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Classe 1987, Valerio Vestoso nasce a Benevento, la sua corsa verso il traguardo, parte già bene, nel 2009, scrive “Erennio Decimo Lavativo”, commedia teatrale per la regia di Ugo Gregoretti, per poi approdare al cortometraggio con “Tacco 12”, mockumentary sull’ossessione per il ballo di gruppo che ottiene più di 40 riconoscimenti in tutta Europa. La sua carriera continua con altri cortometraggi, direzioni di numerosi branded content e commercial tv.

Come  riesce oggi uno sceneggiatore o un regista a realizzare il suo sogno?

Adesso fare un film è molto complicato. Non c’è più un produttore che mette i soldi suoi, nessuno rischia più su un nuovo talento. Questo porta ad un appiattimento dei contenuti. Il cortometraggio per un aspirante regista non è più un trampolino, ma diventa un buon biglietto da visita, ma non è propedeutico a un film, come era un tempo. La strada è quella di trovare qualcuno che abbraccia con te l’idea di un film. È tosta, è tostissima, ma spero di farcela.  Un’ottima esperienza professionale per me è stata lavorare con, The Jackal.  Ho girato molti spot con loro, palestra fondamentale, sono stati il mio, Centro Sperimentale.

Oltre al cinema, sei anche autore televisivo, di uno dei programmi più folli e riusciti degli ultimi anni, “Una pezza di Lundini”. Come è nata l’idea di questo format?

L’idea nasce da Giovanni Benincasa e Valerio Lundini, nel periodo pandemico iniziale. Emanuela Fanelli mi ha coinvolto, mi ha fatto vedere una puntata zero e ho pensato: “È una follia totale.” C’erano dei tempi televisivi che non erano tempi televisivi, cose assurde, un modo di rapportarsi all’ospite diverso, disinteressato, l’opposto di quello che è oggi la televisione. Tutto questo mi ha attirato, ma penso che alletterebbe qualsiasi autore. Abbiamo la fortuna di poter scrivere idee e di sperimentarle, per un autore, per uno sceneggiatore è il massimo.

Come è iniziata la tua carriera?

Io vengo dal cortometraggio, dopo tre lavori abbastanza fortunati, l’ultimo è Le buone maniere, che è stato in selezione ad Alice nella città (sezione autonoma e parallela della Festa del Cinema di Roma dedicata alle nuove generazioni) sta girando un bel po’, e ha vinto l’edizione 2021 di Cortinametraggio, ho girato un documentario, Essere Gigione su un personaggio molto strano, si chiama appunto Gigione ed è il re delle feste di piazza italiane.  Una persona assurda che nelle sue canzoni mescola sacro e profano. Ha molto seguito, nonostante sia senza una casa discografica. Con il suo stile, riesce a cogliere l’espressione un po’ folk e popolare del pubblico di provincia. Ci sono molte persone che lo seguono e quasi lo hanno divinizzato come una sorta di Dio del folk. Questo mi ha stuzzicato, l’ho seguito per due anni, siamo andati in giro per le piazze. Anche questo documentario ha avuto abbastanza successo. Lavorandoci ho scoperto come Gigione, nel mondo della provincia, orfano di punti di riferimento, politici, culturali, religiosi, ha riempito questo vuoto. Ho cercato di dare a questa storia un taglio più profondo e meno folkloristico concentrandomi soprattutto con il rapporto che ha con i suoi fans.

...... dall'intervista di  Elena Cirioni  per banquo.it