sempre all'indicativo presente, affermativi. Maturando e facendo esperienza ho progressivamente imparato a convivere con il fatto di essere una donna, che lavora, collabora spesso con registi, senza dare un colpo di spugna a tutto il resto. Quello che succede, ad ogni modo, è che spesso, anche i registi più aperti, più illuminati, «si aspettano» da una donna determinate doti, determinate cose.

Del tipo?
Pazienza, gentilezza. Già poichè gli sceneggiatori sono considerati una sorta di terapeuti del regista.

Allora sembra che sia cambiato poco in cento anni di storia del cinema. Parafrasando una studiosa americana di cinema delle origini, le sceneggiatrici sono ancora «le loquaci partner dei registi». Mentre i registi «sono quelli che dicono a tutti cosa fare». E quanto alla possibilità di lavorare con registe? Accennava prima alla collaborazione con Anna Negri.

Anche nel lavoro di Anna Negri la protagonista è una donna, una venticinquenne che racconta la propria educazione sentimentale, o meglio la sua mancata educazione sentimentale, attraverso una serie di vicende che hanno poi determinato la sua sgangherata formazione. Alla quale partecipano, da un lato, taluni personaggi chiave di una certa generazione (la Carrà, Mina, Patti Pravo) e dall'altra una serie di letture.

Avete già iniziato a lavorare insieme? Come si realizza la vostra collaborazione? Lei è presente sul set, oppure il suo apporto si conclude con la definitiva rifinitura della sceneggiatura?
Le riprese del film di Anna non sono ancora iniziate. Siamo stati a Genova, dove il film sarà ambientato, a fare i sopralluoghi insieme. In fase di riscrittura della sceneggiatura e prima della versione definitiva era molto importante avere in mente alcuni luoghi precisi della città. Ora Anna sta preparando il cast, sta facendo i provini e sicuramente anche questa è una fase del lavoro molto utile. Ha fatto lunghi provini, così, nel momento in cui vedi recitare ciò che hai scritto, capisci tantissimo. Ti rendi conto di quello che funziona e di quello che non funziona. Se ci sono tempi morti, battute che non arrivano, che non corrispondono alla tua intenzione. Comunque, la sceneggiatura del suo film è stata ultimata adesso. Nel caso del film di Silvio Soldini, sono stata a Treviso, a Taranto, sul Monte Bianco. A Treviso, dove si svolge la prima parte del film, sono andata una settimana prima dell'inizio delle riprese perché erano necessari alcuni tagli di sceneggiatura. Poi ho partecipatp alle prove di Licia Maglietta e di Mira Sardoch, quest'ultima è un'attrice slovena che interpreta il ruolo della protagonista più anziana del film, di nome Anita. Anche lì abbiamo fatto alcuni cambiamenti proprio su questa base: rendendoci conto meglio di quanto non funzionava o raccogliendo qualche suggerimento delle attrici. D'altra parte, lo sceneggiatore sul set non ha una vita particolarmente esaltante. Ti ritrovi di colpo a non avere più alcun ruolo. C'è una macchina enorme che si è messa in moto sulla base di una sceneggiatura e, tuttavia, al tempo stesso, l'ultimo dei macchinisti (e lo dico senza nessun razzismo) è ovviamente più importante di te in quel momento. E giusto che sia così, in qualche modo. Poiché lui ha un ruolo preciso e tu non ce l'hai. Inoltre, anche il regista non sempre vive serenamente la presenza dello sceneggiatore sul set, dato che, in fondo, siete soltanto tu e lui che sapete che cosa deve succedere, che cosa sta succedendo.

Pensa che in questi umori, nell'atmosfera del set scatti anche, per così dire, una sorta di competitività tra sceneggiatore e regista; si crei un certo disagio, la sensazione di una presenza ingombrante o cosa?
Non è questo. Semplicemente, a un certo punto il regista si deve completamente riappropriare del film. E, forse, l'unico modo per poter avere in pugno la situazione e tenere in mano questa gigantesca macchina che deve girare, non si può fermare. Si tratta di questo, forse, ed è comprensibile. Un pò ti fa soffrire, ma poi la cosa si ridimensiona.

Ha mai pensato, come accade di frequente a un certo numero di sceneggiatori, di girare un film?
No. Per fare il regista è necessario avere un carattere abbastanza speciale, e io sicuramente non ce l'ho. Però è vero che, per stare al cinema italiano più recente, sono numerosi i passaggi di sceneggiatori dietro la macchina da presa. L'ultimo film di Bernini, per esempio, Le mani forti, Pasquini, che scriveva spesso in coppia con Bernini, sta anche lui ultimando il suo primo film. Paolo Virzì. E altri ancora. Ma io non ci penso. Proprio per una questione di temperamento. Nel mestiere di regista ci vogliono anche un cinismo e una spietatezza che io non ho.

Crede che questa sua convinzione di inadeguatezza al mestiere di regista possa avere un qualche legame con la circoscritta presenza delle donne dietro la macchina da presa, non solo in Italia, pur con le debite eccezioni che indicano, qua e là, considerevoli cambiamenti in atto nell'industria cinematografica internazionale?
Sì, un pò sì. Perché, insomma, devi faticare il doppio in quanto donna in qualche modo. Oltre a tutte queste qualità che sono necessarie, se sei una donna devi elevare tutto all'ennesima potenza. Io ho amiche registe che ammiro proprio per questo.

Ha mai preso in considerazione l'idea di andare a lavorare all'estero, grazie anche al fatto che conosce bene l'inglese?
È qualcosa che avrei dovuto pensare concretamente qualche anno fa. Sotto i trent'anni è tutto più semplice. Per chi scrive, al di là delle peraltro superabili difficoltà linguistiche, ritengo che non siano di poco conto le radici culturali. Faccio un esempio, tagliando le cose con l'accetta. Se, per ipotesi, io andassi a lavorare negli USA credo che potrei portare uno sguardo «esterno» su quella che
per me sarebbe una realtà nuova; e questo sguardo, a mio avviso, per avere una sua credibilità, dovrebbe probabilmente essere sempre filtrato da un punto di vista che mi risulti vicino. Il rischio potrebbe essere, in definitiva, quello di ritrovarsi a raccontare solo storie di italiani che vivono in America. Per raccontare storie veramente americane ci sono gli scrittori americani, che sicuramente hanno a disposizione più strumenti di me.

So che è in stretto contatto con la regista italo-australiana Monica Pellizzari. *
Monica è una cara amica che ho conosciuto al CSC, all'epoca in cui lei frequentava la scuola di cinema di Sidney. Venne a Roma durante il secondo anno di corso, la sua famiglia è di origini venete, così lei aveva il desiderio di trascorrere un certo periodo in Italia. Alcuni mesi fa, proprio con lei si era formulato un progetto che poi è sfumato per questioni produttive, e tuttavia, da parte di tutte e due, c'è il desiderio di fare cose insieme. Con lei sarebbe sicuramente diverso, in quanto ci conosciamo e abbiamo una serie di affinità: sono sempre basi importanti queste. Scrivere con qualcun altro è veramente qualcosa di estremamente difficile perché richiede una intimità, una capacità di mettersi a nudo, in discussione. Non puoi farlo con chiunque, a meno che non imposti le cose in modo completamente «professionistico». Io non ne sono capace. Forse non sono una professionista vera. Ho sempre delle implicazioni profonde. Non riesco a raccontare storie che non mi interessino in qualche misura. Verso le quali non trovo una necessità per raccontarle.

Crede che questa sua disposizione abbia a che fare con un modo «differente» di essere della creatività femminile, o la considera prettamente un fatto di temperamento personale?
Non lo so. Forse sì. Probabilmente c'è anche questa componente. L'aspetto umano è imprescindibile. Tu puoi provare una stima enorme per un regista o un certo sceneggiatore, però poi, se umanamente non c'è intesa, sintonia, qualsiasi collaborazione è impossibile. Almeno per me. Questa è una cosa che può anche succedere. Un film, in fondo, è sempre un viaggio.

In base alla sua esperienza, con chi ha raggiunto finora una maggiore sintonia professionale?
Con Soldini, sicuramente. A volte il timore era di essere troppo simili. Poi, naturalmente, non era vero, perché ci sono tantissime e profonde differenze tra noi. Di certo, però, sulle questioni di fondo non ci sono mai stati motivi rilevanti di disaccordo. Motivi di disaccordo ce ne sono stati qualche volta su questioni più marginali, periferiche. Io, di mio, ho cercato di portare una lievità maggiore, una leggerezza, che era peraltro anche un suo desiderio. E di usare, soprattutto con i personaggi, uno sguardo più «interno», più affettuoso. Che facesse pensare a questi personaggi come a persone con cui andare volentieri a cena, a prendere un caffé, magari trascorrere un fine settimana insieme. Perché le senti vicine, familiari, che fanno parte di un mondo che ti appartiene. In questo caso, almeno. Non è assolutamente una regola. A volte, mettere distanza può essere, invece, molto utile e interessante. Dipende dalle scelte che si fanno a monte. In questo caso era come dicevo prima. Mentre, per esempio, ne L'aria serena dell'Ovest, un precedente film di Soldini che mi è piaciuto moltissimo,lo sguardo è diverso. C'è uno sguardo «dall'alto» sui personaggi. In questo nuovo film volevamo tutti e due accorciare un pò le distanze. Speriamo di esserci riusciti.

Anita Trivelli

* Ho riferito del corto Best wishes e dell'esordio nel lungometraggio Fi-stful of lies di Monica Pellizzari su Cinema Sessanta, nn.3, maggio-giu-gno 1994 e nn.5-6, settembre-dicem-bre 1995.

(link alla parte 1)

dall'incontro di  Anita Trivelli su Cinema Sessanta, n.3, maggio-giugno 1996

IL MESTIERE DELLA SCENEGGIATRICE

... Avevo diciotto anni. Poi ho iniziato a frequentare clandestinamente quella scuola, che è privata e molto costosa, e ho incominciato a collaborare con alcuni studenti, diventati miei amici, che la frequentavano e dovevano realizzare ogni tre mesi dei cortometraggi. In una certa misura, questo è stato il mio primo vero approccio al cinema.

INCONTRI - IL MESTIERE DELLA SCENEGGIATRICE
Anita Trivelli a colloquio con Doriana Leondeff 

Vorrei chiederle anzitutto come è arrivata a fare la sceneggiarice, e qual'è la sua formazione.
In qualche modo ho sempre scritto racconti per esempio. Finito il liceo a Bari, sono stata un anno a Londra per imparare l'inglese. Un giorno mi sono ritrovata per caso alla London Film School, che era vicinissima al mio college, e stavano proiettando Ombre di Cassavetes. Rimasi alla proiezione, ed ebbi così una sorta di fascinazione. Avevo diciotto anni. Poi ho iniziato a frequentare clandestinamente quella scuola, che è privata e molto costosa, e ho incominciato a collaborare con alcuni studenti, diventati miei amici, che la frequentavano e dovevano realizzare ogni tre mesi dei cortometraggi. In una certa misura, questo è stato il mio primo vero approccio al cinema. In seguito mi sono trasferita a Roma, dove ho frequentato il Centro sperimentale di cinematografia.

Frequentava anche l'università in quegli anni?
Sì, seguivo parallelamente l'università. Mi sono laureata in Storia del cinema, con una tesi sul rapporto tra letteratura e cinema. Più precisamente, mi sono occupata del rapporto tra Zurlini e Pratolini. Zurlini è un regista poco conosciuto, che, a mio avviso, meriterebbe di essere rivalutato, riscoperto. È una figura abbastanza atipica nel panorama del cinema italiano di quegli anni.

La stesura di questo tipo di tesi ha avuto una qualche «ricaduta» sullo sviluppo della sua professionalità?
Ho scelto naturalmente un argomento che mi permettesse in qualche modo di approfondire temi che mi stavano a cuore. Durante il corso di sceneggiatura al CSC abbiamo lavorato su racconti, romanzi, fa-cendone adattamenti. Ma l'adattamento è qualcosa che ti capita, almeno all'inizio della professione, molto di rado. In circa dieci anni di attività, mi è capitato finora solo una volta, di recente, di lavorare: nel film di Anna Negri, liberamente ispirato al romanzo di Rossana Campo, In principio erano le mutande. Sono intervenuta nel lavoro di Anna quando già esisteva una prima sceneggiatura stilata da lei e da Rossana, una sceneggiatrice che io e Ivan Cotroneo, un collega napoletano che collabora con Corsicato, abbiamo in larga misura rielaborato.

A proposito di questo crinale che percorre il lavoro della sceneggiatura tra adattamento di un testo pre-esistente e nuova creazione, puo parlarci della sua esperienza, anche nel quadro di un certo orientamento del cinema italiano più recente, che sembra tornare all'adattamento?
È un fenomeno ancora agli inizi, in realtà. Di certo c'è un'attenzione maggiore nei riguardi dell'adattamento, considerando le strette parentele tra cinema e narrativa, e i loro confini sempre più sfumati. Ciò che purtroppo è scomparsa è la figura del soggettista, che invece nel cinema italiano degli anni Cinquanta e Sessanta era attivissima, se si pensa a Zavattini, Flaiano, Pinelli, Age, Scarpelli, Benvenuti, De Bernardi, i quali non erano solo sceneggiatori. Oggi, diversamente da allora, si è diffusa un pò quest'idea tra i registi, e in una certa misura tra i produttori: che gli sceneggiatori siano costruttori di storie più che soggettisti, perchè, molto spesso, i registi hanno in qualche modo un imprinting sul soggetto o per lo meno sull'idea di partenza del film. Personalmente, ritengo di essere stata abbastanza fortunata, poiché, coi pochi registi con i quali ho finora collaborato, ho avuto comunque modo di seguire tutto l'iter, a partire proprio dal soggetto.

Ci puo citare i registi per i quali ha lavorato finora?
Uno è Claudio Del Punta, che ha firmato un piccolo film, Trafitti da un raggio di sole, e un altro di cui dovrebbero iniziare le riprese in estate. Anche lì, appunto, siamo partiti proprio chiacchierando insieme, dalla messa a fuoco dell'idea, al soggetto, alla sceneggaitura. Un altro è Silvio Soldini, del cui ultimo film, Le acrobate, io firmo, insieme a lui, soggetto e sceneggiatura. Al film ha anche collaborato la scrittrice Laura Bosio. Poi ho lavorato con Marco Turco, un giovane regista esordiente, che ha in preparazione il suo primo film. Anzi, sta contemporaneamente partendo, speriamo, una sceneggiatura che avevamo scritto insieme alcuni anni fa e di cui lui aveva già fatto la preparazione, ma il lavoro si era poi bloccato per un improvviso crack produttivo. Adesso, sembra che questo progetto si realizzi con un'altra produzione. Inoltre, sta per partire per la RAI un altro soggetto, scritto da Marco e da me, con un altro sceneggiatore, Andrea Porporati. Si tratta, anche in questo caso, di lavori in cui sono stata chiamata a collaborare per il soggetto e poi, adesso, per la sceneggiatura.

Quali sono i suoi riferimenti per la pratica di sceneggiatura e di regia?
In merito alla scrittura, ho riferimenti più legati alla letteratura che al cinema, in qualche modo. Credo che, comunque, anche leggere i classici come Tolstoj e Flaubert, per esempio, sia un esercizio utilissimo. Leggere testi del genere, analizzarli, magari scalettarli, può aiutare moltissimo chi voglia scrivere, e probabilmente più di qualunque manuale di sceneggiatura, poiché la tecnica, di fatto, si esaurisce in poco. Questo tipo di lettura ti costringe a riflettere, a mettere a nudo dei meccanismi drammaturgici che poi funzionano in letteratura, al cinema, in teatro. Per quanto riguarda il cinema mi piacciono registi molto diversi tra loro. A dispetto delle divisioni che solitamente si fanno, in base alle quali se ti piace Truffaut non può piacerti Godard e viceversa, io apprezzo molto tutti e due questi registi. L'ammirazione per Truffaut risale a quando ero ragazzina, e poi si è estesa dal cinema, ai suoi scritti, alla sua figura, alle lettere, riflessioni critiche, interviste. Insomma l'immagine che mi ha dato di sé. Quella di Godard è sicuramente più respingente, può avere una sua sgradevolezza. Ma Godard ha fatto film bellissimi, come Fino all'ultimo respiro, che quando lo vidi a Londra per la prima volta, mi fulminò. È uno di quei film che con Ombre ha segnato il mio avvicinamento al cinema. Ma poi mi piacciono moltissimo Douglas Sirk, Max Ophuls, il Bertolucci di Ultimo tango a Parigi, creatori di un cinema di grande suggestione con una marca autoriale. Poi c'è anche la commedia, Lubitsch, i cui film trovo straordinari per il modo in cui riesce a fare ironia sempre con uno sguardo molto acuto e, di nuovo, autoriale.

Oltre a Bertolucci, altri registi italiani?
Rossellini e De Sica, sopra tutti. Miracolo a Milano, per esempio, è un film in cui, ogni volta che lo rivedo, scopro qualcosa di nuovo e di bello. Di recente ho rivisto Europa '51, che, a mio avviso, è davvero un capolavoro, tra l'altro con un personaggio femminile straordinario.

A proposito di personaggi femminili, il film che ha preparato con Soldini presenta quattro figure femminili, di cui in seguito due prendono in mano le redini della narrazione.
Si tratta appunto di due donne, la prima delle quali è una quarantenne che vive a Treviso in una situazione di benessere, di calma piatta, ma percorsa da motivi sotterranei di inquietitudine. Si trova in un momento di confusione, in cui non capisce più bene ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. A che cosa dar valore e a che cosa no. Anche se poi è una donna professionalmente realizzata: fa il chimico in una ditta di cosmetici, è separata ma ha un nuovo compagno.

Com'è nata l'idea?
Lo spunto, da cui siamo partiti io e Silvio faceva capo proprio all'idea di due donne, una residente al Nord, l'altra al Sud. Questo lo sfondo geografico-sociale che entra in gioco nel film, come del resto nei suoi lavori precedenti. Poi c'è l'incontro tra questa donna del Nord (Licia Maglietta) e quella che vive nel Sud (Valeria Golino), una trentenne che lavora in un supermercato, ha una figlia di 7 anni ed è colta anche lei in un momento di fragilità. Tutti e due questi personaggi, ma il discorso vale anche per le altre figure femminili, sono donne forti che attraversano una fase di vulnerabilità. Desiderano un cambiamento, anche se non sanno bene in che direzione orientarlo, e sono in una condizione di particolare ricettività. Insomma, si verifica un concorso di più elementi. Da un lato c'è il caso, una serie di coincidenze che nel film rappresentano una sorta di filo rosso. e dall'altro però c'è lo stato d'animo in cui si trovano queste donne. Si verifica una sintonia tra gli eventi esterni e il sentire delle protagoniste. Nella struttura del film, avviene qualcosa di abbastanza insolito in termini narrativi, drammaturgici: cioè, a un certo punto, dopo che per 40' si è seguita una protagonista (la Maglietta) c'è un passaggio del testimonal, e il film si sposta sull'altra protagonista (la Golino), a Taranto, in questa sua vita che è completamente diversa da quella dell'altra donna. Un tale spostamento, credo provochi un certo disorientamento nello spettatore, che, spero, viene riassorbito quando ci si rende conto che, in fondo, sono cambiate le coordinate geografiche, ma il racconto che si sta evolvendo è sempre lo stesso. Queste due donne, che se non fossero accadute certe cose non si sarebbero mai incontrate, hanno in comune una serie di gesti, reazioni, affinità, che le avvicinano.

È significativo, in una certa misura, che questo road-movie italiano esistenziale abbia come esecutrici delle donne?
Sicuramente ci è sembrato più semplice, più plausibile, più verosimile raccontare questa storia attraverso due personaggi femminili.

Perché parla di semplicità e di plausibilità rispetto a questa scelta? Al riguardo, mi vengono in mente alcuni mad-movies europei con un certo respiro, alla Wenders. Dove i promotori del movimento sono uomini, a fronte di una lacerante ma sommessa latitanza del femminile. 
Non escludo in assoluto che questa storia potesse accadere anche tra due uomini. Ma ho difficoltà a immaginarla, perché, magari, avrebbe assunto risvolti di comicità involontaria. Nell'ipotesi di lavorare su due personaggi maschili, questi sarebbero in qualche modo diventati delle eccezioni. Allora, la scelta su personaggi femminili forse è dovuta al fatto che, in qualche modo, le donne sono in questo momento le antenne più sensibili della nostra società. Proprio perché, come accennavo, hanno insieme queste caratteristiche di forza e di fragilità, che erano per noi un pò le condizioni necessarie per far scaturire questa scintilla. Ci sembrava che, avendo per protagoniste due donne, tante cose che potessero essere date per scontate, non andassero necessariamente spiegate. Un ribaltamento di genere sessuale avrebbe complicato tutto, avrebbe implicato davvero costruire il film secondo altri percorsi, facendo attenzione alle «trappole». Mi spiego: se io penso a un chimico o a un dirigente del Nord e al cassiere di un supermercato del Sud che si incontrano ad un certo punto e tutto il resto, i parametri e il registro della storia si trasformano enormemente.

(segue parte 2)

dall'incontro di  Anita Trivelli su Cinema Sessanta, n.3, maggio-giugno 1996

Domande a LIU' BOSISIO

Quando sono fiero, sono fiero. Non voglio nemmeno dilungarmi in tante parole, anche perché questa intervista è (secondo il mio punto di vista) la migliore che io abbia mai fatto, almeno nelle domande (ci mancherebbe che lo fosse per le risposte). Vi presento un piccolo assaggio di vita della dolcissima Liù Bosisio...

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