Il Cast Artistico di un Cortometraggio
Una premessa necessaria
Quando si parla di cast artistico nel cinema, il pensiero va subito agli attori. Ed è giusto - gli attori sono il cuore visibile del cast artistico, le facce che lo spettatore vede e a cui si affeziona o che teme o che ama. Ma il cast artistico è qualcosa di più largo. Include tutte le figure la cui funzione principale è creativa e espressiva, non tecnica - persone il cui contributo al film non si misura in operazioni eseguite correttamente ma in scelte che producono significato emotivo.
Nel cortometraggio questa distinzione si complica ulteriormente perché, come abbiamo già visto per il cast tecnico, i confini tra i ruoli sono molto più permeabili. Un attore può portare idee registiche. Un regista può recitare nel proprio film. Il compositore può essere anche il sound designer. Capire cosa è il cast artistico significa capire non solo chi lo compone, ma cosa produce ciascuna figura e perché quella produzione è artistica prima ancora che tecnica.
* Gli attori: il corpo del film
Cosa fanno davvero
L'attore cinematografico fa una cosa che sembra semplice e non lo è affatto: porta un personaggio immaginario a esistere davanti alla camera in modo credibile, specifico, emotivamente vero. Non recita nel senso teatrale del termine - non proietta verso un pubblico lontano, non usa la voce e il corpo per arrivare all'ultima fila. Al cinema la camera è vicinissima. Vede tutto. Vede il respiro, il battito delle palpebre, la tensione di un muscolo nella mascella. Qualsiasi finzione grossolana, qualsiasi sforzo visibile di recitare viene amplificato dall'inquadratura e diventa falso in modo insopportabile.
Il lavoro dell'attore cinematografico è quindi un lavoro di sottrazione più che di aggiunta. Si tratta di eliminare tutto ciò che è costruito, performativo, volontario, e trovare invece qualcosa di autentico nel proprio corpo e nella propria psicologia che corrisponda a ciò che il personaggio sta vivendo. Quando Dustin Hoffman stava girando "Marathon Man" e arrivò sul set dopo tre giorni senza dormire per prepararsi a una scena di tortura, Laurence Olivier gli disse: "Caro ragazzo, hai mai provato a recitare?" Era una battuta, ma conteneva una verità - ci sono molti modi di arrivare all'autenticità, e non tutti richiedono di distruggersi fisicamente.
La specificità come strumento
Il grande attore cinematografico non interpreta "un uomo triste" - interpreta questo uomo specifico, in questo momento specifico, con questa storia specifica alle spalle. La differenza tra una performance generica e una performance memorabile è quasi sempre la specificità. Un personaggio che ha perso qualcuno di caro non piange in modo generico - ha un modo suo di piangere, condizionato da chi è, da come è cresciuto, da quanto si permette di mostrare il dolore. Trovare quel modo specifico è il lavoro dell'attore.
Nel cortometraggio questa specificità è ancora più cruciale che nel lungometraggio, perché il tempo è pochissimo. Il personaggio ha forse dieci minuti di film per esistere nella mente dello spettatore. Se la performance è generica, il personaggio non esiste - è un tipo, una funzione narrativa, non una persona. Se è specifica, basta una scena per far sentire allo spettatore di conoscere quella persona da anni.
Il protagonista e i personaggi secondari
Nel cortometraggio i personaggi secondari hanno quasi sempre meno scena del protagonista, ma non meno importanza. Un personaggio che appare in due scene e le occupa con una presenza autentica e precisa dice allo spettatore qualcosa sul mondo del film - dice che quel mondo è abitato da persone reali, non da comparse che aspettano di uscire dall'inquadratura.
Scegliere bene i personaggi secondari è uno dei lavori più trascurati nel casting dei cortometraggi indipendenti. Si spende molto tempo a trovare il protagonista giusto e poi si riempiono i ruoli di contorno con chi è disponibile. Il risultato si vede - il film ha un centro forte circondato da una periferia debole che indebolisce tutto.
* Il casting: trovare le persone giuste
Cosa significa fare casting per un cortometraggio
Il casting è il processo con cui si scelgono gli attori per i ruoli. In un sistema professionale coinvolge agenti, provini formali, contratti. Nel cortometraggio indipendente è molto più informale, ma non per questo meno importante - anzi, spesso la qualità del casting determina la qualità del film più di qualsiasi altra singola decisione.
Fare casting non significa trovare qualcuno che assomigli fisicamente a come hai immaginato il personaggio mentre scrivevi. Significa trovare qualcuno che porti al personaggio qualcosa che non avevi immaginato - una qualità imprevista, un modo di stare nel corpo, un timbro di voce, un'energia che trasforma il personaggio da progetto a persona.
I migliori registi descrivono spesso il momento del casting come il momento in cui il film cambia - in cui qualcuno entra nella stanza e il personaggio, che fino a quel momento esisteva solo nella loro testa, improvvisamente esiste nel mondo. Questo momento vale ogni provino fatto prima di trovarlo.
Come fare un provino utile
Un provino inutile è quello in cui si chiede all'attore di leggere una scena a freddo e si osserva se "funziona." Un provino utile è quello in cui si dà all'attore abbastanza contesto da poter fare scelte, e poi si osserva quali scelte fa.
Dai all'attore il contesto del personaggio - chi è, cosa vuole in questa scena, cosa non sa che lo spettatore invece sa. Poi lascialo lavorare. Poi dagli un'indicazione diversa - cambia un'urgenza, aggiungi un sottotesto, chiedigli di fare la stessa scena come se stesse nascondendo qualcosa - e osserva come risponde al cambiamento. La capacità di rispondere alle indicazioni del regista è una delle qualità più importanti di un attore cinematografico, forse più importante del talento grezzo. Un attore brillante ma impermeabile alle indicazioni è molto difficile da dirigere. Un attore meno brillante ma reattivo può essere guidato verso qualcosa di bello.
Il regista come artista: il senso di una figura già discussa
Il regista è stato trattato nel capitolo sul cast tecnico perché gestisce il set come organizzazione. Ma appartiene anche al cast artistico - e in modo primario, non secondario - perché è la figura che tiene la visione del film nella sua totalità e che trasforma ogni elemento tecnico in espressione.
La regia è un'arte di sintesi. Il regista non fa nulla da solo - non illumina, non recita, non monta, non compone la musica. Ma è l'unica figura che mette in relazione tutte queste cose, che decide come ciascuna deve dialogare con le altre per produrre qualcosa di coerente e significante. La regia è la grammatica con cui tutte le altre arti del cinema vengono messe insieme.
Nel cortometraggio il regista porta spesso un contributo artistico ancora più diretto che nel lungometraggio professionale, perché nella compressione del set piccolo la sua presenza è continua e la sua relazione con ciascun collaboratore è immediata e personale. Non ci sono filtri gerarchici tra lui e l'attore, tra lui e il DoP, tra lui e il fonico. Tutto passa attraverso conversazioni dirette, in tempo reale, spesso mentre la luce cambia e il tempo stringe.
Il compositore: la musica come drammaturgia
Cosa costruisce la musica in un film
La musica cinematografica non è sottofondo. Non esiste per riempire il silenzio o per segnalare allo spettatore distratto che adesso deve emozionarsi. La musica cinematografica - quando è usata bene - lavora sul tempo interiore della storia, su ciò che i personaggi sentono ma non dicono, su dimensioni emotive che le immagini e le parole non riescono a raggiungere da soli.
Bernard Herrmann, il compositore di quasi tutti i film di Hitchcock, diceva che il suo lavoro era portare sullo schermo l'inconscio del film - quelle emozioni sotterranee che la storia porta con sé senza mai mostrarle direttamente. La celebre colonna sonora di "Psycho" non descrive la violenza della scena della doccia - la precede, la anticipa, la abita con qualcosa di più disturbante di qualsiasi immagine diretta avrebbe potuto fare.
Il compositore nel cortometraggio
Nel cortometraggio il compositore è spesso una figura assente o sostituita da musica pre-esistente - brani trovati su librerie royalty-free, oppure musica di amici musicisti disposti a collaborare gratuitamente. Questa è una soluzione pratica ma ha un costo artistico reale.
Una musica originale composta specificamente per il film può fare cose che nessuna musica pre-esistente può fare - può seguire esattamente il ritmo del montaggio, può rispondere alle specificità emotive di ogni scena, può costruire motivi ricorrenti che legano scene lontane nel film creando coerenza emotiva. Il compositore che lavora in stretto dialogo con il regista durante il montaggio è un collaboratore artistico nel senso più pieno del termine.
Quando si usa musica pre-esistente, il rischio è che quella musica porti con sé le emozioni di un altro contesto - che lo spettatore associe il brano a qualcosa che ha già sentito, e che quella associazione interferisca con ciò che il film sta cercando di costruire.
Musica diegetica e musica extradiegetica
Una distinzione che ogni regista deve capire è quella tra musica diegetica - la musica che esiste dentro il mondo del film, che i personaggi possono sentire, che proviene da una radio, da uno strumento suonato in scena, da una festa in sottofondo - e musica extradiegetica, quella che solo lo spettatore sente e che commenta la storia dall'esterno.
Questa distinzione è artistica prima ancora che tecnica. La musica diegetica appartiene al mondo del film e può essere usata per definire un'epoca, un ambiente sociale, un personaggio. La musica extradiegetica è la voce del film stesso - è il film che parla direttamente allo spettatore sulla propria storia. Usarle in modo confuso produce effetti stranianti che raramente sono intenzionali.
* Gli attori non professionisti: una scelta artistica
Nel cortometraggio - specialmente in quello realistico, sociale, con ambizioni di verità documentaristica - la scelta di lavorare con attori non professionisti è spesso una scelta artistica deliberata, non un ripiego economico.
Il cinema italiano del dopoguerra - il neorealismo di Rossellini, De Sica, Visconti - ha costruito la propria estetica proprio su questa scelta. Persone reali, prese dalla strada, portano davanti alla camera qualcosa che nessun attore di formazione può replicare perfettamente: la propria storia corporea, il proprio accento, il proprio modo specifico di stare al mondo. Anna Magnani era un'attrice professionista, ma il suo realismo fisico era quello di una donna vera più che di una performer costruita.
Nel cortometraggio contemporaneo questa tradizione vive nei film di registi come i fratelli Dardenne, Andrea Arnold, Gianfranco Rosi - autori che costruiscono la propria visione su corpi non addestrati che la camera coglie nella loro autenticità grezza.
Lavorare con non professionisti richiede però un approccio registico completamente diverso. Non si possono dare indicazioni di recitazione convenzionali - un non professionista non sa cosa significa "costruisci il personaggio dall'interno." Si deve invece creare il contesto emotivo giusto, guidare la situazione, provocare reazioni autentiche invece di chiedere di simularle. È un lavoro che richiede molta più preparazione e molta più flessibilità sul set di quanto il lavoro con attori professionisti non richieda.
* Differenze con il cast artistico di un lungometraggio
Il tempo di costruzione del personaggio
In un lungometraggio l'attore ha novanta, centoventi, anche centocinquanta minuti per costruire il personaggio davanti allo spettatore. Può permettersi una curva - iniziare in un posto e arrivare in un posto diverso, mostrare contraddizioni che si risolvono nel tempo, rivelare strati progressivi della propria psicologia man mano che la storia avanza.
Nel cortometraggio questo arco temporale è compresso in modo estremo. Un personaggio in un corto di quindici minuti ha forse tre, quattro scene per esistere pienamente. Non c'è spazio per le contraddizioni che si rivelano lentamente - ogni scena deve portare qualcosa di essenziale, ogni gesto deve contare, ogni battuta deve lavorare su più livelli simultaneamente.
Questo richiede all'attore una precisione chirurgica che in un lungometraggio non è altrettanto necessaria. Nel lungo, una scena debole viene assorbita dall'insieme. Nel corto, una scena debole è un quarto del film.
Le prove
In un lungometraggio professionale le prove con gli attori durano settimane. Si lavora sul testo, sul personaggio, sulle relazioni tra i personaggi. Si costruisce una storia condivisa tra gli attori che poi porta autenticità alle scene girate.
Nel cortometraggio le prove sono spesso pochissime - un pomeriggio, a volte solo una lettura del copione insieme il giorno prima delle riprese. Questa mancanza di prove si sente nel risultato finale più di quanto molti registi principianti siano disposti ad ammettere.
Il consiglio pratico è semplice: anche con pochissimo tempo disponibile, fare almeno una prova in cui gli attori si muovono fisicamente nello spazio della scena - meglio se nella location reale - vale molto di più di qualsiasi discussione teorica sul personaggio. Il corpo trova cose che la testa non trova.
La continuità tra le riprese
In un lungometraggio girato in sei settimane, il personaggio cresce e cambia nel corso delle riprese. L'attore porta con sé quello che ha costruito nelle settimane precedenti. La continuità psicologica si costruisce naturalmente nel tempo.
Nel cortometraggio girato in due giorni, spesso le scene vengono girate fuori ordine - prima le scene in una location, poi le scene nell'altra, indipendentemente dalla sequenza narrativa. L'attore deve essere in grado di entrare immediatamente nello stato emotivo giusto per ciascuna scena, sapendo dove quella scena si trova nella storia anche se non è la prossima che girerà.
Questa capacità - saltare avanti e indietro nella storia mantenendo la coerenza psicologica del personaggio - è una delle competenze tecniche più sottovalutate nella recitazione cinematografica. Un attore di teatro non necessariamente la possiede, perché a teatro si va sempre dall'inizio alla fine.
Il rapporto con la camera
Nel lungometraggio l'attore ha il tempo di abituarsi alla camera, di dimenticarla, di trovare il proprio ritmo di lavoro nel corso delle settimane. Ci sono giornate difficili e giornate in cui tutto scorre. C'è il tempo di sbagliare, di trovare il personaggio per tentativi successivi.
Nel cortometraggio questo tempo non c'è. L'attore deve essere immediatamente presente, immediatamente disponibile, immediatamente dentro la scena. Questa è un'altra ragione per cui le prove - anche brevi - sono così importanti: non per memorizzare il testo, ma per creare quella familiarità con i compagni di scena e con il regista che rende possibile buttarsi subito, senza il tempo di scaldarsi.
La direzione degli attori
In un lungometraggio il regista ha il tempo di costruire un rapporto con i propri attori che si sviluppa nel corso delle settimane di ripresa. Capisce come lavora ciascuno, trova il linguaggio giusto per ciascuno, impara quando insistere e quando lasciare andare.
Nel cortometraggio questa relazione si deve costruire in pochissimo tempo - spesso nelle prove, spesso nel primo giorno di set. Il regista deve essere molto più diretto, molto più preciso nelle proprie indicazioni, molto più capace di leggere velocemente cosa funziona e cosa no per l'attore che ha davanti.
La direzione degli attori è forse la competenza registica più difficile da imparare e quella su cui i registi esordienti sono più spesso impreparati. Si impara guardando come lavorano i grandi registi con i propri attori - nei making-of, nelle interviste, nelle testimonianze degli attori stessi. E si impara facendolo, sbagliando, correggendo.
Una riflessione finale
C'è una cosa che accomuna il cast artistico del cortometraggio e quello del lungometraggio, al di là di tutte le differenze di scala e di tempo. È che il cinema - in qualsiasi formato - è un atto collettivo che produce qualcosa di più grande della somma delle sue parti solo quando le persone che lo fanno si fidano l'una dell'altra.
Un attore che non si fida del regista si protegge invece di rischiare. Un regista che non si fida del compositore controlla invece di collaborare. Un cast artistico che funziona è un gruppo di persone che hanno deciso di essere vulnerabili insieme verso la stessa storia - ognuno nel proprio ruolo, ognuno con la propria competenza, tutti nella stessa direzione.
Nel cortometraggio questa fiducia si costruisce più in fretta e si rompe più in fretta. Non c'è il tempo per le mediazioni lunghe, per le incomprensioni che si risolvono da sole nel corso delle settimane. Bisogna scegliere le persone giuste, parlarsi chiaramente fin dall'inizio, e poi lasciarsi andare insieme verso qualcosa che nessuno di loro avrebbe potuto fare da solo.





































































































































































