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QUENTIN TARANTINO da piccolo al cinema filmAll’epoca i miei giovani genitori andavano spesso al cinema e di solito mi portavano con loro. Avrebbero potuto piazzarmi da qualche parte (mia nonna Dorothy era quasi sempre disponibile), ma invece mi portavano con loro. Un motivo era perché sapevo tenere la bocca chiusa.
Di giorno mi era consentito essere un bambino normale che faceva domande stupide ed era infantile, noioso ed egoista come di solito sono i bambini. Ma se la sera mi portavano al ristorante, in un pianobar dove suonava Curt, in un locale notturno (cosa che ogni tanto succedeva) o al cinema – a volte addirittura con un’altra coppia – sapevo che erano cose da grandi. E se volevo partecipare alle cose da grandi, era meglio che non rompessi troppo i coglioni.

Non so se fosse intenzione di mia madre, ma mi stavano insegnando come si comportavano gli adulti. E quando mi portavano al cinema, il mio compito era stare seduto e vedere il film, che mi piacesse o no.
Be’, alcuni di questi film da adulti erano pazzeschi! M.A.S.H., la Trilogia del dollaro di Sergio Leone, Dove osano le aquile, Il padrino, Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo!, Il braccio violento della legge, Il gufo e la gattina e Bullitt. Altri, per un bambino di otto o nove anni, erano un rompimento di marroni assurdo: Conoscenza carnale, La volpe, Isadora, Domenica, maledetta domenica, Una squillo per l’ispettore Klute, La ragazza di Tony, L’amante perduta, Diario di una casalinga inquieta...

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La seconda regola era: non fare domande stupide durante il film.

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Di fronte al celebre fermo immagine alla fine di Butch Cassidy rimasi perplesso. Ricordo che chiesi: «Che cosa è successo?». «Sono morti» mi spiegò mia madre. «Morti?» esclamai. «Sì, Quentin, sono morti» mi assicurò. «E come fai a saperlo?» chiesi astutamente. «Perché quando si blocca l’immagine, vuol dire questo» rispose pazientemente. «E come fai a saperlo?» ripetei. «Lo so e basta» mi rispose in modo insoddisfacente. «Perché non l’hanno fatto vedere?» chiesi quasi indignato. A questo punto mia madre perse la pazienza e scattò: «Perché non volevano!». «Però avrebbero dovuto farlo vedere» borbottai sotto voce. E malgrado quell’immagine sia diventata così celebre, non ho cambiato idea.

dall'articolo di Dagospia.com da LaStampa.it